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Ferrara. Baluardo dell'amore

CONTRO L’IMBROGLIO DEL PIANO FERIS DEL COMUNE DI FERRARA:
inaccettabile, assurdo, pericoloso, contro tutti i vincoli di legge

Ospito con particolare piacere la durissima nota della sezione ferrarese di Italia Nostra dedicata al piano Fe.ris., già da più parti contestato. Parliamo dei famigerati 3 progetti ‘ammazzaverde’ che il Comune ha commissionato a un pool di aziende private e di cui il Consiglio Comunale ha appena approvato con una risicata maggioranza la prima delibera di indirizzo. Come sempre, le contestazioni e le accuse di Italia Nostra sono precise e documentate, senza appello. Sono perciò curioso di leggere, se avrà la compiacenza e il senso civico per farlo, cosa riuscirà a controbattere il sindaco Alan Fabbri.
Devo dire che questo intervento ha un valore tutto particolare, almeno per me, e credo per tanti ferraresi con un po’ di memoria. Se oggi, almeno urbanisticamente, “Ferrara è bella”, se abbiamo l’Addizione verde, lo straordinario patrimonio delle Mura, della grande cerchia verde del Sottomura, del Parco Urbano Bassani, lo dobbiamo soprattutto al lavoro di Italia Nostra e all’impegno e alla perseveranza dei suoi uomini migliori, come l’avvocato Paolo Ravenna, storico presidente e animatore della sezione ferrarese della associazione, l’architetto Carlo Bassi, l’Ingegner Serafino Monini.
I ferraresi, e chiunque ami questa meravigliosa città, hanno quindi un debito storico con Italia Nostra. Leggere in questa nota che scende in campo aperto e promette battaglia contro un inaccettabile vulnus al patrimonio pubblico – di ogni singolo cittadino e di tutti i cittadini che diventano città – mi sembra un buon auspicio. Non sarà facile fermare il cemento, vincere sopra i grandi interessi degli speculatori, ma possiamo e dobbiamo provarci.
Francesco Monini

Contro il progetto Fe.ris.
Per la difesa del patrimonio ambientale ed urbanistico di Ferrara

Italia Nostra fu tra le poche voci contrarie al testo della nuova legge urbanistica della regione Emilia Romagna, varato nel dicembre del 2017, perché, dopo l’enunciato positivo del limite al consumo di suolo, rinunciava a stabilire a priori a favore dell’interesse collettivo le regole di trasformazione del territorio, demandando di fatto ogni decisione alla contrattazione tra pubblico e privato.

Il voto dei giorni scorsi del Consiglio Comunale di Ferrara, che dà il via all’iter di approvazione del progetto Fe.ris., rende evidente quali possono essere gli effetti nefasti di una legge che lascia alla discrezionalità delle singole amministrazioni comunali la valutazione dell’interesse pubblico nella contrattazione coi privati.

Nella bozza di accordo una società privata si impegna ad intervenire per la “rigenerazione” del comparto delle caserme di via Cisterna del Follo, irrisolto da decenni, recuperandolo ad usi privati (studentato, abitazioni e attività commerciali) con un consistente aumento della capacità edificatoria sull’area di sedime dell’antico convento di San Vito.

Chiede di realizzare la quota di parcheggi pubblici di pertinenza non in loco ma in area extra mura, divenuta nel frattempo di sua proprietà, lungo la via Volano, vincolata a verde nel vigente piano regolatore, nel rispetto delle indicazioni del Progetto Mura.

Condiziona i punti precedenti alla costruzione di un nuovo ipermercato con superficie di vendita di oltre 3.700 metri quadri in area privata  lungo la via Caldirolo, anch’essa destinata a verde nel vigente piano regolatore, quindi inedificabile.
Il Piano Regolatore vigente, come quelli precedenti almeno dal 1975, considerava patrimonio intangibile le aree verdi residue, alcune ancora ad uso agricolo, in prossimità del lato est della cerchia muraria.

In altre parole: io privato mi impegno ad acquistare e sistemare il comparto della ex caserma, per gli usi che fanno comodo a me, ma tu, comune, mi autorizzi a realizzare i parcheggi in area di mia proprietà fronte mura, dove non potrei in ogni caso costruire, ma soprattutto mi concedi di costruire una grande struttura commerciale in area prossima alle mura, anch’essa inedificabile, cedendoti la quota di verde pubblico che dovrei comunque cederti se costruissi in qualsiasi altra parte della città.
Delle “rilevanti ragioni di interesse pubblico” richieste dalla legge per accordi con privati in assenza di PUG ed in deroga al piano vigente, neanche l’ombra.

Inaccettabile, oltre che puerile, dal punto di vista paesaggistico, la proposta di mascherare l’ipermercato all’interno di una sorta di collinetta verde, proposta che si innesta nella corrente architettonica, ultimamente sempre più diffusa, del “So che qui non potrei farlo, lo faccio lo stesso, ma lo nascondo”. E’ tra l’altro evidente che un rilevato “verde” a poche decine di metri dalle mura entrerebbe in contrasto col rilevato storico delle mura stesse. 

Sull’ assurdità di un nuovo ipermercato, dichiaratamente voluto non per motivi di necessità per la città, che già sovrabbonda di tali strutture, ma di concorrenza territoriale tra marchi commerciali, già si sono levate numerose e qualificate voci contrarie e sembra quindi inutile dilungarsi.

Il recupero del comparto della caserma Pozzuolo del Friuli è argomento serio, di enorme importanza per la città, che non può prescindere da un investimento pubblico diretto e massiccio capace di coinvolgere la partecipazione di privati.
Esigenze delle strutture civiche di arte antica, dell’università e anche dei residenti in quella parte della città (perché la storia insegna che una città resta viva finché anche il suo centro storico rimane abitato da ogni strato sociale della popolazione) possono trovare risposte attraverso il recupero di quello straordinario comparto-risorsa.
E’ ad esempio impensabile che il bellissimo edificio della Cavallerizza non diventi in futuro struttura pubblica per convegni al servizio dei vicini musei e dell’ università.
La Caserma è uno dei casi emblematici in cui una previdente progettualità pubblica avrebbe potuto cogliere la straordinaria opportunità offerta dal PNRR.

Italia Nostra, che tanto in passato ha contribuito alla realizzazione del patrimonio urbanistico costituito dal parco delle mura e dal parco urbano, si batterà perché le aree salvate dall’edificazione in prossimità delle mura rimangano tali e perché nel parco Bassani, protetto dal Piano Paesaggistico Regionale come “zona di particolare interesse paesaggistico ambientale”, non si organizzino eventi potenzialmente devastanti per un ambiente tanto bello quanto delicato.

ITALIA NOSTRA – sezione di Ferrara
Ferrara, 18 luglio 2022

Cover il Parco delle Mura di Ferrara, Baluardo dell’Amore. 

Castello estense recintato

La favola di Re Cinzione e del suo Can Cello

 

C’era una volta, nel Paese della Nebbia, un Re di nome Cinzione.
In realtà, lui era il vice di un Re chiamato Fettorio ma in quel posto, nonostante la nebbia confondesse la gente, tutti avevano capito che chi aveva il potere era Re Cinzione  e non Re Fettorio.

Molti sudditi amavano così tanto Re Cinzione che, per loro, era come avere un Re Dentore.
Altri invece lo detestavano talmente che lo avrebbero visto bene con il nome di Re Bibbia.

Re Cinzione aveva due passioni: la prima erano i cani.
Ne aveva davvero tanti: dei boxer, dei pastori, tanti bovari e diversi mastini neri. Gli unici cani che teneva lontani perché non gli piacevano erano i barboni. Il suo cane preferito era un alan che lui aveva chiamato Can Cello.

Lo aveva fatto in onore della sua seconda passione: le cancellate.
Infatti a Re Cinzione piaceva mettere cancelli, cancellate, recinzioni e barriere ovunque poteva: nei parchi, nei giardini,  nelle piazze, nelle vie, nelle strade e anche nelle valli vicino al mare.

Lui voleva che, nei posti dove ci andavano tutti, ci andassero solo quei pochi che erano nati nel Paese della Nebbia. Ma soprattutto non voleva che ci andassero i forestieri che venivano dal Paese del Sole perché diceva che loro erano tutti brutti e cattivi e facevano delle cose brutte e cattive.

Una parte dei suoi sudditi era contenta che tutti quei posti fossero recintati perché era convinta che Re Cinzione, in quel modo, avrebbe sconfitto la cattiveria. Per questo loro, quando parlavano, dicevano: “Se vuoi che il parco sia più bello mettigli un cancello”.
Un’altra parte dei sudditi invece non era contenta perché era sicura che soltanto la possibilità, da parte di tutti, di andare nei parchi e nei giardini, senza sentirsi in gabbia, avrebbe fatto star bene la gente e andar meglio le cose. Per questo loro, quando parlavano, dicevano: “Se vuoi che la gente sia ospitata cancella la cancellata”.

I menestrelli di corte raccontavano che Re Cinzione non si preoccupasse molto dei sudditi ribelli e che anzi, dentro gli stessi parchi che aveva recintato, stesse già iniziando a recintare ogni panchina, ogni fontana, ogni lampione, ogni altalena, ogni scivolo, ogni albero, ogni singola margherita e anche ognuna delle tante cacche che i suoi cani facevano in quei parchi.

Se, ad esempio, un bambino voleva andare su un’altalena, prima doveva superare una barriera, quindi andare in un recinto, poi entrare in uno successivo infine infilarsi dentro un ennesima recinzione e finalmente godersi l’altalena, dondolando dentro tutte quelle gabbie.

In effetti, il sogno di Re Cinzione era proprio quello di avere uno spazio recintato con dentro tantissimi altri spazi recintati: una specie di matrioska che lui avrebbe chiamato sicuramente “recintoska”.

Questa cosa per lui era come un gioco… quasi come il mio mentre scrivo questa favola che può continuare in molti modi e ognuno potrà certamente inventare il suo.

Qualcuno potrebbe terminarla scrivendo: “E vissero tutti felici e… recintati” ma a me piace immaginare che, prima o poi, a causa della smania di chiudere tutto con cancelli – cancellini – cancelletti e cancellate, Re Cinzione recintò anche i suoi cani Can Cello e Can Didato, la sua capra Sgarbata, le sue galline di razza Feisbuc, la sua ape Apecar, il suo cavallo Ruspa e, ormai in preda al delirio, addirittura il cavallo dei suoi pantaloni.
A quel punto, non potendo più muoversi, Re Cinzione rimase chiuso dentro la cancellata che aveva costruito attorno alla sua vasca da bagno.

E vissero tutti felici… dopo aver cancellato le cancellate.

P.S. Ogni riferimento a persone esistenti o a scelte dell’amministrazione comunale di Ferrara è puramente non casuale.

FUTURO SOSTENIBILE
“LE CITTA’ SIANO IL FULCRO DELLA RIPARTENZA POST COVID”
Il rapporto Legambiente 2020

All’inizio di novembre è stato reso noto il rapporto Ecosistema urbano, curato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e il Sole 24 ore: 207 pagine fitte di dati, grafici, tabelle, disegni. Quella del 2020 è la XXVII edizione del rapporto, costruito secondo 18 parametri monitorati da Legambiente e Ambiente Italia. Oltre 30mila i dati raccolti attraverso questionari inviati ai 104 Comuni capoluogo e alle informazioni di altre fonti statistiche accreditate. Il risultato è una classifica generale che, per quel che valgono le classifiche, specie in queste tematiche, è stata costruita assegnando un punteggio in centesimi sulla base dei risultati qualitativi ottenuti nei 18 indicatori relativamente alle aree tematiche aria, acqua, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Osservando le prime città classificate si nota che per Trento e Mantova, che occupano i primi posti con 79,98 e 76,75 punti, non vi sono state variazioni rispetto alla classifica 2019. Tra le prime 10 città le variazioni più significative si sono registrate per Reggio Emilia, che risale la classifica di 7 posti posizionandosi al quinta, Cosenza (+6, ottava) e Biella (+10, in nona posizione). Le altre sono Pordenone terza (+1), Bolzano quarta (-1), Belluno sesta (+2), Parma settima (-2) e Verbania decima (+1) con un punteggio di 68,89, 11 in meno di Trento. Treviso, che nel 2019 era nella top ten, scende all’undicesimo posto perdendo quattro posizioni. Tra le città che hanno mostrato, in positivo, le variazioni più significative vi sono Forlì (risalita di ben 44 posizioni), Imperia (+41), Rieti (+39) e Avellino (+31), mentre tra quelle che hanno perso posizioni vi sono Potenza, che ne perde 25, seguita da Caserta (-23), Varese e Chieti (-21) e Pescara (-20). E Ferrara? La nostra città perde rispetto all’anno scorso 12 posizioni e si colloca, con 62,86 punti, al 22° posto della classifica che, su 104 città monitorate, è chiusa da Vibo Valentia con soli 23,31 punti ottenuti dalla valutazione dei parametri considerati.

Inquinamento atmosferico: Ferrara? Insufficiente

Se si va ad analizzare le classifiche per le diverse tematiche del rapporto indicate come performance ambientali, la città estense non è presente in nessuna, ad eccezione di quella relativa alla raccolta differenziata, dove invece svetta con una percentuale dell’86,2, seguita da Pordenone (86,1%) e Mantova (85,6%). Le altre classifiche riguardano le aree tematiche aria rappresentate da quelle della concentrazione in biossido di azoto (NO2), dove capeggiano Agrigento (4 µg/m3), Enna e L’Aquila.
Ferrara presenta per questo indicatore una concentrazione media di 26,2 µg/m3, collocandosi al 52° posto. Per le polveri sottili PM10 e PM 2,5 la nostra città registra rispettivamente una concentrazione media di 29,0 e 18,5 µg/m3 (72° e 68° posto); infine per quanto riguarda l’ozono (sforamento del limite di 25 giorni/anno oltre i 120 µg/m3), si colloca sessantesima. Complessivamente Ferrara, assieme a tutte le città della regione, presenta un’aria classificata come insufficiente, ultima delle cinque classi in cui sono suddivisi i centri urbani che superano per almeno due parametri i limiti della normativa comunitaria sia per PM10 e PM2,5 che per NO2 e O3. Questi, secondo l’Agenzia Ambientale Europea (EEA), sono gli inquinanti sotto osservazione che comportano un rischio per la salute umana, e che dichiara come l’inquinamento atmosferico continui ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolar modo per i cittadini delle aree urbane.

Le conseguenze in Italia sono le oltre 60mila le morti premature ogni anno dovute all’inquinamento atmosferico. “In sostanza, continua il dossier dell’ufficio scientifico di Legambiente Mal’aria di città 2020, l’inquinamento atmosferico è al momento la più grande minaccia ambientale per la salute umana ed è percepita come la seconda più grande minaccia ambientale dopo il cambiamento climatico”. In una tabella del dossier [Vedi qui]  che presenta i giorni totali nelle città in cui si è registrato nel 2019 sia il superamento dei limiti del Pm10 che dell’ozono, Ferrara si trova al 18° posto con 103 giorni (Torino, prima, ne ha registrati 147, Piacenza 128, Rovigo, territorialmente molto vicina a noi, 115, Modena e Reggio Emilia 108). Bologna, trentesima con 59 giorni, è l’ultima delle città della regione e presenta il superamento dei limiti solo per l’ozono (25 giorni).
Per il solo PM10, nel 2019, sono 26 le città capoluogo di provincia che hanno superato il limite giornaliero di 35 giorni con una media superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. Sempre prima Torino con 86 giorni di superamento. Nella classifica delle città fuorilegge ci sono quasi tutti i capoluoghi veneti (ad eccezione di Belluno), molti capoluoghi dell’Emilia Romagna, tranne Bologna e Cesena, quindi anche Ferrara, e più della metà delle città lombarde (7 su 12), a riprova della criticità espressa nelle dichiarazioni dell’Agenzia Ambientale Europea.
Altro dato ricavato da queste poco esaltanti classifiche è quello delle città che hanno superato il limite per le polveri sottili (Pm10) dal 2010 al 2019: Ferrara si ritrova nel secondo gruppo (9 anni su 10) assieme a Parma e Piacenza, tra le città emiliano-romagnole. Nel primo (10/10) sono presenti Modena, Reggio Emilia, Rimini e Rovigo (questa sempre per ragioni di affinità territoriale). Infine le altre, Ravenna, con 7 anni su 10, seguita da Bologna (6/10) e Forlì (5/10). Per ultime le classifiche dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana la soglia limite di polveri sottili in un anno (il D.lgs. 155/2010 prevede un numero massimo di 35 giorni/anno con concentrazioni superiori a 50 μg/m3) e, per l’ozono, dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute( il D.lgs. 155/2010 prevede in questo caso un numero massimo di 25 giorni/anno – come media su 3 anni – con concentrazioni superiori a 120 μg/m3 come media massima giornaliera calcolata su otto ore). Nella prima Ferrara è al 12° posto con 60 superamenti nella centralina di Corso Isonzo, mentre nella seconda al 31° con 43 giorni di superamento.

La gestione del ciclo dei rifiuti

Tornando al rapporto [Vedi qui] tra i temi trattati non si può non prendere in considerazione quello dei rifiuti.
In una rappresentazione grafica le città monitorate vengono suddivise in 5 classi, da ottima a scarsa, in base alle modalità di gestione dei rifiuti e ai risultati ottenuti nel 2019. Ferrara si trova nel primo gruppo, anzi capeggia la classifica relativa alla raccolta differenziata, come già accennato, con un 86,2 %, superando di appena 0,1% Pordenone, che si colloca al secondo posto prima di Mantova (85,6%). Del gruppo delle città con una qualità ottima nella raccolta differenziata (quelle che separano più dell’80%) fanno parte anche Reggio Emilia e Parma. Per quanto riguarda la produzione di rifiuti urbani (kg/abitante/anno) il dato di Ferrara nel 2019 è di 650 kg, con Reggio Calabria la città che ne produce la quantità più bassa (371 kg) e Piacenza quella con il dato più alto (766 kg), e che supera di un solo kg Rimini e Ravenna (765 kg). Nel sistema di raccolta porta a porta Ferrara realizza un misero 10,3% di cittadini serviti secondo tale modalità, uno dei livelli più bassi in Italia, dove la maggior parte delle città fornisce un servizio di oltre il 90% e una quarantina arriva al 100% di cittadini serviti dalla raccolta domiciliare. Ma qui si tratta di scelte e strategie delle aziende che gestiscono questo importante servizio.

Proseguendo nell’analisi del Rapporto molti sarebbero gli indicatori che meriterebbero commenti e approfondimenti. Qui voglio solo riportare i dati che interessano Ferrara scorrendo le classifiche rispetto ai vari temi.

Acqua potabile per uso domestico

Per quello che riguarda l’acqua potabile per uso domestico Ferrara consuma 144,7 litri/abitante/giorno, in una classifica dove, oltre a Milano che primeggia con ben 269,1 litri, non sono molte le città che superano la quota dei 200 litri (Brescia, Chieti, Monza, Pavia, Reggio Calabria). La maggior parte consuma quantità che si collocano tra i 100 e i 200 litri, con l’unica eccezione di Frosinone che di litri al giorno per abitante ne consuma solo 95,2.
Altro tema che riguarda l’acqua è la dispersione della rete idrica. Ferrara presenta una differenza tra acqua immessa e consumata per usi civili, industriali e agricoli del 38,8%, con Frosinone, tra le città italiane monitorate, che per questo indicatore mostra la peggiore performance (77,8%) e Pordenone che risulta invece la più virtuosa con solo l’11,3%.
La percentuale di popolazione residente servita da rete fognaria delle acque reflue urbane vede molte città, di ogni parte d’Italia, raggiungere il massimo, cioè il 100%. Solo Pistoia (55%) e Catania (56%) mostrano dati molto bassi e preoccupanti, mentre Ferrara si colloca nella parte alta dei valori con l’88% della popolazione servita. Folto è il gruppo delle città che superano quota 90% registrando valori prossimi al 100%; infine, ad eccezione di Reggio Emilia (83%), tutte le altre città della regione realizzano percentuali che si collocano nella fascia 95-99% di popolazione raggiunta dal servizio fognario.

Mobilità urbana

Altro tema scottante trattato dal rapporto è quello della mobilità. Iniziando dall’indicatore numero viaggi/abitante/anno sul trasporto pubblico Ferrara raggiunge il livello di 70, poco oltre la metà della classifica capeggiata da Milano con 468, se si esclude Venezia (705) che, ovviamente, rappresenta un caso atipico, solo altre 6 sono le città che superano quota 200 (Genova, 413; Roma, 328; Trieste; 310 e a seguire Bologna, Torino e Brescia).
La maggior parte, Ferrara compresa come detto, si colloca ampiamente sotto quota 100 (con Vibo Valentia 2 e Sondrio 3 fanalini di coda), a riprova della criticità della problematica mobilità in Italia. Altro indicatore monitorato è l’offerta di trasporto pubblico misurata come vetture-km/abitanti/anno. Anche in questo caso la città estense non figura tra le città virtuose, riportando un valore dell’indicatore di 19: dato alquanto scarso se confrontato con quello di Milano (88) e delle altre città della parte alta della lista (Venezia, Trieste, Roma). Bologna, la migliore in Emilia Romagna, ottiene un livello di 45, con Parma che segue a 40.

Sempre in tema di mobilità gli indicatori della superficie stradale pedonalizzata in m2/abitante e delle piste ciclabili, sia come metri equivalenti ogni 100 abitanti che come Km totali.
Nel primo dei parametri Ferrara, con 0,39 m2/abitante, occupa la prima parte della classifica dove Lucca distanzia tutte le altre città con 6,73 m2/abitante. Classifica chiusa da L’Aquila e Trapani con nessuna superficie pedonale precedute con un misero 0,01 m2/abitante da Reggio Calabria.
Sulle piste ciclabili ci si aspetterebbero dati di eccellenza dalla nostra città, è così è, ma solo in parte: nella classifica dei metri equivalenti Ferrara è undicesima riportando 20,48 metri di piste ogni 100 abitanti, e viene preceduta, in ambito regionale, da Reggio Emilia, prima con un dato più che doppio (44,37 metri/100 abitanti) e da Ravenna (26,63 metri/100), mentre in quella dei Km totali scala di un posto a fronte di 101,6 Km di piste, anche in questo caso preceduta da Reggio Emilia, sempre prima,  e da Modena (174), Bologna (156,4), Parma (138,4) e Ravenna (129,3), a riprova che la definizione di città delle biciclette non è una sua esclusiva.
L’ultimo indicatore che interessa la mobilità è quello delle auto circolanti ogni 100 abitanti. Le città italiane si distribuiscono in un intervallo che va da 78, Frosinone, a 43 per Venezia, quindi una forbice non troppo ampia. A Ferrara circolavano, nel 2019, 65 auto/100 abitanti, un dato intermedio, condiviso da molte altre città: infatti nella fascia 70/60 figurano ben 65 centri urbani.

Verde pubblico

Per quanto riguarda l’indicatore verde urbano pubblico Ferrara non sfigura, anche se non tanto in termini di valori assoluti: si colloca infatti attorno al 30° posto (20 alberi/100 ab) della classifica che vede Cuneo primeggiare con 203, seguita da Modena con 114 alberi/100 abitanti.
Per l’indicatore m2/abitante di verde fruibile in area urbana la classifica è migliore (17° posto per un valore di 60 m2/abitante), ma sono Matera (997,2), Trento (406,2) e Rieti (333,6) che presentano spazi di verde urbano difficilmente raggiungibili. Tra le città emiliano romagnole solo Parma fa meglio di Ferrara per quest’ultimo parametro, mentre per il precedente tutte, esclusa Piacenza, ottengono migliori performance.

Serve una cabina di regia

A conclusione di questo lungo elenco di dati e numeri alcune riflessioni sul significato dei risultati scaturiti dal Rapporto Ecosistema urbano 2020.
La media del punteggio dei capoluoghi quest’anno si è abbassata al (53,05%), mentre era 53,51% lo scorso anno e “quota 100” non è stata raggiunta da nessuna città e nessun capoluogo supera gli 80 punti, a differenza della passata edizione in cui ci riuscirono Trento e Mantova.
“E’ necessario – afferma Mirko Laurenti, responsabile del Rapporto – dare un contributo alla riflessione globale sul futuro delle città, partendo dalle esperienze positive, da chi è riuscito negli anni a realizzare significative azioni e cambiamenti in chiave green”. L’impegno è notevole perché gli indici del Rapporto raccontano in sintesi di un Italia che si muove a singhiozzo tra le solite emergenze, con qualche luce e molte ombre. Dare allora continuità agli interventi, anche copiando dalle altre città europee. E poi far sì che il Governo istituisca finalmente una cabina di regia per le città, sostenendo e spingendo i sindaci affinché imbocchino con decisione la strada della sostenibilità, dando gambe a quei progetti che rappresentano l’unica via per un futuro più sostenibile, condiviso, salubre.

Ferrara, la città dove un albero vale una gita

Un albero può rendere un posto meritevole di un viaggio. A Ferrara succede. Ci sono alcuni alberi monumentali o famosi che chi abita qui quasi nemmeno nota più. E può capitare di imbattersi in turisti col naso per aria che chiedono con il loro accento americano dove sia, ad esempio, la casa con la magnolia dello scrittore Giorgio Bassani senza che la maggior parte dei cittadini sappia dargli indicazioni che, in effetti, sulle mappe non sono. Poi apri un quotidiano come “La Stampa” e scopri che un giornalista a Ferrara c’è venuto apposta per ammirare e misurare di persona un albero che ha un 250 anni: il gingko biloba del giardino della biblioteca Ariostea, che si può vedere entrando dal cancello in via Giuoco del Pallone 2 (“Il ventaglio del Gingko biloba è un vero fossile vivente”, La Stampa”, 4 agosto 2017, pagina 28). L’autore è Tiziano Fratus, che definisce la pianta “uno dei più bei ginkgo d’Italia” e spiega che “è un superstite, capita spesso ai giganti silenziosi, rappresenta quel che resta di un giardino botanico voluto da Giammaria Riminaldi (1718-1789), presidente del Collegio dei Riformatori, riorganizzatore dell’università e della biblioteca di Ferrara”.

Marcelo Cesena in Biblioteca Ariostea di Ferrara (foto Fausto Natali)

Nell’autunno scorso questo stesso albero ha portato a Ferrara il pianista brasiliano Marcelo Cesena, due volte vincitore dell’International Press come “miglior musicista brasiliano che vive in America”, che ha scelto il giardino della Biblioteca comunale Ariostea come palcoscenico per il suo ultimo videoclip. A conquistare il musicista è stata la bellezza del tappeto di foglie gialle che in autunno cadono del plurisecolare ginkgo. Così Cesena ha chiesto e ottenuto il permesso di registrare davanti a quell’albero un video per il suo prossimo album e nel freddo del 1 dicembre 2016 ha fatto trasportare il pianoforte nero sopra alle sue radici.

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Parco Massari (foto Aldo Gessi)

Altri due alberi centenari hanno portato in visita a Ferrara lo scrittore Tiziano Fratus, che a fine luglio 2017 ha speso un giorno per guardare e misurare i due cedri di Parco Massari che stanno lì, davanti alla cancellata, in corso Porta Mare 65 a Ferrara. Nell’articolo (“In compagnia di due giganti che strisciano e si sollevano”, La Stampa, 28 luglio 2017, pagina 28) il giornalista parla di “uno spettacolo inatteso” e spiega come “all’ingresso sorvegliano due giganti: c’è il cedro del Libano (Cedrus libani) che si manifesta in un tronco corpulento, con due branche che si allargano alla base, strisciano e si sollevano parallelamente al tronco. Il cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica glauca) ha un’architettura complessa: è incredibile come gli sia stato concesso di espandersi in ogni direzione, vista la posizione a due passi dal traffico. Emette tre branche, al piede, i rami sono sostenuti da stampelle. Li misuro: 585 e 480 cm di circonferenza”.

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Scena iniziale del film “Il giardino dei Finzi-Contini” dal romanzo di Giorgio Bassani

Proprio un parco – del resto – ha reso famosa questa città in giro per il mondo: “Il giardino dei Finzi-Contini” dove Micol e i suoi amici della Ferrara-bene giocavano a tennis nel romanzo di Giorgio Bassani e poi nel film di Vittorio De Sica. E il Parco Massari immortalato sul grande schermo si potrà visitare pieno di banchetti dedicati al verde per la manifestazione “Giardini estensi – autunno” in programma nel giardino pubblico in corso Porta Mare 65 a Ferrara sabato 9 e domenica 10 settembre 2017, ore 10-22.

L’albero di magnolia nel giardino di casa Bassani fotografato da Paolo Zappaterra

Da non trascurare, infine, la magnolia, che sempre Bassani ha immortalato nella poesia intitolata “Le leggi razziali” che racconta la piantumazione dell’albero nel giardino interno di casa Bassani nel 1939, pochi mesi dopo che quelle leggi discriminanti avevano escluso dalle scuole i ragazzini di famiglia ebraica e proibito a chi era ebreo l’esercizio di diversi mestieri, come quelli di insegnante o giornalista. La casa di Ferrara dove Bassani e la pianta di magnolia sono cresciuti è stata però venduta, è privata e non visitabile. Un’occasione per vedere com’è e com’era quella magnolia che “crebbe/nera, luminosa, invadente/puntando decisa verso l’imminente cielo”, la offre la mostra “Giorgio Bassani e la casa della magnolia” in corso alla Casa dell’Ariosto di Ferrara. In particolare sabato 16 settembre alle 16 ci sarà la possibilità di fare una visita guidata gratuita. La figlia dello scrittore Paola Bassani insieme con la docente di storia dell’arte Silvana Onofri e con l’autore delle foto Paolo Zappaterra accoglieranno i visitatori della rasegna “Giorgio Bassani sotto la magnolia” che mostra la casa di Cisterna del Follo 1 negli scatti di Paolo Zappaterra e nelle istantanee di famiglia con il contributo delle letture dell’attrice Gioia Galeotti. Gli organizzatori spiegano che “numerose persone a Ferrara vanno alla ricerca della casa della magnolia della poesia ‘Le leggi razziali’, magnolia che, piantata nel 1939 nel cortile interno della casa di via Cisterna del Follo, tuttora ‘fuoresce oltre i tetti circostanti’. Ma la casa, venduta nel 1993 non è accessibile al pubblico e solo il vertice della magnolia, diventata ormai un mito, è oggi visibile da alcuni edifici limitrofi o da via Saffi”. In mostra ci sono le fotografie della casa e del suo giardino, con gli arredi originali dalla famiglia Bassani per permettere di “conoscere un luogo bassaniano spesso sottovalutato o frainteso”. La magnolia piantata dalla famiglia Bassani non è visibile dalla strada; e non va confusa con quella che si vede invece spuntare dal muro di cinta dell’edificio all’angolo tra via Cisterna del follo e via Ugo Bassi.

“Giorgio Bassani e la casa della magnolia” è la mostra visitabile alla Casa dell’Ariosto, via Ariosto 67 a Ferrara fino al 30 settembre 2017 da martedì a domenica ore 10–12.30 e 16–18, ingresso gratuito. Sabato 16 settembre 2017 alle 16 la visita guidata. Per info: mail arche.ferrara@gmail.com, pagina Fb https://www.facebook.com/events/144122836185681/, cell. 340 0773526; 331 1055853

Ferrara bollente, ma ogni albero vale cinque climatizzatori

Ferrara bollente. La settimana scorsa la città estense è salita alla ribalta delle cronache nazionali, in quanto città più calda d’Italia con temperature percepite di 49 gradi. Un po’ di pioggia ha portato temporaneo sollievo, ma ora il record rischia di fare il bis: bastano alcuni giorni di cielo sereno e le temperature aumentano a dismisura con l’aria che si fa irrespirabile. Chi alle due del pomeriggio si trova ad attraversare una strada assolata della città è a rischio di svenimento, i benefici di un temporale si annullano nel giro di pochi giorni e il calore torrido è in continua risalita. Oltre ai fattori climatici stagionali, si aggiunge il contributo negativo di condizionatori che riversano ulteriori soffi roventi e di quegli autobus e automobili in moto perpetuo, che anche durante le soste buttano fuori smog, caldo, rumore.

Ma cosa si potrebbe fare?

Alberi e prati ferraresi rivelati dalla manifestazione InternoVerde

IL VERDE. Piante, alberi e prato sono gli unici produttori naturali di fresco nonché consumatori di anidride carbonica, ma anche abbattitori di benzene, polveri sottili e tutte quelle brutte cose che sappiamo purtroppo di stare respirando. Ogni albero – rivela una ricerca del Cnr di Bologna –  rinfresca come cinque climatizzatori in azione, senza peraltro consumare energia né generare altro calore. In questo senso sarebbe cruciale una cultura urbanistica mirata a favorire e valorizzare la diffusione delle piante in punti strategici della città. Qualche giorno fa Flavia Franceschini – guida turistica, artista e osservatrice attenta della città – segnalava un progetto dello studio Boeri per portare più verde sui tetti e intorno al Policlinico di Milano osservando con ironia: “Ecco, come a Cona! (dove tengono potati a forma di palla gli alberelli del parcheggio, paura che facciano troppa ombra?)”. In effetti andando all’ospedale cittadino trasferito nel paese di Cona, si può osservare la chioma di quegli alberi, potati come se fossero lampioni ornamentali anziché organismi viventi e ombreggianti. Lo stesso arboricolo rispetto serve alla cura del verde lungo le strade e nelle aree verdi della città. Alberi da fare crescere, curare, valorizzare.

Ciclabile di Rampari San Paolo all’incrocio con corso Isonzo a Ferrara

SMOG E POLVERI SOTTILI. Per quel che riguarda auto, corriere e bus fermi con il motore acceso, servirebbe la scelta della polizia municipale, di applicare quello che il codice in effetti prevede: sanzioni, o magari inizialmente una campagna di avvertimento, per automobilisti e guidatori di mezzi pubblici in sosta con il tubo di scappamento in azione. L’obbligo che i veicoli abbiano il motore spento durante la sosta è infatti previsto dal ‘Nuovo codice della strada’. Un ulteriore passo avanti di impatto più duraturo lo porterebbe un incentivo dei mezzi di trasporto elettrici con apposite scelte di politica amministrativa. Come cambierebbero frastuono e traffico nel centro storico, ad esempio, se pian piano si riservassero i permessi di transito e sosta a veicoli silenziosi e non inquinanti. Scooter porta-pizza, taxi, autobus e magari anche auto autorizzate non sarebbero più elementi molesti e puzzolenti, ma mezzi in armonia con l’atmosfera di una città che è antica e orgogliosa sostenitrice dell’uso delle biciclette. Un passaggio graduale che incoraggerebbe i cittadini e gli esercenti ad avere veicoli più compatibili con ambiente e persone, che comunque nel tempo compenserebbero anche i proprietari in termini di economia dei consumi.

Via Saraceno, a Ferrara, riasfaltata

QUANTO ASFALTO. La cultura del verde si sposa idealmente con la volontà di ridurre la copertura di asfalto e cemento. Ogni volta che ci sono strade da rimettere a posto o da mettere a nuovo, perché non cercare di farle preferibilmente in ghiaia, ciottoli, pietra che – oltre a essere esteticamente più belle – non trattengono il calore e lasciano assorbire l’acqua dal terreno, prolungando l’effetto rinfrescante delle piogge e favorendo un drenaggio naturale?

BIAGIO ROSSETTI DOCET. Ferrara è indicata da addetti ai lavori, architetti e storici come un modello urbano, grazie alla progettazione messa a punto oltre 500 anni fa da Biagio Rossetti. L’architetto rinascimentale ha progettato l’espansione della città, badando bene a riservare vere e proprie porzioni di campagna dentro le mura cittadine e poi parchi, giardini, orti, addirittura piccole porzioni di bosco come parte dell’urbanistica. Anche per questo Ferrara ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento di ‘patrimonio dell’umanità’, come prima città moderna d’Europa: per il suo tracciato di strade basato sullo schema romano (il cardine che si incrocia ad angolo retto con il decumano) e poi per questa impostazione così lungimirante, dove le piante sono parte e completamento dell’urbanizzazione. Molto è stato distrutto, disboscato, edificato. Che bello che ci fosse una politica attenta a ricostruire quel verde, a valorizzare quanto è rimasto, a potenziarlo, incentivarlo in modo sistematico.

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Area verde pubblica compresa fra il quartiere Barco e via Padova

Una volta, ad esempio, c’era il Barco che non era mica un quartiere così, di periferia, ma un Parco, perché “questo è il significato antico della parola Barco” – spiega Francesco Scafuri dell’ufficio Ricerche storiche del Comune – e questo ha avuto in mente Manfredi Patitucci, progettista di giardini, quando pian piano qualche anno fa ha avuto l’idea e la costanza di rimboscare una parte di quell’area. Insomma, questa strada di cura e ricostruzione verde potrebbe essere una celebrazione autentica di Biagio Rossetti, non in termini di rievocazione di figura vecchia e polverosa, ma come maestro illuminato a cui guardare, di cui far vivere la lezione più che mai attuale, dove il bello va a braccetto con ecologia, ambiente, amore per la natura e per l’umanità che ci sta in mezzo (e non solo per chi ha la fortuna di avere un bel giardino privato). Una città verde, bella e buona, più salubre e fresca. Una Ferrara da sogno, che sarebbe bello realizzare.

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Campagna in città: guida a Ferrara nascosta

La trovi quando ti incammini un po’ fuori piazza Ariostea. I nomi delle strade, ghiaiose e sperdute dietro l’angolo del traffico ordinario, sembrano didascalie. Via delle Vigne, via delle Erbe. Quando cominci a entrarci, non puoi che andare avanti. Ed ecco che ci sei dentro: la campagna in città! Una specie di tunnel nel verde ti fa entrare per incanto in quei “post” favolosi che la gente pubblica su diari, blog e bacheche e che mostrano sentieri avvolti da alberi, fiori e fronde provenienti dai più disparati angoli del mondo. Questo tunnel di alberi, invece, è proprio qui, dietro una piana, tranquilla, asfaltata città padana.

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Alberi in fiore nel sottomura vicino a Terraviva a Ferrara (foto di Aldo Gessi)

A fare un po’ di chiarezza nella strana faccenda, arriva un cartello di legno inciso con una calligrafia libresca. Ai visitatori che, si sa, arriveranno stupiti e magari anche dubbiosi di avere infranto chissà quale magico o privato confine, viene spiegato che “questo raro brano di campagna all’interno delle mura cittadine è l’unico caso in Italia di uno spazio così ampio (quattro ettari) dedicato all’agricoltura”. Una campagna interna alla città, che fa parte del disegno rinascimentale di Biagio Rossetti e della sua famosa “addizione” del 1487. L’urbanista che ha fatto di Ferrara una città che – per l’Unesco – è un patrimonio dell’umanità e che l’ha resa la prima città moderna d’Europa, prevede una crescente estensione del verde con punto di partenza ideale dal Castello estense, su su verso la cinta muraria. E, il cartello, spiega e quantifica che grazie a ciò, ora, il verde della campagna di questa zona, che è la più ampia del genere, è stato preservato per oltre 500 anni.

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Cimitero ebraico di Ferrara con vista sulle Mura tra via delle Erbe e via delle Vigne (foto di Aldo Gessi)

La suggestione, dunque, non è frutto del caso, c’è un preciso disegno storico-architettonico dietro. Un progetto così antico e così moderno, se si pensa che poi nel secondo dopoguerra, nel pieno del boom delle costruzioni, il Comune di Ferrara si oppone all’edificazione di quest’area e la acquista per preservarla; l’amministrazione che compra della terra dentro la città per tenerla vuota, per mantenere un vuoto nel pieno.

Negli ultimi trent’anni questo pezzo di campagna cittadina ha sposato le tecniche dell’agricoltura biologica e biodinamica introdotte da Rudolf Steiner. La gestione con questo metodo di coltivazione comincia nel 1985 e a parlarne – quest’anno, che è anche occasione di celebrazione dei 30 anni – hanno contribuito una serie di incontri, organizzati nella biblioteca Ariostea. In collaborazione con l’associazione Nuova Terraviva i pomeriggi nella sala Agnelli della biblioteca cittadina dedicati a “Spiritualità pratica steineriana a Ferrara” che vanno ad arricchire il programma di incontri dello spazio culturale comunale. Terra e aria, parole e ossigeno, libri intorno a mani che lavorano sporche di erba, fango e pollini. Buona fuga.

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IMMAGINARIO
Alberi-monumento.
La foto di oggi…

Alberi monumentali cercansi. L’appello arriva dal Comune di Ferrara per tutti i cittadini e amanti del verde. Sul giornale online “Cronaca comune” vengono allegati dati e misure che possono trasformare alberi qualsiasi in monumenti viventi. Oltre i tre metri di circonferenza un ginkgo biloba comincia a essere memorabile, un acero dai due metri e mezzo in su, la quercia dopo i quattro. Ai Comuni spetta, infatti, il compito di fare il censimento di piante o gruppi boschivi di particolare rilievo. Sulla base delle proposte del Comune, sarà la Regione a mettere insieme, approvare e trasmettere l’elenco degli alberi monumentali al Corpo forestale. In città e provincia ci sono già alberi considerati monumenti. Ora non resta che alzare gli occhi e misurare i fusti, in caso di incontri con alberi ferraresi così speciali. Entro il 15 maggio. Informazioni e chiarimenti all’Ufficio Verde del Comune di Ferrara, via Marconi 37.

OGGI – IMMAGINARIO NATURA

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Un albero monumentale ferrarese: il frassino maggiore di Poggiorenatico (foto Ibc, Istituto per i beni artistici, culturali e naturali)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

informazioni e chiarimenti rivolgersi all’Ufficio Verde del Comune di Ferrara, via Marconi 37, telefono 0532-418878 – See more at: http://www.cronacacomune.it/notizie/25433/censimento-degli-alberi-monumentali-nel-territorio-italiano.html#sthash.ThkbPQTr.dpuf
ragionare-da-alberi

Ragionare da umani,
ragionare da alberi

Anni fa, durante un corso di specializzazione, rimasi colpita dalle parole di un relatore: “Se vuoi lavorare con gli alberi, ragiona da albero”. Forse si trattava di una battuta, forse era una citazione altrui, di certo chi aveva espresso questo pensiero non era esattamente uno qualunque, infatti si trattava di Gildo Spagnolli, una figura mitica per chi si occupa di giardini e di verde pubblico in Italia. Spagnolli ha praticamente fondato la Giardineria del Comune di Bolzano, da lui diretta con energia e competenza per quarantadue anni, creando un esempio di progettazione e di gestione delle aree verdi urbane, stabile e indipendente dalle logiche elettorali. È sufficiente aprire la pagina del sito della città di Bolzano, scorrere i servizi che fornisce la Giardineria e leggere con quanta chiarezza sono espressi, per renderci conto che stiamo parlando di un altro pianeta. Dal vivaio delle piante, ai giardinieri che le curano, fino ai progettisti e amministratori, la Giardineria fornisce un pacchetto di gestione completa, che delega agli esterni solo alcuni interventi di pulizia. Soprassediamo sul fatto che tutto questo ha determinato una conoscenza della complessità del sistema del verde della città che dovrebbe essere una componente fondamentale di chi lavora in questo settore, vorrei però sottolineare un aspetto della Giardineria che mi piacerebbe fosse obbligatorio ovunque: il vivaio comunale.

È evidente che produrre in proprio il necessario richiesto dai progettisti, garantisce una coerenza totale tra progetto e realizzazione e, soprattutto, la qualità delle piante stesse. Piante sane, ben formate, messe in terra nel momento giusto, sono un’ottima partenza per ridurre i costi di manutenzione nel tempo e permettere di ragionare in termini di piantagioni stabili, evitando il cava-e-metti delle annuali. Nel caso degli alberi, la qualità della pianta dovrebbe essere un obbligo, ma non è così. Gli alberi sono organismi straordinari, la loro forma, caratteristica per ogni specie, è una macchina perfetta che ne garantisce salute e stabilità. Quando un albero crea dei problemi, nella stragrande maggioranza dei casi è colpa degli esseri umani. I casi più frequenti sono quelli della diffusione di malattie che si trasmettono usando attrezzi infetti e non puliti, o ignorando le pratiche di smaltimento del legno malato (come nel caso della epidemia di cancro colorato del platano). Poi ci sono errori di piantagione, specie sbagliata per lo spazio a disposizione, con conseguenti sbancamenti di muretti e pavimentazioni, e errori di potatura. Gli alberi non amano le potature, i tagli su legno vivo sono delle ferite che permettono l’ingresso agli intrusi: funghi, parassiti, malattie varie e che possono compromettere la stabilità perché, interrompendo l’asse di crescita, si formano ramificazioni con angolature che, nel tempo, cedono per il loro peso. Basterebbe questo per pensarci bene prima di pigliare in mano una sega a motore e ridurre una pianta maestosa a uno scheletro di legno, eppure questa convinzione è talmente dura a morire che persino l’animazione di apertura di Google, nel giorno di equinozio d’autunno, ci mostrava degli alberi, che dopo aver perso le foglie, avevano la ramificazione tipica di un albero cimato, o ancora peggio capitozzato.
Intorno a noi è rarissimo vedere un albero con la sua forma caratteristica, perché per decenni ai giovani alberi veniva castrata la punta, si spezzava la “freccia”, il ramo che sale dalle radici e esce dalla terra diretto verso il cielo, per favorire una forma regolare, sferica e innaturale della chioma. Ma non c’è verso, continuiamo a ragionare da umani, “perché si fa così”, ma quello che può avere un senso per un albero da frutto che deve produrre molto e vivere poco, non ne ha per un albero che fiancheggia una strada, che fa ombra in un parcheggio o che ci delizia nei giardini. Per le alberature storiche, ormai, bisogna considerare caso per caso, ma per le nuove piantagioni impariamo a scegliere in base allo spazio disponibile, scegliendo piante ben formate e dritte. Ci sono alberi bellissimi, di tutte le forme e dimensioni e, se non abbiamo lo spazio per un gigante in giardino, impariamo a goderne la bellezza in un parco e a scegliere con criterio i nostri amici vegetali, in modo da evitare di ridurli a patetici moncherini privi di grazia e bellezza. Insomma, bisogna avere buon senso e cominciare a ragionare da alberi, e capire che quando un albero potato vigliaccamente produce uno sproposito di ramificazioni, non lo fa perché si diverte, ma perché ha paura e sta cercando di sopravvivere.

[La foto è di Raffaele Mosca]

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Aiuola in piazza Duomo, ovvero improbabili iniezioni di verde

Giorni fa, nel rullo costante di notizie che mi passano sotto gli occhi frequentando uno dei più comuni social network, ho letto che il Comune di Milano sta realizzando in piazza Duomo una grande aiuola fiorita, chiamare tutto questo giardino mi sembra eccessivo. Confesso di aver sperato che si trattasse di una bufala, invece no, faranno questo “splendido” intervento di riqualificazione verde della piazza, con tanto di assessore trionfante, che lo presenta come uno dei futuri biglietti da visita della città in occasione dell’Expo del prossimo anno, e ancor più gongolante perché l’operazione, promossa da sponsor privati, sarà a costo zero per il Comune nei prossimi tre anni, dopo non si sa.

Mi piacciono le piante, mi piacciono proprio tutte, non me ne viene in mente una che non sia bella, affascinante e piena di potenzialità, ma se c’è una cosa che rende le piante insopportabili è metterle nel posto sbagliato. Siamo in tempi di contaminazioni ad oltranza, i linguaggi si mescolano continuamente quindi perché la combinazione di un elemento rurale come l’orto in un contesto artificiale come una piazza, mi fa così arrabbiare? perché è la prova dell’insipienza di chi si occupa di verde nelle città, e in generale di urbanistica. Fare il riassunto in due righe di cosa sia la complessità urbana è un compito che non sono capace di sbrigare, ma forse qualcosa posso provare a chiarirla. Una piazza di città, una piazza come quella di Milano, caratterizzata da architetture e monumenti così forti e riconoscibili, è intoccabile; le città sono organismi vivi, non dovrebbero essere imbalsamate, ma per trasformarne certe parti è necessario avere montagne di coraggio e vere competenze. Quel coraggio che è servito per fare dei gesti potenti come la costruzione della piramide di Ming Pei nel cortile del Louvre a Parigi, che potrà non piacere, ma la sua forza architettonica e simbolica ha stabilito un dialogo così forte con la monumentalità del suo contesto da diventarne una sua parte. Per far dialogare l’artificialità di una piazza storica italiana con una cosa che appartiene ad una altro mondo, come quello della natura e della campagna, bisogna avere il doppio del coraggio e fare la rivoluzione con gesti dirompenti o di straordinaria finezza, cosa che un’aiuoletta con gli orticelli non ha. Insomma, quando vengono certe idee, bisognerebbe fare un bel respiro e cercare altre strategie, magari convogliando certe risorse altrove.
Le nostre città sono piene di spazi mutanti privi di qualità, in cui ci sarebbero infinite possibilità di sperimentazione e di trasformazione, attraverso interventi di verde pubblico progettati con criterio, che in queste parti di città rappresenterebbero una straordinaria operazione di riqualificazione urbana e sociale. Piazza Duomo e le sue sorelle sparse per l’Italia, non hanno bisogno di orticelli, ma di educazione, pulizia, civiltà e chiarezza, ingredienti mancanti che andrebbero diffusi ovunque, come un virus potente. La presenza di alberi nelle piazze è possibile, abbiamo un’infinità di casi in cui gli alberi sono parte integrante della piazza. Nuove piantagioni possono essere realizzate se adeguatamente fornite di ampie porzioni di terra, griglie protettive e traspiranti alla base del tronco, e magari dei bei supporti metallici ben progettati per proteggere e sostenere i tronchi durante la crescita, fatte le dovute analisi, e dopo averci pensato molto ma molto bene. Potrebbero anche starci, in un certo senso si tratterebbe di una Natura che si presta a parlare la lingua dell’artificio urbano e non pretende di essere ipocritamente naturale. L’ignoranza diffusa in questa materia porterebbe sicuramente ad osservazioni del tipo: “hanno sistemato la piazza che sembra un parcheggio della Coop”, e quindi per continuare a farci del male ecco che pianteranno una banale orto-aiuola in piazza Duomo, con le sue erbe aromatiche e le sue graminacee, non mancheranno fiorellini e altre leziosità, il tutto per fare qualcosa di ambientalistico che per essere conservato e mantenuto in ordine avrà bisogno di una infinità di ore di manutenzione, acqua ed energia varia, che mi chiedo chi pagherà quando lo sponsor privato chiuderà i cordoni della borsa. Una visione a corto raggio, tipica dei politici che ormai hanno una visione del futuro che arriva solo a fine mandato.

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