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UNIVERSITÁ E MERITOCRAZIA:
disuguaglianza e competizione studentesca

 

Il termine meritocrazia viene coniato dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50 nel libro The rise of the Meritocracy. Il suo saggio critico-satirico, letto in chiave distopica, sostiene l’assurdità di una società in cui ricchezze e potere vengono distribuiti sulla base del QI creando così una classe dirigente ancora più chiusa, indipendente ed escludente.

Young muove questa critica partendo da una denuncia del sistema dell’istruzione pubblica britannica, un modello quanto più attuale che finanzia la creazione di poli di eccellenza ed elitari limitando e marginalizzando ciò che viene considerato mediocrità, un modello oggi chiamato Harvard Here. In questo senso la prima vittima della meritocrazia come intesa da Young è la stessa democrazia, ma oggi sembriamo averlo dimenticato.

Il merito di cui tanto amano riempirsi la bocca i politici ha un significato diverso da quello pensato dal sociologo. Oggi con questa parola vogliamo intendere la richiesta di un giudizio attraverso il quale attribuire a un soggetto un qualsiasi bene in base a una caratteristica ‘personale’.

Diventa dunque obbligatorio chiedersi che cosa costituisce un merito, o meglio ancora che cosa costituisce la caratteristica. A differenza di come sembra essere definito, infatti, il merito non è un concetto assoluto, ma è inevitabilmente relativo all’obiettivo da realizzare e una gamma di valori, negando così il mito dell’oggettività nella valutazione . Lo stesso Young esprime questo concetto attraverso una metafora quanto mai calzante: il merito non è un coperchio buono per tutte le pentole.

Come è evidente, il monito del pensatore inglese non è stato capito, o forse neppure ascoltato. E’ lo stesso Young, in un’intervista sul Guardian del 2001, a mostrarsi amareggiato per il percorso e interpretazione preso dal termine da lui coniato:
«SONO STATO TRISTEMENTE DELUSO DAL MIO LIBRO DEL 1958, THE RISE OF THE MERITOCRACY. HO CONIATO UNA PAROLA CHE SI È DIFFUSA AMPIAMENTE, SPECIE NEGLI STATI UNITI, E DI RECENTE HA TROVATO UN POSTO DI PRIMO PIANO NEI DISCORSI DI MR BLAIR. IL LIBRO ERA UNA SATIRA CHE INTENDEVA ESSERE UN AVVERTIMENTO (CHE, INUTILE DIRLO, NON HA AVUTO SEGUITO) PER METTERE IN GUARDIA PER CIÒ CHE SAREBBE POTUTO ACCADERE IN GRAN BRETAGNA TRA IL 1958 E L’IMMAGINARIA RIVOLTA FINALE CONTRO LA MERITOCRAZIA NEL 2033»

Venuto a mancare nel 2002, sarebbe oggi deluso nel vedere un sistema educativo che si limita a fotografare e riproporre la differenza di classe attraverso sistemi di selezione prematuri e totalmente indifferenti alle condizioni di partenza degli studenti. Nella medesima intervista sottolinea come le nuove generazioni vedano l’istruzione ormai solo come luogo di formazione professionale dove apprendere le cosiddette skill, dimenticando inevitabilmente il ruolo centrale dell’istruzione che, prima di tutto, deve promuovere ed educare alla comune appartenenza a una società politica.

La nostra generazione vive, infatti, un quasi totale disinteresse per la società politica, della quale fa parte senza quasi saperlo. “Nessuna sotto-classe è mai stata lasciata così nuda dal punto di vista morale”, affermava Young nell’intervista di vent’anni fa.

Come sostiene anche il filosofo politico John Rawls nel suo A theory of justice, la vita delle persone è fortemente influenzata dalle contingenze familiari, sociali e – come lui stesso definisce – dalla lotteria sociale, intendendo tutti i fattori assolutamente arbitrari. Nessuno può scegliere se nascere uomo o donna, ricco o povero, in America o in Somalia. Per diventare metro di giustizia il merito dovrebbe muoversi all’interno di un’equa uguaglianza di opportunità: occorre che chiunque abbia la possibilità di sviluppare quei meriti allo stesso modo, partendo da un piano di uguaglianza.

In realtà è la stessa Costituzione Italiana ad affermare un concetto molto simile. L’articolo 34 infatti sancisce: “i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”. Afferma cioè, non  tanto che i gradi più alti di livello di istruzione siano raggiungibili dai meritevoli, ma piuttosto l’intento di abbattere gli ostacoli di ordine economico che impediscono pari opportunità nel raggiungere tali traguardi.
Diventa necessario puntualizzare che gli stessi talenti e capacità intellettive ancora una volta non sono scelte, ma ci appartengono per quella che Rawls chiama lotteria naturale. Per quanto l’esercizio e la pratica siano strumenti necessari per il perfezionamento è inevitabile considerare come questi dipendano da punti di partenza mossi dal caso.  Si va così delineando una nuova forma di classismo, forse già esistente ma che si manifestava in maniera differente, basata sul concetto di merito associato in maniera fuorviante di meritocrazia.

Il merito dentro l’università

All’interno dell’Università la logica meritocratica non è solo presente, ma addirittura predominante. La retorica dell’eccellenza che porta il merito dentro gli atenei si contrappone al reale malessere e disagio psicologico di studenti che vivono una crisi pedagogica e di prospettive. Un’università che esalta individualismo, competizione e il più totale disimpegno per la comunità ha come strumento il merito,  tramite il quale si colpevolizza il fallimento e giustifica il sacrificio fino a limiti infiniti.

Troppe volte la risoluzione di questo percorso è l’abbandono degli studi o costanti burnout  (termine inglese che letteralmente significa bruciato, esaurito scoppiato. Riconosciuto dall’OMS nel 2019 come sindrome occupazionale, è ancora limitato all’ambito lavorativo e non è quindi in grado di quantificare e comprendere il problema dentro la realtà universitaria).

La retorica del merito ha come conclusione l’esaltazione (anche sui mass media) di chi riesce a finire gli studi precocemente, contrapposta a notizie come quella dell’8 ottobre di un ragazzo di 29 anni che si è tolto la vita il giorno in cui la famiglia pensava si sarebbe laureato.
Una retorica che scaricare sul singolo tutte le contraddizioni e le colpe proprie del contesto universitario. Le persone finiscono cioè per sentirsi in colpa se fuori corso, finiscono discriminati se studenti-lavoratori e quindi non frequentanti, finiscono per avere danni psico-fisici a causa di ritmi di esami forti e di assenza di contenuti culturali dentro l’università.

Anche dentro l’Università, come nel mondo del lavoro, ci insegnano una competizione spietata, non tra idee scientifiche come dovrebbe essere, ma tra vicini e studenti come noi. Così, il ‘raggiungimento del successo’ spesso arriva di pari passo con la prevaricazione dei nostri colleghi. Forzati ad un isolamento belligerante – caratteristica maggiormente esaltata durante la pandemia –  viviamo l’Università come carriera universitaria puntando a un’eccellenza che arriva grazie al merito individuale.

LA RIFLESSIONE
Dilemmi della complessità e scelte etiche

Viviamo in un mondo straordinariamente complesso fondato sull’incessante azione di influenzamento che agenzie e soggetti istituzionali svolgono per orientare atteggiamenti, opinioni, scelte e decisioni di altri soggetti verso scopi ritenuti per qualche motivo rilevanti. Per vivere consapevolmente in questo mondo, godendone i frutti migliori e senza esserne vittime, occorre conoscenza e capacità di discernimento; serve creatività, capacità di pensare fuori dagli schemi mantenendo un forte senso della propria responsabilità. Servono regole di pensiero e guide di comportamento che consentano un orientamento e permettano di valutare con indipendenza di giudizio gli eventi sociali, la finanza, l’economia, la politica, gli affari, l’informazione, la tecnologia.

Ogni giorno siamo impegnati in un costante processo cognitivo ed emotivo che ci porta a valutare e giudicare eventi e notizie, fatti ed accadimenti, che vengono portati all’attenzione da un sistema mediatico sempre più invasivo e diffuso. Su questi prendiamo spesso partito, discriminiamo tra ciò che riteniamo bene e male, giusto o sbagliato; siamo in altre parole impegnati nostro malgrado in un processo di tipo etico mirato a distinguere, dal nostro particolare punto di vista, fatti e comportamenti buoni, giusti, o moralmente leciti, da fatti e comportamenti cattivi o moralmente inappropriati.

L’esperienza insegna che, in quanto soggetti sociali, siamo sempre coinvolti in queste procedure quotidiane di valutazione che usiamo, in modo implicito o esplicito, per dirimere questioni, giudicare eventi, fare scelte; dietro queste procedure siamo costretti a riconoscere l’esistenza, spesse volte oscura, di alcuni principi, di alcuni valori ai quali ci affidiamo, a volte in modo intuitivo altre volte in modo ragionato, per sostenere ed argomentare la bontà delle nostre posizioni: conseguenza, dovere, diritti, giustizia sociale, cura, sono alcuni dei più noti. Questi principi forniscono una guida per l’azione e consentono di dare fondamento a ciò che si ritiene essere giusto e buono rispetto a ciò che si definisce male e sbagliato.

Secondo il principio di conseguenza caro all’utilitarismo, un’azione è ritenuta buona e giusta in base alle conseguenze che produce; ad esempio se permette di ottenere i migliori effetti positivi per il maggior numero di persone.
Se usare il criterio del dovere un’azione è giusta e buona se deriva dal rispetto di un obbligo derivante da ruoli, leggi, prescrizioni di tipo morale o religioso, ovvero da obbligazioni ed aspettative che altri soggetti hanno rispetto ai comportamenti propri di un ruolo o di una persona. L’imperativo morale che ne consegue può essere descritto dalla regola aurea “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”.
Se ci si appella al criterio dei diritti, un’azione è ritenuta giusta e buona se tiene sempre in considerazione i diritti di ogni persona, li rispetta e li garantisce. La salvaguardia dei diritti delle persone comporta il suggerimento morale di trattare  le persone sempre con un fine in sé e mai come un mezzo.
Se si usa il criterio della giustizia sociale un’azione è giusta e buona se garantisce l’equità, ovvero se garantisce un comune accesso alle libertà fondamentali, se contrasta l’ineguaglianza sociale e la sperequazione economica.
Infine se si adotta il criterio della cura, già fondamento degli approcci femministi, un’azione è ritenuta giusta e buona se sviluppa e protegge le relazioni e tiene conto del contesto nel quale si manifestano i dilemmi etici di creature che prima di essere razionali sono sensibili.

Quale principio tendiamo ad adottare per giudicare quanto avviene nel mondo? E quale principio orienta maggiormente le nostre azioni? Quali principi siamo in grado di riconoscere alla base di particolari decisioni politiche o amministrative? Oppure non usiamo nessuno di questi principi ed accettiamo per buone, acriticamente, le idee e le decisioni del nostro clan di appartenenza, del nostro gruppo o della parte sociale o politica alla quale riteniamo di appartenere?
Nessuno di noi è tenuto ad essere un filosofo ma un minimo di consapevolezza circa questi assunti taciti può aiutare la comprensione reciproca e può aiutare a comprendere un po’ meglio la complessità quotidiana in cui viviamo, evitando quegli scontri frontali che sempre più spesso avvelenano il clima e sostituiscono quel processo di costruzione di senso basato sulle differenze che sta alla base della democrazia.

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IL FATTO
L’importanza della valutazione ambientale strategica, lo dice anche papa Francesco

La Valutazione ambientale strategica è un processo sistematico (procedimento e non provvedimento) in grado di valutare le conseguenze sul piano ambientale delle azioni proposte dagli enti di governo del territorio – piani e programmi – in modo che queste siano incluse ed affrontate, alla pari delle considerazioni di ordine economico e sociale, fin dalle prime fasi strategiche del processo decisionale. Il principio è molto bello e la Vas dovrebbe essere uno strumento fondamentale di comprensione per i cittadini, invece spesso ne viene trascurata l’importanza.
Anche papa Francesco ne parla nella sua enciclica “Laudato si'” uscita oggi e che vi invito a leggere con attenzione [leggi]; si trovano principi e concetti di altissimo valore e rappresenta un appello ecologico di grandissima rilevanza, sintetizzato nel sottotitolo “Sulla cura della casa comune”.

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Tema attualissimo dunque quello dell’attenzione all’ambiente e ad un nuovo modello di sviluppo, ma torniamo alla Valutazione ambientale strategica, il cui processo decisionale si potrebbe così definire per punti:
– organizzazione del processo (e sua attivazione);
– raccolta e analisi dei dati necessari (tale attività prevede l’attenzione dei vincoli e degli obiettivi, valutazione degli scenari di riferimento e l’analisi della coerenza);
– elaborazione delle possibili soluzioni (verifica delle alternative possibili):
– valutazione (individuazione dei criteri di valutazione, predizione degli effetti, valutazione comparativa delle alternative, analisi della coerenza interna);
– consultazione e scelte (presentazione del rapporto ambientale, consultazione e scelte, approvazione delle scelte);
– attuazione (redazione di dettaglio della soluzione prescelta, stesura del piano, controllo)

Capite bene che avere tutte queste informazioni sarebbe molto utile. In particolare si potrebbe definire la modalità di ricognizione degli obiettivi e delle finalità di ogni piano. Tale fase potrebbe essere sintetizzata dalle seguenti azioni:
– quali sono gli obiettivi da perseguire (politiche ambientali);
– lista derivata degli obiettivi (strumento di verifica)
– indicazione di dove il piano li ha affrontati.

In particolare, sulla base della fase di ricognizione, potrebbe essere possibile effettuare una prima valutazione degli obiettivi della pianificazione ambientale, esprimendo un giudizio che espliciti la rilevanza dell’obiettivo e delle strategie di pianificazione adottate, la disponibilità di informazioni per la definizione di quell’obiettivo e la presenza di difficoltà e/o criticità nelle azioni.
In una seconda fase dovrebbe avvenire l’integrazione dei risultati della valutazione ambientale che, in base ai risultati evidenziati appunto attraverso la fase della valutazione ambientale, permetterebbe di rilevare gli aspetti delicati e critici presenti, individuando azioni volte al miglioramento nelle modalità di attuazione e delle priorità stabilite per gli obiettivi assunti. L’analisi delle criticità indirizzerebbe le azioni successive di pianificazione anche in relazione alla Via (Valutazione di impatto ambientale) dei progetti degli impianti di gestione dei rifiuti. Invece spesso i documenti Vas sono kilometri di carta con dentro tutto e in fondo nulla; servono a confondere le idee e a salvare le coscienze; servirebbe invece poco per avere Vas utili: sintesi, chiarezza e pragmatismo.

Poniamoci (e poniamo) più spesso queste domande (e soprattutto pretendiamo risposte):
Quali sono le questioni ambientali più importanti, su cui concentrare le valutazioni?
Chi sono i soggetti che giocano un ruolo di sostenitori della strategia di piano?
Chi sono i soggetti che in futuro potranno giocare ruoli di sostegno del piano?
In quali forme le organizzazioni sociali manifestano la loro opinione in merito al piano?
In che misura si prevedono meccanismi di gestione dei conflitti sociali?
Gli obiettivi del piano sono coerenti con quelli rilevanti per l’ambiente sostenibile?
In che misura il piano prevede meccanismi per la sua comprensione chiara ed efficace?
Quali sono i rischi esterni che il piano deve considerare?
Quali saranno i risultati più importanti in ambito ambientale?
Quali sono i ruoli e le responsabilità istituzionali del controllo ambientale?
Sono previsti momenti di informazione/formazione nel controllo del piano?

Dell’enciclica se ne parlerà martedì 23 giugno ore 17,30, presso il monastero Corpus Domini di via Campofranco, Ferrara, all’incontro “Laudato si’, sulla cura della casa comune – La nuova enciclica di Papa Francesco“, con Massimo Faggioli, docente di Storia del cristianesimo (University of St. Thomas – Minneapolis / St. Paul) e Piero Stefani, biblista e redattore della Rivista “Il Regno”, coordina Roberto Cassoli [vedi].

ECOLOGICAMENTE
Vita e morte di un prodotto. Il metodo Lca per la valutazione d’impatto

Ogni prodotto prima o poi non serve più e diventa rifiuto, per questo è importante studiarne la sua vita e soprattutto prevederne la sua fine. L’analisi del ciclo di vita di un prodotto rappresenta dunque una metodologia che consente di valutare e di quantificare l’impatto ambientale generato lungo l’intero suo ciclo di vita. Sembra un ragionamento complesso, ma vorrei proporlo perché importante e in fondo semplice.
Il “Life Cycle Assessment” (Lca) è un approccio fondamentale per considerare l’intero ciclo di vita del materiale basandosi sul motto “dalla culla alla tomba” (“from cradle to grave”). Questa analisi, che di approfondire tutte le fasi in un percorso iterativo, permette di avere una visione globale del processo produttivo, scomponendolo in una serie di unità produttive (dunque partendo dall’estrazione delle materie prime, considerando le fasi di trasporto, di trasformazione, di gestione del fine vita) e considerando le emissioni, quindi gli effetti di ogni unità sull’ambiente.
Lo sviluppo di questa metodologia ha prodotto importanti scoperte e soprattutto ha spesso fornito importanti soluzioni. La struttura di Lca la possiamo suddividere in quattro momenti principali:
• l’individuazione e definizione degli obiettivi (fase preliminare) in cui sono definiti il campo di applicazione, l’unità funzionale, i confini del sistema, il fabbisogno di dati, le premesse e i vincoli, chi esegue e a chi è indirizzato lo studio, quale funzioni o prodotti si studiano, i requisiti di qualità dei dati.
• la fase di raccolta delle informazioni e quindi dei dati necessari (con le procedure di calcolo volte a quantificare i flussi in entrata e in uscita rilevanti di un sistema di prodotto) in accordo all’obiettivo e al campo di applicazione.
• la valutazione dell’impatto del ciclo di vita, fase critica fondamentale, che ha lo scopo di valutare la portata dei potenziali impatti ambientali utilizzando i risultati dell’analisi di inventario del ciclo di vita.
• la sintesi dell’interpretazione conclusiva, che è un procedimento sistematico volto all’identificazione, qualifica, verifica e valutazione dei risultati delle fasi di inventario e di valutazione degli impatti, al fine di presentarli in forma tale da soddisfare i requisiti dell’applicazione descritti nell’obiettivo e nel campo di applicazione, nonché di trarre conclusioni e raccomandazioni.
Apparentemente complesso, ma in verità solo uno strumento di buonsenso che sarebbe bene fosse applicato in molti settori e in molte occasioni. Lca infatti è una metodologia di valutazione ambientale applicabile in ogni settore industriale o di servizi
che fornisce una visione globale e dettagliata del sistema in osservazione, perché permette di:
• evidenziare e localizzare le opportunità di riduzione degli impatti ambientali;
• supportare decisioni in merito a interventi su processi, prodotti e attività;
• informare i cittadini in merito all’impatto ambientale legato al ciclo di vita dei prodotti;
• identificare linee strategiche per lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi;
• paragonare tra loro prodotti con la medesima funzione;
• valutare e confrontare gli effetti legati a diverse politiche ambientali e di gestione delle risorse;
• approfondire la valutazione ambientale del sistema di prodotto nel contesto della certificazione.

L’interesse per l’Lca non è storia recente, anzi risale almeno a quarant’anni fa quando si pensò di introdurre una serie di metodi per la valutazione quantitativa degli impatti riguardo a differenti tematiche ambientali (impoverimento delle risorse, riscaldamento globale, inquinamento da impianti). Si comprese subito che sarebbe stato un importante strumento di trasparenza e di informazione ai cittadini, tuttavia ci si rese anche conto che vi era in genere una scarsa uniformazione delle valutazioni.
Forse siamo ancora fermi qui. Anzi direi di più, in realtà a livello europeo esiste una schematizzazione che non è utilizzata da tutti e che anzi ognuno utilizza a proprio vantaggio per fare risultare i dati che vuole. Questa mancanza di strumento condiviso fa perdere il valore di sistema che dovrebbe avere; potrebbe invece essere lo strumento principe in molti settori, a partire anche dalla Pianificazione rifiuti (se i dati di input fossero veritieri e gli scenari pragmatici e non fantasiosi, come spesso accade).

Eppure il metodo offre numerose possibilità di utilizzo e con un poco di fiducia e di serietà potrebbe permettere:
• la valutazione dell’impatto ambientale di prodotti differenti, aventi la medesima funzione;
• l’identificazione, all’interno del ciclo produttivo o del ciclo di vita del prodotto, dei principali percorsi verso possibili miglioramenti, intervenendo sulla scelta dei materiali, delle tecnologie e degli imballaggi;
• il sostegno alla progettazione di nuovi prodotti e la segnalazione di innovative strategie per lo sviluppo, consentendo risparmi, sia per l’azienda, sia per il consumatore;
• la dimostrazione di aver ottenuto un ridotto impatto ambientale ai fini dell’attribuzione del marchio ecologico comunitario (Ecolabel);
• l’ottenimento di un risparmio energetico e il sostegno nella scelta dei procedimenti per il disinquinamento;
• il supporto nella scelta delle soluzioni più efficaci e idonee per il trattamento dei rifiuti;
• la base oggettiva di informazioni e di lavoro per l’elaborazione dei regolamenti che riguardano l’ambiente.

Insomma basta cercare l’ovvio e farlo.

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cinque cose che ho imparato

Cinque cose che ho imparato, “Five things I’ve learned”, è un blog della Fondazione Pearson [vedi], la società leader mondiale dell’apprendimento. Raccoglie le riflessioni di diverse personalità della ricerca educativa internazionale. Mettendo insieme queste voci si propone di offrire una vetrina sulle prospettive dell’istruzione e dell’apprendimento.
Tra i numerosi interventi, uno in particolare ci interessa. Ci interessa cosa dice Andreas Schleicher, tedesco, ricercatore nell’ambito dell’istruzione, duramente critico nei confronti del sistema scolastico della Germania, specialmente in merito alla sua forte selezione. Ma Andreas Schleicher cattura la nostra attenzione soprattutto perché è l’attuale direttore del programma dell’Ocse per la valutazione internazionale degli apprendimenti (Pisa).
Obiettivo dell’istruzione, scrive Schleicher, è quello di consentire alle persone di diventare attori della formazione permanente, per gestire più complessi modi di pensare e di lavorare.
Di qui elenca le cinque cose che lui ha appreso. Innanzitutto che nell’economia globale non sono gli standard scolastici a contare. Potremmo dire i livelli di prestazione richiesti dai test Pisa, che tanto fanno discutere sulla collocazione di questa o quella nazione nelle classifiche Ocse. E quindi la corsa non può essere allo standard, ad impugnare la bandierina del primo in classifica, come finora anche nel nostro Paese si è ritenuto. Ciò che conta sono i sistemi di istruzione, i loro risultati a livello internazionale. Finalmente uno sguardo non più alla pagliuzza nell’occhio, ma alla trave. Non sono i nostri giovani a non studiare, non sono i nostri insegnanti a non insegnare, ma è proprio il sistema che deve essere chiamato in causa. Utile per chi pensa che con l’autovalutazione di istituto e con una task force di ispettori si risolveranno i mali della nostra scuola. Schleicher ci dice semplicemente che in questo modo continueremo ad occuparci dei sintomi senza mai aggredirne le cause.
Il processo al sistema non può che muovere dai rapidi cambiamenti prodotti dalle nuove tecnologie che consentono di accedere a grandi quantità di informazioni, la digitalizzazione istantanea permette a individui e imprese, ovunque si trovino nel mondo, di essere più efficaci e competitivi. Per tanto conoscenze e competenze sono divenute la moneta globale del 21° secolo.
Quando ancora si pensava che quanto appreso a scuola sarebbe durato per tutta la vita, l’insegnamento dei contenuti e delle abilità cognitive di routine era il centro dell’istruzione. Di qui il secondo apprendimento. Oggi, che è possibile accedere ai contenuti su Google recuperando facilmente le conoscenze di routine, dove i lavori mutano rapidamente, l’attenzione è principalmente rivolta a rendere le persone capaci di essere soggetti della formazione permanente.
Ne deriva, come terzo apprendimento, che la deprivazione non deve essere più il destino per nessuno. L’equità nell’istruzione è la chiave della mobilità sociale e della democratizzazione del sapere. I sistemi di istruzione in grado di abbattere le disuguaglianze sociali e di reddito sono quelli che impiegano gli insegnanti più bravi nelle classi più impegnative e i dirigenti scolastici più capaci nelle scuole più svantaggiate, permettendo così a tutti gli studenti un ottimo insegnamento ed elevati risultati. Ciò perché vengono messe in campo forme nuove di offerta formativa che consentono agli studenti di apprendere nei modi più favorevoli alla loro crescita. Standard e conformità sono gli obiettivi del passato; ora si tratta di essere geniali, nella personalizzazione dell’istruzione.
L’educazione moderna è formazione all’autonomia professionale all’interno di un cultura collaborativa. È il quarto punto appreso da Schleicher. Nel vecchio sistema scolastico burocratico, gli insegnanti sono lasciati soli in aula, con un sacco di prescrizioni su cosa insegnare. I sistemi di istruzione che ottengono i migliori risultati si prefiggono obiettivi ambiziosi, sono chiari su ciò che gli studenti devono essere in grado di fare. Dotano gli insegnanti degli strumenti per stabilire contenuti e apprendimenti necessari ad ogni alunno preso singolarmente. Il passato era consegnato al sapere accumulato; il futuro è del sapere generato dalle persone.
Ma senza investimenti non c’è futuro per l’istruzione. È l’ultimo degli apprendimenti di Schleicher. Potrebbe sembrare l’uovo di Colombo. Da sempre è così. Ma un conto è considerare l’istruzione un servizio, altro è ritenerla il motore dell’economia e dello sviluppo di un Paese. Qui c’è un cambio di prospettiva ancora incompreso dalla politica e dai soggetti economici del nostro paese, che ragionano in termini di utilità immediate e con un’incapiente miopia nei confronti del futuro. Oggi più che mai, senza investimenti sufficienti le competenze delle persone languiscono ai margini della società, il progresso tecnologico non si traduce in crescita della produttività, e nessun Paese può più pensare di competere in un’economia globale sempre più fondata sulla conoscenza.
In molti Paesi poveri di risorse naturali, l’istruzione ha prodotto forti risultati e un elevato status, perché il grande pubblico ha compreso che un Paese vive delle sue conoscenze e abilità. Il mondo è diventato indifferente alla reputazione della tradizione e del passato, non perdona le sterili consuetudini e l’ignoranza. Il successo è di quegli individui e di quelle nazioni che sono veloci ad adattarsi, restie a lamentarsi, aperte al cambiamento. Il compito per gli educatori e i responsabili politici è quello di garantire che il Paese sia in grado di affrontare questa sfida.

Guarda e ascolta la Ted conference di Andreas Schleicher [vedi].

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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