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SCHEI
(Punt e) MES, quel punto di amaro e mezzo di dolce

Chi si ricorda della pubblicità del Punt e Mes? “One point of sweetness and half a point of bitterness recita tuttora lo slogan sul sito, traduzione inglese dell’ espressione in dialetto di un agente di borsa amante del vermut che, nella bottega Carpano di Torino, alla domanda del cameriere su cosa volesse da bere, rispose soprappensiero “‘n punt e mes”. Lui in realtà stava pensando a quanto era salita la quotazione di un titolo che stava seguendo, ma il cameriere capì un’altra cosa e gli portò un vermut corretto con mezza china. Questo narra la leggenda sulla nascita del più celebre vermouth industriale italiano, con un bicchiere del quale Gianni Agnelli era solito accompagnare il pasto. Lo slogan in italiano me lo ricordo invertito, cioè un punto di amaro e mezzo di dolce, ma poco importa. Quel che importa è che i soldi c’entrano sempre.

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è denaro pronta cassa. Sto forse esagerando? Beh, è certamente più pronta del Recovery Fund, che ci metterà del tempo a tradursi in schei – e già il proverbiale genio bizantin-italico sta provvedendo a complicare le cose con commissioni bicamerali e task force su come gestire questa massa di denaro. Quindi il MES è lo strumento che farebbe al caso nostro, se guardassimo solo all’urgenza di avere soldi. E questa urgenza è assoluta, come ho già scritto e riscritto (mentre scrivo cinquanta aziende stanno fallendo per cassa e non per competenza, perché si fallisce quando finiscono i soldi). Ciò premesso, il MES è la tentazione a portata di mano. Quando il discorso rischia di complicarsi passo dallo Stato alla persona, o alla famiglia. Il MES può essere per lo Stato italiano l’equivalente del possidente locale che presta soldi a strozzo ad una famiglia in difficoltà, che non ha più credito o ne avrebbe, ma in troppo tempo. Se avete bisogno di soldi adesso, la banca non è il posto che fa per voi. Uno strozzino invece potrebbe.

Ma è uno strozzino, appunto. Varoufakis, l’ex ministro delle finanze della Grecia ai tempi del mancato accordo con la cosiddetta Troika, credo la metterebbe giù così. Per lui il MES non è altro che quel meccanismo di strozzinaggio che ha strangolato i suoi concittadini, costretto al taglio dei servizi sociali, impedito per sempre una risalita dal debito che non fosse una dichiarazione di insolvenza. E non si fida nemmeno del MES attuale, che a suo parere è stato imbellettato per dargli l’aspetto di una sirena, ma sotto il trucco si nasconde la spietata Circe di sempre.
Varoufakis con certa gente ci ha trattato, quindi li ha conosciuti, a differenza di noi, che guardiamo i nudi fatti da fuori. E i nudi fatti osservati da fuori, forse ingenuamente, sembrano raccontare che il MES post Covid-19 non è più quel MES.

Uno strozzino, il giorno dopo che ti ha prestato i soldi, comincia a suonare al tuo campanello per sapere se stai lavorando per restituirglieli. Non solo quelli che lui ti ha prestato: quei soldi sono un favore costoso, proprio perché nessuno te li avrebbe procurati così in fretta. Quindi gli dovrai restituire anche degli interessi salati, che salgono per ogni giorno di ritardo nella restituzione. Non pensate al vostro mutuo trentennale, che vi fa sobbalzare quando leggete che, alla fine dell’ammortamento, avete ridato il doppio di quanto vi è stato imprestato. In trent’anni però. Con un usuraio questo può accadere in trenta giorni.

Questo MES post Covid (una linea di credito fino a 36 miliardi di euro), però, non ha tassi da usuraio. Anzi, ha tassi favorevolissimi, migliori di quelli che ti chiederebbe un tuo amico (tipo uno che compra i BTP) per prestarteli lui. Inoltre, questo MES non ha condizioni particolari di restituzione. I tempi sono lunghi (7 o 10 anni), e l’unica condizione posta per la concessione è che questi soldi vengano spesi per far fronte a costi sanitari da emergenza Covid, diretti o indiretti; il che potrebbe autorizzare a pensare che, visto quanto sta succedendo, molte spese non direttamente sanitarie possano essere finanziate perché correlate causalmente all’emergenza pandemica: ad esempio, tutti gli interventi di logistica del distanziamento. E, in ogni caso, se questi soldi potessero servire anche solo per migliorare l’impostazione della medicina territoriale, la disponibilità dei posti letto intensivi e la remunerazione (almeno) degli infermieri di area emergenza e urgenza, ci sarebbe da festeggiare.

Io non sarei tanto preoccupato, come lo è Varoufakis, che mi controllino come una Troika e che ad un certo punto ripristinino le norme draconiane di prima del Covid, in modo da “fregarmi” e sottopormi, a posteriori, a condizioni umilianti e insostenibili per rientrare. Non sarei nemmeno troppo preoccupato, alla Movimento 5 stelle, che prendere debito privilegiato (vuol dire che, in caso di fallimento dell’Italia, la massa attiva dovrebbe prima rimborsare il MES e poi, se ne rimane, pagare i creditori non privilegiati, tra cui i detentori di BOT, BTP eccetera) dia un messaggio negativo ai mercati, tale da far aumentare i tassi da pagare sul nostro debito.
Intanto la cifra attingibile dal MES è comunque una percentuale bassissima rispetto al debito pubblico. Poi, proprio il fatto di attingere al MES, a quanto si legge, consentirebbe alla BCE l’acquisto in quantità illimitata di titoli del debito della nazione prenditrice, tale da scongiurare a priori la speculazione. Se il mercato è sicuro che ci sarà sempre qualcuno a comprare il tuo debito (concetto esemplificato dalla famosa frase “whatever it takes” di Mario Draghi), e questo qualcuno è una Banca Centrale, la rischiosità relativa del debito di uno Stato rispetto ad un altro si annulla; quindi i tassi del debito non salgono.

Quello di cui sarei, piuttosto, preoccupato è il fatto che questi soldi finiscano nelle mani dell’inefficiente macchina statale italiana, capace di trasformare in sterco il cibo più gustoso, il tutto senza passare dallo stomaco e dall’intestino, per una sorta di miracolo al contrario.
Guardate, ma solo per dirne una, la storia dell’ospedale Covid di Milano: costato 21 milioni, attrezzato per 400 posti, ricoverati totali una decina, una cattedrale nel deserto, visto che, come ha scritto il prof. Bruschi, cardiochirurgo del Niguarda, il giorno dell’inaugurazione in pompa magna, “una terapia intensiva non può vivere separata da tutto il resto dell’ospedale. Una terapia intensiva funziona solo se integrata con tutte le altre strutture complesse che costituiscono la fitta ragnatela di un Ospedale perché i pazienti ricoverati in terapia intensiva necessitano della continua valutazione integrata di diverse figure professionali, non solo degli infermieri e dei rianimatori ma degli infettivologi, dei neurologici dei cardiologi, dei nefrologi e perfino dei chirurghi“.
E’ questa la desolata ragione per cui non saprei esprimere un’opinione certa sull’opportunità di assumere nuovo debito attingendo al MES. Le mie perplessità non si concentrano sulle possibili trappole nascoste nel meccanismo dell’ente creditore, ma sull’affidabilità e serietà del debitore. Per sollevarmi lo spirito, forse vale la pena di berci sopra un buon vermouth.

Cover: immagine da Wikipedia commons

GERMOGLI
Tristi rimedi.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Secondo un’inchiesta di Repubblica, sempre più italiani ricorrono all’usura per far fronte alla crisi.

“La crisi non è più l’eccezione alla regola, ma essa stessa regola nella nostra società”. (Miguel Benasayag e Gerard Schmit)

 

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L’INTERVISTA
Caritas, termometro della crisi:
in 5 anni 15mila pasti in più.
Don Valenti: “Drammi sempre più frequenti”

di Giuseppe Fornaro

Settantaduemila pasti, 83 tonnellate di pacchi viveri, 54mila euro di assistenza economica attraverso il pagamento delle utenze, 150 volontari solo per la mensa. Sono i numeri della povertà. O meglio i numeri dell’assistenza fornita dalla Caritas diocesana di Ferrara-Comacchio agli indigenti e alle persone in stato di difficoltà anche temporanea.
Abbiamo provato ad aprire una finestra su questo mondo che appare così distante e invece ci sta intorno, ci è contiguo se questi, come sembra, sono i numeri. Numeri ai quali corrispondono persone con i loro drammi sempre più frequenti in un momento di crisi economica che non accenna a finire. Tutto è reso precario al punto che ciascuno è su una linea di confine e varcare quella soglia oggi, purtroppo, è sempre più facile e frequente. Basti pensare ai pasti forniti: nel 2009 erano 57mila, 15mila meno di adesso.
Abbiamo incontrato don Paolo Valenti nella parrocchia dell’Addolorata, direttore della Caritas per ventuno anni fino a gennaio scorso quando ha passato la mano ad un laico, Paolo Falaguarda. La Caritas è nata con lui proprio ventuno anni fa con la mensa e l’ambulatorio medico in via Brasavola dov’è tutt’ora.

Secondo la sua esperienza, in questi anni è cambiata la povertà e come?
È sempre molto difficile definire la povertà. C’è chi non ha niente da mangiare, chi non ha una casa, chi si trova in una situazione di mancanza di lavoro oppure di mancanza di diritti. La povertà è estremamente variegata. Oggi ci sono delle nuove povertà dettate dalla crisi che si aggiungono alla povertà precedente. In questo periodo di crisi nei centri d’ascolto abbiamo visto che la presenza di persone italiane rispetto a quelle straniere è aumentata, non perché siano diminuite quelle straniere, anche se per via della crisi molti stranieri sono tornati a casa e altre sono arrivate e ora sono in una situazione di estremo disagio. Però sono aumentate molto le povertà italiane. Questo è un dato di fatto. Quando si parla di lavoro giovanile, si pensa a quelli tra i 18 e i 30 anni, ma c’è una fascia tra i 30 e 45 anni che non ha mai avuto nemmeno una occasione di lavoro. Questa è la triste e cruda realtà. Sappiamo tutti che dopo i 30 anni trovare lavoro è un’impresa come scalare l’Everest in una situazione dove il lavoro non c’è soprattutto qui da noi e questo è un ulteriore impoverimento della città. Se uno mi chiedesse in che settore cercare lavoro direi di fare la badante, per via dell’invecchiamento della popolazione, perché è il settore dove forse si riesce di più a trovare lavoro. Non vedo altre prospettive.
Come centro ascolto della Caritas abbiamo anche situazioni relative al sovra indebitamento che seguiamo come Fondazione antiusura a livello regionale. Si lavora sulla prevenzione dell’usura, famiglie che sono sull’orlo dell’indebitamento che può portare a chiedere soldi facili. Questo è un problema di cui bisogna capire le cause. A volte sono cause relative alla perdita del lavoro, altre un imprevisto in famiglia che non ci voleva, come una malattia. Qui stiamo parlando di una fascia di persone che non è mai stata nell’ambito della povertà, non sono quelli che vengono a mangiare alla mensa della Caritas. Poi ci sono persone che proprio a causa della crisi si affidano alla fortuna. Il problema del sovra indebitamento da gioco è un problema fortissimo. Nei periodi di crisi le persone scommettono di più. Può essere il bingo, la slot machine, il gratta e vinci. C’è un aumento spropositato di questi fenomeni. Quando un anziano comincia a giocare sistematicamente e a spendere anche 50 euro alla settimana in un mese diventano 200 euro e sulla pensione quei soldi pesano forte e parliamo di 50 euro quando va bene. Anche questo ricorso al credito facile delle finanziarie o alle revolving card creano grossi problemi perché non ci si rende conto degli interessi che si vanno a pagare. Allora qui si cerca di aiutare anche attraverso dei professionisti. Se poi interviene anche la perdita del lavoro è terribile con tutte le spese da pagare: l’affitto, o il mutuo, le utenze, ecc. Nel 2013 come Caritas abbiamo pagato utenze per 54mila euro.

Quindi a differenza dell’immagine che si ha all’esterno la Caritas non fornisce solo i pasti. Che tipo di attività svolgete?
La parte più impegnativa è l’ascolto. Il centro d’ascolto è fondamentale. Devi sempre metterti in ascolto della persona che viene da noi. Non è che una persona viene e ci dice che non riesce a pagare una bolletta e noi gli diamo i soldi. Non funziona così. L’ascolto, invece, è fondamentale per capire perché la persona si trova in questa difficoltà. Spesso e volentieri su cento casi 99 sono tamponamenti di situazioni di emergenza. Se si riesce a portare una persona su cento da uno stato di difficoltà ad uno di indipendenza è un gran successo. Altrimenti si tamponano situazioni che non si sa come risolvere.
Poi ci sono servizi essenziali che vengono forniti come la mensa che l’anno scorso ha fatto 72mila pasti, pranzo e cena. Dal centro d’ascolto sono passate più di mille persone. Abbiamo distribuito pacchi viveri per 83 tonnellate. Seimila accessi per il servizio docce e distribuzione vestiti. Da quest’anno poi offriamo anche la colazione. Abbiamo aperto casa Betania. Abbiamo aperto un dormitorio femminile con dodici posti. Siamo entrati nel progetto accoglienza profughi, soprattutto donne e bambini. Abbiamo due ambulatori da dove passano tutti i profughi che arrivano prima di essere destinati alle varie associazioni che hanno dato la disponibilità all’accoglienza. Poi c’è tutto il mondo del volontariato che gira intorno.
L’ambulatorio lo abbiamo aperto nel ’95 con medici di base volontari perché allora per i clandestini non era prevista alcuna assistenza medica. I medici si costituirono in associazione, sistemammo l’ambulatorio e poi attraverso convenzioni col Comune, l’Ausl e l’Arcispedale S. Anna, l’azienda farmaceutica municipale, le farmacie private ci fu la possibilità di dare assistenza agli stranieri. Persino il dispensario si rivolgeva a noi per la prevenzione della tubercolosi perché altrimenti loro non sarebbero riusciti ad intercettarli tutti. Era un servizio di carattere sociale importante. Poi ci fu la legge voluta da Rosy Bindi che garantisce l’assistenza sanitaria a tutti. A quel punto l’ambulatorio non era più necessario. Ultimamente l’esigenza si è riproposta a seguito di quella norma che prevede l’obbligo da parte dei medici di denunciare i clandestini.

Per fornire tutti questi aiuti, da dove vengono le risorse?
Innanzitutto, dal tanto vituperato otto per mille, ma che per noi è essenziale dal punto di vista economico. Poi ci sono le offerte, i lasciti. Per noi l’offerta non è solo il denaro, ma anche il cibo. Innanzitutto c’è il banco alimentare, pur con tutte le difficoltà, e poi c’è, in collaborazione con la grande distribuzione degli ipermercati coop, il “Brutti ma buoni” cioè confezioni di cibo assolutamente commestibile, ma il cui involucro non si presenta bene e che resterebbe invenduto; c’è il last minute market; la raccolta di cibo nelle parrocchie. Questo è oro. Anche il cotto non venduto dell’Ipercoop andiamo a prenderlo tutti i giorni. Questo è un lavoro importante. Tutta questa roba andrebbe distrutta con uno spreco di risorse. L’idea del professor Andrea Segrè, inventore del Last minute market, è stata un’idea geniale grandissima. Insomma, bisogna fare in modo che lo spreco non vada a danno delle persone. Il Centro servizi al volontariato ci dà una grossa mano in questo senso nel cercare il modo di inserirsi nel circuito dei “brutti ma buoni”, del last minute market parlando con le amministrazioni dei supermercati.
A volte non pensiamo a quanto sprechiamo. Ad esempio, gli indumenti. Ci sono cassonetti della Caritas, di Humana e della Croce Rossa. Ogni settimana solo noi Caritas viaggiamo intorno ad otto-nove tonnellate di indumenti recuperati. La parte utilizzabile si riusa, tutto ciò che non si può utilizzare, che è la stragrande maggioranza, viene rivenduta a ditte di Prato per il recupero dei filati e i soldi che ricaviamo li utilizziamo per le nostre attività. Se pensiamo a quanto ciascuno di noi scarta per noi volontari ogni cambio di stagione è una manna.

Dal quadro che ha descritto mi sembra che venga fuori in questa città una rete anche istituzionale di solidarietà abbastanza solida.
La cosa bella è la grande collaborazione, non ci si fa la guerra.
La gestione delle risorse, che siano economiche o alimentari o i vestiti, deve essere razionalizzata perché noi non possiamo permetterci lo spreco. Per questo stiamo cercando di costituire una banca dati degli interventi che vengono fatti per le persone per evitare che ci possa essere qualcuno che ci marcia e che fa il giro delle diverse associazioni. Per carità, ci sta anche questo, non ci si deve scandalizzare, però dobbiamo cercare di aiutare più persone possibile. La povertà ha sempre avuto le sue strategie da quando esiste l’umanità.
Mi viene in mente quel cartello contro l’accattonaggio davanti al supermercato che fa un po’ ridere. Davanti la mia parrocchia le persone che chiedono sono aumentate anche perché le chiese chiudono (ride, ndr). Poi c’è quello che chiede e basta, c’è quello che arriva alterato dall’alcol e quello non è nemmeno controllabile e in quel caso chiami la polizia che lo allontana. Noi diciamo sempre: evitiamo di dare, perché non sai mai dando dei soldi senza una verifica se fai del bene o del male. Se si presenta una persona insistente che puzza di alcol, capisco che uno li dà per liberarsene, ma non lo stai aiutando. Per questo sono importanti i centri di ascolto per capire i bisogni delle persone.

A questo punto non possono non chiederle se anche lei crede che ci sia una sorta di racket dietro l’accattonaggio?
Dipende dal tipo di accattonaggio. Esiste indubbiamente la spartizione delle zone. Poi si sa che l’accattonaggio minorile, soprattutto tra i nomadi, è una forma di sfruttamento. Direi che in questo senso è racket. Poi se è al livello malavitoso questo non ho le competenze per dirlo.

Una domanda un po’ provocatoria, mi rendo conto, ma chiedo a lei che è un uomo di fede quanto può essere frustrante occuparsi di povertà? Perché è come voler svuotare il mare col secchiello, i poveri sono in continuo aumento.
Come dicevo prima quando si riesce a risolvere un caso su cento si esulta. Il resto si tampona. La fede ci aiuta ad avere sempre uno sguardo di speranza per dire che l’ultima parola sulla vita non ce l’ha la morte. Secondo, quello che ci dice la fede è di avere sempre un occhio particolare di attenzione verso gli altri, particolarmente verso gli ultimi. Quando parliamo di opzione preferenziale verso i poveri, parliamo di qualunque tipo di poveri. Significa che se c’è una persona in uno stato di bisogno quella ha la precedenza rispetto ad un’altra. È quello che avviene normalmente in una famiglia. Se una madre ha due figli ed uno sta male, dedicherà naturalmente più attenzioni a quello che sta male perché è in uno stato di bisogno. Questo è un atteggiamento umano normale che vivono tutte le famiglie indipendentemente dalla fede. Credo che questo atteggiamento andrebbe recuperato a livello sociale, cioè chi è in stato di necessità merita attenzione. E quindi evitare le guerre tra poveri, ma soprattutto avere l’atteggiamento di dire che se un altro riceve quello che ho ricevuto io deve prevalere un sentimento di gioia perché finalmente anche lui questa sera avrà da mangiare e in quella famiglia ci sarà almeno una serata di serenità. Ecco, questo lo dobbiamo recuperare molto. Invece, si cerca sempre di dire “prima noi poi loro”, una differenziazione che rischia di essere estremamente pericolosa perché dal punto di vista dell’attenzione verso l’altro non c’è un prima e un dopo. Chi è in uno stato di necessità non può essere lasciato da solo. Non dico che si risolva tutto. Non sono un esperto di politica economica, non sono un politico, però credo che certi principi devono essere tenuti. Anche di fronte alla polemica su “Mare Nostrum” o mare di altri come si fa a fermare un fenomeno come quello? O ti metti a sparare, ma questo non ha mai fermato nessuno, come dimostra la frontiera tra il Messico e gli Usa. A livello internazionale occorre un’altra politica. Tutti parlano di cooperazione internazionale, ma dove la vediamo? Dov’è? Dicono: aiutiamoli a casa loro. D’accordo, ma perché fino adesso non si è fatto? Perché la cooperazione internazionale non funziona? Perché si ricade sempre nei fenomeni di corruzione? Se si è così capaci di andare a bombardare, credo si abbiano anche le forze per cercare di impostare una politica anche di forza, di pressione sui governi per dire “caro mio adesso se vuoi ti aiutiamo”. Io credo anche nel commissariamento di un governo. Questo non vuol dire ledere i principi della democrazia, ma proprio per il rispetto della democrazia cercare di creare quella rete di solidarietà che è necessaria.
È chiaro che nessuno ha la bacchetta magica e sconfiggere la povertà è un sogno. Anche i nostri stili di vita incidono parecchio. Nell’uso del denaro, che vuol dire uso delle risorse, ci sta la tua mentalità di come le usi, di come sprechi. Se vai a giocartelo alle slot machine è chiaro che diventi tu un costo per la società perché devi essere curato.

Qual è l’identikit della persona in difficoltà oggi?
Più che persone singole si tratta di famiglie giovani, possono essere italiane o straniere, in prevalenza straniere che chiedono un aiuto soprattutto per le utenze, l’affitto. Famiglie giovani con due figli. Poi ce la povertà cronica.
Non dimentichiamo un altro fenomeno che è andato crescendo. Il disagio mentale. La malattia mentale, la depressione sono un altro fenomeno che non accenna a diminuire, anzi con la crisi aumenta. Parliamo di persone giovani dai trenta ai quarant’anni. Uomini e donne.

Del resto quando non c’è una prospettiva di futuro la depressione è la patologia correlata, come si dice…
Se uno perde il lavoro e ha anche dei figli non sa come fare. Nella povertà non c’è nulla di romantico. Guareschi mette in bocca a don Camillo che la povertà è un dramma. Un conto è la povertà che uno sceglie consapevolmente, la povertà religiosa alla S. Francesco, ma quella è un patto, l’ho scelta io, un altro è la povertà subita. Quello è un dramma. Comunque, l’emergenza è il lavoro perché a questo è legato tutto: la dignità della persona, il costituirsi e portare avanti una famiglia, garantire un futuro, la stabilità di una casa.

Si parla si parla si parla, quanto tempo è che si dice che ‘l’anno prossimo’ la crisi sarà passata?
Adesso si è già spostata al 2015. Anche perché tutto quello che era il risparmio dei genitori di molte famiglie ormai è stato raschiato. So di famiglie che dicono che adesso va bene perché c’è la pensione dei genitori, ma dopo? Quando non ci saranno più? Come mangeranno? Su questo mi sembra si stia battendo la fiacca. Io non ho la soluzione, se ce l’avessi la direi. Se non si riparte garantendo un lavoro che sia dignitoso. Certi tipi di contratto come i voucher sono stati una grande invenzione però stanno diventando un alibi, un lavoro a chiamata senza diritti. Una forma di caporalato. Che futuro hai davanti lavorando in questa maniera? Anche due ragazzi che si vogliono sposare cosa mettono su? Insomma, il lavoro è la priorità. A livello politico bisogna muoversi tanto su questo. A parole il mondo si cambia. Quello sono capace anch’io di farlo.

Sicuramente lei ha fatto più di molti politici…
(Si schermisce con un sorriso, ndr) Beh, insomma, la cosa bella di questi ventuno anni è stato il volontariato. La passione dei volontari. Noi non chiediamo il certificato di battesimo a nessuno che voglia fare il volontario. Quando aprimmo, i primi volontari furono quattro mormoni. Ognuno fa quello che sa fare. Ci sono tanti pensionati che sono una forza incredibile. L’ambulatorio medico fu messo su dal dottor Giancarlo Rasconi, sua moglie era la ginecologa di riferimento al Sant’Anna. Tutto queste persone hanno dato molto. C’è tanta gente che ha voglia di mettersi in gioco, bisogna dargli l’occasione e un ambiente adatto.

Questo mondo del volontariato è veramente bello e andrebbe rivalutato tanto di più e ripreso nelle motivazioni: la gratuità, il tempo dedicato, la formazione. Ferrara da questo punto di vista non è seconda a nessuno.

Pound-Pasolini

LA STORIA
Il sogno di Ezra Pound
eliminare il debito e l’usura

“L’usurocrazia (potere degli usurai, ndr) fa le guerre a serie. Le fa secondo un sistema prestabilito, con l’intenzione di creare debiti”. E’ sufficiente sostituire il termine “guerra” con “speculazione” o “deflazione programmata” e la frase è facilmente riconducibile alla situazione italiana attuale. Invece questa affermazione è stata concepita nel 1944. Bruciava ancora sulla pelle degli europei la catastrofe dalla Seconda Guerra mondiale e l’orrore nazifascista. Ma c’è chi, senza salire sul carro del vincitore, riesce ad analizzare il conflitto, lontano da retorica e ipocrisia. Uno dei pochi è Ezra Pound.

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Ezra Pound, una figura controversa

Ezra Weston Loomis Pound nasce ad Hailey nel 1885, compie i suoi studi alla Cheltenham High School, allo Hamilton College di Clinton e all’Università di Pennsylvania. Nel 1908 lascia gli Stati Uniti per raggiungere l’Europa e frequenta i circoli degli intellettuali di Gibilterra, Venezia, Londra. Nel 1920 abbandona la conservatrice Londra per raggiungere Parigi, palcoscenico per i movimenti di avanguardia culturale dove frequenta personalità del calibro di Francis Picabia, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Erik Satie e James Joyce. Nel 1924 si stabilisce definitivamente a Rapallo, in Italia, stanco dell’atmosfera urbana parigina. Ed è proprio in Italia che inizia la storia dolorosa e turbinosa del poeta americano. Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, a Londra, Pound aveva maturato una personale e complessa visione del mondo e della società, riconoscendo le forti criticità del sistema e della dottrina capitalista, così come quella marxista. Fu proprio questa sua convinzione che lo spinse a esprimere apprezzamento per i provvedimenti sociali del regime fascista di Mussolini in favore dei lavoratori, le opere pubbliche e la ricerca di una politica alternativa al liberismo, in cui Pound riconosceva la principale causa delle diseguaglianze sociali.
E proprio in Italia approfondisce lo studio di una nuova dottrina economica e sociale sintetizzata in saggi pubblicati sia in lingua italiana che inglese, come ‘Abc of Economics’, ‘What is Money for?’, ‘Lavoro e Usura’. Questi testi sottolineano lo spirito poliedrico di Ezra Pound, poeta, sociologo e attento osservatore della società. ‘Lavoro e Usura’, pubblicato nel 1954, viene scritto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e rappresenta una lucida analisi delle cause e dello svolgimento di uno dei conflitti più sanguinari della storia dell’uomo. E questa onestà costerà cara a Pound, come vedremo. ‘Oro e Lavoro’, primo dei tre saggi di ‘Lavoro e Usura’, si apre con la visione onirica della Repubblica dell’Utopia, raggiunta per caso da Pound nel corso di una passeggiata lungo la Via Salaria. E’ una Repubblica ridente, equilibrata e onesta grazie alle leggi vigenti e all’istruzione ricevuta sin dai primi anni di scuola. Gli abitanti di Utopia attribuiscono la propria prosperità ad un singolare modo di riscuotere l’unica tassa che hanno, che ricade sulla moneta stessa: su ogni biglietto del valore di cento il primo giorno di ogni mese viene imposta una marca del valore di uno e “il governo, pagando le sue spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione”.

Nella Repubblica dell’Utopia, i cittadini “non adorano la moneta come un dio, e non leccano le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato” perché la moneta viene riconosciuta come mero mezzo di scambio, senza cadere nell’erronea distorsione di riconoscerla come merce. Pensando alla situazione europea attuale è evidente il perenne errore della dottrina economica neoclassica (o neofeudale?) con cui non si riesce a instaurare un sistema economico funzionale all’economia reale. Secondo Pound la Repubblica dell’Utopia è un paese sano, libero dall’attività criminale dell’usura e dalle iniquità di borsa e finanza; i cittadini hanno creato una propria economia, funzionale ai propri bisogni e in cui è difficile rimanere abbindolati dalle distorsioni della finanza. Segue all’arguta metafora la descrizione della “Precisione del reato” in atto Pound parte addirittura dal 1694: viene fondato il Banco d’Inghilterra e lo stesso fondatore Paterson dichiarò chiaramente il vantaggio della sua trovata: la banca trae beneficio dell’interesse su tutto il danaro che crea dal niente. Pound chiama questa istituzione un’ “associazione a delinquere”.
Paradossalmente è proprio nell’ultimo anno che la Banca d’Inghilterra ha ammesso che la moneta viene creata dal nulla. Così come allora, ciò succede oggi.

L’intellettuale americano ovviamente riconosce la funzione potenzialmente utile di banche e banchieri, essi forniscono una misura dei prezzi sul mercato e allo stesso tempo un mezzo di scambio utile alla nazione, “ma chi falsifica questa misura e questo mezzo è reo.” Quindi è proprio il concetto di sovranità popolare e nazionale che viene sottolineato, evidenziando l’importanza di avere diretto controllo sul proprio credito e su una Banca Centrale nazionale e pubblica per scongiurare i rischi che derivano dal lasciare il proprio portafoglio ad un istituzione straniera non controllabile. Si può trovare facilmente un parallelismo con la situazione attuale: l’Italia, come gli altri stati federati europei, non ha gli strumenti per controllare un organo come la Banca Centrale Europea, di fatto una banca privata che eroga prestiti a debito.
Pound arriva quindi a delineare l’immenso potere dato in mano all’Usurocrazia. E proprio a questo punto che il poeta arriva a parlare della guerra. Le guerre vengono scatenate dall’Usurocrazia per mettere sotto il giogo del debito le nazioni sotto attacco finanziario. L’obbiettivo della finanza è costringere i debitori a rilasciare le proprietà attraverso la contrazione della circolazione monetaria. Questo è ciò che successe nel 1750 in Pennsylvania dove la Corona Inglese soppresse la carta moneta per stroncare un’economia che poteva diventare pericolosa per gli interessi del Regno Unito.
Ezra Pound nel programma radiofonico «Europe calling, Ezra Pound speaking», durante la guerra, sostenne che le colpe dello scoppio del conflitto non erano da imputare solamente a Mussolini e a Hitler ma anche agli speculatori della grande finanza che aveva interesse a far indebitare Italia e Germania. Pound, che nel 1933 viene ricevuto da Mussolini per esporre il proprio pensiero economico, afferma che la finanza internazionale si è infuriata venendo a conoscenza della mire italiane di raggiungere la sovranità economica, l’autarchia e di volersi sottrarre al grande ricatto del debito. Il poeta scrive a chiare lettere che “una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai”.

Ma cosa è necessario affinché il ricatto dell’Usurocrazia vada in porto? Pound risponde che la colpa è da identificare nella nostra ignoranza. Un’ignoranza che deriva dalla disinformazione e dalla velleità della stampa, che è fondamentalmente controllata dalla stessa Usurocrazia. Viene citato l’odioso esempio degli advertisers, le grandi ditte e istituti finanziari che comprano pagine “pubblicitarie” nei giornali americani: “è idiota lasciare le fonti d’informazione della nazione nelle mani di privati irresponsabili, talvolta stranieri”. E quindi l’ignoranza e la velleità che permette la pratica dell’usura che altro non è che una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività e all’effettiva possibilità di produrre. Riguardo la pratica dell’usura Pound consiglia, ispirandosi al De Re Rustica di Catone, di avere la stessa opinione che potrebbe avere una vittima del suo assassino.

Per sottolineare il carattere di libero pensatore del poeta americano, egli si espresse anche duramente circa l’antisemitismo che caratterizzava il regime fascista e nazista. Egli dichiarava fosse inutile e ingenuo far ricadere le colpe sul popolo ebraico, e che si dovesse invece indirizzare la lotta contro l’Usurocrazia e la finanza, il vero nemico, che non ha mai avuto razza.
Ma Pound pagò cara questa sua onestà intellettuale da uomo e pensatore radicalmente libero. Il poeta fu prelevato dalla sua casa a Rapallo da un commando partigiano e consegnato agli Alleati.
La notte tra il 15 e 16 novembre 1945, all’uscita del campo di concentramento del Disciplinary Training Camp di Pisa, in una jeep scoperta americana veniva trasportato Pound, anziano e malconcio prigioniero ammanettato. Indebolito e stordito dai molti mesi di carcere duro, rinchiuso in una gabbia all’aperto, esposto al sole e alla pioggia, il poeta era atteso a Roma da un volo speciale che, dopo trenta ore di volo e un paio di scali, giunse a Washington. Qui l’aspettavano un processo per alto tradimento, il rischio della condanna a morte, la diffamazione, infine 13 lunghi anni di internamento nel manicomio criminale di St. Elisabeth.
Così finisce il sogno della Repubblica dell’Utopia di Ezra Pound; diffamato allora da chi per convenienza salì sul carro del vincitore e oggi da chi rimane accecato dall’ipocrisia ideologica.
Oggi le sue parole a noi suonano come la profezia del disastro a cui stiamo assistendo: “Con usura nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia”; lascia la sua pesante eredità intellettuale a noi, incapaci di scrivere sopra il portone del nostro Campidoglio “il tesoro di una nazione è la sua onestà”.

(Fonti: “Lavoro ed Usura”, Ezra Pound (1953) e “Canti Pisani”, Ezra Pound consultabili all’archivio Nello Quilici e alla Biblioteca Ariostea)

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In gioco senza azzardi

di Alice Magnani

Il gioco d’azzardo è una piaga che coinvolge molti. La nostra regione vanta un record negativo che la pone al quarto posto in Italia per fatturato (8.534 milioni di euro nel 2012) e per spesa pro capite fra i maggiorenni della regione (1.840 euro). Quello che inizia come un gioco nel tempo libero può diventare un’ossessione che coinvolge ogni momento della quotidianità, sottraendo tempo e denaro non solo alla famiglia e agli amici ma anche al lavoro e ad abitudini più sane. Le conseguenze sono tragiche: si può arrivare alla depressione, a ricorrere all’usura o ancora a tentare il suicidio. Non mancano problemi di altro tipo come disordini familiari, micro crimini e atti contro l’ordine pubblico. Alla base di tutto enormi costi sociali per il trattamento sanitario dei casi più disperati, per la prevenzione e ancora per l’educazione nelle scuole, con l’obiettivo di proteggere le categorie più deboli, le più a rischio.

Che fare dunque contro il proliferare di queste sale giochi? È difficile per i Comuni agire da soli, dal momento in cui le autorizzazioni per le sale gioco passano dalla Questura e non dal Comune, in base a leggi nazionali. “I Comuni sono impegnati, ma deve essere la politica a farsi carico del problema con un intervento legislativo nazionale, riconoscendolo come disagio sociale ed economico. Noi ci mettiamo in gioco sia a livello locale sia a livello nazionale perché sono sempre di più le famiglie che si rovinano” sottolinea Matteo Iori, presidente Conagga (Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo). Un tentativo di regolamentare il gioco d’azzardo è stato già intrapreso con il “Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo” che ha raccolto 32.000 firme sull’intero territorio regionale. Obiettivo: chiedere al Governo di intervenire in materia con una proposta seria, che riduca visibilmente il numero delle sale gioco e delle malattie da queste derivate.

Ora è stata lanciata campagna nazionale, “Mettiamoci in gioco”, presentata nei giorni scorsi a Bologna. Un’iniziativa a cui hanno collaborato il Comune, le associazioni e imprese del terzo settore e i sindacati dell’Emilia-Romagna per costruire un coordinamento regionale capace di agire in maniera efficace sul problema.
In vista delle elezioni amministrative, il Coordinamento regionale ha promossa anche una lettera da inviare a tutti i candidati con l’intento di far inserire il tema della prevenzione e lotta all’azzardo patologico nei programmi elettorali. A tutti gli aderenti il Coordinamento chiede di far iscrivere il proprio Comune al “Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo”. L’obiettivo principale per il Coordinamento è diventare un punto di riferimento aperto per chiunque voglia attivarsi per sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sui rischi connessi alla diffusione del gioco d’azzardo. Oltre a questo obiettivo a lungo termine, il coordinamento lavorerà su altri 14 punti del documento “Regolamentazione del gioco d’azzardo” (il manifesto lanciato nel 2013 dalla campagna “Mettiamoci in Gioco”), il cui intento è stabilire una legge che regolamenti il gioco d’azzardo in tutti i suoi punti. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sono previste iniziative, campagne di informazione e momenti di incontro. Quello che si chiede è dare ai sindaci potere di controllo sul fenomeno nel loro territorio, ridurre l’alta variabilità attuale nella tassazione sui diversi giochi incrementando le entrate per lo Stato, inserire il gioco d’azzardo patologico nei livelli essenziali di assistenza garantiti dal servizio sanitario nazionale, vincolare parte del fatturato annuo dei giochi d’azzardo al finanziamento delle azioni di prevenzione, assistenza, cura e ricerca della ludopatia, regolamentare la pubblicità che riguarda il gioco, vincolare l’ esercizio delle concessioni nel rispetto del codice di autoregolamentazione pubblicitaria e creare un’authority di controllo esterna ad Aams (Agenzia delle dogane e dei monopoli di stato), stabilire una moratoria sull’introduzione di nuovi giochi finché non saranno esposti i risultati delle ricerche sui giochi già esistenti, adottare un registro unico nazionale delle persone che chiedono esclusione dai siti di gioco d’azzardo.

Prima iniziativa prevista dal coordinamento sarà domenica 18 maggio a Reggio Emilia nella “Festa dello sport in ambiente” in cui il fenomeno dell’azzardo verrà descritto insieme ad associazioni e cittadini, sottolineando le buone pratiche sul territorio. Passo successivo sarà la mappatura sui servizi sul gioco d’azzardo patologico attivati nelle provincie dell’Emilia-Romagna. “Vogliamo essere un punto di riferimento aperto a tutti quelli che si vogliono aggregare, soprattutto ora che il gioco d’azzardo sta conoscendo un enorme sviluppo, con infiltrazioni già documentate dei clan mafiosi come Casalesi e Schiavone” ha spiegato Fiore Zamboni, referente coordinamento ‘Mettiamoci in gioco’ Emilia-Romagna, presente alla conferenza.

Le realtà che si sono “messe in gioco” sono numerose: Acli, Ada, Adoc, Adusbef, Alea, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Avviso pubblico, Azione cattolica italiana, Cgil, Cisl, Cna, Conagga, Ctg, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fondazione Pime, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega consumatori, Libera, Scuola delle buone pratiche, Shaker, Uil, Uil pensionati, Uisp, Lag Vignola e Associazione Umanamente.

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Insegna a Oxford ma parla ferrarese l’uomo che spiega la mafia al mondo. “Uno shock per me la morte di Aldrovandi”

Conoscendolo, uno magari si immaginerebbe di vedere sulle pareti del suo studio di Oxford – dove è ‘professor’ (ordinario, si direbbe da noi) di Criminologia – la foto di Montale con l’upupa o il ritratto del suo adorato Italo Calvino. Perché Federico Varese [vai al suo sito] è sì sociologo ed esperto dei fenomeni mafiosi fra i più apprezzati a livello internazionale; ma prima di tutto è uomo di raffinata cultura e vasto retroterra letterario. Invece, al momento in cui la sua immagine appare nel collegamento Skype, ecco delinearsi la locandina di un grande classico di Sergio Leone, “Per un pugno di dollari”, forse a sdrammatizzare proprio il fardello del sapere accademico o per alludere con ironia ai temi dei suoi attuali studi. “E’ un bel film”, chiosa con semplicità. Di fronte a sé, invisibile all’intervistatore remoto, confida di avere collocato un’altra locandina, quella del più maturo ed evocativo “Gli spietati”, di cui Clint Eastwood oltre che protagonista è anche regista.

E’ una bella storia quella di Federico Varese, partito da Ferrara ancora adolescente, proiettato dai banchi del liceo Ariosto, avamposto in Italia della sperimentazione didattica, al Canada sulle ali di una borsa di studio. E poi da là a Cambridge per il perfezionamento (dopo la formazione universitaria bolognese) e quindi negli Stati Uniti per le sue prime docenze. Varese non nasce mafiologo. “All’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo del Muro, mi pareva che tutti noi stessimo osservando una trasformazione epocale, la fine del comunismo e la transizione caotica e confusa verso qualcosa che ci raccontavano essere l’economia di mercato e la democratizzazione nell’ex Unione Sovietica. Io avevo sempre avvertito l’interesse e il fascino di quel mondo e volevo capire come sarebbe cambiato”. Cosi’ Varese ha scoperto che, anziché democrazia, diritti e mercati ben regolati, nell’ex Urss si stava sedimentando un grumo di interessi politici finanziari e mafiosi capace di sottrarre ai cittadini le risorse naturali e i gioielli dell’industria sovietica. “La mia aspirazione è stata sempre quello di fare lo scrittore. Ad un certo punto ho però deciso che volevo raccontare il mondo attraverso gli strumenti della sociologia, della storia e della politologia, piuttosto che con la poesia e il romanzo. In questa scelta devo molto a Goffredo Fofi, uno degli intellettuali che stimo di più”. La sua narrazione trova espressione non solo attraverso i libri, ma anche sulle pagine di riviste come Lo Straniero e di quotidiani come La Stampa, con cui Varese collabora regolarmente già da qualche anno.

Le convinzioni maturate ed espresse nel suo primo volume (The russian Mafia del 2001, un successo immediato e tradotto in diverse lingue) lo portano a confutare la concezione classica del fenomeno mafioso. “La spiegazione di tipo culturalista a mio avviso è errata. La mafia e’ un fenomeno economico e la cosidetta ‘omertà’ è frutto della paura. D’altronde se il fondamento di questo fenomeno fosse culturale non si spiegherebbe perché in certe zone del sud la mafia non è presente mentre lo è in aree del nord dove ci sono alti livelli di fiducia e di ‘capitale sociale’. La mafia è attratta dal denaro mentre non attecchisce dove ci sono povertà e sottosviluppo. Vi e’ quindi un legame stretto tra criminalita’ organizzata ed economia di mercato”.

Secondo Varese quello che rende un territorio più o meno vulnerabile al racket mafioso è, innazitutto, la struttura dei mercati locali. Più tali mercati sono orientati all’esterno, all’export, meno l’imprenditore può beneficiare dei servizi della mafia “perché il suo competitore è lontano, non ce l’ha sotto casa, quindi non ci sono azioni di intimidazione da svolgere. Ma quando il mercato è locale, ecco allora che la mafia trova terreno fertile: può intimidire i concorrenti a favore di coloro che pagano il pizzo e sono collusi”. In questi casi tocca alle istituzioni assicurarsi che la concorrenza avvenga in maniera trasparente ed equa. “Quando lo Stato lascia fare e adotta la tesi erronea che i mercati si autoregolano, allora la situazione diventa pericolosa”.

Anche di questo Varese ha parlato la scorsa settimana dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, convocato per un’udienza conoscitiva, nell’imminenza del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. Proprio il tema della legalità caratterizzerà infatti l’azione del nostro governo in Europa. “Ho spiegato che in Europa mafia, camorra e ’ndrangheta fanno cose differenti da quelle che fanno in Italia. Operano in maniera diversa perché faticano a riprodurre le medesime condizioni di controllo del territorio tipiche di certe zone del Sud e del Nord Italia. In Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio i mafiosi vanno per comprare droga e nascondersi; in Inghilterra e all’Est fanno riciclaggio del denaro e vendita di beni contraffatti, mentre in Germania, Francia e Austria sono dedite anche a traffico d’armi, frodi e usura. Questi dati sono contenuti in uno studio fatto proprio dal mio gruppo di ricerca ad Oxford”.

Oltre all’analisi del fenomeno, i parlamentari hanno chiesto a Varese anche cosa si possa fare per ridurre il potere delle organizzazioni in Europa. “Bisogna contrastare i flussi finanziari che ne consentono la sopravvivenza. I soldi arrivano dall’Italia e in qualche modo passano di mano in mano. Sopratutto bisogna riconquistare alla democrazia i territori attualmente controllati dalla mafia in Italia. Si puo’ anche cercare di spingere altri Paesi ad adottare il reato di associazione mafiosa (oltre all’Italia, oggi c’e’ in Belgio, Lussemburgo, Austria, Romania e Grecia). Ma vi sono fortissime resistenze ad introdurre questa fattispecie, sopratutto nel Regno Unito e nei Paesi scandinavi. A mio parere quindi sarebbe meglio se l’Italia si concentrasse sugli strumenti che gia’ esistono, come il mandato di cattura europeo, e facesse di tutto perché vengano applicati”.

Compatibilmente con i tanti impegni, Federico Varese torna spesso in città. Ci sarà anche venerdì 18 aprile, per ricordare Enrico Berlinguer a trent’anni dalla morte nell’incontro organizzato in biblioteca Ariostea dall’istituto Gramsci. “Il miglior modo per amare Ferrara è non viverci, ci diceva spesso Giorgio Bassani. Forse è per questo che io ne sono tanto innamorato”, afferma sorridendo. “Seguo le sue vicissitudini politiche. Ma quel che più mi ha impressionato in questi anni è stato l’omicidio di Federico Aldrovandi: è stato uno shock, ingenuamente mai avrei immaginato che una cosa del genere potesse accadere a Ferrara. E’ un fatto terribile, che mina il patto che dovrebbe esistere tra cittadini e istituzioni: coloro che ti tutelano si rivelano i tuoi peggiori nemici. E, quel che è peggio, qui si è aggiunta la menzogna istituzionale. Per fortuna il sindaco dell’epoca, Sateriale, con associazioni culturali come l’Arci, gruppi spontanei e naturalmente la famiglia si sono mobilitati subito per cercare la verità. E’ stata una lotta di civiltà che ho molto ammirato. Ho anche apprezzato l’attuale sindaco Tagliani quando scese in piazza ad apostrofare un gruppetto di sostenitori dei colpevoli. Spero che lo strappo si stia ricucendo. Ma bisogna fare molta attenzione, perché quando viene meno il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, mafie e criminalità comune ne approfittano”.

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