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Elettra che parlava con gli occhi

 

Non si può ricordare la scrittrice Elettra Testi morta in questi giorni di giugno 2022 senza nominare il suo molto amato Giacomo Leopardi:
La morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza“ (Zibaldone di pensieri).

Negli ultimi anni della sua vita Elettra Testi ha avuto tante malattie ed ha sicuramente sopportato tanto dolore. Gli ultimi ricordi di lei sono tristi. Era triste vederla anziana, camminare lentamente, profondamente piegata dal peso degli anni, il volto segnato dal dolore. Ma nonostante la sua grande fragilità, Elettra non ha mai perso la sua sottile ironia e la gentilezza verso gli altri. Con gli anni, la sua voce si è abbassata, confusa, difficile da capire. Però Elettra continuava a parlare parlare con gli occhi. Fino all’ultimo è stata per tanti una maestra indimenticabile.

Passo dopo passo la sua generazione, la generazione della grande stagione avviata negli anni Sessanta, scende dal palco della cultura urbana di Ferrara. Oggi su questo palco c’è un’altra generazione, forse più libera, più capace di parlare al mondo attraverso i nuovi media, ma spesso pcocltail per iù noiosa, più più dipendente dal mercato e dal consumo, meno creativa.

Per la movida di via Carlo Mayr, forse ‘Leopardi’ è solo il nome di un nuovo cocktail per un aperitivo serale. Anche Elettra amava la vita, era piena di sentimento, coltivava il buon gusto, ma li accompagnava sempre con l’amore per la cultura, la letteratura, la musica classica.
Chissà, ora che sta dall’altra parte, potrà incontrare finalmente Paolina Leopardi, su cui Elettra aveva scritto un libro bellissimo.

Adelaide e la rabbia degli angeli – un racconto

di Marcella Mascellani

Quello di settembre era il primo sabato che Adelaide avrebbe trascorso lontano dalla propria casa. La porta chiusa, serrata. Sono passata più volte, nessun movimento.
Esattamente quindici giorni prima, quell’anziana signora, mi aveva fermata davanti al proprio cancello mentre passeggiando mi godevo le ultime ore di sole estivo.
Mi mettono via” mi disse quella frase annuendo più volte il capo.

La guardai incredula. E’ così energica Adelaide, non si riposa un attimo: sposta le piante, stende i panni, coltiva il suo orto, gioca con il suo cane.
In una delle tante occasioni nelle quali mi ero fermata a parlare con lei, mi aveva confessato che spesso la notte faticava a dormire
– “Se sono stanca, perché magari mi muovo tutto il giorno, dormo. Non voglio prendere farmaci. A volte guardo la televisione, mi bevo un po’ di latte e anche se mi riaddormento verso mattina nessun problema, a pos star a let – mi diceva sorridendo mostrandomi le gengive e dando libero sfogo all’inflessione dialettale.

Mi mettono via e non me l’aspettavo”. Mi ripete. “Ora tocca a me. Spero di morire presto. Vado in una casa famiglia vicino ad una mia cugina che mi può venire a trovare. Poi se sarà così non lo so.

Non lo merito… ho lavorato tanto, mi sono fatta questa casa da sola. Mio marito è morto quando la casa era in costruzione, tre figli da tirar su, erano piccoli. Cosi non me l’aspettavo”. Allarga le braccia in segno di resa. A cosa si arrende? Alla decisione dei figli, alla vecchiaia, alla difficoltà di vivere in una società all’apparenza semplificata, ma in realtà sempre più complicata? Non lo so e non lo sa nemmeno lei.

Mi commuovo, sento il suo dolore. Le dico che sicuramente la porteranno ogni tanto a rivedere la sua casa. Mi dice che è meglio che non la riveda più. Se così deve andare, cosi vada.

La sera mentre preparo la cena cerco di pensare che in fondo Adelaide potrebbe anche star bene nella “Casa Famiglia”. Sono poi cose materiali che lascerà e se fosse morta le avrebbe lasciate comunque.

Ma è viva e vivi sono i ricordi e i desideri che accompagneranno le sue giornate.

Mi viene da pensare a quando a volte in casa mi guardo le foto di quando ero giovane, delle gite, delle vacanze e trovo bella la mia vita, la mia gioventù.

Penso a quando sono sola e decido di non cucinare, di mangiarmi un panino in santa pace, guardando la TV o leggendo un libro ascoltando il rumore del silenzio; o a quando canto sotto la doccia senza che nessuno si chieda se sono impazzita. A volte chiamo un’amica anche se sono le dieci di sera. Non disturbo nessuno.

Se lo fa anche lei sono piccole libertà che le mancheranno.

Volare con la mente senza la briglia degli anni, senza doverne dar conto a nessuno.

Anche Adelaide è uno spirito libero, sempre indaffarata a gestire le sue giornate. Quando era tempo di raccogliere l’uva mi preparava i “sugali** e me ne dava una ciotola. Quest’autunno mi mancherà quel gesto di ringraziamento dettato dal fatto che a volte mi fermavo a parlare con lei.

Ci si pensa tante volte al fatto che se si ha la fortuna di non morire giovani si diventa vecchi. Si pensa di arrivare a quel giorno organizzati, preparati; invece a volte qualcuno deve decidere per noi. Come si fa…? non c’è alternativa.

All’inizio della mia carriera come infermiera ho lavorato alla “Casa di Riposo”. Non ho mai visto maltrattare nessuno, però quando era ora di mangiare si mangiava, quando era ora di dormire si dormiva, quando era ora di lavarsi ci si lavava, quando era l’ora del silenzio si taceva.

Io ero destinata agli autosufficienti, ma anche per loro c’erano rituali dettati dall’organizzazione. I familiari che venivano a trovare il proprio congiunto si contavano sulle punte di tre dita. Sembravano persone senza passato, senza storia, catapultate in un mondo senza futuro. Si sarebbero potuti alzare dal loro letto, ma nessuno lo faceva, a meno che non dovesse andare al bagno.

Alzarsi e camminare, camminare per andare dove?

Oggi è tutto cambiato. Ne sono sicura.

Tre giorni prima della partenza Adelaide impreca, rompe anche dei piatti. Impreca contro il passato, contro gli anni augurandosi che ne rimangano pochi, impreca contro tutto quello che non immaginava andasse così.

La sera, leggendo, anche l’ultimo libro che ho comprato mi parla della vecchiaia. Sembra una congiura verso i miei pensieri.

“Gli ultimi sei anni di vita sono i più costosi, dolorosi e solitari, sono anni di dipendenza e, con una terribile frequenza, sono anni di povertà. Solitamente l’ultima fase è tragica, perché la società non è preparata a gestire la longevità”, scrive Isabel Allende  (Donne dell’anima mia, Feltrinelli). Circa quarant’anni fa lessi un libro di Sindney Sheldon dal titolo La rabbia degli angeli. No, non ricordo più la trama, ma mentre passo davanti a casa di Adelaide e la sento imprecare, mi viene da associare quel titolo al suo nome.

 

DI MERCOLEDI’
“Casa d’altri”, il racconto perfetto di Silvio D’Arzo

 

Così è stato definito da Eugenio Montale: “un racconto perfetto”. Mi riferisco a Casa d’altri, scritto nel 1947 da Ezio Comparoni, un giovane autore di Reggio Emilia che per pubblicazioni precedenti si era dotato di altri pseudonimi e che per questo suo racconto lungo aveva scelto di firmarsi Silvio D’Arzo. Ho ritrovato  il suo nome in appunti ormai datati, presi a un corso d’aggiornamento per docenti di letteratura italiana; il relatore era il grande Andrea Battistini, che ne caldeggiò la lettura a chi gli chiedeva quali fossero gli autori canonici del Novecento. E’ passato anche troppo tempo, ora voglio conoscerlo. Per prima cosa cerco negli scaffali della mia libreria e trovo quasi subito un volumetto che ho comprato all’epoca, L’uomo che camminava per le strade: una raccolta di racconti dello stesso D’Arzo uscita nel 1993 a cura di Daniele Garbuglia, in cui è riportata una buona bibliografia sull’autore; da lì spicca il nome di Eraldo Affinati come curatore dell’opera saggistica di D’Arzo, raccolta sotto il titolo Contea inglese.

Ho conosciuto Affinati e letto il suo intenso L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani; so che lavora con passione e scrive con sguardo profondo. Si aggiunge a Montale e a Battistini nello spingermi verso questo giovane scrittore reggiano che era del 1920, come mio padre, e come me si era laureato in Lettere a Bologna, lui però a soli 21 anni. Un grande talento morto a 32 anni di leucemia. Non so da cosa vi facciate convincere voi nelle scelte di lettura, io sono piuttosto sensibile alle parabole di vita così segnate dalla tyche e mi lascio guidare volentieri dal giudizio di coloro che mi sono maestri.

Eccomi dunque con il volumetto dei racconti tra le mani. Scelgo di leggere in ordine casuale i testi che vi sono raccolti e sono ben contenta che Casa d’altri qui non ci sia. Sento che devo rispettare delle tappe di avvicinamento al capolavoro. Vado solo a sbirciare le poche righe che lo riassumono nella edizione Einaudi del 1980, che intanto mi sono procurata, in cui la introduzione è scritta proprio da Affinati: i protagonisti sono un prete e una vecchia. Il fulcro della storia ruota intorno a una domanda che la donna rivolge al prete. Mi piace. Mi piace che i personaggi siano persone così e che le parole scambiate tra loro stiano al centro del racconto.

Comincio a leggere e la voce narrante, che è quella del parroco di un paese dell’Appennino reggiano, mi introduce alla povera vita che si conduceva lassù poco dopo la fine della seconda guerra. Nelle pagine iniziali siamo dentro la vita quotidiana del prete: sta lasciando la casa di un morto e dà le disposizioni per il funerale del giorno seguente; incontra il giovane parroco del paese vicino che è appena arrivato ed è pieno di iniziative e lo raggela dicendogli che lì, nella zona di Montelice, la vita non cambia mai, non succede niente di niente.

C’è un giorno diverso, però. L’esordio della storia è nei fatti che vi accadono sul far della sera: il prete sta tornando a casa e nota una donna che giù nel canale lava dei panni. E’ sola nella natura autunnale dalle tinte viola e tiene vicina a sé una capra. Il parroco non la conosce: deve essere venuta a vivere qui da poco; la pensa come un “uccello sbrancato” e nei giorni che seguono ripensa a lei. Si aspetta che prima o poi vada da lui a parlargli, come fanno tutte. Da lui che si è ridotto a essere “un prete da sagre e nient’altro”, mentre ai tempi del seminario veniva chiamato doctor ironicus per la sua arguzia. Vecchio lui, ormai, e vecchia e solitaria lei. Per molte sere ripassa dal punto in cui l’ha vista la prima volta, solo per inquadrarla un momento nel freddo della sera, mentre la luce se ne va.

È amore. Rileggo alcuni passaggi per comprenderlo. Amore fulmineo, è predilezione e attrazione totale. Solo che D’Arzo dissemina brevi segnali linguistici di questo terremoto interiore che travolge il parroco e li distribuisce nei suoi pensieri, a piccoli dosaggi. Mentre le giornate scorrono, apparentemente uguali, il prete non pensa ad altro che ad allontanarsi da casa sul far della sera per rivedere la vecchia. Assume anche informazioni su di lei e viene a saperne il nome, Zelinda, e l’età, sessantatre anni. Fa la lavandaia e fatica da mattina a sera con la sola compagnia della sua capra. “Mai una volta alla processione: mai ai Vespri: mai in chiesa”. Una sorta di Lupa verghiana.

Attendo che arrivi la domanda fatidica che lei rivolge al prete tempo dopo, la sera in cui hanno camminato insieme per un tratto di strada. Ora sono giunti sulla soglia della casa di lei, sull’estrema soglia mi verrebbe da dire, e lei chiede: “se in qualche caso speciale…qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima”. Ecco, di nuovo non capisco. Ritorno indietro alle pagine in cui il prete si accorge della vita faticosa che Zelinda porta avanti, un giorno dopo l’altro. Non ho considerato abbastanza “il male di vivere” che la riguarda. Ho voluto cercare nelle pagine solo i segnali dell’attrazione che il prete prova per lei, scomodando lo Stilnovo con i suoi nodi concettuali: lo sguardo che innamora l’uomo, la visione epifanica della donna e il suo incedere e la sua ritrosia, come elemento che ancor più incatena l’amante.

Devo aver seguito una falsa pista di lettura. Non solo, ammetto che fatico a rapportarmi allo stile di questo testo: ora  trasmette mille echi letterari che me lo rendono familiare, da Manzoni a Fenoglio, da Verga a Machiavelli, ora mi torna estraneo e diverso da ogni altro racconto o romanzo del Novecento che ho attraversato. Saranno le frasi brevi, dal tono perentorio. Frasi costruite spesso su battute popolari che comprendo solo in parte. E sì che sono emiliana come l’autore. Il ritmo narrativo è segmentato e si alternano asserzioni dalla carica semantica sempre diversa: una breve frase sul tempo autunnale già freddo, la successiva sui gesti del personaggio, quella dopo sugli universali della vita e della morte. Non so se mi piace. Capisco che nel mio ruolo di lettore sono in cammino e la strada non è agevole. Lo stile di Silvio D’Arzo un minuto mi fa sentire ‘a casa’ e un minuto dopo mi ha tolto ogni certezza. Meno male che l’introduzione di Affinati mi soccorre ed è un raffinato scavo dentro al testo, di cui fa emergere lo straordinario valore letterario.

Ho recuperato il senso della domanda:  Zelinda vuole sapere se è permesso che qualcuno si tolga la vita, che lei ponga fine alla sua. Cosa le risponde il nostro prete, che in lunghi anni di ministero pastorale a Montelice ha celebrato matrimoni alla buona, cresimato ragazzi e messo d’accordo “sette caprai per un fazzoletto di pascolo”? Dice egli stesso “Sul momento non mi venne parola. Ma poi no, non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole e raccomandazioni e consigli e ‘per carità’ e ‘cosa dite’…Tutte cose d’altri, però…Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno di niente”. È una risposta inadeguata. Nella studiata simmetria del testo spicca l’asimmetria tra i ”cosa dite”, convenzionali, e la profondità filosofica della domanda.

Il prete da sagre chiude il suo racconto con due brevi sequenze: l’una nella casa di Zelinda, dove la salma di lei viene lavata e il pianto funebre sta per cominciare. L’altra quando, qualche tempo dopo, incontra il prete di Braino e trova che la vita del paese lo ha ingrassato. I segni del tempo che è trascorso sono tutti qui: le morti che si sono succedute (anche Melide, la perpetua, non c’è più), i chili che il curato ancor giovane ha messo su nella monotona vita della montagna.

“Allora mi vien sempre più da pensare ch’è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d’avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?”
Casa? Penso che voglia intendere la vera casa, in cui un parroco aspira a tornare più di ogni altro, la casa del Padre. Anche se la relazione tra le persone del racconto è tutta orizzontale e la religiosità di Zelinda, che vuole morire e degli altri che restano a vivere, si consuma nei riti che essi compiono e nelle liturgie. Questa terra è casa d’altri. Così come cose d’altri sono le parole inadeguate, le parole trite. Credo di avere afferrato il senso che regge il racconto.
Mi tiro un po’ su, ma il cammino dentro questo testo è ancora lungo.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti testi:
– Silvio D’Arzo, L’uomo che camminava per le strade, a cura di Daniele Garbuglia, Quodlibet, 1993
– Silvio D’Arzo, Casa d’altri e altri racconti, a cura di Eraldo Affinati, Einaudi, 1980
– Eraldo Affinati, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, Mondadori, 2016

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

La bellezza dell’autunno…

Guardo le rose nella veranda di casa e ne vedo contemporaneamente di mature, di appassite e dei boccioli. Così mi viene in mente il celebre quadro Le tre età della donna di Gustav Klimt. Il particolare dell’abbraccio fra la donna e la bambina ha sempre colpito per la sua profondissima tenerezza diventando uno dei simboli artistici del rapporto mamma-figlio. Tuttavia l’anziana conferisce una sensazione cupa: smunta dai parti e dal lavoro, si copre il volto aspettando la morte. É un corpo ormai consumato. L’immagine della piccola e della donna adulta è piena di vita e serenità, è chiaramente positiva. E mi domando, non si potrebbe rappresentare anche la vecchia attraverso un’immagine positiva? Al di là delle fragilità e difficoltà tipiche di ciascuna età, e al di là della sola apparenza, perché non mostrare la dignità di tutte? Mostrare anche la bellezza di chi ha raggiunto l’autunno della vita?

Senilità, l’immagine del tempo che passa

Senilità, vecchiaia, anzianità, età matura, terza età, sono tutti termini che assumono una valenza specifica a seconda del senso che diamo a quella fase della vita che costituisce un approdo dopo numerose esperienze, eventi, gioie e sofferenze, tentativi, successi, fallimenti, errori e intuizioni vincenti, innumerevoli relazioni con l’esterno, azioni coraggiose e fughe. Un mondo alle spalle che ci descrive, lascia capire chi siamo e dove abbiamo camminato, cosa abbiamo lasciato passo dopo passo e ciò che vogliamo ancora spendere per noi stessi e per gli altri. Un capitolo di vita che spesso tendiamo a esorcizzare, allontanare dai nostri pensieri, rimuovere o demonizzare perché abbiamo paura di prendere seriamente in considerazione l’immagine del tempo che passa e soprattutto una nuova realtà con cui dobbiamo fare i conti e convivere, nel delicato tentativo di un equilibrio fra passato, presente e futuro. In fondo, temiamo sempre l’imponderabile, quello che non riusciamo e non possiamo controllare, ma anche la fragilità, la vulnerabilità e la debolezza che portano a limiti scomodi e impattanti.

Assistiamo a rigurgiti di orgoglio e ribellione come in André Gide, che affermava: “La mia vecchiaia avrà inizio quando smetterò di indignarmi”. Oppure una pacata constatazione in Seneca, per il quale “La vecchiaia è una malattia inguaribile”. Per la forza dirompente e il realismo spietato di Nikolaj Gogol, la vecchiaia rappresenta una condizione “orrenda e minacciosa che non ridà nulla indietro”, mentre Rita Levi Montalcini era pronta ad affermare: “Contrariamente all’opinione corrente, il cervello non va fatalmente incontro con gli anni a un processo irreversibile di deterioramento. Sia Tiziano che Michelangelo e molti altri artisti di straordinaria capacità creativa – Picasso tra questi – continuarono a realizzare opere di eccezionale valore sino in tarda età”. La tragedia, per Oscar Wilde, non era nel fatto di essere vecchi ma di sentirsi ancora giovani col sopraggiungere dell’età avanzata, mentre per Giacomo Leopardi, che ebbe la sventura di non raggiungere mai quella fase, era vista come “il male sommo perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti”. Potremmo anche essere tutti d’accordo con Bette Davis, che ebbe a dire “La vecchiaia non è un posto per femminucce”, perché se la vita ci appare a volte in tutta la sua durezza, la vecchiaia tende a enfatizzare tutte le note più scomode e indebolisce spesso le nostre risorse reattive.

In letteratura la vecchiaia non appare un gran bel tema per la poesia che ne estrapola prevalentemente aspetti come la tristezza, la depressione, il senso di ineluttabilità e inutilità, la decadenza e la mancanza di spinta interiore, ma lo è in tutta la sua forza nei racconti e nei romanzi dove è possibile dipingere scenari e situazioni negli aspetti più disparati, così come nella realtà accade. In ‘L’amante giapponese’ di Isabel Allende (2015), la ricca ultraottantenne Alma Belasco sceglie di trascorrere ciò che resta della sua vita a Lark House, una residenza per anziani nei pressi di San Francisco. Ciò che le dà forza, vivacità e bellezza è il ricordo di Ichi, il figlio del giardiniere giapponese della sua famiglia, il vero e unico grande amore con cui trascorse gran parte della sua infanzia e giovinezza. A interrompere la relazione arrivarono le conseguenze della Seconda Guerra mondiale, i campi di prigionia in cui vennero internati i giapponesi in America , e successivamente i diktat sociali, le pressioni familiari. Un amore in tempi sbagliati che rimane però integro e indistruttibile anche a tarda età, che trascende ogni difficoltà e diventa ragione di vita. Intorno a Lark House, nei delicati tratti a cui ci ha abituati Isabel Allende, vivono e si muovono bizzarri vecchietti, signore ancora affascinanti, anziani che pur consapevoli dell’età e dei cambiamenti hanno deciso di non mollare. Il ricordo è il filo conduttore a cui Alma si affida e con il ricordo affiora tutto ciò che è stata la sua vita consumata tacitamente nell’amore per Ichi.

Il vecchio Antonio Josè Bolìvar Proaño, nel romanzo di Luis Sepùlveda ‘Il vecchio che leggeva romanzi d’amore’ (1989), ha una sua idea ben precisa sui ricordi: “Aveva sentito dire spesso che con gli anni arriva la saggezza, e aveva aspettato fiducioso che questa saggezza gli desse quello che più desiderava: la capacità di guidare la direzione dei ricordi per non cadere nelle trappole che questi spesso gli tendevano…”. Anche in ‘Giorno di silenzio a Tangeri’ di Tahar Ben Jelloun (1989) prende vita un anziano arrivato a tarda età che in questo caso si aggrappa al suo rancore, all’orgoglio ferito, lanciando postille avvelenate a figli, amici e moglie. E’ solo nel suo rimurginare, immobile nel suo letto a consultare la sua consunta rubrica piena di numeri, nomi, indirizzi, simboli di un mondo che non c’è più. E’ il ritratto autobiografico del padre autoritario, prevaricatore, rimasto alla fine con i suoi rimpianti e sentimenti mai espressi. Ben diversa la figura dell’anziano cardiochirurgo di Seattle in pensione che anima il romanzo di David Guterson (2000) ‘Oltre il fiume’. Rimasto vedovo e ammalato di un male incurabile, l’uomo decide di lasciare tutto e partire con la sua vecchia auto e i suoi due cani alla volta del Nordovest degli States. L’ultimo viaggio, forse, tra aspre montagne, deserti rocciosi, canyon, lande estese e ranch ai confini del mondo: una ribellione alla rassegnata attesa della fine definitiva, un guizzo di puro amore alla vita per quello che ancora la vita può offrire, un rifiuto all’annichilimento. E che dire degli anziani che popolano i due felici romanzi della giornalista e scrittrice finlandese Minna Lindgren? In ‘Mistero a Villa del Lieto Tramonto’ (2015) e il successivo ‘Fuga da Villa del Lieto Tramonto’ (2016) Irma, Siiri, Anna-Liisa e altri ospiti che vantano età ragguardevoli si trovano invischiati in situazioni a volte tragicomiche da vero dark humor finlandese, che interrompono il tranquillo scorrere delle giornate tra una partita a canasta, una sessione di ginnastica dolce e un whiskino prescritto dal medico. Un’immagine diversa dell’anziano come generalmente ci viene presentata, ma non così introvabile nella realtà. Senso dell’umorismo e curiosità tengono ancorati al gusto di vivere il presente e la vecchiaia viene vissuta con quel pizzico di leggerezza che diminuisce la paura e il sentirsi minacciati.

In vecchiaia i rimpianti non dovrebbero superare i sogni: viviamo in media 35 anni più dei nostri bisnonni e abbiamo una seconda esistenza da adulti. Le neuroscienze dimostrano la capacità di creare nuove connessioni, acquisire abilità e informazioni continuamente, anche nell’anzianità, con il grande pregio di diventare mentori dei nostri giovani trasmettendo valori e competenze. Non onorare la vecchiaia è come disconoscere tutto quello che siamo stati e che possiamo ancora essere.

Oltre Sanremo:
la carne, la morte, il ricordo, il mestiere di vivere

A contrastare la sirena del Festival di Sanremo con i suoi imperdibili riti di pancia, le sue naturalissime idiozie cosi vere, così italiane, con i suoi gorgheggi e la sua banalità, due film bellissimi vengono trasmessi alla tv: ’45 anni’ e ‘Gloria’, entrambi vincitori il primo nel 2015 dell’Orso d’argento per l’interpretazione ai due protagonisti, Charlotte Rampling e Tom Courtenay, e il secondo nel 2013 alla protagonista Paulina García, sempre per l’interpretazione .

’45 anni’ si svolge nella campagna inglese, i protagonisti – favolosi attori della new generation inglese – sono due maturi intellettuali che vivono nella campagna inglese tra libri, cani, amici intelligenti. Una vita della quale non si nasconde nemmeno l’incontro e la compartecipazione sessuale, dove le carni ormai stanche, il probabile odore della vecchiaia, vengono esibiti senza pudore, ma con la nobiltà che il corpo ha in sé nonostante il declino della fiorente giovinezza.
In questo mondo s’introduce, proprio alla vigilia dei festeggiamenti del quarantacinquesimo anniversario delle loro nozze, la notizia del ritrovamento sui ghiacciai delle Alpi del corpo della ragazza che il protagonista voleva sposare cinquant’anni prima . E la tragedia scoppia quando Kate s’accorge di non poter permettere di essere stata una seconda scelta per Geoff. Così nel giorno del festeggiamento la coppia balla la canzone che aveva siglato 45 anni prima il loro matrimonio, ‘Smoke gets in your eyes’ cantata dai Platters, e Kate nel volteggio finale stacca la mano da quella di Geoff perché la vita ora le si presenta nella sua cruda realtà di “fumo negli occhi”.

‘Gloria’ è una sessantenne cilena divorziata con due figli grandi che ha deciso di non rinunciare a una vita indipendente che le permetta di scegliere compagni anche occasionali, di andare a ballare e di non farsi mancare nulla dei piaceri della giovinezza. Nella sala da ballo che frequenta incontra Rodolfo, di lui s’innamora perdutamente e con lui intreccia una bollente storia di sesso, ma anche di condivisione di sentimenti. Non ha pudore nel mostrargli le sue carni stanche, sollecitandone l’amplesso, ma Rodolfo non può dimenticare la sua vita passata: una moglie che deve accudire e due figlie tiranne che lo portano ad abbandonare Gloria nel lussuoso albergo che avrebbe dovuto sancire una nuova vita. Gloria se ne disfa per tornare alla sua vita di sempre, all’illusione di poter superare la terribile presenza del passato mentre alla festa che conclude il film canta e balla la bellissima canzone di Tozzi, ‘Gloria’ appunto.

Che nel giro di due anni il cinema, specchio non deformato della realtà, ponga l’accento sulla necessità di non dimenticare la vita oltre la giovinezza e lo ponga anche sulla drammaticità della situazione della vecchiaia (e certamente il filone è stato iniziato dal capolavoro dei fratelli Coen, ‘Non è un paese per vecchi’) o dell’ingresso nella vecchiaia, mi sembra attinente al concetto stesso, drammatico, della presenza dei vecchi: spesso individuati come coloro che si devono rottamare, che tolgono lavoro ai giovani, che si consegnano un mondo che non riescono più a comprendere o ad organizzare, che si presentano come gli antagonisti dei vincitori delle proposte giovani al Festival di Sanremo siglando l’assoluta frattura generazionale. Così la stessa funzione delle canzoni, che ormai sono l’aspetto minore di una gara che mette in mostra l’attimo e che non intervengono se non in misura assai ridotta al trionfo della musica.
Mi stupisce che un giornalista che seguo e ammiro, Curzio Maltese, abbia dato un giudizio così riduttivo e sarcastico di un film che ammiro molto ‘La La Land’, indicandolo come la copia imitativa e sbiadita di un’America sull’orlo del trumpismo che insegue vecchi miti senza saperli rinnovare come appunto il musical.
In altri termini che non siano solo quelli delle canzoni, pur necessarie proprio perché rappresentano la banalità della vita, il destino dei ‘vecchi’ sembra ormai segnato in una specie di tollerante necessità colpevole del disastro dell’oggi.

Forse è vero, forse no. Certo se ne parla sempre di più e sicuramente una briciola di ‘verità’ (qualsiasi sia il senso che si vuole dare al termine) esiste.
Ma la domanda grossa, imbarazzante e a volte umiliante che rimane è ancora questa: che senso dare alla vecchiaia?
Io che in fondo, per l’attività che svolgo, sono privilegiato rispetto al destino di altri coetanei, in quanto ancora sembra che l ’intellettuale invecchiando migliori (!!!), mi domando se non sia ancora utile o meglio necessario rifarsi al terribile testamento che Cesare Pavese, non reggendone la sfida, siglò una volta per tutte come il mestiere di vivere.

youth-la-giovinezza

PIAZZA CINEMA
“Te la sei portata a letto? La tragedia è che non me lo ricordo…”

Quando c’è troppo da vedere, quando una immagine è troppo piena, o quando le immagini sono troppe, non si vede più niente.” Wim Wenders

A poco più di un anno dal grande exploit e dell’Oscar de “La grande bellezza”, Paolo Sorrentino propone la sua nuova creatura “Youth – La giovinezza”; bellezza, giovinezza, termini di una ricerca che accompagna il percorso di ogni vita consapevole, tanto cari al nostro autore.

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La locandina

Con il vitalismo permeato dalla sua Napoli, ma intriso di una malinconia anch’essa partenopea (rafforzata dall’aver perso entrambi i genitori in un incidente in tenera età), Sorrentino ci accompagna nei pensieri, nelle tenerezze, nelle paure, ma anche nei desideri e nelle ingordigie di uomini soli. Come Jap Gambardella de “La grande bellezza”, anche Micheal Caine e Harvey Keytel percorrono la loro esistenza in un dialogo tendenzialmente solipsistico; vecchi amici, il primo musicista in pensione in bilico tra apatia e cinismo, assolutamente british, e il secondo, regista americano al suo ultimo e pateticamente testamentario film; complici nel declinare dell’età e nell’approssimarsi della tappa finale, ma capaci ancora di rimpiangere la mitica Gilda Black, la agognata ragazza di 60 anni prima, di cui non ricordano neanche di averne goduto o no le grazie “Te la sei portata a letto? La tragedia è che non me lo ricordo…”

youth-la-giovinezzaUn film certamente sulla perdita, sul tempo che consuma i ricordi; lo sgomento di non ricordare più i visi e i gesti dei genitori; la consapevolezza della assoluta caducità del tutto, il sentire quasi fisicamente il trascorrere delle vite consumare non solo le persone e le cose, ma i ricordi stessi. Strana analogia tra due autori in fondo profondamente diversi, ci viene in mente Mia Madre di Moretti, dove la Buy, sfiorando la libreria della mamma insegnante di liceo, dice “che fine faranno tutti questi libri, Terenzio, Catullo, Ovidio, e tutte le migliaia di giornate trascorse sui quaderni e sulle lezioni…”.

youth-la-giovinezzaL’ambientazione è in un Hotel termale sulle Alpi Svizzere, sospeso tra le nuvole e fuori dal tempo, frequentato da una umanità stranita: una coppia raggelata in un assoluto mutismo a tavola, un monaco buddista che cerca (pare con successo) la levitazione, un attore californiano in fuga dallo star system, un Maradona obeso e affannato, una Miss universo per niente oca che, splendida e tramortente nella sua regale nudità, entra in una fumante vasca, dove ai due trepidanti e senili amici non resta che tributare il trionfo appunto della giovinezza e della bellezza.
Un’estetica quella di Youth, fotografata da Luca Bigazzi, che si allontana da quella rutilante de “La grande Bellezza”, per cercare inquadrature dove prevale la sottrazione, dove le immagini a volte celebrative delle strade di Roma immortale e dei suoi fenicotteri e giraffe, qui si convertono in paesaggi naturalistici, si impongono le cime innevate, i mari verdi degli alpeggi, mucche imponenti in sintonia coi loro campanacci con un cenno di direzione orchestrale dalle mani di Micheal Caine.

youth-la-giovinezzaSi respira un’atmosfera nostalgica e malinconica, ma con una dimensione universale e simbolica, come un metaforico tetto del mondo, dove certo è ben presente il senso della fine e come detto del consumarsi, ma viene cercata attraverso l’ironia e la bellezza, eccola ancora, una via di consolazione e di pace; rubando anche affetto ed emozioni a una giovane e sensibile massaggiatrice o a una candida e docile prostituta, alla quale viene chiesta solo una passeggiata. Memorabile il cameo di Jane Fonda, nelle vesti di una consunta cinica ciclonica diva del cinema.

Un autore, il nostro, che oramai si afferma tra le eccellenze assolute, che dà al nostro cinema un respiro internazionale, e che costituisce senz’altro una risorsa e un punto di riferimento anche per nuovi giovani autori.

Youth – La giovinezza”, di Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, drammatico, durata 118 min., Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015.

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Invecchiare sani si puo’

Per invecchiare bene occorre innanzitutto considerare la vecchiaia come un’età della vita, con le sue prerogative e opportunità proprie. E’ anche vero però che più invecchiamo e più ci ammaliamo, in quanto biologicamente si assiste ad una generale riduzione del numero delle cellule (atrofia) e ad una diminuzione dell’efficienza funzionale, accompagnata da modificazioni organiche e predisposizione ad una serie di disturbi.
Ma se si riuscisse a rallentare o modulare il processo di vecchiaia, ci si potrebbe ammalare molto meno e, al giorno d’oggi, con la prevenzione si può.
Terenzio scriveva “Senectus ipsa morbus est”, la vecchiaia stessa è una malattia. Questa tesi è ancora vera dopo oltre due millenni? Personalmente credo di no. E’ una teoria arbitraria, priva di veri fondamenti scientifici e dovrebbe essere smentita anche dal fatto che oggi si invecchia sempre più in buona salute. Non si tratta certo di trovare l’elisir di lunga vita ma di rimanere sani più a lungo, eccezionalmente liberi dalle malattie. Non esistono miracoli ma buon senso.
Ci sono molte teorie sul processo di vecchiaia, una delle più accreditate è l’endocrinosenescenza. Secondo questa teoria, invecchiamo perché le ghiandole che producono gli ormoni, le ghiandole endocrine, col passare degli anni incominciano a non funzionare più correttamente.

A questo proposito si possono verificare due condizioni:

1) inversione del ritmo circadiano di produzione ormonale;
2) diminuzione relativa-assoluta della produzione ormonale.

Un ritmo circadiano è un ritmo caratterizzato da un periodo di circa 24 ore. Il termine “circadiano”, coniato da Franz Halberg, viene dal latino circa diem e significa appunto “intorno al giorno”. Esempi di ritmo circadiano sono il ritmo veglia-sonno, il ritmo di secrezione del cortisolo e di varie altre sostanze biologiche, il ritmo di variazione della temperatura corporea e di altri parametri legati al sistema circolatorio. Oltre ai ritmi circadiani sono stati identificati e studiati vari ritmi circa settimanali, circa mensili, circa annuali.
I ritmi circadiani dipendono da un sistema circadiano endogeno, una sorta di complesso “orologio interno” all’organismo che si mantiene sincronizzato con il ciclo naturale del giorno e della notte mediante stimoli naturali come la luce solare e la temperatura ambientale, ma anche stimoli di natura sociale (per esempio il pranzo in famiglia sempre alla stessa ora). In assenza di questi stimoli sincronizzatori (per esempio in esperimenti condotti dentro grotte o in appartamenti costruiti apposta) i ritmi continuano ad essere presenti, ma il loro periodo può assestarsi su valori diversi, per esempio il ciclo veglia-sonno tende ad allungarsi fino a 36 ore, mentre il ciclo di variazione della temperatura corporea diventa di circa 25 ore.
Per quanto riguarda invece la diminuzione relativa-assoluta della produzione ormonale, basti dire che ci sono persone che a partire dalle undici della sera acquistano una carica incontenibile, che non andrebbero mai a dormire e la mattina non c’è verso di tirarle giù dal letto, e pur dormendo molte ore non hanno un sonno riposante. Si svegliano stanche. Tutto questo accade perché questo tipo di persone ha un ritmo di produzione del cortisolo circadiano invertito.

Ma cosa ha di tanto speciale il cortisolo?
Il cortisolo è un ormone che viene prodotto, assieme all’adrenalina, dal surrene, una piccola ghiandola collocata sopra il rene. Entrambi gli ormoni consentono di mettere immediatamente a disposizione le nostre riserve di energia, per far fronte alle situazioni di pericolo. La nostra biologia non è mutata ed è uguale a quella dell’uomo primitivo il quale si trovava sovente in condizioni di pericolo in cui doveva prendere una decisione rapida: combattere o fuggire. Adrenalina e cortisolo – mettendoci immediatamente a disposizione le riserve di energia – servono per affrontare questo tipo di situazioni. Non a caso vengono chiamati ormoni dello stress e antistress. Se la nostra biologia non è cambiate rispetto a quella dell’uomo primitivo, sono però cambiate le condizioni esterne. L’uomo primitivo, dopo avere affrontato una situazione di emergenza, poteva tirare il fiato, riposarsi, ricostituire le riserve di energia e consentire al surrene di preparare nuove scorte di adrenalina e cortisolo. Oggi è difficile trovarsi in condizioni di pericolo come quelle vissute dai nostri lontani antenati, ma il meccanismo adrenalina-cortisolo si attiva lo stesso perché le situazioni stressanti, pur essendo meno intense, sono più frequenti, quasi continuative. Il cortisolo infatti – ma anche il testosterone, gli estrogeni e altri ormoni – viene prodotto in maggiore quantità alle otto del mattino: nel corso della giornata la sua produzione tende a diminuire fino al minimo serale che ci consente di addormentarci. Se però continuiamo a richiedere al surrene continue ‘iniezioni’ di cortisolo, arriviamo a un punto in cui questa ghiandola comincia a perdere i colpi e a produrre sempre minori quantitativi dell’ormone.

Stando così le cose, dobbiamo domandarci, possiamo assicurarci uno stile di vita tale che ci permetta di arrivare alla vecchiaia con efficienza e senza malattie? Può una vita sana condurre al benessere totale della persona? La risposta è: assolutamente sì.
Per rafforzare la nostra convinzione è bene ricordare la massima del saggio Seneca che, nel De Brevitate Vitae, dice: “La vita non è breve ma è l’essere umano a renderla tale, disperdendosi e sciupando il tempo in mille vane occupazioni […] in un mangiare disordinato e troppo abbondante e uno stress brutale”.
Anche Pablo Neruda ci dà indicazioni validissime quando dice, “Muore lentamente chi non si appassiona più, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i, chi evita le emozioni che fanno battere il cuore.”
La vecchiaia è vita: imparare ad invecchiare è imparare a vivere.

anziani-attivi

LA RIFLESSIONE
L”esercito civile’
degli anziani

Sul tema degli anziani mi resta da affrontare la parte più difficile, ovvero fare qualche proposta. Abbiamo assodato che la vita si è allungata e la vecchiaia, più lunga che nel passato, ci impone di riflettere e di ridefinire il ruolo sociale ed economico degli anziani. Partiamo da una constatazione evidente, e cioè che la terza età è fatta di varie fasi, o di diversi momenti, che non possono essere letti come una lunga anticamera verso il tramonto. Su questo principio proviamo a essere creativi e fare qualche buon esempio (in verità mi aiutano le tante buone pratiche che sono state portate avanti da Auser e altre strutture impegnate su questo). Riprendiamo per punti i concetti principali:

  • È crescente il numero di anziani
  • Crescono gli anziani autosufficienti e i pensionati impegnati nel volontariato
  • Possibile dunque pensare ad una forza proattiva civile disponibile per gli altri
  • L’anziano non come indicatore di criticità ma anzi protagonista nella solidarietà
  • Aumentano i bisogni e le richieste di offerta sostenibile in molti settori e territori
  • Serve disponibilità a sperimentare e sviluppare nuovi progetti per il valore sociale

In questa logica diventa importante sviluppare un welfare sociale, sussidiario e non in competizione, il cui compito non è dunque quello di stare sul mercato, ma di dare risposte qualificate ai cittadini e ai loro bisogni crescenti, in un coinvolgimento attivo sui temi della qualità della vita. Nel difficile confine tra volontariato e attività sociali, tra mercato del lavoro e assistenza, si deve trovare il giusto equilibrio a supporto della cooperazione sociale e delle organizzazioni Onlus, non in sovrapposizione, ma anzi in modo da sviluppare l’utilizzo di strumenti imprenditoriali a fini di solidarietà in un sistema sussidiario. Le cose qui scritte hanno l’obiettivo di proporre una eventuale integrazione di contenuti rispetto all’ampio impegno che già viene svolto da molte istituzioni sulla promozione delle politiche sociali e di quelle educative, sullo sviluppo del volontariato, dell’associazionismo e del terzo settore. Si può cercare di stimolare la creatività e la capacità di proposta indicando alcune possibilità che si potrebbero sviluppare sul territorio e che potrebbero ritrovare a Ferrara e provincia un fertile terreno di crescita e di espansione. Di seguito, assieme a mie proposte come referente passato di progetti speciali in Auser Emilia Romagna, utilizzo anche una ricerca fatta in passato sulle buone pratiche, svolte da circoli Auser a livello regionale, e propongo qualche esempio come proposta generale dunque da migliorare e implementare. Partirei dall’area di servizio alla persona su cui vi è un grande impegno istituzionale a cui si può pensare di aggiungere un maggiore supporto del volontariato in azioni di accompagnamento, di assistenza e di supporto. Qualche esempio: Accompagnamento al lavoro Assistenza a persone in difficoltà temporanea (es per infortuni) o permanente (per handicap) finalizzato a costruire un sistema sociale di servizi per l’impiego accessibile ai soggetti in difficoltà individuale o sociale rispetto al mercato del lavoro; azione finalizzata a facilitare e accompagnare i soggetti disabili nell’inserimento lavorativo. Servizi a domicilio Assistenza per farmaci a domicilio, spesa a domicilio, etc per non autosufficienti, magari prevedendo convenzioni con commercianti che offrono servizi a domicilio (lavanderie, supermercati, panifici, edicole, etc) e supporto logistico. Oltre a servizi alla quotidianità, come la pulizia della casa, stirare, fare la spesa, lavare i piatti, fare giardinaggio e piccole opere manutentive. Assistenza domiciliare anziani Sostenere la vita indipendente, per far continuare a vivere nel proprio domicilio e nel proprio tessuto sociale, evitando isolamento, senso di inutilità, decadimento senile. Nel caso di persona anziana che vive sola e che ha problemi di autonomia nella vita quotidiana a domicilio, rendere disponibili servizi di assistenza domiciliare saltuaria o programmata che possono prevedere interventi prevalentemente sociali e socio-sanitari. Centri sociali tempo libero Centri di socializzazione territoriali per attività culturali, tempo libero, assistenza. Possibilità di creare una rete ed un sistema integrato di compartecipazione. Strumento di confronto per la condivisione di pratiche orientate. Può essere una soluzione per quelle persone anziane che vivono sole o con famigliari con scarsa disponibilità di tempo, che possono trascorrere la giornata in compagnia di altre persone anziane, operatori specializzati e volontari, ma anche seguire specifici programmi di riattivazione e mantenimento, socializzazione e animazione, rientrando a casa la sera. La partecipazione alle attività individuali e di gruppo organizzate nel centro diurno favorisce il mantenimento dell’autonomia personale e sociale. Portineria sociale Svolge mansioni di base (distribuzione posta, pulizie condominiali, etc) ma anche punto di riferimento per i condomini (aiutare, socializzare, etc) per bisogno di compagnia (fare una passeggiata, aiutare a fare la spesa, disbrigare pratiche d’ufficio, recarsi dal medico, fare cure terapiche, esami clinici, etc) o anche punto di ritrovo di zona per trascorrere il pomeriggio insieme, fare una partita, leggere il giornale, ascoltare musica, giocare a tombola, etc. Nonni adottano studenti Si tratta di un accordo scambio tra un anziano che ha una casa ed uno studente fuorisede che la cerca ed in cambio offre un aiuto domestico e qualche servizio di assistenza. Risponde ad esigenze economiche degli studenti (e rischio di mercato nero) e soprattutto crea compagnia per gli anziani soli. Organizzare una forma di interscambio delle informazioni (domanda-offerta) e supporti per incontro. Assistenza animali domestici Crescono gli animali d’affezione per fare compagnia. L’apparente superficialità del tema invece rappresenta un punto di riferimento, di assistenza e di supporto per molti e le esigenze quotidiane di motorietà, bisogni fisiologici, igiene, etc per alcuni rappresentano problemi gravi da risolvere. La domanda di servizi da parte di persone impegnate e occupate è crescente. Servizi vari (pratiche, commissioni, etc) Spesso le esigenze di rapporti di sportello (poste, banche, uffici pubblici, etc) e di code (per abbonamenti, servizi, etc) possono rappresentare difficoltà per certe persone con difficoltà ad uscire (assistenza) ma rappresentano anche una perdita di tempo o comunque un disagio per molte persone disposte a riconoscere un corrispettivo per la prestazione richiesta (offerta di mercato) Organizzazione gruppi di acquisto La richiesta di prodotti di consumo, ma anche la opportunità di vantaggi economici (costi del prodotto) e di qualità (es il biologico, il fresco) spesso fanno nascere gruppi di famiglie che si accordano per acquisti cumulativi al fine di arrivare direttamente al produttore (riduzione di filiera e di prezzo d’acquisto). I gruppi di acquisto sono formati da consumatori che decidono di unirsi per acquistare all’ingrosso i prodotti alimentari e di consumo per poi distribuirli tra le proprie famiglie. Le motivazioni che spingono a creare un gruppo d’acquisto sono il più delle volte economiche, dal momento che acquistare direttamente dai produttori, anziché nei supermercati, significa risparmiare sui prezzi delle merci. Altre volte però la scelta dei prodotti è dettata da ragioni etiche e solidali.

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L’amore che fa palpitare e sorridere, anche in fondo al viale

L’amore può sorprendere sempre, anche a ottant’anni. Piangi pure (Bompiani, 2013) di Lidia Ravera – da cui è stato tratto lo spettacolo di Lella Costa e Paolo Calabresi Nuda proprietà per la regia di Emanuela Giordano – è la fenomenologia di un amore senile che vive di passione, attese e corpi che si cercano, persino nella malattia.
Iris ha 79 anni e si innamora di Carlo, quasi coetaneo. Anche lui si innamora di lei, non importa se ha una moglie molto più giovane che si comporta come un’infermiera, in quello scampolo di vita che gli rimane, vive il suo amore con Iris e per Iris. C’è poco tempo, ma è un tempo libero da incombenze e doveri, è il loro tempo insieme. Dormono insieme, si baciano e si desiderano. Lui che riesce a guardarla “con gli occhi chiusi”, lei che riesce a sentirsi ancora piacente e agile da quando, quarant’anni prima, smise di esserlo e si rifugiò fuori da tutto, lontana dall’amore, in silenzio.
Iris, dopo avere lasciato il marito e una figlia piccola con cui non è mai riuscita a fare pace, per un’illusione durata sette mesi, ha vissuto scansando l’amore ed espiando la vita.
A quasi ottant’anni, un’altra possibilità di qualcuno che la scelga e glielo dica: “mi dedicherò a te”, questa è la decisione di Carlo. Anche Iris si dedicherà a Carlo, gli farà spazio, riuscirà a essere felice e a riguardare, tramite lui, il proprio passato.
Era stata una scrittrice, aveva narrato di sè in un romanzo e poi aveva chiuso anche con la scrittura, finchè un giorno Carlo, che è uno psicanalista con cui tutti i giorni Iris prende un caffè, le chiede di cominciare a tenere un diario dove finiranno impresse nuove pagine di vita, del presente, di un amore che nasce poco a poco e dei legami familiari traballanti e distanti. Soltanto alla nipote 27enne che fa della vita un mordi e fuggi di relazioni, Iris confessa di essere innamorata con la stessa naturalezza che si usa con un’amica fidata.
E come quando ci si innamora che la gerarchia degli impegni e della dedizione ha solo un senso, Iris stravolge una vita di abitudini e solitudine per lui, la riempie d’amore. Lo accompagna nella malattia, sa esserci, Carlo con una mano si appoggia al bastone, con l’altra alla spalla di Iris.
Lei che, dopo avere venduto la nuda proprietà della casa, aveva iniziato a pensare alla morte pur godendo di ottima salute, si sta incamminando con Carlo lungo un sentiero obbligato che non si sa quanto durerà. Una sera, a cena, parlano della morte e decidono che non esiste, “non è un’esperienza, non può essere vissuta nè raccontata nè testimoniata. Dunque non esiste”.
Riescono a nominare tutto e a non rinunciare a niente, l’ironia e il disincanto sono il loro codice, vivono il “vantaggio dell’ultimo tratto di strada”, senza convenzioni, orari e mete, ma l’amore, anche a ottant’anni, proietta in avanti, ti fa vivere gli eventi.
C’è un viaggio da fare, Carlo vuole tornare dov’è nato, solo Iris può accompagnarlo, un’altra intimità tra loro è possibile, come due sposi.

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osservatorio globale

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