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Una bussola per il voto

Si avvicinano le elezioni e, come ginestre dopo il lungo inverno,  improvvisamente rifioriscono le categorie di “destra” e di “sinistra”.
Immancabilmente, qualcuno chiosa all’istante che la distinzione non avrebbe più senso, che si tratterebbe di categorie politiche obsolete, inadeguate alla pòlis globale contemporanea.

È davvero così?

In fondo, non sarebbe un dramma. Il mondo ha vissuto benissimo senza la destra e la sinistra fino alla fine del Settecento, ovvero fino a tempi molto recenti se osservati nella prospettiva della Storia.

Nel corso dei suoi circa 250 anni di vita, l’opposizione di ‘destra’ e ‘sinistra’ si è articolata intorno a diversi nodi concettuali: conservazione e progresso, individualismo e collettivismo, relativismo culturale e antirelativismo, e così via. Tra tutte queste opposizioni, ce n’è probabilmente una che è alla base di tutte le altre, o che fa loro da cornice: si tratta degli atteggiamenti e delle condotte verso le diseguaglianze.

Il concetto di Égalité, incastonato al centro del motto nazionale della Repubblica Francese (fino a essere incluso nell’articolo 2 della Costituzione del 1958), appare infatti connotato da uno spessore e da una profondità peculiari rispetto a tutti gli altri implicati nell’opposizione di destra e sinistra.

La riflessione sul senso e sul valore della diseguaglianza, infatti, non si limita a delle analisi di natura politica, o economica, o antropologica, ma si sviluppa come tale sul piano dell’ontologia, ovvero dell’indagine sull’essere.

Lo si vede bene in Marx, per il quale ovviamente le diseguaglianze devono essere radicalmente abolite attraverso il superamento definitivo della divisione della società in classi.

Tutte le trasformazioni prodotte da tale superamento sarebbero conseguite, nella visione di Marx, da un rinnovamento profondo della natura dell’essere dell’uomo, liberato dall’alienazione indotta dal ciclo di produzione del capitalismo.

Un’altra litania – spesso intonata da chi di Marx ha una visione di quarta mano – tenta di liquidare la visione di una società senza diseguaglianze e senza classi connotandola come utopia. Si dimentica il piccolo particolare che società umane non stratificate in classi sociali sono sempre esistite (per molti millenni anche prima che  nascessero quelle stratificate) e, sebbene in proporzioni molto ridotte, esistono ancora. L’antropologia culturale ce ne dà una ricca e incontrovertibile documentazione.

Ciò che spesso sfugge a chi intende minimizzare il valore del tema delle diseguaglianze è che si tratta di un’istanza che affiora lungo tutto l’arco del pensiero occidentale, come espressione di una società che la diseguaglianza l’ha, sebbene con varie gradazioni, nelle proprie radici.

Il ricorrere del tema enuncia, quindi la costante tensione di un mondo particolare, quello occidentale, che riflette sulla propria natura, il proprio essere, il proprio bene.

Per alcuni aspetti (la correlazione tra virtù e ricchezza; la relazione tra proprietà privata, universale e particolare) già in Platone, pur volendo evitare qualsiasi forzatura del suo pensiero, la questione appare ben attuale.

Sempre più, poi, essa emerge come una vera e propria interrogazione di fondo sulla possibilità stessa del bene nello spazio e nel tempo dell’occidente, come in Tommaso Moro, Campanella, Montaigne.

In Rousseau  (quello vero, non la piattaforma), l’interrogativo si fa disperante: la natura umana è benigna, ma l’addestramento a una società fondata sulla diseguaglianza e sulla competizione la corrompe e la fa degenerare. La scienza e la tecnica, inoltre, lungi dall’essere l’espressione più oggettiva e neutrale della ragione umana, sono un potentissimo meccanismo di amplificazione delle diseguaglianze stesse.

L’opposizione di destra e sinistra si distribuisce, insomma, intorno a una sorta di faglia che  incrina le basi dell’Occidente e ne impegna costantemente lo strumento prediletto: il pensiero.

In realtà, dal punto di vista politico, la scissura dovrebbe essere ormai abbastanza ridotta, già che come abbiamo visto le più evolute democrazie occidentali contemporanee, come quella francese, nascono proprio dalla costituzionalizzazione del primato dell’uguaglianza.

Ciò vale anche per la Costituzione italiana, come sa chiunque ne tenga a mente, o nel cuore, l’Articolo 3.

Per mantenersi, dunque, nel solco della forma e della sostanza del dettato costituzionale, destra e sinistra dovrebbero se mai differenziarsi intorno alle strategie, all’intensità, alla radicalità dell’agire democratico teso, in quanto tale, alla riduzione delle diseguaglianze.
In realtà, invece, si distinguono sempre meno, perse in una lontananza siderale dallo spirito della Costituzione.

Così, se ancora vi sentite di destra o di sinistra, avvicinandovi al 25 settembre potrete cercare di orientarvi tra le coalizioni e le liste che chiederanno il vostro voto in base a questo semplice e antico spunto di pensiero: quali sono stati e quali sono i loro atteggiamenti e le loro condotte reali (al netto, ovviamente, delle chiacchiere) verso le diseguaglianze.

Rischierete, in questo modo, di trovarvi entrambi in imbarazzo, per ragioni speculari: chi si sente di destra per un eccesso di offerta; chi di sinistra per la scarsità.

Gli amici di destra possono, però, giovarsi di un consiglio meno generale: se siete veramente di quelli che ritengono che le diseguaglianze debbano essere sapientemente alimentate, fortificate, modernizzate e moltiplicate, rivolgetevi senza esitazione a chi ostende – come un tempo si faceva con il libretto di Mao – l’Agenda Draghi e derivati.

GLI SPARI SOPRA
Io sono un qualunquista

 

Io sono un qualunquista? Sono un qualunquista. Affermazione o domanda? Già alla prima frase dell’articolo mi balza alla mente una canzone di uno dei cantanti amati dalle mie figlie, di cui non ricordo il nome, ma il solo fatto di citarlo fa venire i brividi ad un rockettaro come me.

Ho dei seri dubbi su me stesso: ho passato tutta la vita da partigiano (in senso Gramsciano) e lo sono tutt’ora, sono stato attivista per diversi anni, molto distanti tra loro, a quindici e a quaranta anni. Ho sempre avuto certezze granitiche e ortodosse sulle mie idee o sui miei dogmi. E pure quelli non sono cambiati negli anni, la mia coerenza o ottusità ai miei ideali di gioventù (cit.) è ancora lì che mi guarda da quella prima tessera della Fgci del 1984. E pure mi sento diverso, meno coinvolto, con molta meno voglia di persuadere chi non la pensa come me, mi sento disarmato, la verità è che non ne sono più capace. Ma poi, io come la penso? Mi mancano gli strumenti cognitivi che avevo, leggevo saggi, giornali, riviste di partito. Poi sono diventato un ex, di un sacco di cose. Un ex attivista, un ex adolescente, un ex calciatore, un ex motociclista, un ex pescatore. Vero è, come dicono i vecchi, fichi e meloni ogni frutto le sue stagioni e via con la fiera delle banalità. Vedi, allora è vero. Sono un qualunquista. Non riesco a capirmi, vorrei essere coinvolto, vorrei sentirmi partecipe, vorrei avere quella cosa che mio cugino (il mio terapeuta dall’infanzia) definisce con un termine ferrarese bellissimo e intraducibile, sghizuìglia. Parteggiare, stare con, sentirsi parte di un noi politico, una sorta di innamoramento eterno e immutabile. Dalle farfalle nello stomaco al reflusso gastrico è un attimo.

Tranquilli, non sto diventando un moderato. Sono e rimango una persona non di estrema sinistra ma estremamente di sinistra. La mia collocazione non esiste. In molti hanno fretta di andare a votare, perché il popolo deve decidere. Ma decidere cosa? Che vota sempre per quei quattro o cinque contenitori. Centro sinistra, centro destra, destra, né destra e né sinistra, sono ampiamente rappresentati, non sono la stessa cosa, anche se da undici mesi governano insieme. Sono diversi ma attendono di sedersi attorno a un tavolo per decidere il prossimo presidente della Repubblica. Do ut des. Forse è realmente solo questa la politica, forse di moderazione in moderazione ci si radicalizza solo da una parte, a destra? Sto per dirlo, no, non voglio… sono tutti uguali, tutti pensano al proprio orto, tutti pensano ai voti e non alle persone. Ecco, lo sapevo, sono un qualunquista. Tutti ladri, nessuno ladro (cit.), ecco ora cito pure la buonanima di Bettino.

Ma cosa mi sta succedendo? Sarà la pandemia che mi offusca la mente? Il periodo stagnante, come l’acqua di Valle Giralda? No, il mio abbassare la guardia ed affrontare l’avversario con le braccia sui fianchi e la faccia esposta ai pugni, parte da lontano. Forse ora ha toccato il livello più basso. Anche se si può sempre scavare.

E’ passato troppo tempo da quando in TV riconoscevo i politici di sinistra, della mia sinistra, dalle prime quattro parole. Li riconoscevo dal nodo lento della cravatta, da quella luce negli occhi che non ho mai più visto, erano i miei, eravamo diversi, non meglio, diversi.

Ora ascolto un lento e amorfo brusio, intervallato dalle urla di popolar populisti, cambia solo la tinta dei capelli, il gessato e la cravatta sono gli stessi, addirittura la felpa la indossa Salvini, gli operai stanno a destra, il centro sinistra è la borghesia dominante, la parola popolo e popolare brulica sulla bocca della Meloni.

Ma dove cazzo sono finito?

Mi accorgo di avere fatto questo discorso almeno mille volte. Oltre che qualunquista sto pure diventando sclerotico. Ho votato nella mia vita per almeno sette o otto partiti, dal più grande partito comunista d’occidente a Potere al Popolo, PdS e DS, PdCI, Sinistra Arcobaleno, SEL. Oramai da diverse elezioni non raggiungo il quorum. Una decina abbondante di anni fa credetti di avere trovato di nuovo un noi, ragazze e ragazzi giovani, pieni di idee, coraggio, voglia di cambiare, radicalità e allegria. Poi arrivarono gli squali e si spolparono la carcassa di quella nuova speranza di rinascita. Tutto come da copione, quando il piccolo si ingrandisce i culi cercano le poltrone. Politica come mestiere, che schifo. La politica è una missione per conto del popolo, i datori di lavoro degli eletti sono gli elettori, non le banche, i poteri forti (ma poi che cazzo sono i poteri forti, io non l’ho mai capito).

Occorrerebbe un agglutinamento (no, non è un errore di grammatica), bisognerebbe attaccare i cocci e le briciole, che, come la fascia di meteoriti, gravitano fuori dal parlamento nella galassia lontana, lontana della sinistra-sinistra. Esistono partiti più Leninisti di Lenin e più Maoisti di Mao. Marx non era marxista, era comunista. Tra il centro e il Soviet Supremo ci sarà pure uno spazio dove potersi tenere per mano senza andare a ricercare Lev Trockij a Coyoacán. Chiaro, non sono talmente sprovveduto dal pensare che lo schieramento vittorioso alle elezioni di non si sa quando sarà un monocolore rosso. Non ho fretta, più che altro ho paura, sono impaurito da come voteranno gli italiani. Certo che la politica è anche alleanza, ma a pari dignità e poi agli schieramenti ci si pensa dopo, prima occorre creare la scacchiera.

Comunque si, sono un qualunquista. Riduco tutto a pensieri semplici, cedo sotto i colpi di chi utilizza termini medici senza sapere di cosa parla, di chi spolvera la sua laurea su internet, io mi sono diplomato a mala pena. Anche se credo di avere letto negli ultimi trent’ anni molto più di tanti laureati, che dopo la tesi hanno abbandonato biblioteche e librerie.

Mi sento piatto e orfano. Vorrei essere in un angolo del quarto stato, ma ora siamo già al quinto o sesto. Vedo gente piena di certezze, mentre io brancolo nel buio dei miei dubbi, sento gente che cita a memoria l’ultima pubblicazione scientifica della nonsochecazzo, mentre io non sono informato nemmeno sul mercato invernale della  S.P.A.L. (non è vero).

Spesso mi sento un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

E comunque nella certezza dei miei dubbi e col mio qualunquismo dilagante, vorrei seguire lassù verso la seconda stella a destra e la trovare la mia utopia, una sinistra unita, non litigiosa, non scunzamnestra, con la voglia di stare insieme più forte della voglia di essere perfettini.

Perché, sappiatelo, la perfezione è di destra.

Incontro intervista con Hazal Koyuncuer e le donne del villaggio curdo Jinwar

 

Avevamo già preso ii biglietti, deciso l’itinerario, valutato i punti critici alle varie frontiere. Dovevo partire anch’io per il Rojava e raggiungere il villaggio autogestito di Jinwar. Hazal Koyuncuer, la nostra guida, era moderatamente ottimista: “la guerra adesso sembra essere in pausa, riprenderà verso l’estate”. Poi è arrivata la pandemia e tutto quello che sapete. Ma del popolo curdo, della gloriosa lotta contro l’Isis (perché sono i Curdi, da soli, ad averlo sconfitto sul campo), della sua esperienza rivoluzionaria di una democrazia governata dal basso e di una radicale uguaglianza di genere, non possiamo dimenticarci. Il webinar partecipato organizzato da Macondo è un appuntamento da non perdere. E il viaggio? Beh, quello è soltanto rimandato. Deve passare la nottata.
(Francesco Monini)

Macondo incontra

Martedì 30 marzo 2021 – dalle ore 20:30 alle 22:00
Webinar – Incontro partecipato: per collegarsi all’evento in diretta su Zoom clicca [Qui]

«Jinwar, nella regione del Rojava (nord della Siria): un villaggio di donne curde che è punto di aggregazione sociale e politica di donne e bambini, per un cammino di libertà, uguaglianza e giustizia»
Introduzione:             Donatella Ianelli – avvocato penalista, Bologna
Relatrice:                   Hazal Koyuncuer – portavoce della comunità curda di Milano
Interventi:                  In collegamento dal Rojava testimonianze di donne curde
Moderatrice:              Monica Lazzaretto Miola – componente la segreteria nazionale di Macondo
Al termine:                interventi dei partecipanti

Hazal Koyuncer – portavoce della comunità curda di Milano

Dalla introduzione di Donatella Iannelli

Ho conosciuto Hazal Koyuncuer a Bologna, era arrivata per una manifestazione a sostegno del popolo curdo. Era il 2019, allora  ci si poteva ancora incontrare…Macondo* mi aveva chiesto di prendere contatti con lei in previsione della festa nazionale dell’associazione Macondo appunto, la festa dell’anno successivo, intorno a maggio 2020 si era detto. Avrebbe potuto partecipare e portarci l’esperienza curda del Rojava.

Hazal, insieme ad Ylmaz Orkan, sono i portavoci della comunità del Rojava in Italia. Nel primo incontro abbiamo fatto una chiacchierata di una mezz’ora.
Intanto avevo bisogno di collocare geograficamente il Rojava. Si tratta di  una regione del nord est della Siria, abitata da varie etnie – curdi, turcomanni, arabi, ebrei, armeni, caldei, ceceni, assiri ed altri – che, nel pieno dell’insurrezione siriana e immediatamente dopo, in lotta contro l’invasione delle truppe del Daeshl’ISIS–  sottoscrivono un patto di autogoverno denominato ‘Contratto Sociale del Rojava’:

La resistenza curda del Rojava e della Siria del Nord

“Con  l’intento  di  perseguire  libertà,  giustizia,  dignità  e  democrazia,  nel  rispetto  del  principio  di  uguaglianza  e  nella ricerca di un equilibrio ecologico (…)  un  nuovo  contratto  sociale,  basato  sulla  reciproca  comprensione  e  la  pacifica  convivenza fra  tutti  gli  strati  della  società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali,  riaffermando  il  principio  di  autodeterminazione  dei popoli (…) in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare  la  propria  libertà  di  espressione (…) costruendo  una  società  libera dall’autoritarismo, dal  militarismo, dal  centralismo (…) si  proclama  un  sistema  politico  e  un’amministrazione  civile  fondata  su  un  contratto  sociale  che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso  una  fase  di  transizione  che  consenta  di  uscire  da  dittatura,  guerra  civile  e  distruzione,  verso  una  nuova  società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale.”

Questo primo incontro mi ha fatto venire voglia di conoscere ancora di più questa realtà. Si è aperto un dialogo ed una conoscenza. Sino a parlare di Jinwar un  nome  che è un gioco di parole tra “JIN”, che in curdo vuol dire sia donna che vita, e “WAR”, che invece indica il doppio concetto di luogo e di casa.

Jinwar è un villaggio di donne e bambini centrato sulla liberazione delle donne. Dall’inizio del processo di costruzione iniziato il 25 novembre 2016 – nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne – quando è stata messa la prima pietra, fino ad oggi siamo stati in grado di costruire il villaggio con la forza e la creatività di molte donne” – mi dice Hazal
“Come parte del villaggio abbiamo costruito 30 case, una scuola per bambini, una università, una panetteria, un negozio, luoghi per animali, un giardino e intorno al villaggio ci sono dei campi. Viviamo in comunità, in sintonia con i concetti di società ecologica e democratica”.

Mi spiega che un punto importante di Jinwar è che le donne si auto organizzano e sviluppano in autonomia tutti i campi della vita. In quel momento stavano aprendo la loro unica clinica che si chiama Şîfa Jin, su quello stanno concentrando le loro forze.

Cosa significa Şîfajin? Le chiedo

“La cura della donna” mi dice “integriamo la medicina convenzionale e naturale. I nostri obiettivi sono dedicare attenzione sanitaria alle donne di Jinwar e dei 50 villaggi circostanti, preparare le nostre medicine naturali, educare le donne alla salute attraverso seminari e formazioni più a lungo termine e fare ricerche sulla medicina locale e anche sulla condizione sanitaria delle donne nella zona”

Qual è la situazione attuale di Şîfajin?

“Abbiamo aperto la clinica il 4 marzo del 2019 con poche risorse, ma nonostante le carenze e le limitazivillaggiooni stabilite a causa del CoronaVirus, la nostra clinica rimane aperta giornalmente erogando servizi a molte donne e bambini. La cosa più importante del nostro lavoro è prendersi cura delle donne e dei bambini poiché la situazione della loro salute è critica.  Stiamo prestando assistenza medica e supporto mentre prendiamo le misure appropriate contro CoronaVirus e realizziamo informazione su questo problema. Vogliamo dotare la clinica di un ambulatorio per il medico, uno per l’ostetrica, uno per il ricevimento e un altro  per la medicina naturale. Non possono mancare  un laboratorio, una farmacia e un’ambulanza. Per questo abbiamo bisogno di una decina di persone che ci lavorino. In questo momento abbiamo una medico, un’infermiera, un’addetta alla reception, una specialista in medicina naturale con assistente e una addetta alle pulizie, e tutte lavorano senza ricevere alcun compenso”.

Tutto questo, il villaggio Jinwar, la clinica Şîfajin, sono parte del Rojava, questa nuova esperienza di autonomia governativa che il popolo curdo, tra mille difficoltà, ha costruito e realizzato anche durante il riacutizzarsi degli attacchi ISIS.
L’ Associazione Macondo ha appoggiato questa nuova esperienza di vita, dove tane persone diverse si raccolgono con un obiettivo comune, di pace libertà e democrazia

Mi colpivano molto le foto delle donne militarizzate e combattenti contro l’ISIS: nonostante la durezza e la difficoltà che le aveva visto protagoniste sembravano serene nella loro difesa quotidiana del territorio e del progetto di vita, non solo del loro. Non si può dimenticare che nessuno si salva da solo e il benessere del mondo è il benessere di noi tutti.

Se non sei riuscito a partecipare alla diretta, guarda e ascolta la registrazione dell’incontro con Hazal Koyuncuer e le donne curde del villaggio Jinwar sul sito dell’Associazione Macondo: clicca [Qui]

Pensieri scombinati sull’utopia

Vi capita mai di avere la voglia impellente di dire qualcosa, ma non riuscire a dirla. A me si. Vorrei avere dei pensieri originali sul mondo, su questo periodo di decadenza, vorrei potermi aggrappare a speranze che non ho. Mi piacerebbe raggiungere un’ isola galleggiante, metterci sopra tutte le persone che amo, allungare un braccio per aiutare chi ne ha bisogno. Vorrei potere stare a galla su questo mare nero, fluttuando sopra alla risacca dell’odio che fermenta, come un tino di mosto.
Vorrei avere idee intelligenti, costruirmi una alternativa da solo, rimettendo insieme i tasselli del puzzle delle vecchie utopie, per poter accogliere gli sbandati orfani dei sogni.
Quanto vorrei essere utile, portare una briciola di pane nel formicaio del quarto stato, abbracciando compagni e sventolando bandiere, costruendo una alternativa alla barbarie. Sogno di abbattere muri, ero bravo una volta, per aiutare i giovani ad avere un mondo migliore, più libero, meno egoista. I recinti, gli steccati, i ghetti andrebbero abbattuti, quelli si, con le ruspe. Basta stereotipi, basta conformismo annegato nelle lacrime di sangue dei morti innocenti. La diversità ci rende uguali, la purezza ci imbruttisce, non esiste un canone, non siamo dei codici a barra, smettiamola una volta per tutte di crederci combattenti contro il sistema, quando il sistema siamo noi. Conformi ai cliché.
L’antifascismo ci fa belli, la grande bellezza dei valori condivisi, soffiamo sulla polvere del tempo che vuole accomunare tutto, oppressi ed oppressori. Armiamoci di libri e bombardiamo di parole gli odiatori, sfogliamo i libri di storia, diventiamo competenti e con quello combattiamo il revisionismo.
Basta stare in superficie, ripostare all’infinito dieci parole scombinate trovate nel pattume del web. Scaviamo, ricerchiamo, informiamoci, se non abbiamo una opinione abbracciamo il silenzio. Nessuno ci impone di essere preparati su tutto.
Vorrei essere trascinato e trascinare gli uguali in un contenitore, da li mi piacerebbe calamitare le buone intenzioni, le parole, i fatti, la forza di chi ha lottato ma non trova più un appiglio.
Parole inutili, parole al vento, come sempre, anche io scrivo senza senso, mi abbatto nella solitudine del tempo che scorre e non lascia nessuna traccia. Essere utile, sentirsi vivo, guardare ancora per l’ennesima volta la stella rossa di fronte a me.
Rialzarsi e camminarle incontro.

Il Casale Garibaldi di Roma:
come funziona “La città dell’utopia”

 

Roma – Si narra che il Casale Garibaldi, costruito a fine Settecento in una zona rurale alle porte di Roma, prese il nome da un episodio leggendario, secondo il quale l’Eroe dei due mondi  dormì tra le sue mura.
Nel 1907 il Casale fu rilevato da Augusto Volpi, imprenditore illuminato, anarchico e antifascista, che lo trasformò in un’osteria. Diventò così Casale Volpi.
Dopo la prima guerra mondiale venne utilizzato come luogo di ritrovo per gli antifascisti del quartiere, poi, durante la seconda guerra mondiale, come base per una brigata di partigiani. Nel secondo dopoguerra, ormai quasi un rudere, per poco non venne abbattuto per fare spazio alla nuova via Leonardo da Vinci.
Diventato poi proprietà comunale, si trovava in pessime condizioni quando nel 2003  attivisti  del Servizio Civile Internazionale (SCI) lo occuparono, rinominandolo ‘La Città dell’Utopia’ (LCU). Ebbero così inizio i lavori di recupero e cura della struttura allestendo  campi di volontariato, lavori a cui parteciparono attivisti di tutto il mondo.
Nel 2004 lo SCI ne ottenne l’assegnazione dal Municipio Roma XI (oggi VIII) grazie a un progetto con il quale LCU cerca a tutt’oggi di realizzare il suo sogno originario: costruire un luogo di socialità e solidarietà, internazionalismo e cittadinanza attiva per favorire i rapporti tra culture diverse e l’inclusione sociale.

La Città dell’Utopia è  un esempio concreto di come lo SCI, in linea con  la missione che la storica associazione pacifista cerca di attuare in vari contesti mondiali, si impegna a  promuovere lo sviluppo territoriale e, al tempo stesso, a mantenere aperta una finestra sul mondo. É un laboratorio dove si affrontano i principali temi legati ad un nuovo modello di sviluppo locale e globale equo e sostenibile.
In concreto è una ‘casa laboratorio’ aperta ad associazioni, movimenti, gruppi informali e a chiunque voglia condividere un’esperienza di lavoro comune per la costruzione di stili di vita e visioni culturali alternative. Le attività nell’ambito di questo progetto si rivolgono soprattutto agli abitanti del quartiere e a migranti a rischio di emarginazione.

La gestione è affidata a una assemblea di attivisti che ne programma le attività, tenendo conto delle proposte dei gruppi di lavoro, delle associazioni e degli altri soggetti proponenti; l’assemblea determina le linee guida nella relazione con i soggetti istituzionali e gli impegni di spesa per la gestione e la programmazione.
Chiunque può presentare proposte di attività e progetti, così come partecipare all’assemblea plenaria, convocata pubblicamente con cadenza annuale, e all’assemblea degli attivisti.
Significativo è il contributo alla gestione da parte di volontari internazionali che, selezionati dal Servizio Civile Internazionale, si alternano dall’inizio del percorso. Tra le tante attività di collaborazione, i volontari offrono la possibilità di frequentare corsi di lingue straniere in madrelingua.

La Città dell’Utopia ospita nei suoi locali anche altre attività
Nella Biosteria si svolgono incontri e dibattiti su uno stile di vita più responsabile, La Terrazza ospita in primavera ed estate pranzi e cene, nell’Appartamento vengono accolte persone provenienti da tutto il mondo che partecipano a progetti di volontariato dell’Unione Europea o coinvolti attraverso altri programmi del Servizio Civile Internazionale. Al piano superiore del casale ci sono un Ostello sociale, fornito di cucina, per l’ospitalità di singoli o di gruppi e una  Mediateca con tavoli e libri dove si può studiare e leggere. C’è anche ‘la Stanza dei divani’, uno spazio per condividere idee, leggere, giocare, riposarsi e perfino per pensare in silenzio, attività ormai caduta in disuso, e le Stanze Arancione e Rossa per riunioni di lavoro e assemblee.

Nel Casale è continua la presenza dello SCI ITALIA, ONG riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri e Membro consultivo dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa. È un movimento laico presente in 43 paesi in tutto il mondo. Da 90 anni promuove attività e campi di volontariato sui temi della pace e del disarmo, dell’obiezione di coscienza, dei diritti umani e della solidarietà internazionale, degli stili di vita sostenibili, dell’inclusione sociale e della cittadinanza attiva. Il suo impegno concreto è volto a cambiare situazioni di disuguaglianza, ingiustizia, degrado, violazione dei diritti umani.

Numerose le altre associazioni presenti, ne cito solo alcune a titolo indicativo.
LABORATORIO 53 è una associazione laica e apartitica, formata da filosofi, antropologi, psicologi, assistenti sociali, operatori legali, avvocati e mediatori culturali che offre assistenza e accoglienza ai migranti, richiedenti protezione internazionale e minori.
EDURADUNO è una associazione culturale che definisce e realizza progetti educativi rivolti a minori e adulti e crea spazi di visibilità per educatori e educatrici attraverso concorsi letterari, pubblicazioni ed eventi vari.
RUOTA LIBERA è un’associazione ciclo-ambientalista nata per promuovere e sviluppare l’uso abituale della bicicletta come mezzo di trasporto ecologico per la riqualificazione dell’ambiente urbano ed extraurbano.
gas (GAS) San Paolo, nato dall’esigenza di un consumo oculato, equo e solidale. È formato da persone che si uniscono per organizzare i propri acquisti, privilegiando i prodotti locali della filiera corta e i produttori che garantiscono non solo la qualità, ma anche la dignità del lavoro all’interno delle aziende.

Molti gli eventi, iniziative e appuntamenti che hanno luogo nel Casale Garibaldi:
Il Social cafè è un luogo d’incontro, divertimento, discussione e compartecipazione. Realizzato dai volontari  internazionali del Casale e dalla popolazione locale, tratta una grande varietà di temi.  Attraverso progetti di human library, reading, presentazione di libri e documentari, world cafè, laboratori e dibattiti con ospiti nazionali ed internazionali, offre scambi di informazioni e punti di vista su musica, migrazioni, analisi della situazione politica e sociale nei vari Paesi.
Il Mercato Contadino TERRA/terra. Nato per volontà dell’Associazione TERRA/terra, impegnata da diversi anni nella salvaguardia del patrimonio agroalimentare e nella diffusione delle tematiche legate al cibo e alle produzioni contadine, è gestito da contadini che offrono alimenti stagionali e coltivati in maniera naturale. Opera con cadenza mensile, con la presenza di una ventina di produttori.
Il Festival Internazionale della Zuppa. Nato a Lille nel 2001 e diffusosi successivamente in tutta Europa, da più di dieci anni l’edizione romana è un momento ludico di condivisione di tante ricche ricette, provenienti da tutto il mondo. Il Festival si basa sui principi del riciclo e del riuso, contro gli sprechi di cibo; gli spazi del centro e dei cortili vengono occupati da coloratissime bancarelle in cui i partecipanti offrono un assaggio della zuppa che hanno preparato. La zuppa ha un forte valore simbolico: è un piatto presente in tutte le tradizioni culinarie del mondo, come un filo conduttore che lega tra loro culture differenti senza però renderle uguali, anzi sottolineando l’unicità di ciascuna. É un piatto semplice e popolare, può essere preparata con gli ingredienti più umili e basilari e risultare comunque unica e gustosissima, come una comunità in cui ciascuno apporta il suo contributo per il raggiungimento di un risultato comune, senza che nessuno prevarichi l’altro/a.

No Border Fest : Ogni inizio di estate a La Città dell’Utopia viene organizzato un festival di cultura, dibattiti, cucina e musica per ricordare l’importanza della lotta contro il razzismo e per costruire relazioni solidali per superare qualunque frontiera e pregiudizio. Si affrontano i temi delle migrazioni, della libertà di movimento e del contrasto alle diverse forme di razzismo. Tre sono i filoni principali: interculturalità, stili di vita sostenibili e cittadinanza attiva, con particolare attenzione alla situazione di Roma e dell’Italia.

LCU dà vita a corsi e laboratori, che possono essere proposti da chiunque desideri condividere e scambiare un’abilità o un’esperienza con altri cittadini.
Si tengono anche corsi di formazione per il Volontariato nazionale e internazionale, nonché corsi di formazione professionale per il mondo del lavoro giovanile (training courses). I diversi corsi tenuti a LCU sono aperti a tutti. Docenti e coordinatori si scambiano le loro esperienze e i partecipanti possono accedere iscrivendosi allo SCI.
Da numerosi anni svolgo a LCU corsi di EduYoga, un metodo che si basa su teorie e tecniche dello yoga tradizionale per creare un migliore equilibrio individuale e una  maggiore sintonia nelle relazioni tra individui e tra gli individui e l’ambiente. Teniamo corsi di yoga posturale (Hatha yoga), di meditazione (Astanga yoga), di formazione per insegnanti di yoga. Sono stati allestiti anche campi residenziali, con partecipanti provenienti da ogni parte del mondo, nei quali lo yoga viene proposto come strumento per migliorare il proprio stile di vita (Yoga as lifestyle)
Partecipo con grande convinzione alle attività del Casale dell’Utopia, anche se non sono pochi i problemi da affrontare e risolvere. In questo luogo – per molti versi “magico”, per la sua diversità non solo architettonica – ho sempre incontrato disponibilità, rispetto e libertà.

Ma ciò che più apprezzo è la libertà di immaginare insieme un mondo migliore e la ricerca di strade per realizzare l’Utopia.
Come scriveva Eduardo Hughes Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare.”

Bosgattia, una nazione nel Delta del Po

Il Delta del Po è un posto spettacolare. Grazie a una barca si può apprezzare appieno, andando a visitare i vari Scani e isolette. Da molte estati li raggiungo per vivere un’esperienza di spiaggia e mare diversa dal solito, trattandosi di posti poco frequentati. Da bambina mi immaginavo come potesse essere passare un’intera estate là; un’esperienza quasi tribale, lontana dalle comodità della civiltà. Ho scoperto che quest’idea è stata realizzata tra gli anni Quaranta e Cinquanta, ma non solo: il luogo in cui si permaneva era stato trasformato in micronazione.
Si tratta della Repubblica di Bosgattia, che potremmo definire un’utopia, o il desiderio di costruire un’isola felice dopo la distruzione della Seconda Guerra Mondiale, l’illusione di una minuscola nazione lontana dalle imposizioni della società civile. Venne ideata e fondata dal linguista e letterato milanese Luigi Salvini, che conobbe il Polesine grazie alla moglie originaria di queste zone. Era situata nella golena di Panarella di Papozze, e poi sull’isolotto del Balotin in prossimità di Corbola (provincia di Rovigo) là dove il fiume Po, dopo essersi separato dal Po di Goro, forma un’ampia ansa dando inizio al suo Delta. La posizione era precisamente sul 45º parallelo nord, in un punto equidistante tra il Polo nord e l’Equatore.
Dal 1946 al 1955, un gruppo di amici vi si accampava e rimaneva durante i mesi estivi, vivendo in contatto con la natura e mantenendosi grazie ad essa. Potremmo dire che questo gruppo sia stato un precursore degli Hippie. La Repubblica si definiva “analfabeta”, ovvero non c’era distinzione attraverso titoli (dottore, professore…) tra gli abitanti, che si consideravano tutti uguali. Non erano ammessi libri, giornali, radio e tutto ciò che portasse con sé l’eco del “mondo di fuori”. Si viveva alla giornata, di cose semplici ed essenziali. Il nome completo era “Tamisiana Repubblica di Bosgattia”; in dialetto polesano il tamiso è il setaccio da cucina, mentre il bosgato è il maiale. Salvini spiega che non sono intesi nel loro significato letterale: bosgato si riferisce allo storione, perché come il maiale scava nella terra, così questo pesce è una grassa e grossa preda che se ne sta sui fondali; il tamiso invece è la rete che setaccia le acque per catturare i pesci.
Salvini si adoperò perché il luogo diventasse effettivamente una micronazione: vigevano alcune leggi, i residenti avevano un passaporto, rilasciato dal “Serenissimo Consiglio degli Anziani della Confraternita”, mentre l’accesso agli estranei era permesso solo dopo aver dato prova di abilità nella pesca del pescegatto, ospitati presso il “Caravanserraglio degli Ospiti” e la “Casa dello sbafatore di turno”. Al baratto si affiancava la valuta del çievaloro (da sievalo, il pesce cefalo in dialetto veneto); vennero creati anche cartoline e francobolli, ritraenti scene di vita “bosgattiane”: la fauna con pesci e volatili, le tende da campeggio, il fiume.
Oggi il ricordo di questa esperienza vive grazie a pochi appassionati, come l’Accademia del Tartufo del Delta del Po, che tramanda anche le ricette tipiche prodotte dai cuochi di Bosgattia. Oppure negli archivi di chi ha vissuto in prima persona quell’epoca, raccolti nel museo dedicato di Papozze.

GLI SPARI SOPRA
Alla fine la P2 ha vinto: provate a leggere il programma del Venerabile

“Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?” Torna la rubrica GLI SPARI SOPRA , le considerazioni molto politiche di un politico. Ad alcuni i pensieri di Cristiano Mazzoni potranno sembrare solo il frutto amaro della delusione, della sconfitta, della nostalgia del tempo che fu. Sono però anche la rivendicazione di ideali e di valori che forse abbiamo dimenticato troppo in fretta. In un mondo sempre più confuso e complesso abbiamo sempre più bisogno di risposte, ma l’unico modo per trovarle è non smettere di interrogarsi.
(La Redazione)

Quanti di noi avranno letto il Piano di rinascita democratica, il programma politico della Loggia Massonica propaganda due del disonorevole grande maestro Licio Gelli? Pochi.
Io credo di averlo letto per la prima volta agli albori del nuovo millennio, in rete si trovava ancora il documento originale con tanto di timbri e scritto a macchina, poi scannerizzato chi sa da quale mano. Oggi il documento originale in internet non l’ho più trovato ma tantissimi sono i siti che ne riportano il contenuto.

Credo che non sia più nella sfera delle opinioni, ma nei fatti e nelle sentenze cosa fu la loggia P2. Una associazione cospirativa, che ammantata dal sapore di destra democratica e con la responsabilità e complicità dello Stato, fu implicata e mandante, nella figura di Gelli, nella strage della stazione di Bologna del due agosto 1980 e in molti altri fatti oscuri di quel ventennio di sangue.

So i nomi, i mandanti, ma non ne ho le prove scriveva il Poeta e forse quelle parole gli costarono la vita.

Per curiosità, provate a scorrere i punti di quel programma e ditemi se non vi sembra che molti di quei punti si possano derubricare come ‘fatti’, cioè eseguiti, compiuti, insomma: riusciti. L’intento chiarissimo era infatti moderatizzare’ e ‘destrificare’ l’Italia.
Nel programma vi è chiara la volontà di rendere “democratica” la Repubblica eliminando gli elementi di attrito, lotta e aggregazione di sinistra quali il Pci e la CGIL.  Porre cioè un argine  per mettere in un angolo circa il 30% della popolazione italiana. L’obbiettivo mi sembra ampiamente raggiunto, quarantasei anni dopo la scoperta del programma della loggia nel sottofondo di una valigia della figlia del non compianto venerabile, possiamo dire che l’argine ha addirittura prosciugato il fiume. Quel trenta per cento della popolazione non esiste più o forse non ha più rappresentanza, quindi si può ‘crocettare’ la casella morte della sinistra italiana.

La volontà di creare due partiti, uno comprendente i moderati di PSI-PSDI-PRI-PLI di sinistra e DC di sinistra e l’altro di destra DC-PLI-Destra Nazionale, non è stato completato solo per il numero dei partiti citati e per i nomi degli stessi, partiti, ma la vocazione americanista di aggregare tutto al centro con un occhio buono sulla destra mi sembra assolutamente raggiunta.

E che dire della creazione di una TV privata? La nascita di Mediaset negli anni ’80 ha aggiunto un duopolio libero e democratico (sic.), fors’anche con la spinta di Gelli sull’iscritto 1816.

La volontà di cambiare le menti degli italiani, lavorando sulla scuola e sul controllo dei mass-media risulta molto chiare tra le righe del programma di rinascita democratica.
Si vuole inculcare, anestetizzare, instillare, indottrinare, creando una popolazione di ottimi soldatini, applicando il modus operandi di “libro e moschetto, fascista perfetto”.

Occorre intervenire sulla magistratura, dice il saggio, come pure occorre eliminare le province e diminuire il numero dei parlamentari.

Tanto un  parlamento così simile, non ha bisogno di una folta rappresentanza democratica.

Non vi sembrano temi di stratta attualità?

Credo però che queste tematiche, non siano poi tanto di moda, in questo lontano 2020, le persone hanno altro a cui  pensare, ma io che spesso faccio come le cheppie, (nuoto contro corrente), penso invece siano temi da discutere, leggere e ricordare.

Soprattutto quando si cerca di eliminare negli anni e col tempo il significato di antifascismo. In quanti della destra democratica e pure tra la galassia dei moderati ritengono il fascismo un argomento da derubricare nei libri di storia, confinandolo in una ventina d’anni bui trascorsi nella prima metà del secolo? Quanti sbuffano quando si toccano i temi di un fascismo ancora vivo per decenni dopo la liberazione, insinuato tra le fila delle stato, delle fdo, dei rappresentati delle forze democratiche del nostro paese?

Sono un matto, sono un vetero, sono trinariciuto?

Può darsi, ma l’ideologia che ha insanguinato il secolo breve, continua a gocciolare e percolare tra le fila di una popolazione forse non ancora matura, forse ancora desiderosa di avere un uomo forte che decide per te, forse non ancora vaccinata contro il batterio nero.Mi aspetto tra i commenti, un ottimo e Stalin?
Non deludetemi.

Io non sono nessuno per avere la risposta per quello che è il punto focale della anomalia dell’Italia, il connubio tra stato e malavita, tra stato e poteri occulti, tra stato / mafia e terrorismo.
Se un mago Merlino, non scoperchierà questa pentola del diavolo forse mai l’Italia potrà fregiarsi del titolo di Repubblica democratica, fondata sulla verità e non sulla menzogna.

Aggiungo pure la volontà, scientifica e cosciente di adottare quella che fu la strategia della tensione, nata con le bombe fasciste, lanciate a bella posta per fare reagire un terrorismo rosso, molto spesso composto da rampolli della buona borghesia di quegli anni, che uccidevano nella convinzione di essere una avanguardia, mentre gli operai stavano con Guido Rossa. Lo credo realmente, i morti di quegli anni, hanno aiutato il programma della loggia di estinzione del più grande Partito Comunista d’occidente, proprio partendo da quegli anni di piombo.

Chiamati così, per ucciderli meglio.

GLI SPARI SOPRA
Immagina il mondo di John

Ferraraitalia ospita una nuova rubrica: GLI SPARI SOPRA (il riferimento è alla canzone di Vasco Rossi), così abbiamo voluto chiamare i ‘pensieri eretici’ di Cristiano Mazzoni, molto conosciuto in città anche sotto il nome ‘Il Comandante’ (questa volta il riferimento è a Che Guevara). Dunque: pensieri di un comunista: una razza che oggi molti vorrebbero in via di estinzione. Pensieri che rivendicano il valore di una grande storia e la critica, anche urticante, a una Sinistra che sembra aver smarrito ogni orizzonte. Si può essere d’accordo o meno con ‘gli spari sopra’ di Cristiano Mazzoni’, ma è difficile non apprezzare la sincerità e la passione che li anima, la intatta speranza in un mondo di liberi e uguali.
(La Redazione)

Sinceramente, io non ci vedo nulla di strano sul fatto che la destra odi profondamente Immagine di John Lennon. Anzi, lo rivendico il mio amore per quella canzone simbolo. Di più, ne sono felice.

Immagina non ci sia il Paradiso
è facile se ci provi
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva per il presente…

Immagina non ci siano paesi
non è difficile da fare
Niente per cui uccidere o morire
e nessuna religione
Immagina che la gente
viva la loro vita in pace..

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno…

Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
Una fratellanza di uomini
Immagina che la gente
condividere il mondo intero…

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo viva come uno…

Come può un inno alla gioia, alla vita, alla pace, all’unità dei popoli essere apprezzato dal parlamentare europeo Susanna Ceccardi, da Giorgia Meloni o addirittura da Steve Bannon.
Il poeta immaginava un mondo mai nato, senza barriere, senza schiavi e né padroni, senza il sopruso del capitale, dove gli uomini non fossero merci, senza guerre e senza armi, dove pure non esistessero nemmeno i motivi per uccidersi l’un l’altro.

Come può una folle utopia così essere apprezzata da chi ritiene siano sacri i confini, da chi suddivide i popoli in nazioni, etnie e religioni, da chi difende i nostri valori? Ma di chi e quali? Ma Lennon si ispira a Marx? E quindi? Sai che novità.
Ci mancherebbe pure che una destra illiberale, omofoba, misogina, guerrafondaia, amante delle armi, costruttrice di muri, possa, anche solo minimamente apprezzare questo inno, questa poesia Hippie.

Sta veramente nella vastità del ‘pipino’ che mi interessa confutare il pensiero sovranista “Immagini un mondo senza confini, religione e proprietà privata – dice la candidata del Carroccio – Un mondo così qualcuno lo ha immaginato e ha fatto milioni di morti” (Ceccardi) o “inno all’omologazione mondialista” (Meloni). Sarebbe impossibile convincere chi è già convinto dell’ ”aberrazione” delle parole di Immagine, che Lennon, Marx, Gramsci e qualche altro ragazzo avevano in mente un mondo mai realizzato (forse irrealizzabile), che nulla ha a che vedere con una dittatura, foss’anche del proletariato, ma assolutamente mai dell’apparato.

Le parole del poeta dagli occhiali tondi e dai capelli lunghi, io le ricordo sulla mia prima tessera della FGCI del 1984, mi riempirono d’orgoglio e tuttora lo fanno, mi fanno sentire realmente meno solo, mi avvolgono tra le braccia di un sogno mai nato, ma sicuramente non ancora morto.
Ai fili spinati, agli steccati, ai muri, agli impuri, ai diversi, alle armi, alle razze, John contrappone l’uguaglianza, che alcuni chiamano omologazione (sic), crede nei diritti per tutti e non solo per qualcuno, le sue parole spezzano la spada della santa inquisizione.

Ci raccontano di una terra d’Utopia, dove non esiste nessun motivo per uccidere, dove i privilegi sono estinti, dove la natura torna ad essere madre e non oggetto di sfruttamento. Questa canzone è una manifesto è un monito è una speranza.
Impossibile, irrealizzabile, ‘buonista’, bei sogni,? Mah… Forse ce ne accorgeremo troppo tardi, questo mondo che si basa sulla produttività, sul PIL, sulla liberalizzazione delle merci e sulla schiavitù degli uomini, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, questo mondo sta per implodere.

E chissà se a qual punto qualcuno dirà:
-Cazzo! forse John Lennon aveva ragione, e neppure Marx ci era andato troppo lontano.

Dopo Covid: SI PUO’ IMBOCCARE UNA STRADA NUOVA?
Cominciamo dalla domanda di Troisi-postino al poeta Neruda

 

Postino: “Cioè voi che volete dire allora, che il mondo intero no? il mondo intero proprio… dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole…”
Neruda: “Ora tu puoi già dire eccetera eccetera…”
Postino: “Eh, eccetera eccetera… cioè il mondo intero allora è la metafora di qualcosa?

Chi ha amato Massimo Troisi avrà riconosciuto senz’altro uno dei dialoghi più belli tra il poeta Pablo Neruda (Philippe Noiret) e Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) presenti nel film Il postino, vero e proprio testamento spirituale della sua parabola umana e artistica. Nelle righe seguenti vorrei giustificare come, nella domanda posta da Troisi-postino al poeta Neruda, possa essere ritrovato l’inizio di un percorso che conduca ad un ‘mondo diverso’, auspicato anche da quel #andràtuttobenesenontorneràtuttocomeprima,  lanciato pochi giorni or sono da questo giornale.

Il vecchio modello deterministico

Possiamo riconoscere, nella logica sottesa ai numerosissimi contributi comparsi sui media nelle ultime settimane sugli scenari successivi alla fase emergenziale della panidemia, l’adesione ad una impostazione deterministica, causa/effetto, dove in modo automatico si fanno discendere conseguenze positive nel caso in cui verranno presi certi provvedimenti o, al contrario, situazioni problematiche, in caso di scelte opposte.
Scrive sulle pagine del Financial Times Y. N. Harari [Qui]:L’umanità deve fare una scelta. Vuole proseguire sulla strada della divisione o prendere quella della solidarietà globale? Se sceglierà la divisione, non solo prolungherà la crisi ma probabilmente provocherà catastrofi ancora peggiori in futuro. Se sceglierà la solidarietà globale, la sua sarà una vittoria non solo sul nuovo coronavirus, ma anche su tutte le epidemie future e sulle crisi che potrebbero scoppiare in questo secolo.”.
In questa, ma in tantissime altre analisi, si presuppone cioè un cambiamento del modello produttivo e sociale così radicale e profondo che, per essere attuato, dovrà vieppiù basarsi su una mobilitazione sociale e politica sostenibile, a meno di dover pensare ad una auto-correzione del sistema decisamente poco credibile. Ma se da un lato si può convenire sulla direzione tracciata, auspicandone peraltro calorosamente la realizzazione, dal’altra parte il modello di interpretazione utilizzato, quello meccanicistico, lascia per forza di cose, muti sullo sfondo, i soggetti a cui consegnare tale portata innovativa, affidandone le modalità attuative alle stesse istituzioni economiche e politiche, le stesse che hanno condotto il pianeta a tale impasse, delegando proprio a loro l’eventuale conversione.
Il rischio sotteso a tale impostazione è che, dopo un primo periodo di esaltazione riformatrice seguente alla presa di coscienza nelle diverse comunità della profondità dei danni causati dal modello di sviluppo fin qui seguito, vi sia un riassestamento dei ‘poteri forti’, tendente solo ad un restyling economico-finanziario, i cui costi sarebbero semplicemente redistribuiti su più Paesi, ma sempre sui medesimi soggetti e soprattutto al di fuori di una differente presa in carico istituzionale delle nuove responsabilità politiche che un tale nuovo corso comporterebbe. Scrive S. Zizek che: “per cambiare davvero le cose bisognerebbe ammettere che all’interno del sistema esistente niente può esser davvero cambiato” (Come un ladro in pieno giorno,2019, p.22) .
Proviamo, quindi, a modificare l’approccio metodologico. Le soluzioni adottate dai governi per uscire dall’emergenza ci hanno posto di fronte a delle grandi novità, che prefigurano una soluzione basata su rapporti completamente diversi dal mondo fino ad oggi conosciuto. Un mondo fondato sostanzialmente sulla centralità dell’individuo, sull’interesse e sul mercato globale. Si vorrebbe invece dare inizio, prefigurare un mondo diverso, completamente nuovo.

Metafora di qualcosa d’altro

Nel dialogo proposto all’inizio di queste note, il postino Troisi chiede se il mondo della quotidianità presente “è metafora di qualcosa d’altro“. Proviamo a riproporre qui, all’interno di questo percorso, la stessa domanda. Nella nuova realtà che stiamo vivendo oggi, vediamo agire una comunità scientifica mai come ora così disposta a mettere in comune conoscenze utili a tutti; governi che nelle sedi internazionali tentano di superare tabù economici mai messi in discussione prima; cittadini che toccano con mano tutta la differenza esistente, di fronte a problemi vitali per la sopravvivenza, dall’essere guidati da leadership responsabili rispetto a imbonitori capaci solo a soddisfare pulsioni del momento. Bene, questa nuova realtà può essere considerata ‘metafora’ di qualcosa d’altro?
In un testo di H.J.Berman veramente fondamentale per la comprensione dello sviluppo delle istituzioni politiche e sociali, testo che fu molto amato dallo storico Paolo Prodi, troviamo scritto: E’ stato detto che le metafore dell’altro ieri, sono le analogie di ieri, e i concetti di oggi.” (H.J.Berman, Diritto e rivoluzione, Il Mulino,1998,p.175).
Ecco il percorso: dalla ricerca di ‘metafore‘, attraverso il riconoscimento di ‘analogie , per arrivare infine ai ‘concettiutili per passare dall’ignoto al noto. Pensare per metafore e analogie porta, nel corso del tempo, a superare una logica causale, a poter accogliere via via nuove relazioni che, collegando il ‘nuovo’ con il ‘vecchio’, possono individuare le altre idee che sono in grado di mantenere il cambiamento.
Negli ultimi tempi, è sempre più evidente e tangibile come gli aspetti del linguaggio siano fondamentali per comprendere la dinamica dei cambiamenti: non solo per gli apporti letterari, ma anche per quelli scientifici in generale. Osserva a tal proposito Alessandro Pascolini (uno ricercatore senior dell’Università di Padova, già docente di fisica teorica e di scienze per la pace) in una sua straordinaria relazione dal titolo Metafore e comunicazione scientifica: “Mentre le metafore proiettano il ‘noto’ verso ‘l’ignoto’, le analogie si sforzano di riportare ‘l’ignoto’ al ‘noto’: davanti a un oggetto o a un fenomeno ancora largamente sconosciuto ne tentano la spiegazione ricorrendo all’analogia con un oggetto o con un fenomeno conosciuto.”  [Qui]

Con la metafora viene attuato un  procedimento di trasposizione simbolica di immagini, ed ecco che, ad esempio,le spighe di grano ondeggiano, come se fossero un mare. Con tale espediente, da una realtà conosciuta (nella domanda di Troisi “dal nostro mondo”), dal mondo in cui viviamo, possiamo arrivare ad avere immagini di realtà non conosciute. Quello di cui siamo alla ricerca. Sempre seguendo l’interrogativo del film, attraverso la lettura metaforica, il mondo e tutto ciò che ci appare, lo possiamo interpretare come un indice dell’esistenza di ‘Qualcuno’ o ‘Qualcosa’ che, attraverso la natura e i suoi i dati sensibili, ci svela la sua esistenza.
Rapportato tutto ciò al nostro ragionamento, possiamo leggere quindi  la realtà di condivisione e di superamento degli interessi personalistici (‘nessuno si salva da solo’), che stiamo sperimentando nella situazione di epidemia, quale metafora di un mondo ancora a noi sconosciuto e di cui stiamo cercando la tracce. Con la trasposizione metaforica, quindi, ci è consegnato  l’elemento ignoto, il nuovo ordine che vorremmo costruire perché ci salva, e di cui già oggi abbiamo manifestazioni embrionali ma concrete nelle politiche collaborative tra le società coinvolte.
Adesso si pone il problema della costruzione di quel mondo nuovo e del come fare ad acquisirne altri elementi caratterizzanti la sua definizione.

L’analogia: come utilizzare il nostro passato per orientarci nel presente

Ed ecco il secondo momento con l’utilizzo dell’analogia. L’analogia, sfruttando elementi di somiglianza già accaduti in passato, permette di leggere un fenomeno ‘ignoto’ alla luce di uno ‘noto’, ci aiuta a comportarci in una situazione sconosciuta ma che abbiamo visto essere analoga ad una che abbiamo già sperimentata. L’analogia è lo strumento che ci permette di usare il nostro passato per orientarci nel presente. Quindi, per riferire tutto ciò ai fini del nostro discorso, a cosa ancoreremo quel mondo nuovo che oggi solo metaforicamente stiamo conoscendo? A quali analogie potremmo ricorrere? La ricerca è del tutto libera e aperta. Si propone qui a titolo di esempio un percorso tra i tanti possibili, con cui legare in modo concreto ‘analogie utilizzabili’ tra passato e presente.
Molto stimolante risulta essere il riferimento al processo di formazione dello Stato moderno, un processo che, avviatosi tra il 1400 e il 1600, si è concretizzato grazie al superamento delle frammentazioni politiche e delle frammentazioni territoriali precedenti, arrivando a compimento con lo Stato assoluto e poi via via, fino all’approvazione delle Costituzioni.

A tal riguardo, le analogie da prendere in considerazione sono molto interessanti. Certo, non rapportandosi più allo Stato nazionale ma ad una comunità più vasta, come l’Unione europea. Proponiamo di cominciare con la Carta  Costituzionale, punto di arrivo dello Stato nazionale moderno e punto di ri-partenza per la costruzione di una autentica comunità sovranazionale. Non a caso l’attuale establishment, legato soprattutto a tutelare propri interessi economici, non è riuscito fino ad ora ad arrivare all’approvazione di una  Carta Costituzionale Europea, che costituisce il nuovo ‘concetto’ simbolico di cui abbiamo bisogno per legarci anche politicamente in modo serio.
Come le Carte Costituzionali liberali hanno sancito, con il riconoscimento dei diritti  alla libertà e alluguaglianza, la protezione del diritto fondamentale alla proprietà privata dell’individuo rispetto allo Stato, analogalmente una condivisa Carta Costituzionale Europea dovrebbe sancire il diritto delle comunità ad interessi superiori a quelli dei singoli Stati di appartenenza. In realtà, un tentativo di redigere tale Costituzione Europea è già stato fatto, ma definitivamente abbandonato nel 2007 [per approfondire] a seguito dello stop alle ratifiche imposto dalla vittoria del ‘no’ ai referendum in Francia e nei Paesi Bassi.

Tutto questo però prima. Adesso si aprono nuove possibilità, poiché stiamo facendo esperienza diretta di quello che vorrebbe significare per ognuno di noi andare in senso contrario. Utopia? Possiamo ancora rispondere con le parole di Slavoj Zizek, pensatore sloveno oggi tra i più impegnati e propositivi in questa ricerca di possibili vie di uscita e che sta lavorando a un libro aperto dal titolo emblematico, per l’appunto Virus. Scrive Zizek in un recente intervento apparso su Internazionale:Non sono un utopista, non invoco una solidarietà idealizzata tra esseri umani. Ma la crisi attuale dimostra chiaramente che la solidarietà e la collaborazione globale sono nell’interesse di tutti e di ciascuno di noi”[Qui]  
Si tratta quindi di cominciare a cercare sulla Terra, ma anche metaforicamente anche sopra, di andare per l’universo e di guardare non solo a ‘terre nuove’ ma anche a ‘cieli nuovi’, perché lassù è impossibile costruire muri.

SCHEI
Un incantesimo, anzi un incubo:
economia domestica durante la quarantena

Ti ci è voluta una settimana di clausura perché ci facessi caso. Poi hai iniziato a renderti conto, e poi hai cominciato proprio a farli, i conti. Come se fosse un gioco, anche perché dovevi pure trovarlo un modo per far passare il tempo.

Di benzina, risparmi circa quaranta euro la settimana. Fa centosessanta euro al mese. La spesa la fai, ma la concentri una volta ogni dieci giorni e compri le cose essenziali – quelle definite non essenziali tanto non si possono acquistare. Anzi, compri cose che nessuno comprava più e che adesso vanno a ruba. Farina, lievito: introvabile, sei fortunato se lo trovi sottobanco da qualche fornaio. Lievito e farina, il nuovo petrolio. E’ bizzarro, ma a pensarci non sembra così irragionevole. Col petrolio non ti fai la pizza a casa, la torta di mele, il pane. All’improvviso Masterchef diventa un programma datato. Tutta questa competizione tra veri o presunti fenomeni dei fornelli ti appare sotto una luce diversa, meno sinistramente affascinante di prima. Hai appena scoperto che anche tu sai farti da mangiare, quindi hai ridotto le distanze.

Confronti i tre scontrini con quelli del mese prima. Per la spesa alimentare, in un mese avrai risparmiato cento euro. Non ti sembrano tantissimi, meno di quelli che pensavi, visto che a casa tua non inviti più nessuno per cena (ovviamente catering a domicilio, per fare bella figura) e che non compri più i preparati pronti o le buste surgelate che ti fanno risparmiare tempo ma ti fanno spendere soldi. Sono prodotti costosi non per la loro qualità, costano perché sono comodi: ci paghi sopra il tempo che risparmi a farti la cena, ma adesso di tempo ne hai da vendere. Quindi cucini tu, con acqua, farina, uova, zucchero, sale… Allora, perché non hai risparmiato di più? Ah, ecco. Per il vino. Un buon vino adesso è un genere di prima necessità, e per una bottiglia decente sei euro almeno al supermercato li devi spendere. Al giorno? Sì, al giorno. E che cazzo. Comunque, già duecentosessanta euro risparmiati.

I bar sono chiusi. La colazione con cappuccio e cornetto era uno dei pochi lussi che ti permettevi. Adesso non puoi, e non puoi nemmeno farti al bar il caffè di metà mattina. Sono tre euro e mezzo risparmiati al giorno, trentatrè euro al mese. Duecentonovantatrè. A pranzo adesso sei a casa. Saresti fuori, di solito. Altri dieci euro a botta, vuol dire circa duecentoventi euro non spesi. Aggiungici un paio di pizze e cinque aperitivi al mese, altri cento euro. Somma trecentoventi a duecentonovantatré, fa seicentotredici euro.  Il giornale non lo prendi più. Dovresti uscire apposta, trovare un’edicola aperta, e poi quello che c’è scritto lo ascolti a tutte le ore in televisione. Altri trenta euro abbondanti che ti tieni in tasca. Seicentoquarantatrè.

In casa consumi qualcosa in più di luce, ma le tariffe nel frattempo sono calate. Inconsciamente, visto che sei in modalità spartano, inizi anche a risparmiare sull’acqua. Non è che non ti lavi, ma consumi meno acqua possibile. Dove non è arrivata Greta, è arrivato il virus. Coi consumi domestici tutto sommato fai una patta, via. E poi risparmi quel libro al mese, quella mostra, quel cinema, quel teatro. Siccome non sei un tipo mondano, facciamo che ti tieni in saccoccia altri cinquanta euro. Dimenticavi la palestra. Adesso fai corpo libero a casa, quindi risparmi altri quaranta euro di tessera.

In totale hai risparmiato settecentotrentatré euro. In un mese, il primo mese. Se continua così, in tre mesi ti sei tenuto in tasca uno stipendio. Roba da anni sessanta, quando con sei mesi di cinghia tirata tuo padre si era potuto permettere il Fiat millecento. Ah. Quest’anno non andrai in vacanza. Altro stipendio risparmiato.

A questo punto ti accorgi di quattro cose. Una dietro l’altra. Fino alla terza, sembra un incantesimo.

La prima cosa di cui ti accorgi è che la quantità di oggetti o servizi che hai sempre considerato primari nella tua vita, non lo sono. Ne stai facendo a meno, e non stai morendo (sempre se non finisci in terapia intensiva. Se finisci lì vuol dire che stai rischiando di morire, anche se probabilmente non morirai, perché sei comunque nel posto migliore per evitare di finire sottoterra). Anzi, stai scoprendo che puoi godere di altri piaceri che ti sei sempre negato, perché la tua vita era piena di cose che dovevano farti risparmiare tempo, ma te lo riempivano al punto da non averne mai abbastanza.

La seconda cosa di cui ti accorgi è che il tuo stipendio non è quella miseria di cui ti lamentavi. Improvvisamente, ti basta e avanza. I soldi che guadagni non ti servono tutti, anzi ne puoi mettere da parte per chiudere i debiti, mandare a quel paese i banchieri che ti vogliono prestare soldi e i consulenti che, per farti guadagnare il tre per cento, mettono a rischio il tuo cento per cento. Il cento per cento ti basta e ti avanza, del tre per cento non te ne fai niente.

La terza cosa della quale ti accorgi è che questa condizione, dopo alcuni giorni di comprensibile smarrimento, ti sembra d’incanto incredibilmente naturale, raggiunta senza alcun particolare sforzo, senza alcuna terribile privazione.  Una condizione preindustriale, ma con le comodità della società industriale a portata di mano, pur con le dovute cautele. Una fortuna.

La quarta cosa di cui ti accorgi è che la tua fortuna è a tempo. La data di scadenza non ti è nota, ma arriverà di sicuro. Questo incantesimo non durerà per sempre, soprattutto perché il tuo stipendio, che fino ad un certo momento ti garantisce questa situazione prodigiosa, non è una variabile indipendente. Anzi, più tempo passa in questa situazione, più le fonti di finanziamento del tuo stipendio si assottigliano. E questo nonostante il tuo stipendio, se sei arrivato fino a qui, sia uno di quelli che risentono per ultimi della paralisi totale di tutte le attività economiche legate ai bisogni dell’uomo. Per ultimi, certo. Perché mentre tu sei lì che continui a risparmiare, nel frattempo un mucchio di gente ha già perso un pezzo del suo, di stipendio, oppure ha perso addirittura il lavoro. E tutta questa gente che perde stipendio e lavoro prima di te, inevitabilmente farà sì che, prima o poi, non ci sia più modo di pagare nemmeno il tuo, che dipende, in maniera diretta o indiretta, ma inesorabile, dal loro. Ti rendi anche conto che più la lista dei bisogni dell’uomo si riduce all’essenziale, più breve sarà il tuo incantesimo. Perché il mondo nel quale vivi è troppo interconnesso, troppo incistato al tuo, da permetterti di vivere consumando in autarchia i prodotti del tuo orto (sì, nel frattempo avrai anche iniziato a coltivare un orto). Perché tra un po’ non troverai nemmeno un posto dove acquistare i semi e le piantine.

Tutte e quattro le cose di cui ti accorgi sono vere. Tutte e quattro potrebbero essere uno spunto per un futuro possibile – il tuo futuro, certo. Che poi, ti piaccia o no, è anche quello degli altri.

La prima cosa, se avrai sufficiente memoria per ricordartene quando tutto sarà rientrato (in qualche modo, tutto questo rientrerà, anche se nulla sarà esattamente come lo hai lasciato), è un invito alla sobrietà. Tu pensavi di essere un tipo con poche pretese, ma non è vero. Puoi essere molto più parco nei confronti delle cose, ti lascerà molto più tempo ed energia per dedicarti alle persone. Mica tutte, quelle importanti. Anche sulle persone infatti dovresti operare una selezione, e questo incantesimo, se ti ci concentri, ti ha già consegnato le persone da tenere e quelle da mollare.

La seconda cosa potrebbe suggerirti che i soldi che guadagni, da un certo punto di vista (che chiameremo zenith), non sono mai abbastanza, mentre da un altro punto di vista (che chiameremo nadir) sono sempre abbastanza (naturalmente entro certi limiti, che però questo periodo potrebbe averti indicato come individuare). Il problema non sono i soldi che guadagnavi, ma come li spendevi.

La terza cosa ti suggerisce che ogni condizione è transitoria, e in continuo movimento. Sia essa una situazione che ti fa stare bene, sia essa una situazione che ti mette a disagio, entrambe passeranno, per lasciare il posto ad una situazione nuova, e poi ancora, e ancora. Se questo è lo stato dell’arte fuori di te, e non lo puoi cambiare, il problema è dentro di te. E’ lì che puoi lavorare.

La quarta cosa ti dice che la ‘decrescita felice‘ è un’espressione bucolica ma puramente pubblicitaria, alla quale non corrisponde la realizzazione di un’utopia, piuttosto assomigliando alla concretizzazione di una distopia; una specie di incubo lovecraftiano, che passa dall’inquietarti dalle pagine di un romanzo a morderti direttamente i polmoni in una corsia d’ospedale, o ti sorprende in fila con la tua gavetta ad un centro della Caritas, dove non avresti mai pensato di mettere piede. Però ti suggerisce anche che non esiste una crescita infinita, e che anche se esistesse non sarebbe un obiettivo degno della tua vita. E, pare, nemmeno della vita del pianeta nel quale vivi.

Una lettera invettiva dalla parte di Greta:
“I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta”

da Cristiano Mazzoni

Io invece Greta, ti ringrazio.
Per il coraggio e la forza della tua acerba adolescenza, per la luce di una utopia, all’apparenza impossibile.
Chi c’è dietro ? Non me ne frega nulla. La dietrologia dei perdenti, la cattiveria da social, le analisi di raffinati giornalisti, talmente contro da essere omologati al pensiero comune che sta distruggendo il mondo. Personaggi pubblici che devono scatenare su di te la rabbia di non essere come te, la bruttezza della cattiveria, l’odio verso la semplicità, la bontà vista come un disvalore.
Chi ti critica, Greta, lo fa solo ed unicamente perché non può più dare il cattivo esempio (cit.). E’ allucinante quanto sia strana la percezione che la (g)gente ha di se stessa: moltitudini di cliccatori seriali sono convinti di avere idee diverse dalla massa, quando essi stessi “sono la massa”, i ribelli nei confronti delle ribellioni. Postano foto in cui tu Greta, bevi (udite, udite) da un bicchiere di plastica, sai che mancanza di coerenza. Cosa avresti dovuto fare ? Arrampicarti su una pianta di cocco, staccarlo con i denti, svuotarlo con le unghie e creati un bicchiere primitivo?

Ma che mondo è quello dove non si tollerano gli atti semplici e la volontà di cambiare di una adolescente, e si chiudono gli occhi sulla merdosa cattiveria dei potenti o di chiunque abbia una minima visibilità?
Dietrologi compulsivi, sentenziatori seriali, sputa-giudizi, proprio com’era quella storia della pagliuzza e della trave.
Sì, io sto con Greta e con i ragazzi che sono andati in piazza. Io non pretendo la loro consapevolezza completa, la conoscenza specifica dei motivi e le fini analisi di chi vi intervista in piazza e monta il servizio solo per dimostrare i limiti della vostra età.
I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta. Sì, quelli che ritengono degli eroi i Gilet Gialli francesi e dei teppisti i ragazzi del G8 di Genova.

Mi fa schifo questo mondo.
Lo diceva un signore di Treviri, il capitalismo contiene al suo interno “il germe della propria autodistruzione”. Ed è proprio quello che hai detto tu, Greta, certo con le tuo parole, ma il significato è quello.
Noi adulti vi stiamo lasciando le macerie di un mondo che mai abbiamo voluto cambiare, che ci ha visti ‘appecorati’ dietro un qualunquismo malato; non ci siamo mai presi il rischio di pensare in maniera globale. Addirittura abbiamo sdoganato il sovranismo, i “prima noi e poi loro”. E le guerre di religione, i nostri valori, la nostra società. Il possesso, il potere, le certezze assolute, i dogmi.
Ma la terra è una, non ha confini, il mare, i fiumi, l’aria non sono una nostra proprietà, non si legano a uno Stato, scorrono.

Saremo la prima razza animale che si autodistruggerà per colpe proprie, una roulette russa giocata con una pistola d’oro massiccio, dove ogni anno aggiungiamo un proiettile. Fra poco, pochissimo, il caricatore sarà pieno. E l’ipotesi di spararci un colpo in testa, sarà una certezza.
Politicanti ‘puzzolenti’, hanno detto che “Tutti i giorni sono buoni per marinare la scuola’. Che gente triste, che schifo di personaggi che sguazzano negli stagni del potere.
Chissà se un giorno Greta, quando sarai vecchia, te li ricorderai i nomi di chi oggi, ora, ha scherzato sulle tue idee, sulle tue parole, sulle tue azioni.

Mi piacerebbe che sugli ultimi libri di scuola – quelli che verranno bruciati per scaldare una popolazione mondiale sconfitta, affogata nel lusso e agonizzante per le colpe dei potenti – fossero scritti i nomi e le parole dei colpevoli. Sì, gli oligarchi che ora stracciano gli accordi sul clima, quelli che pensano alle invasioni, dimenticandosi delle cause, quei grassi fantocci che succhiano il petrolio e lo scambiano con le armi, insomma tutti quelli seduti nelle stanze dei bottoni.
Coloro, che avrebbero potuto incidere, ma hanno sempre e solo pensato al loro tornaconto personale, dimenticandosi, che la scritta game over, vale per tutti.
Il mondo ci è stato dato in gestione dai nostri figli, e noi glielo restituiremo in condizioni peggiori di come a noi fu consegnato dai nostri padri.

Io Greta sto dalla tua parte, le mie figlie sono poco più grandi e poco più piccole di te, con le mie mille responsabilità, con il mio immobilismo, con il mio conformismo, forse pure con la voglia di ribellarmi sempre più sopita dagli anni, voglio credere che la tua generazione sia migliore della mia.
Nella speranza, che il vento del cambiamento esista e parta dal nord e che soffi talmente forte da spazzar via la polvere di catrame, che ha intasato l’animo, di quelli che una volta, si chiamavano esseri umani.

quale-futuro

Un futuro da sognare non da dominare

Guardiamo al futuro con ansia, desiderio, aspettative, speranze, disillusioni, inquietudine, preoccupazione, a volte anche gioia, perché costruire visioni dà alle nostre azioni una qualche direzione. Il futuro, così come lo cerchiamo nelle nostre raffigurazioni mentali, nelle proiezioni o nella letteratura d’anticipazione è un’astrazione, l’astrazione di un desiderio o di una paura che abbiamo oggi e che diventa una presenza impalpabile. Nel nostro sistema cognitivo siamo costretti a immaginare il futuro ed è ciò che ha reso grandi i nostri progenitori: preconizzare un tempo a venire è ciò che dà forma al presente.
Abbiamo bisogno di profeti e profezie; i media chiedono previsioni di esperti e siamo intransigenti quando falliscono, anche se sappiamo che la complessità rende tutte le previsioni inevitabilmente difficili, a volte impossibili. Abbiamo bisogno che il futuro possa essere predetto per scienza o magia, da una maga affabulante o dagli algoritmi sofisticati della supertecnologia informatica.

Gli scrittori del passato come Verne, Abbott, Wells, si avventuravano nel futuro con le loro narrazioni affascinanti e straordinarie, ma si tratta di un divenire in cui persone e personaggi rimangono immutabili, mentre tutto intorno a loro cambia, presupponendo che le percezioni culturali e i valori sociali rimangano costanti, mentre ciò che cambia è la tecnologia, che contribuisce a cambiare cultura e valori, accompagnata anche dalla casualità. Oggi il futuro non è più un tempo ‘ulteriore’ ma è diventato un tempo ‘che sta dopo’ diventando una procedura, una mera amministrazione del presente applicata nel futuro, sottoposta a controlli che convalidino la correttezza dell’intero processo. Studi sul futuro e metodologie di previsione da parte del mondo accademico sono state sviluppate per informare i politici sugli scenari ipotizzati, rassicurare o allertare investitori e imprenditori, tracciare linee previsionali in merito a ciò che deve ancora accadere a breve, medio e lungo periodo, sulle tematiche più diverse.

Nelle opere letterarie delle varie epoche passate, in cui dominano l’aspetto onirico, l’attesa, la scoperta, la conoscenza e la straordinarietà di un futuro, ciò che colpisce profondamente sono i dettagli, spesso incredibilmente esatti, che accompagnano le profezie visionarie che a volte richiamano a un ritorno darwiniano, altre volte sono di rottura totale col presente e con il conosciuto. Romanzi che contengono verità e realtà accostabili alla nostra epoca e rendono il futuro di allora, ormai il nostro passato. Già nel 1818 Mary Shelley nel suo capolavoro ‘Frankenstein’ anticipa il trapianto di organi, proprio quando la scienza dell’epoca stava appena iniziando a esplorare le nuove possibilità della rianimazione di tessuti morti attraverso l’elettricità, e qualche decennio più tardi, Michel Verne, figlio di Jules, descriveva nel suo romanzo ‘Un espresso per il futuro’ (1888), un sistema di trasporto simile ai treni ad alta velocità, in grado di viaggiare a 1000 km/h: lo stesso Hyperloop in fase di realizzazione che collegherà, entro il 2025, San Francisco a Los Angeles. Nello stesso anno, Edward Bellamy introduceva il concetto di carta di credito nel suo romanzo utopico ‘Guardando indietro: 2000-1887’, mezzo di pagamento che acquista diffusione solo a partire dal 1950. Nel romanzo di Herbert George Wells del 1899, ‘Il risveglio del dormiente’, esistono porte automatiche scorrevoli che funzionano tramite sensori, scoperta che sarà realizzata nel 1960. Lo scrittore americano Mark Twain, in ‘From ‘The London Times’ in 1904’, un breve racconto del tempo, immagina un dispositivo capace di collegarsi alla rete telefonica per creare un sistema mondiale di condivisione di informazioni, chiamato telectroscopio, attraverso il quale le persone rendono pubbliche e commentano le proprie azioni quotidiane, pur essendo molto lontane. I social di oggi. Scrive: “La connessione fu fatta con la stazione telefonica internazionale e giorno per giorno parlò con la sua gente, e si rese conto che per grazia di questo meraviglioso strumento, era quasi libero come gli uccelli del cielo, sebbene prigioniero sotto serrature e sbarre”. E sempre a proposito di tecnologia, Hugo Gernsback descrive senza esitazione l’impiego dell’energia solare, la tv, i registratori a nastro, i film sonori e i viaggi nello spazio, nel suo romanzo ‘Ralph R4 C 41+’ del 1911.

Intuizioni, visioni, immagini, grande slancio creativo fantastico che accompagna anche l’immancabile ‘Farenheit 451’ di Bradbury (1953), popolato di nuovi congegni e scoperte come la tv a schermo piatto e le ‘conchiglie’, dispositivi portabili non molto diversi dagli attuali auricolari. Ambientato nel 2540, il romanzo di Aldous HuxleyIl mondo nuovo’ (1931) anticipa la nascita degli antidepressivi o ‘pillole dell’umore’, che i personaggi chiamano ‘Soma’ e che gli scienziati non iniziarono a studiare prima degli anni Cinquanta. Il ritratto di una società capitalistica dipendente dalle droghe, che dà più valore alla libertà sessuale che alla monogamia ed è strutturata in caste. Un cult del romanzo anticipatorio è naturalmente ‘2001 Odissea nello spazio’ di Arthur C. Clarcke (1968), dove si scrive di vita intelligente, guerra nucleare, evoluzione e pericoli dell’intelligenza artificiale, super computer. Ma la previsione più accurata riguarda i fogli elettronici o ‘newspad’, che assomigliano molto all’iPad. In tempi più recenti, ‘Neuromante’ di William Gibson (1984) anticipa quello che negli anni Novanta diventerà popolare: la diffusione del World Wide Web e la nascita degli hackers. La maggioranza della gente stava ancora esplorando il funzionamento del computer, mentre i personaggi di Gibson lo utilizzavano agevolmente e altrerttanto agevolmente rubavano i dati agli altri utenti. ‘Tutti a Zanzibar’ è il romanzo di John Brunner del 1968, uno dei libri con il maggior numero di spoiler: si parla di tv on demand (che acquisterà diffusione nel 2009), tv satellitare, stampante laser, auto elettriche, legalizzazione della marijuana in molte nazioni ed Unione Europea. Il romanzo è ambientato negli Stati Uniti, governati dal Presidente Oboni.

Sogni, deliri, profonde intuizioni o cos’altro? Scriveva Karl Popper: “Il futuro è molto aperto, dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero, dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte”.

LA RECENSIONE
“Spirito libero”, un viaggio senza tabù fra politica, etica e informazione

di Giovanni Brasioli

Ci sono mondi in cui l’istinto sostituisce il desiderio e l’appetito prende il posto del sogno, mondi in cui tutto diventa numero e vengono introdotti termini quali risorse umane, investimenti affettivi, consumatori; e poi c’è un mondo contrapposto, evocato da Sergio Gessi: giornalista, scrittore e docente universitario. Nel suo universo non c’è una scorciatoia per il paradiso e quindi non ci sono porte a cui bussare per chiedere oboli o assoluzioni; il percorso è senza tabù ed un racconto, spesso impietoso, intessuto di storie realmente accadute. “Spirito libero” è un contenitore di articoli, commenti, interviste con cui Gessi tratteggia un Paese in declino, raccontando le tristi ascese e le altrettanto tristi discese di alcuni dèi di passaggio: da Soffritti a Franceschini, passando per il Pci e gli altri partiti. Nemico del sentito dire, del sentito vivere e del sentito scrivere ‘il professore’ è convinto che anche quando la realtà tocca il buio più fitto c’è pur sempre qualche bussola in grado di indicare la direzione giusta. Sin dalle prime pagine l’autore si muove in “direzione ostinata e contraria”, scagliandosi contro l’idea-moloch secondo cui “se sei in dissonanza con il mondo non è il mondo che devi cambiare ma devi adeguare te stesso”. In un paesaggio di macerie – dove è stato insegnato alla gente a pensare che il contesto in cui vive sia l’unico possibile e immaginabile – Gessi (come scrive Paolo Pagliaro nella prefazione al testo) “procede con lo sguardo del corrispondente di guerra, freddo eppure partecipe”; diverte, commuove e restituisce un po’ di onore al moralismo ‘sano’, come quando spiega che il primo passo per la risalita dagli inferi è il recupero del rispetto autentico per gli altri e di conseguenza, per se stessi.
“Spirito libero” provoca il lettore interrogandolo sul da farsi, riga dopo riga, pagina dopo pagina, in un saliscendi etico che contrappone la scelta incondizionata al conformarsi. Il pronunciamento ideologico del professore declina al plurale esigenze spesso atomizzate, e ci ricorda quanto sia necessario ricominciare a pensare in una prospettiva utopistica, a costo di essere presi per folli, consapevoli che (per dirla con Nietzsche) “quelli che ballano vengono visti come pazzi da quelli che non sentono la musica”. Soltanto così si potrà creare un mondo più vivibile per tutti, anche per gli ‘schiavi, coloro che pur non avendo catene ai piedi sembrano ormai incapaci di immaginare una vera libertà.

Presentato alla libreria Feltrinelli di Ferrara da Andrea Cirelli, Tito Cuoghi e Gian Pietro Testa (che hanno dialogato con l’autore), “Spirito libero” è disponibile in tutte le principali librerie, anche online. La prefazione è di Paolo Pagliaro.

DIARIO IN PUBBLICO
Mentre il popolo s’abbuffa

“Il “popolo” si abbuffa di tartufi (iva al 10 %), e considera le mestruazioni roba dell’élite (assorbenti: iva al 22 %).” Così Roberto Escobar esibisce una tra le mille curiosità della legge appena varata. Spero ardentemente sia una Fake News, ma sembra veritiera. Certo che son proprio singolari gli ‘editti’ governativi!

Comunque la serata (secondo Eduardo de Filippo saggissimo ‘Ha da passà à nuttata’) si svolge dopo deliziosa cena a tre, noi due +Lilla tra coquilles Saint-Jacques e Champagne (in offerta) e ‘pastine’ dell’Europa davanti al televisore. Dapprima un film duro e angoscioso, Tre manifesti a Ebbing, Missouri che ben riflette quell’America triste, violenta e angosciosa di cui Trump è divenuto presidente fatta di lavoro, birre a volontà, raduni di maschi, puritanesimo di facciata e noia esistenziale. E sesso sempre più in azione meccanica.

Per scrollarci di dosso il freddo interno ‘zappiamo’ tra Matera e Ferrara per veder come si diverte il ‘popolo’ ormai nell’evoluzione della specie dotato di un prolungamento degli arti superiori chiamato telefonino. Non si guarda più quel che accade ma lo si fotografa secondo la più smaccata volontà di esserci, di partecipare. Naturalmente in modo virtuale. Braccia e braccine si levano mentre il ‘divo’di turno arringa il popolo a cantare con lui offrendo il microfono. Allora muggiti di applausi s’alzano tra sventolio di bambini in precario equilibrio sulle spalle di genitori infoiati e il bum bum raggiunge vertici inauditi. La bellezza di Matera assiste impassibile al sommovimento umano.

E infine m’arrischio a guardare l’incendio del Castello. Vengo accolto da una selva di berretti sopra i quali s’apposta il braccio sbarazzino pronto alla ripresa. Sul palco un signore in pelliccia e dall’accento romagnolo saltabecca invitando il popolo e usando una parola magica che non è la classica Salagadula megicabula bibbidi-bobbidi-bu, ma un ritornello condito da ‘gin gin’. Ho pensato fosse un invito a ristorarsi dal freddo con un po’ di bevanda spiritosa del resto saggiamente proibita nella piazza ma gli esegeti mi dicono che è il ritornello con cui l’impellicciato condisce le canzoni. Infine allo scoccar del tempo il Castello s’incendia. Sicuramente suggestivo ma…

E qui la mia anima ‘radical shit’ – e sono il primo ad ammetterlo- pensa con apprensione alle scosse anche minime che il monumento subisce; poi non si può commentarlo con un arruffio di temi ariosteschi e/o da Brancaleone alle crociate finendo con una atroce esecuzione dell’Inno alla gioia. Ma va bene se produce economia se Ferrara può competere con altre città d’arte e di cultura traendone profitto. Attenzione però a non esagerare. Si lascino fare i dovuti restauri poi se la moda resiste ancora lo si incendi, sigh!

In sottofondo mentre scrivo queste note il paffuto David Oistrakh suona il Larghetto del Concerto per Violino di Beethoven. Lo conobbi negli anni’80 a palazzo Guicciardini a Firenze dopo un favoloso concerto e mi sorpresi a pensare come la sua guancia potesse accarezzare con infinito amore lo strumento. Ma gli auguri che voglio inviarvi vengono da queste righe scritte dal grande Amos Oz nel suo ultimo libro ‘Finché morte non sopraggiunga’: “Qualche volta, sul far dell’alba, prima che il campo fosse risvegliato dal clangore delle stoviglie di ferro e dal tintinnio degli speroni e dal nitrito dei cavalli, capitò che Claude venisse travolto dall’amore del Cielo e svegliasse il suo padrone per la preghiera mattutina. Allora, durante la preghiera, l’universo si svelava e neutralizzava tutto con la sua incredibile pace. Era una pace triste, era mestizia delle colline deserte che non erano neanche più colline ma anima delle colline, era spasimo delle nuvole verso le quali la terra s’inarcava con un gesto di seduzione che nessuna sazietà avrebbe mai placato.

E sotto, sotto, in fondo al silenzio, era il corpo stesso a desiderare per un attimo di annullarsi. Il vapore trasparente, così pareva, era la vera consistenza solida. E la preghiera toccava l’orante”.

Il laico vi affida queste sublimi parole per augurarvi tempi migliori, cose migliori, un mondo migliore. All’utopia bisogna sempre dare uno spazio.

Buone Feste.

Ultimi bagliori degli Anni Dieci

Siamo all’ultimo passo degli anni ’10. Anni degni di storia ma non di memoria… Perlomeno, rispetto al secolo scorso, ci siamo risparmiati la tragedia della guerra. Ma in guerra, forse, siamo ugualmente: una guerra strisciante, diffusa, non dichiarata come sostiene Papa Francesco; una guerra intestina, fomentata dalla reviviscenza del terrorismo, la cui matrice – a differenza di ciò che avvenne in Europa mezzo secolo fa – non è interna ma esogena; eppure, anch’essa in un certo senso frutto di un dogmatismo ideologico. Stavolta non sono le falangi estremiste (e talora deviate) delle nuove generazioni che si battono per il ribaltamento dello Stato, ma i fanatici seguaci di un culto, quello islamico, che seminano morte e terrore per le strade delle nostre città… E forse anche loro in parte manipolati. Per contrappunto, truppe statunitensi, sovietiche e milizie di altri Paesi del nord del mondo combattono e seminano morte in Africa e in Oriente.
D’altronde, di odio questi anni 10 si sono alimentati. Sono stati gli anni della grande crisi, scoppiata – ma inizialmente non compresa come tale – già nel 2008; e poi divampata come una folgore, che tutto ha incenerito e rivoluzionato… Anni in cui l’insicurezza, che sovrasta le nostre esistenze, ha riesumato quei ferini istinti di sopravvivenza che credevamo vinti dalla civilizzazione: così, è rinato l’odio dell’uomo verso il proprio simile, sol che abbia a contrasto il colore della pelle, o il modo di pensare, o le abitudini di vita… Sono stati, questi, gli anni del rifiuto, dell’intolleranza e del razzismo, del respingimento, del “ciascuno a casa sua”… E’ sempre la diversità a spaventare (anziché incuriosire).

La comunità si è disgregata, gli ammortizzatori sociali che lo Stato del welfare aveva garantito, sulla spinta delle lotte sociali di mezzo secolo fa, sono svaporati. E oggi in tanti gridano, come pappagalli, le parole d’ordine dei regimi che ci addomesticano: fra questi, il “basta tasse” mostra la sciagurata inconsapevolezza del fatto che sono proprio le tasse che garantiscono i servizi ed è la proporzionalità dell’imposta rapportata al reddito a garantire che la leva del prelievo operi con equità: chi più ha più paga, come è giusto che sia! Altro che aliquote semplificate e flat tax (che generano esattamente il risultato opposto). Le tasse vanno pagate allo Stato secondo questo meccanismo di perequazione da Passator Cortese, in maniera che i ricchi garantiscano un po’ di benessere anche ai meno abbienti… Banale ricordarlo, ma necessario ripeterlo: perché le persone sembrano oggi ignare di ciò.
Anche questo è frutto dell’impazzimento attuale. Assistiamo, inermi, alla disgregazione del soggetto collettivo, al respingimento dal noi all’io, all’affermarsi di un individualismo sovrano che ha disintegrato la capacità di organizzazione e di resistenza della maggior parte delle persone, atomizzate e – nel frattempo – declassate da cittadini a consumatori, quindi a ingranaggi funzionali al sistema produttivo capitalistico basato – appunto – sul consumo. E addio all’idea di individui da rispettare in quanto tali, ciascuno legittimato a svolgere una propria significativa funzione all’interno del contesto sociale, politico e comunitario.
Ci siamo risparmiati l’onta della guerra, sì, ma il disfacimento è avvenuto ugualmente: del legame sociale, della consapevolezza del sé, dei diritti e dei non meno importanti doveri. Siamo ormai ridotti a esseri disgregati e perciò più facilmente controllabili e malleabili…

Il quadro è fosco e drammatico. Grandi luci all’orizzonte non si vedono, come non si vede più neppure il baluginare di un’utopia, di una significativa stella polare verso la quale abbia senso orientare il cammino e per la quale valga la pena affrontare qualche sacrificio.
Non è facile immaginare come si potrà uscire da questa situazione. Speriamo non servano trent’anni, come fu nel secolo scorso, per rinsavire e ricominciare a vivere…

 

Sarà un buon anno se ciascuno di noi si impegnerà per renderlo tale, per tutti e non solo per sé. Auguri a chi, con abnegazione, si cimenterà in questa impresa.

Regresso e progresso, è tempo di agire

La parola d’ordine, oggi, è sicurezza. Il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza, all’alloggio – tutte conquiste che nel secolo scorso, grazie alle politiche di sostegno attuate dallo stato sociale, apparivano acquisite e indiscutibili – ora vacillano. Ovunque – e anche in Italia – le certezze che hanno accompagnato le nostre esistenze sono svanite. E la vita attuale, per milioni e milioni di donne e di uomini, è densa di insidie e di preoccupazioni.
Anche per questo i fenomeni migratori vengono percepiti come una minaccia. Frutto essi stessi di profondi squilibri geopolitici – eredità delle vicende coloniali – e ora generati da situazioni di miseria estrema e da pericoli incombenti (spesso aggravati da conflitti armati o persecuzioni attuate da regimi dittatoriali nei confronti della popolazione), divengono motivo di tensione e di paura per i cittadini di quegli Stati, meta dei disperati esodi, che individuano negli “invasori” un ulteriore elemento di sottrazione alle già risicate risorse di cui dispongono. E’ la guerra dei poveri che torna ad affacciarsi. Ma il paradosso è che deprivazioni e indigenza colpiscono ampie fasce della popolazione, mentre ristretti gruppi di individui possiedono ricchezze superiori a quelle di intere nazioni. Basti pensare che oggi dieci persone possiedono da sole il cinquanta per cento delle ricchezze dell’intero pianeta.

Lo scenario, dunque, è drammaticamente dissestato. Gli squilibri sono vertiginosi. Il tessuto sociale è sfilacciato, al sentimento di solidarietà si è sostituito quello, prevalente, di paura. L’altruismo cede il passo a un egoismo difensivo. L’idea di un costante progresso nel cammino sociale si scontra con ostacoli imprevisti. La prospettiva per le generazioni future è di vivere in un mondo peggiore rispetto a quello che noi abbiamo ereditato, in condizioni di maggiore incertezza e di instabilità e privi di quelle tutele che hanno garantito a tutti (o quasi), per decenni, dignitose condizioni di vita.
In questa temperie prospera la criminalità, che in parte costituisce l’estrema derelitta risposta al disagio.

Il punto di ripartenza, per un umano consorzio che intende – e deve – recuperare i caratteri di civile e solidale convivenza, può essere la città, il luogo in cui i rapporti personali in parte si alimentano ancora della fiducia che scaturisce dalla conoscenza e il legame sociale, per questo, non si è del tutto dissolto.
Occorre però un salto di qualità per recuperare, da un filantropico mutualismo di prossimità, una dimensione di relazione e di azione collettiva, fondata su un più esteso patto di cittadinanza.

Un tempo si era arrivati a dire: tutto è politica… Oggi si è alla esasperazione opposta: il rifiuto della politica come cosa sporca, cosa inutile. E al respingimento tout court dei suoi attori (tutti uguali, tutti corrotti…). Ma la politica non è altro che l’autogoverno della comunità, e in questa prospettiva nessuno può sentirsi escluso e ciascuno ha il dovere di rendersi disponibile e partecipe a un progetto di rinascita civile, solido e concreto. Per conferire respiro a tale scenario – che parte dall’oggi e guarda al domani – serve però pure una visione utopica, la definizione di un futuro desiderabile che dia senso al cammino e ai sacrifici necessari per compierlo. Utopia non è l’astratta terra promessa. E’ la stella polare che orienta i nostri passi e delinea l’orizzonte verso il quale indirizzarci. E attraverso il progetto si definiscono concretamente le tappe di approssimazione alla meta.

Bisogna ripartire da quella che i tedeschi definiscono weltanschauung, una visione del mondo che tenga insieme valori, credenze, ideali. E’ ciò che potremmo tradurre in ideologia se il termine non fosse stato corrotto dall’improprio uso propagandistico e dogmatico che ne hanno fatto nel secolo scorso regimi illiberali d’ogni fronte per piegarlo al proprio interesse di potere, bollare d’eresia ogni manifestazione di dissenso e confiscare così la libertà di pensiero e di opinione.

E bisogna necessariamente agire per superare la deresponsabilizzante dicotomia “noi-loro” quando si ragiona di politica, perché l’evidente presenza di una casta separata – quella degli eletti – deputata a governare le comunità, se ora trova riscontro nella realtà dei fatti, non ha fondamento dottrinario poiché la dimensione politica va riconsiderata nella sua classica e appropriata concezione: governo della polis, cui ogni cittadino è idealmente preposto. Serve, allora, un impegno attivo, personale, propositivo da parte di tutti coloro che a questa situazione non intendono più sottostare.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
In sogno ho sognato

Per essere felici bisogna dare enfasi al futuro. È quello che ha fatto la Norvegia, a capo della classifica della felicità mondiale, investendo i propri profitti a beneficio delle generazioni future. Noi che abbiamo ipotecato il futuro di figli e nipoti dobbiamo essere di una tristezza terrificante. Secondo il rapporto mondiale sulla felicità è importante essere soddisfatti del proprio lavoro, essere felici sul lavoro rende la vita più sostenibile. Ma futuro e lavoro sono ingredienti che da noi mancano da parecchio.
Sono svaniti pure i creativi, quelli che aiutano a sognare, da troppo tempo il nostro orizzonte è grigio uniforme.
Si pensa che la gente si adatti a tutto, digerisca di tutto, quando invece cresce sempre più il numero delle persone che si chiama fuori, che non ci sta a vivere una amministrazione ragionieristica delle proprie esistenze. Di nuovi travet della politica, digitali o analogici, non ce n’è proprio bisogno. Vogliamo incontrare noi stessi, star bene con noi stessi, essere felici di vivere una vita felice, perché questo è il diritto primo di ciascuno di noi, e a mettere al mondo figli senza questa certezza non ci sta più nessuno. Sono tramontati i tempi della procreazione; i figli è già un po’ che nella coscienza delle coppie sono un investimento affettivo. Se così è, è solo la prospettiva di un futuro di felicità che li può contenere.
La cultura corre avanti, anticipa i tempi e le politiche restano indietro, costruiscono zavorre, mentre i denari per chi ce li ha crescono a danno di chi possiede solo la propria vita da gestire e i burattinai ti lasciano pendere dai tuoi fili nell’esposizione scenografica del teatro dei pupi. Non è più il momento della delega a gestire le regole del gioco che altri hanno deciso. Questo è il tema della nostra stagione.
Si muovono concetti nuovi, solo poco tempo fa impensabili. Il bene comune, ad esempio. Ciò che non è né mio né tuo, ciò che è nostro. Mettere in soffitta l’eccesso di alcuni pronomi personali dall’io, al voi, al lei, per riscoprire il noi, l’insieme degli io. Ecco il bene comune, la cui cura non si delega ma spetta a ciascuno, non nell’interesse mio o tuo o di altri, ma nell’esclusivo interesse del bene. È il principio dello sharing, della condivisione, dell’uso non consumistico ma conservativo delle risorse, dai beni all’ambiente. È l’idea che esiste ancora uno spazio per la condivisione, un modo nuovo di pensare e reinventare la partecipazione dei cittadini. C’è spazio per vivere in una città collaborativa e policentrica. Per vincere la filosofia del denaro che ha pervaso la cultura tipica delle nostre città, come scriveva Simmel. Città dove le piazze servono sempre più il mercato sempre meno l’incontro, l’interazione dei loro cittadini.
Incentivare l’energia, l’intelligenza e l’innovazione civica. Occorre consentire alle persone di coltivare se stesse, di prendersi cura degli altri e dei beni comuni, perché da questo può dipendere la felicità pubblica e privata. Non c’è città se la dimensione umana non prende il sopravvento, la dimensione umana che ci esplode intorno.
La “fioritura delle persone” per dirla con Amartya Sen, ecco un altro concetto nuovo.
La “fioritura delle persone” pare parlare dell’impossibile, non c’è luogo del tempo e della storia che la contempli. Noi però quel luogo potremmo provare a desiderarlo e a immaginarlo; ma è necessario che il domani delle nostre città sia già contenuto nell’oggi, se non vogliamo che il futuro ci divenga una terra straniera.
La felicità delle persone come imperativo di ogni città, la città come luogo in cui lo star bene di ciascuno è una realtà. Amartya Sen ha spiegato che la condizione di non benessere o di disagio si determina ogni qualvolta viene negata alle persone la libertà di svilupparsi pienamente, di affermare la propria dignità e valorizzare i propri talenti. Non sarà il salario di cittadinanza a salvare le nostre esistenze, ma amministrare le nostre città in modo da promuovere la “fioritura delle persone”, ciò che per Amartya Sen costituisce il vero fulcro della felicità, l’unico valore da misurare per saggiare il reale benessere di una comunità.
Una città capace di dare senso al tempo della vita dei suoi cittadini, una città capace di unire etnie e generazioni, culture e idee, vite ed esistenze. Una città altra che non è più quella che abitiamo. Occorrono altre lunghezze d’onda, innovazione e talento, immaginare che un’altra umanizzazione è possibile e che anche un’altra città è possibile.
Il futuro doveva avere il volto rassicurante del progresso, di una umanità più umana, ora ha il volto dell’ansia, dell’angoscia, della paura, dell’incerto.
Si può invertire la rotta a partire dalle nostre città: “In sogno ho sognato, vedevo una città / inattaccabile da tutto il resto del mondo, / ho sognato che era la nuova città degli Amici, / nulla v’era colà di più grande del tipo d’amore / robusto, che dominava su tutto, / si rivelava ogni istante negli atti degli uomini / di quella città / nei loro sguardi e parole”. Sono i versi di Walt Whitman.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La gaia scuola

Ebbene anche quest’anno è arrivato il primo giorno di scuola. Tutti ad augurare un buon anno scolastico alle nuove generazioni.
Dopo un’estate rovente con i figli da sistemare perché le scuole sono chiuse, finalmente ce li siamo tolti d’intorno, riconsegnati nelle mani dei loro sorveglianti, rinchiusi per nove mesi nelle scatole che abbiamo predisposto giusto per loro: le aule, le classi, le scuole sparse nei tanti angoli della città a non interferire con la vita degli adulti che hanno ben altro da fare.
La scuola è sempre questa qui, uguale da secoli. Per i nostri “tesori” non abbiamo saputo inventarci di meglio che metterli a crescere in scatola.
Qualcuno ci ha provato a rompere le scatole a liberare l’infanzia e l’adolescenza, ma è sempre stato considerato strano, singolare, un descolarizzatore da isolare, se mai anche da celebrare, ma sempre con la sicurezza gattopardesca di cambiare per non cambiare nulla.
Già usare lo smartphone a scuola, una protesi della vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, fa discutere e ad alcuni pare pure scandaloso, figuriamoci liberarci delle scatole dove con cura li abbiamo ordinati come in un archivio per età anagrafiche.
Eppure il sapere che dovremmo trasmettergli dalla cattedra ai banchi non sta mica nelle scuole, sta decisamente fuori dagli edifici scolastici, sparso per i tanti luoghi della città dai musei alle biblioteche, dagli archivi ai teatri, nelle architetture e nei monumenti, nella vita e nelle esperienze delle persone che potrebbero condividere le tante cose che sanno.
Ma anche quel sapere l’abbiamo catturato, pressato e confezionato nelle nozioni, nei libri di testo, nelle LIM e nei tablet. Tutto per istruirli ed educarli con dosi di sapere artefatto, precotto e predigerito. Impresa difficile dentro quelle scatole portare bambini e adolescenti a scoprire l’avventura del sapere, il piacere del sapere fino ad amarlo e desiderarlo quasi come un oggetto erotico per dirla con Massimo Recalcati.
Viviamo nella società della conoscenza e, strano a dirsi, ai nostri ragazzi la conoscenza gliela forniamo fuori della società, il più lontano possibile dai suoi rumori e interferenze.
Educare, formare, istruire tra gli adulti, anziché separati e lontani da loro, pare qualcosa che sa di addestramento proprio delle società primitive non di una scuola invenzione degli stati moderni.
E allora classi chiuse, perimetri delineati in modo ferreo, zaini, compiti, un’altra vita dalla vita che sta fuori nella società della conoscenza, nella società dell’istruzione continua dalla nascita alla tomba, tutto un altro mondo dal mondo di tutti i giorni.
La gaia scuola un ossimoro sacrilego.
Sarebbe bello se anche nella nostra città amministratori, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici celebrassero l’inizio del nuovo anno scolastico trovando il tempo di leggere un libretto, poco più di un centinaio di pagine, “La gaia educazione”. L’ha scritto Paolo Mottana, professore di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, e tra i fondatori del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Un’utopia? No, un’eutopia, spiega Mottana. La scuola come luogo buono e giusto, una sorta di tana, di base dove ci si rifugia a organizzare le proprie avventure, le incursioni in città, fuori nella società della conoscenza a scoprire cosa offre o come poter interagire lungo la strada che porta a conquistare il sapere. Per Mottana si tratta di invadere il territorio di esperienze, partendo dalla scuola-tana dove ci si trova la mattina per decidere dove andare, quali esperienze compiere, quali progetti mettere in cantiere. Non per fare cose astratte, ma per fare qualcosa di coinvolgente e partecipativo.
Far cadere le mura dove abbiamo rinchiuso bambini, ragazzi e insegnanti per fare educazione diffusa, educazione che invada delle loro voci, energie e intelligenze la città, che rompa il silenzio assordante degli adulti.
Significa fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza.
La scuola diffusa oltre le aule, diffusa non dalla navigazione con i computer, ma tramite la navigazione per le strade e i luoghi della città.
È uscito un altro libretto che Paolo Mottana ha scritto con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
La città educante”, Manifesto dell’educazione diffusa, come oltrepassare la scuola. Una alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, per rimettere i nostri giovani, piccoli e grandi in circolazione nella società, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare e si alleino per assumere il ruolo educativo in maniera invasiva.
Ma questo richiede anche che la città sia ripensata e questo è compito e responsabilità dei suoi amministratori, sia ripensata come città dell’apprendimento, dove luoghi e strutture urbanistiche siano progettati per essere gli ambienti di apprendimento dei suoi giovani, per essere luoghi di incontro anche con i saperi, esperienze di conoscenza di prima mano capaci di nutrire il desiderio e la passione del sapere. Luoghi pensati per narrare il sapere, nel senso etimologico di ‘gnarus’, vale a dire di rendere esperti, la narrazione come modo per mettere ordine al disordine delle esperienze.
Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.
Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, di scuola totale, di scuola globale, dove gli edifici scolastici sono progettati per essere i punti di partenza e di ritorno.
Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, come del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il cuore oltre la siepe

Lanciare il cuore oltre la siepe non usa più. Forse non abbiamo più un cuore in grado di essere lanciato e non ci sono più siepi che valga la pena scavalcare. Siamo tutti dei burocrati del quotidiano, con i piedi ben piantati per terra, notai dell’esistente. I circospetti della vita, sacerdoti dell’aurea mediocritas. Il massimo è inventare un’app, far partire una start up.
Entusiasmarsi, innamorarsi delle idee, avere prospettive, avere visioni, apparire alla madonna, come scriveva Carmelo Bene, sono tutte cose rischiose per i manager della noia. Meglio inventare l’usato che rischiare il nuovo.
Così ci teniamo i nostri recinti, le nostre certezze, il nostro rovistare nei cassetti delle solite cose. I cassetti già riempiti e ordinati che forniamo alle nuove generazioni perché si abituino a fare come noi, come prima di noi gli altri, perché è sempre l’esperienza del passato a insegnare, perché si sa che il futuro non ha esperienza. È la cecità di Saramago che ci perseguita, ma sebbene lui ce l’abbia descritta non abbiamo ancora imparato a vedere. Tutto è indifferente finché il futuro non si fa presente.
Abbiamo bisogno urgente della terapia dell’utopia, abbiamo bisogno di città capaci di aprire fabbriche di idee e di occupare le piazze con i tavoli delle idee, di vincere il privato con il sociale, che nessuno sia privato della collettività, degli altri, dei loro pensieri e delle loro creatività. Senza prospettiva non si costruisce né si inventa e nemmeno si ha il diritto di mettere le mani in avanti verso il futuro. Senza utopia concreta si vede solo nebbia. Non possiamo essere ciechi di fronte alla necessità di una visione del futuro.
L’obiettivo principale, come scriveva Michel Foucault, non è di scoprire cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo per poter immaginare e costruire ciò che potremmo diventare. Imitare i pensieri che possono venire in mente a un cervello creativo, ecco quello che dovremmo fare. La nostra patria è il futuro, è questa carenza di spinta al futuro che ci affligge e ciò non potrà mai rendere migliori i passati che i futuri inevitabilmente diventeranno.
Intanto noi continuiamo a insegnare, a chi vivrà il futuro più di noi, il passato anziché il futuro e certo questo non potrà garantire futuri e passati migliori.
Il “non ancora”, sognare e avere nostalgia del “non ancora”. Dove sono i nostri “non ancora”, la capacità di sognare il futuro dei nostri figli? I “non ancora” che colpevolmente mancano, di cui portiamo la responsabilità, l’incapacità di costruire i progetti di vita, quei progetti di vita che non abitano le nostre scuole e le nostre istituzioni, che anzi li mortificano.
La vita non basta, la vita non ci basta più. Il respiro della vita è sempre verso il lontano, si nutre del vicino per andare lontano, se non ci fate andare lontano con le idee, il pensiero, l’invenzione, l’immaginazione, la creatività finirete per ucciderci. Non il lontano delle finzioni, ma il lontano degli obiettivi da conquistare, per crescere, per continuare a immaginare il lontano da raggiungere.
È questo che non sappiamo insegnare, è questo che non sappiamo far imparare ad apprendere ai nostri giovani chiusi sul presente delle nostre aule, chiusi al futuro che è l’unico che ci sa attendere.
Abitiamo cittadinanze che non sanno reinventarsi nell’ozio delle teste che non sono mai ben fatte e neppure ci proviamo a pensare come potrebbero essere fatte. È il nostro cancro moderno, il peggiore da sconfiggere, quello senza ricerca per guarire.
Le uniche luci che si accendono sono quelle delle strade nel buio delle nostre notti spente alle luci umane sospettosamente spiate dai led delle nostre tecnologie.
Mentre cresce la solitudine digitale, sempre più quella sociale reclama d’essere sconfitta. Reclama di colmare i vuoti, di scrivere negli spazi bianchi, di liberare le potenzialità individuali e collettive.
C’è chi vive con lo shock del futuro, sono i tanti mestatori di paure, i sequestratori dei pensieri e delle idee. Sono i nemici dell’utopia, quelli che non saprebbero come sopravvivere alla collisione con il domani. Se non avessimo da sempre pensato ai futuri possibili, l’umanità non avrebbe mai conosciuto il progresso. Ora la sfida che abbiamo di fronte è però quella di lavorare per i futuri preferibili, rispetto ai futuri probabili.
Non c’è niente di peggio che viaggiare soli con la propria ombra perché porta a dimenticare la meta e dimenticare la meta, come sottolineava Nietzsche, è la stupidaggine più frequente che si possa fare. Noi è questa stupidaggine che stiamo commettendo.

BORDO PAGINA
Le Stampanti 3d nel futuro… Che sia la fine del capitalismo?

Qualche tempo fa è uscito un libro anticipatore sulle cosiddette stampanti 3d dal titolo a dir poco ammaliante, ‘La Macchina di Santa Claus’, di Elisabetta Bonafede. Ebbene, nonostante puntualmente i media segnalino piccole grandi meraviglie potenziali o già concrete e possibili, persino per la medicina (organi “ricreati” da questa macchine nascenti formidabili), oppure spesso dimostrazioni in mostre scientifiche letteralmente catturino l’entusiasmo dei bambini con giocattoli creati in tempo reale, certamente sfuggono ancora gli orizzonti più clamorosi e rivoluzionari della nuova tecnologia.
Sembra fantascienza, ma portate all’estremo, le stampanti 3d sono forse destinate e senza colpo o spread ferire a terminare il capitalismo tout court e la ormai secolare dipendenza degli umani dalla produzione economica storica. O meglio, almeno a risolvere una volta per tutte, con effetti collaterali ovviamente dirompenti, quel che pur decenni di grande progresso scientifico sembra tutt’oggi incapace di realizzare su scala planetaria (anche paradossalmente e per cause esclusivamente politiche o di follia sociale condivisa).

Certe ricette di Green economy molto discutibili proprio grazie alle stampanti 3d più evolute, ovviamente in senso bios o biopolitico intelligente e democratico, potranno realizzare l’obiettivo minimale, ma decente, di sopravvivenza per poveri nel mondo occidentale e figurarsi per il terzo o quarto mondo.
Come già spesso sottolineato da diversi futurologi, certe macchine g-astronomiche presenti nelle astronavi fantascientifiche (anche l’Enterprise di Star Trek) del futuro, robot o computer chef e istantanei produttori del menu desiderato o almeno preprogrammato in vasta ampiezza di menu, dal caffè al tacchino del 4 luglio americano alla Coca Cola di Marte, anticipano le future Chef stampanti 3d.
A costi letteralmente irrisori in futuro sarà probabilmente possibile in ogni casa una Stampante 3d Chef pronta a cucinare all’istante per le nostre necessità quotidiane di sopravvivenza biologica!
Stampanti 3d g-astronomiche che al massimo costeranno come uno smartphone minimo ma perfettamente funzionale per obiettivi decorosi minimi. E siccome non si parla di navigare più veloce in 10g o fibre ottiche o di computer quantici o grafene, ma di assicurare cibo in tale caso letteralmente cibornetico a tutti quanti in linea di principio, ecco semplicemente come cominciare a concretizzare la contemporanea ultima utopia minimale del reddito minimo garantito o di esistenza, il bioreddito come si dovrebbe più civilmente chiamare.

Dalle stampanti 3d il bioreddito. Un bioreddito che già innesterà memi virus. Chi non avrà ambizioni da vip o di lusso di fatto rifletterà con tali biostampanti 3d, le Cybors, la fine dal capitalismo produttivo, in quanto le Cybors permetterano di superare ogni fase del meccanismo produttivo. Ognuno diventerà microproduttore economico per stesso, microcapitalista di sé stesso, tenuto conto che naturalmente se ci saranno Cybors figurarsi se non sarà possibile autogenerare (e meccanismo certamente piu semplice) oggetti inanimati (e già le stampanti 3d attuali lo fanno) abiti e persino casette magari antisismiche, insomma tutto il minimale o minimum per sopravvivere biologicamente.
Naturalmente allo stato attuale anche avveniristico e semifantascientifico, tutto il discorso regge come strategia di sopravivenza per i soggetti meno abbienti minoranze nel mondo occidentale evoluto e come strategia di pronto soccorso non banale e anzi ecorivoluzionaria per le aree del pianeta dove gli esseri umani e anche bambini muoiono ancora come nel medioevo o epoche precivili del passato remoto.
S’immagini però la stampante 3d come un semplice prototipo storico contemporaneo destinato a evoluzioni soprendenti in termini di complessità e potenzialità: non soltanto come immaginiamo e come potenziamento diciamo dell’intestino fondamentale, umano in senso già transumanista ecc al livello in questione. Ma stampanti 3d in grado di produrre anche energia artificiale, personal sun-energia solare o altro ad personam?
Un tempo esistevano calcolatori grandi come palazzi? Oggi stanno virtualmente nel braccio al posto dell’orologio (anche se i computer da polso non sono mai decollati ma li hanno fatti equivalenti da mano). Immaginate la nostra Mega Macchina economica compressa in certo senso ad personam, una sorta di incredibile decentramento e miniaturizzazione algoritimica in certo senso dove però il terminale: non sarà solo una AI direttamente ma una Rete con l’unità umana a base carbonio come interfaccia fondamentale. Un poco come già attualmente con il Web ogni persona è virtualmente tutto il mondo, interconnessa con tutto il pianeta vivente.
Sarebbe la fine del Capitalismo e anche del Capitale se si vuole di fallimentare utopia socialista!
Ma sarebbe il trionfo della democrazia ad persona, dell’individuo, autodiretto perlomeno al livello minimum esistenziale e socio-biologico.

Dopo, in un Mondo Nuovo del genere, ovviamente, siccome le grandi scoperte e conquiste ovviamente presuppongono, in scenari complessi, equipe e team di ipercomplessa conoscenza ecc., resterebbe eccome la fu lotta in certo senso ‘naturale’ e ‘darwiniana’ che premierebbe meritocraticamente ad personam le persone più creative o di talento o geniali: parliamo di sopra-vivere, però, non della sopravvivenza storica, obbligatoria come bisogno, soprattutto come ricatto esistenziale. Verso l’Homo Dreamens? Essenza in fondo dell’evoluzione umana, dell’animale uomo che sogna e desidera e fa con le macchine e la Tecnologia?

Info:
https://it.wikipedia.org/wiki/Replicatore_(Star_Trek)
https://www.bookrepublic.it/book/9788898001415-la-macchina-di-santa-claus/

IL DOSSIER SETTIMANALE
L’utopia perduta e il senso dell’esistenza
Un altro mondo è possibile

Utopia è una parola dimenticata. Eppure di utopia ci sarebbe grande bisogno: è la stella polare che indirizza il nostro cammino, orienta i nostri passi, dà senso al nostro agire. E’ il sogno che ci tiene svegli, la realtà agognata che non si realizzerà mai come l’abbiamo immaginata ma che ci induce a operare con entusiasmo e così facendo a migliorare il nostro presente e aprire il varco a un futuro desiderabile.

Oggi viviamo oppressi dalla concretezza dell’avere, più che sogni nutriamo appetiti che spesso si riducono al possesso e al consumo compulsivo. La frenesia che ci anima si riduce a un vuoto vortice di effimere illusioni nel quale il senso profondo dell’esistenza si annichilisce. Abbiamo scordato che la vera ricchezza non è nel possesso ma nello scambio, che le persone valgono non per ciò che hanno ma per quel che sono, che la gioia sta nella condivisione di attimi, parole, emozioni, che la vita è relazione, che il confronto e il dialogo sono i propellenti del progresso, che la felicità è tale solo se può essere partecipata.

Un altro mondo è possibile – vedi il sommario

utopia

Utopia

Edorado Bennato
Edorado Bennato

Niente odio e violenza,
né soldati, né armi,
forse è proprio l’isola che non c’è
… che non c’è.
Seconda stella a destra
questo è il cammino,
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perché
quella è l’isola che non c’è!
(Edoardo Bennato)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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