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Friedensstatue donne vittime

Donne vittime di guerra

Non c’è niente di più crudo e doloroso, nella storia delle donne, della violenza gratuita, efferata, indimenticabile, spesso inenarrabile, che esse hanno subìto nel corso di guerre e occupazioni in ogni epoca. Il corpo della donna è trincea, campo di battaglia, conquista, bottino, ricompensa e la violenza su di esso viene agita per colpire il nemico, fiaccare ogni resistenza. L’arma dello stupro è vecchia quanto la guerra, fatta dello stesso odio, della stessa brutalità, e riguarda donne di ogni fronte e appartenenza, un fenomeno presente nell’antichità e non certo esclusiva della storia contemporanea.
Nell’Antica Grecia era un comportamento ritenuto socialmente accettabile nelle regole di guerra e i guerrieri consideravano le donne bottino legittimo, utili come mogli, concubine, schiave o trofei del campo di battaglia.
I soldati romani esercitavano violenza sulle donne barbare, che non riconoscevano nemmeno umane, trattandole come oggetto da possedere, vendere al miglior offerente, esibire in pubblico. La rappresentazione di alcune scene di violenza rimangono scolpite sulla Colonna Aureliana a Roma, dove le donne delle popolazioni germaniche Marcomanni, Sarmati e Quadi vengono trascinate per i capelli, denudate e trucidate dai soldati armati di pugnale.

In tempi più vicini a noi, nel XX° secolo, le violenze sessuali sono diventate parte integrante delle strategie offensive e propagandistiche degli eserciti in guerra, a cominciare dalla I^ Guerra mondiale nell’avanzata dell’esercito austroungarico in Serbia e l’esercito tedesco in Belgio, accompagnata da stupri di massa.
Del secondo conflitto mondiale, ambientati in Italia, rimangono i racconti, le testimonianze, le tracce indelebili delle cosiddette “mongolate” e “marocchinate”.
Nel primo caso parliamo delle uccisioni e degli stupri sistematici su numerose donne di paesi e villaggi avvenuti sull’Appennino ligure-piemontese-emiliano e nell’Oltrepò pavese, nell’inverno 1944, quando i nazisti schierarono tra le file del loro esercito i denominati “mongoli”, costituiti da prigionieri calamucchi, uzbechi, georgiani, ucraini, arruolati dopo la caduta di Leningrado. Dolore, vergogna, paura hanno accompagnato le donne sopravvissute agli abusi, rendendo spesso faticosa la testimonianza e il ricordo. Il termine “marocchinate” conduce alla memoria scomoda degli abusi e delle violenze sulle donne del Basso Lazio e della Toscana meridionale, ma anche in Sicilia e Campania, nel maggio del 1944, da parte dei goumiers, i combattenti del V° Corpo d’Armata francese. “Zidouh ‘Lguddem! En avant!” era il grido di battaglia dei tabors, i reparti marocchini del Corps Expèditionnaire Français en Italie che raggelava il sangue tanto ai tedeschi quanto alle popolazioni civili di quelle zone sulla linea Gustav. Più di 60.000 le vittime degli abusi e della violenza al loro passaggio, ma le cifre rimangono ancora incomplete.

Lo stupro di guerra va ben oltre l’etichetta di “effetto collaterale” che si vorrebbe appioppargli, giustificandolo con le condizioni innaturali dei soldati: esso costituisce in realtà il massimo sfregio con cui marchiare il nemico attraverso la violenza assoluta sulla sua donna, portatrice di continuità vitale, di futuro per le nuove generazioni.
Diventa annientamento, umiliazione, contaminazione e violazione per dimostrare supremazia di un popolo su un altro, un crimine che non può essere legittimato per nessuna ragione al mondo. Solo di recente, dopo le atrocità in Bosnia e Ruanda, la comunità internazionale ha riconosciuto la peculiarità dello stupro di guerra da un punto di vista giuridico, dichiarando crimine contro l’umanità le violenze alle donne in contesti bellici.
In Ruanda, tra aprile e luglio 1991, centinaia di migliaia di donne tutsi furono sottoposte a ogni sorta di violenza, massacrate a colpi di machete e bastoni cosparsi di chiodi dagli squadroni della morte hutu. Nella ex Jugoslavia lo stupro etnico fu usato su larga scala sulle donne di etnia diversa come “pulizia etnica” vergognosa.
Il riconoscimento dei crimini e stato un percorso difficile, cominciato con il lavoro dei Tribunali Penali Internazionali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda, istituiti nei primi anni ’90, quando gli avvenimenti nei due Paesi scossero il mondo per particolare efferatezza delle indicibili violenze commesse negli stupri di massa perpetrati con premeditazione e con la finalità di annientamento delle donne e di un’intera parte della loro comunità.
Nell’aprile del 2019 il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha riconosciuto la violenza sulle donne in Paesi in conflitto come arma di guerra.

Cover: Friedensstatue, Giappone,1920 (wikimedia commons)

vioviolenzalenza

CONTRO VERSO
Filastrocca dei miei panni (quasi un rap)

 

Michael ha 15 anni e diverse denunce. Un padre violento da sempre, da cui ha chiesto di essere protetto. La violenza che ha subito, lui l’ha imparata. Adesso che gli educatori vorrebbero aiutarlo la sputa indietro, non riesce a fidarsi, fa e si fa del male, molto male.
C’è chi dice che non si possa più fare niente per Michael, a parte prescrivere gli psicofarmaci adatti.

Filastrocca dei miei panni (quasi un rap)

Sono tutto matto – matto, matto
vivo soddisfatto – tanto, tanto
di tenervi in scacco, scacco matto
sotto ad ogni attacco che vi faccio.

Perché sono matto, assai violento
sono il più tremendo e vi tormento
rompo tutto quanto, scappo, arraffo
urlo vi distruggo e mi fa un baffo

che ci sia un’udienza, una pendenza.
Forse una condanna è la sentenza
ma ci sono nato, è la violenza
quella che ha plasmato ormai l’essenza

di ogni relazione. È la ragione
che mi fa potente tra la gente
e immediatamente mi consente
di sciupare tutto ciò che tocco.

Perché ve l’ho detto, sono tocco,
quel che tocco rompo e lo distruggo
se mi dai un confine sai che fuggo
ho già visto troppo e sono matto.

Vedo mio fratello, dolce e bello.
Vedo poi mio padre, e il ritornello:
lui che col bastone, a suon di botte
ci distrusse troppe, troppe volte.

E da qui vi osservo, rido e faccio
tutto ciò che voglio, strappo, straccio,
butto varechina, e la catena
l’àgito all’istante su un passante.

Sono adolescente, e della gente
me ne importa poco, anzi, niente.
Vivo con un tarlo nella mente.
Sono matto, mica deficiente.

Giro per il mondo, ho 15 anni,
so che se mi guardi mi condanni.
Prova tu a campare nei miei panni!
Vieni solo un giorno nei miei panni!

Una delle possibili conseguenze del maltrattamento sui bambini è che questi, crescendo, diventino a loro volta violenti. Non c’è niente di preordinato nel comportamento umano e non è detto che accada, ma una correlazione esiste ed è tutto sommato comprensibile: se si è sperimentato per anni che i rapporti più importanti si definiscono secondo la legge del più forte, meglio trovarsi dalla parte di chi si impone che da quella di chi soccombe.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, esce su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Ragazzi di favela
…un racconto

Ragazzi di favela
Un racconto di Carlo Tassi

Case su case. Capanne di latta con radio e tv. Vaniglia e immondizia, cemento e orchidee.
Fogna a cielo aperto e sopra il Paradiso che guarda e non fa nulla.
Giochi di strada con palloni ai piedi e pistole nelle mani…
Ieri Albino è morto ammazzato, due colpi in testa e ogni sogno se n’è andato.
Le guardie nere l’hanno ricattato, lui ha parlato e i compagni non l’hanno perdonato.

“Ma io e te siamo diversi, prima o poi ce ne andremo e una vita nuova inizieremo.”

Celino col pallone è davvero bravo, il suo idolo è Zico…
Lui vorrebbe diventare come il grande fuoriclasse, e stavolta il Mondiale lo vincerebbe a mani basse.
Ma per adesso gioca nel campetto di Vidigal, distante appena trenta baracche dalla sua. Vive coi nonni. Papà e mamma non sa dove siano…
A scuola ci va quando gli pare, solo il calcio un giorno lo farà volare.
Nair è mingherlino, a lui non importa giocare, a lui basta vedere Celino correre e calciare. E per ogni gol dell’amico del cuore, gridare e gioire.

Una volta Celino l’aveva difeso da un bullo. Il bullo aveva preso di mira Nair minacciandolo e dandogli del frocio…
Quando arrivò Celino, il bullo tentò una reazione per evitare la figuraccia, ma le prese di santa ragione beccandosi un pugno in faccia.
Celino sapeva che a Nair piacciono i trucchi e le bambole, ma non gli importava perché sono cresciuti insieme e Nair è il suo più grande tifoso.

Ma è arrivato il grande giorno e un tizio del Flamengo è venuto a parlare coi nonni di Celino…
Una busta con tanti real, sorrisi e strette di mano. Celino tenterà la fortuna col pallone e andrà via, in un luogo lontano.
Notte dopo notte Nair sognava e temeva questo giorno…
Ora va da lui per salutarlo e, nel farlo, abbracciarlo e baciarlo.
Lo bacia sì, ma con un bacio salato di lacrime e azzardato di labbra sulle labbra…
Celino lo fissa contrariato e stupito, per lui è solo un buon amico anche se da tempo aveva intuito.
Lo spinge via pulendosi la bocca, lo guarda di uno sguardo ostile e imbarazzato. Tace di un addio muto e sospeso, sanguinante di troppe cose non dette…
Si volta e se ne va, ferito dall’amore dell’amico che mai più rivedrà.
Nair è felice perché il suo amore ha dichiarato. Troppo tardi e senza speranza, ma non importa: meglio odiato che ignorato.
Il suo amico adorato, il suo amore segreto se n’è andato. Ma il suo dolce ricordo nel cuore sarà sempre conservato.
Così Nair s’allontana, pervaso di un’allegria strana, umiliato e abbandonato e tuttavia risoluto.

Dieci anni son passati e tutta Rio è ferma davanti alla tv…
La finale del Mondiale con l’eroe nazionale pronto a battere il rigore della vittoria. Celino è sul dischetto a tre secondi dalla storia. Il ragazzo ne ha fatta di strada, ricco, famoso, pronto per la gloria.
Nella sua stanza d’albergo la squillo più bella di Copacabana guarda la tv e piange di gioia per il gol segnato. Il Brasile l’ennesima coppa ha meritato e Celino è da tutti osannato.
E per un po’ la mora, la splendida Naira, ricorda il suo vecchio amore impossibile e il gusto salato di un bacio rubato, un attimo prima di quell’addio mai dimenticato.

Era un’altra vita, erano due metà della stessa mela.
Era una storia ormai sbiadita, erano due ragazzi di favela.

Velha Infancia (Tribalistas, 2002)

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ragazza adolescente

CONTRO VERSO
Filastrocca della costola rotta

 

La ragazzina era stata ricoverata in ospedale con una costola rotta dopo le botte del padre. E siccome era l’ennesima volta che lui la picchiava, quella volta lei ha parlato e ha chiesto di essere protetta. Dopo qualche mese dopo sono emersi i sensi di colpa per avere alterato un equilibrio familiare che, per quanto disfunzionale e retto sul suo sacrificio, in qualche modo era rassicurante per lei e per i suoi genitori. È in quel momento che occorre percorrere strade nuove e libere dalla violenza.

Filastrocca della costola rotta

è stata proprio una bella botta
Quella botta me l’ha data papà
e per questo mi trovo qua
Qua mi han messa per mia richiesta
di scappare da casa e basta
Basta solo di ritornare
sono pronta a rinnegare
Rinnegare ogni mia parola
per sentirmi un po’ meno sola
Sola qua non ci voglio stare
ho bisogno di riabbracciare
Riabbracciare la mia famiglia
dove posso sentirmi figlia
Figlia ugualmente di amore e violenza
ma non posso più stare senza
Senza le botte non conosco amore.
Che facciamo Vostro Onore?

Quando bruciano i maltrattamenti i ragazzi lo chiedono: portami dovunque ma non farmi tornare a casa. Dopo qualche mese di allontanamento si pongono i problemi veri, i conflitti interni, i sensi di colpa. Meglio ritornare nella violenza, sentendosi parte di una famiglia, o restarsene fuori, con un buon prezzo di solitudine? Loro stessi non hanno le idee chiare. Nessuna limitazione nelle relazioni primarie è facile e indolore. Si tratta di capire quale dolore è più sopportabile e più costruttivo per ciò che quel ragazzo, quella ragazza, quel ragazzo, domani diventerà.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, esce su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

cassiopea supernova spirale galassia

La “Vita Nova” di un uomo di oggi:
leggendo “Nova” di Fabio Bacà

Ho tra le mani un libro e ne ho appena finita la lettura: Nova di Fabio Bacà è uscito lo scorso settembre ed è il secondo romanzo di questo autore di origini abruzzesi, dopo Benevolenza cosmica del 2019.

Entrambi i romanzi sono editi da Adelphi. Quando un’altra scrittrice abruzzese che amo particolarmente, Donatella Di Pietrantonio [Qui], mi ha consigliato di leggere Nova e di conoscerne l’autore, non ho posto tempo in mezzo. Presa dallo zelo di corrispondere anche così all’empatia che si è creata tra di noi nel recente bellissimo incontro a Ferrara.

nova fabio bacàHo letto il libro a tappe regolari, né bevendolo d’un fiato, né centellinando poche pagine per volta. Ho letto con curiosità costante, perché la storia di Davide Ricci, il protagonista del romanzo, è davvero particolare.

Non è solo così, dovevo dire che la lingua con cui è raccontata la storia di Davide Ricci è decisamente attrattiva: erudita e dal registro formale raffinato ma con molte sfumature ironiche e una precisione definitoria che appaga. Una lingua così mette in ordine il creato, ne fotografa gli elementi e li colloca senza sbavature al loro posto.

La storia di Davide Ricci è la storia di un cambiamento radicale. Davide, stimato neurochirurgo di Lucca, conosce la prima volta Diego, maestro zen, mentre questi sta difendendo sua moglie Barbara da un ubriaco che la importuna dentro al ristorante in cui Davide è appena arrivato per pranzare con lei e il loro figlio Tommaso.

Mentre lui è bloccato dal timore e dalla vigliaccheria, Diego agisce e, usando la forza, attacca al muro l’aggressore e sfodera un coltello. Conoscere Diego rappresenta per Davide “lo strappo nel cielo di carta”, che accade a Mattia Pascal nel celebre e paradigmatico romanzo di Pirandello: è la perdita progressiva delle sue sicurezze, dei valori su cui ha fondato la vita personale e famigliare.

Diego lo conduce fuori dalla quiete rassicurante della sua vita borghese e lo mette di fronte a una realtà diversa, di cui la violenza è parte integrante. Lo avvia a un percorso di consapevolezza che gli rivela la natura ultima dell’essere umano, il lato oscuro e primitivo che ci accomuna tutti.

Conosco quello che si prova quando la vita ci toglie qualcosa di colpo, quando siamo sopraffatti da una distorsione netta rispetto al tracciato delle nostre giornate. Perciò sono stata attratta a leggere quello che accade a Davide nelle settimane che seguono l’episodio truce al ristorante.

Gli si presentano nuove seccature nella vita quotidiana, soprattutto si  riaccende il contenzioso con il vicino di casa per una questione di rumori notturni, e il vicino che ne è causa col suo locale notturno finisce per minacciare Davide e neanche troppo velatamente.

È la miccia che si accende nella mente del protagonista, a cui segue la salita in superficie di pulsioni violente, dell’accettazione del conflitto come parte ineludibile della vita. Diego lo accompagna ad averne la consapevolezza, a prendere atto dei propri impulsi e non a reprimerli come ha fatto da sempre. Lo avvia alle arti marziali, dove il combattimento diviene uno strumento per dominare l’aggressività, per incanalarla verso la ricerca di sé, verso il perfezionamento.

Il romanzo finisce con una sequenza di violenza collettiva, di cui sono parte anche gli altri protagonisti della storia: a un importante concerto a Lucca si ritrovano Davide con moglie e figlio, gli amici, Diego, il figlio del vicino di casa, la folla che è venuta a sentire i Pet Shop Boys. Quando Giovanni, il figlio del vicino, si avvicina platealmente a Davide per aggredirlo, noi assistiamo al cambiamento che è avvenuto in lui, perché decide di battersi…

La nova a cui allude il titolo è esplosa in lui, come fa una stella quando deflagra per l’eccessivo accumulo di idrogeno sulla sua superficie e diventa così più luminosa che mai.

Ha dato ascolto al Potere che è in lui: quando ha chiesto a Diego cosa esso sia esattamente, Diego gli ha risposto che lo sa benissimo, lo ha sempre saputo. Anche se lo ha tenuto represso, lo ha neutralizzato, secondo le regole del vivere civile. Lo ha voluto alienare da sé, come accade alla cultura occidentale, che relega la violenza in un altrove di comodo.

Aprendo il libro mi è venuta spontanea una interpretazione del titolo un po’ diversa. L’ho collegato alla Vita Nova di Dante [Qui], l’opera giovanile in cui il poeta incontra Beatrice all’età simbolica di nove anni e, da quello “strappo nel cielo di carta” in poi, si purifica attraverso il sentimento dell’Amore, innalzandosi alle vette della Filosofia e della Teologia.

Ho pensato anche a nova come all’aggettivo della lingua latina che, declinato nei casi diretti del genere neutro, al plurale vuol dire le novità.

Forse non ho del tutto sbagliato: la stella che esplode entra in una fase nuova, come lascia intendere la parola latina; anche la vita di Davide Ricci assume una piega del tutto diversa, quando accetta la lotta finale e quando, nella pagina conclusiva in una stanza di ospedale, è davanti al corpo di Giovanni, in coma, e deve prendere la decisione estrema: salvarlo o salvarsi staccandolo dal ventilatore che lo tiene in vita.

Pensa: “Ora so che l’universo è infinito perché contiene tutto l’odio generato dalla razza umana dall’inizio dei tempi. Questo è ciò che siamo. Questa è la sostanza di cui siamo fatti: sangue, furore e detriti di sogni al confine tra sonno e veglia”.

Dall’altra parte, se ho richiamato un’opera come quella dantesca ho riconosciuto l’elemento di novità che è in lei. È la direzione del cambiamento a fare la differenza: l’esperienza amorosa di Dante giovane punta verso l’alto, mentre nel romanzo di Bacà il movimento va al centro della natura umana, mi verrebbe da dire che punta verso il basso.

Sono figlia della cultura occidentale e dei classici che ho studiato dalla adolescenza in poi, rifuggo dall’uso della violenza e ne prendo le distanze ogni volta che la storia me la fa incontrare, ogni volta che la cronaca di questi anni e giorni me la mette sotto gli occhi.

Ho bisogno di pensare ancora alla intera parabola a cui va incontro in questo libro un uomo pacifico come Davide:  la sua preparazione culturale, la sua ironia, le difese che si è creato per stare nel mondo mi hanno fatta sentire a casa.

Seguendo le fasi della sua trasformazione ho pensato che paiono plausibili nella loro progressione, che il pensiero zen le soccorre come una robusta rete epistemologica e Davide cade in modo conseguente verso la legittimazione della violenza. La storia è ben scritta ma che storia!

Sento che mi occorre altro tempo per pensarci. Non mi arrendo a che la violenza sia cittadina del mio mondo e dentro al mio cervello. Voglio rimanere ancora come è stato Davide nella situazione iniziale del romanzo. Ma ci penserò.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

uomo facciata finestre magritte

Mio, suo, nostro

 

Ma gli omìni con bombetta di Magritte [Qui] piovono, salgono o sostano sospesi nell’aria di un cielo terso senza ora? In realtà sembra che si siano fermati giusto per un’ istantanea, ma poi riprenderanno a camminare.

Osservare la realtà con gli occhi della mente. Sembriamo tutti fermi come le sagome nere di Magritte, ma riprenderemo a camminare. È come affacciarsi dalle finestre di Magritte, la realtà non sai più se è quella della tua mente o quella che vedono gli occhi.

La pandemia ha mischiato i piani della percezione, il rapporto figura sfondo, immagine o illusione. Ognuno è sceso nella camera oscura a sfogliare un album di negativi che non è più possibile sviluppare.

È bianco o nero; se la complessità ci spaventava, ora l’aggressione del virus ha ricondotto tutto al linguaggio binario: zero, uno. I colori con cui si combatte la diffusione della malattia non sono tinte, sono barriere, allarmi o preallarmi.

Inevitabile essere soli, come le sagome umane di Magritte, sospese nel vuoto di un giorno e di un luogo qualunque, in attesa di riprendere a camminare. Ma è la sospensione che agita, che crea ansia, che dispiega l’estensione dell’incertezza, se salirai, o se tornerai a posare i piedi sulla terra.

Dovrebbe coglierci un pensiero: quegli omini sospesi nel cielo di Magritte, come segmenti di pioggia, sono tratti di tante esistenze.

Ecco, due anni ormai di pandemia sono una lezione sulle nostre esistenze. “Come vivi?” è la domanda che Edgar Morin [Qui] rivolge al lettore in apertura del suo Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Corona Virus.

Pare che le emozioni abbiano preso il sopravvento sulla vita, che la comunità sociale si sia fatta in disparte. Prevalgono le urgenze individuali, atti e manifestazioni del proprio sé, fino alle esasperazioni, alle patologie. La convinzione delle proprie ragioni non risparmia lo scontro, la deriva, l’autodistruzione.

Ciò che stiamo vivendo in questa stagione di malattia malata è il crescente affermarsi delle singole individualità, una maggiore competitività e una minore disponibilità alla solidarietà.

Gli ambienti universitari, che dovrebbero essere i luoghi in grado di indirizzare e supportare la battaglia per sconfiggere il virus, in realtà denunciano un’alterità intellettuale, che confligge con la necessità di reggere insieme all’urto sociale dell’eccezionalità pandemica.

Tutti segnali di una lenta disintegrazione della comunità sociale in un momento in cui le pressioni economiche e sociali richiederebbero piuttosto un aumento della cooperazione e dell’attenzione verso gli altri e non certo una riduzione di tale disponibilità.

Insieme a questa atmosfera di incipiente crisi sociale, ci sono anche i segni di un crescente malessere emozionale, soprattutto fra i bambini e i giovani. Ciò che colpisce in modo particolare è l’impennata di violenza tra gli adolescenti, il che significa che alcuni minorenni italiani stanno avviandosi all’età adulta con gravi carenze relative all’autocontrollo, alla capacità di gestire la propria collera.

Contribuisce a completare un quadro drammatico il generale aumento di atti violenti, omicidi soprattutto di donne e bambini, tanto che l’Italia risulta essere seconda solo agli Stati Uniti per la frequenza di omicidi.

Se a tutto questo si somma anche l’aumentato uso di droghe e di morti legate alla tossicodipendenza, si ottiene un quadro che mostra il nostro paese pervaso da problemi laceranti, in preda a un crescente malessere.

Un amico mi ha scritto di essere rimasto colpito da una scena vissuta al bar. Una giovane ragazza ventenne alle 14.00 entra e ordina con fare carbonaro, a voce bassa, uno spritz al Campari, mostrando una spanna, dal pollice al mignolo tesi, per far comprendere di che grandezza lo vuole.

La barista riempie un bicchiere: ghiaccio, abbondante dose di Campari più un quarto di Aperol, fetta d’arancia, cannuccia per mescolare e sorbirlo. La ragazza si allontana per sedersi su un alto sgabello e comincia a sorseggiare a occhi chiusi.

“Uno spritz così a quest’ora è un problema..” sussurra il mio amico alla barista, la quale risponde “non è un ‘mio’ problema”. Il mio amico, uscendo dal locale, pensa: “Certo è un ‘suo’ della ragazza, ma potrebbe diventare presto anche un ‘nostro’ problema”.

La risposta della barista al mio amico: “non è un ‘mio’ problema”, significa non sono io responsabile delle scelte di questa ragazza, non mi riguardano.

Gli omini di Magritte, con bombetta e valigetta, come appena usciti dalla City, così estranei a un’idea di società e ai suoi ingredienti, potrebbero essere le controfigure che non vogliamo vedere del ‘come viviamo’, su cui ci interroga Edgar Morin.

La responsabilità. È più facile essere una comunità solidale che una comunità responsabile. Una società in cui ognuno si sente responsabile dei propri atti e di quelli degli altri, questa è la solidarietà più difficile: la responsabilità condivisa.

Il fatto che la pandemia ci abbia posto di fronte alla reciprocità delle nostre scelte, rispetto alla nostra salute e a quella dell’altro, ha disegnato uno scenario nuovo, quello della responsabilità sociale: il ‘nostro problema’ del mio amico. Il suo problema è anche mio. Mio e suo, i problemi sono sempre nostri. Non c’è posto per l’indifferenza. È la lezione di questo Corona Virus.

Responsabilità è la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, di prevederne gli effetti, di modificarle, di correggerle.

Eugenio Borgna [Qui] pone ‘responsabilità’ tra le parole che ci salvano. Cita il teologo Romano Guardini, il quale sostiene che essere uomini significa essere responsabili dell’esistenza, essere chiamati al bene, ed è questo che conferisce senso alla vita.

Ma responsabilità è una parola di radicale significazione umana: essa ci dice che, quando mi viene richiesto qualcosa, non posso non rispondere: io sono responsabile.

Borgna ci ricorda che responsabilità significa «rispondere del proprio operato, delle proprie azioni», «farsi carico, prendersi a cuore, prendere sopra di sé, farsi avanti, fare la propria parte, non tirarsi indietro», «ammettere, riconoscere le proprie responsabilità».

E poi gli sconfinamenti tematici di responsabilità: assunzione di responsabilità, coscienza, senso del dovere, senso di responsabilità, ma anche irresponsabilità, fuga dalla realtà, leggerezza, superficialità, palleggiamento di responsabilità.

Le ombre nere degli uomini di Magritte, che non salgono e che non scendono, siamo noi indifferenti al mio, al suo, al nostro, incapaci di assumerci le nostre responsabilità.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

donne femminicidio

OLTRE LA CRONACA
Mirko Genco: da orfano di femminicidio a femminicida.

 

A Reggio Emilia Mirko Genco, 24 anni, ha ucciso Juana Cecilia Loayza. L’ennesimo femminicidio, simile e diverso da tutti gli altri.

Anche qui, come in crimini precedenti, la vittima aveva già sporto una denuncia per stalking cui era seguita una condanna patteggiata a due anni di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale della pena. Come dire: sei condannato ma ti diamo fiducia e per adesso non vai in carcere, se poi commetti altri reati allora…

Dopo la morte di Juana i giudici reggiani hanno spiegato che la sospensione era stata concessa con il patto che il giovane frequentasse un centro di recupero per uomini autori di violenza (Repubblica, 22.11.21).
Risulta per la verità che abbia appena accennato ad andarci, interrompendo subito il percorso. (Mi chiedo se in casi simili il Centro per autori di violenza è tenuto a segnalare al tribunale questa interruzione, e d’altra parte non so se per Genco lo abbia fatto, potrebbe essere. In generale quando gli operatori di questi centri percepiscono segnali di pericolo, per la sicurezza della persona in carico o di altri intorno a lui, la privacy dovrebbe essere infranta).

La presidente del tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, protesta che quella sospensione era giusta perché Genco era incensurato e aveva promesso di andare al centro, diversamente si dovrebbero sospendere i principi costituzionali per una categoria di autori di reato.
La capisco, in parte. È senz’altro vero che nessuno può scontare una pena per un reato che non ha commesso, al solo scopo di scongiurare il rischio che compia quel gesto domani. Il problema è particolarmente evidente proprio nello stalking: una persona è ossessionata, ha commesso violenza ma non in modo grave, riceve una pena entro i limiti per la sospensione, dovrebbe andare in carcere per il solo fatto di essere stato uno stalker, anche se non sappiamo come si comporterà d’ora in avanti?

«Non abbiamo la sfera di cristallo», ribatte appunto la presidente Beretti. Ma enuncia lei stessa i criteri che un giudice si dà nella determinazione della pena: «comprensione del contesto, accertamento del fatto, applicazione della norma». Anche per decidere sulla sospensione si dovrebbe ripartire dalla comprensione del contesto. Se è vero che si fonda su una prognosi favorevole sul comportamento del condannato, viene spontaneo domandarsi, nel caso concreto, quali segnali sono stati ricercati, e riscontrati, per ipotizzare che Genco si sarebbe fermato.

E ancora. Ammettiamo che la sospensione condizionale fosse giusta. Davvero non era possibile accertare la pericolosità sociale di questo giovanotto? Adesso è chiarissima. Dallo stesso articolo di Repubblica: «Per il sostituto procuratore Maria Rita Pantani Genco è “un soggetto socialmente altamente pericoloso”.
La Procura formula l’ipotesi di omicidio con tre aggravanti: futili motivi, minorata difesa della vittima e recidiva stalking. Tra i capi d’imputazione, oltre alla violenza sessuale, vi sono anche porto abusivo d’armi, violazione di domicilio e appropriazione indebita delle chiavi riguardo al fatto che Genco, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, è entrato in casa della vittima per prendere il coltello utilizzato poi per ammazzare Juana Cecilia».
È inquietante pensare che questo livello di pericolosità non fosse rilevabile. E qualora lo fosse stato, sarebbero state possibili misure ulteriori, quali il sempre citato braccialetto elettronico o l’obbligo di vivere e restare – ad esempio – fuori dall’Emilia Romagna?

Altro ancora dovrebbe occuparci. Mirko Genco è un orfano di femminicidio. La madre, Alessia Dalla Pia, era stata uccisa dall’ex compagno alcuni anni or sono: picchiata brutalmente, annegata e poi lasciata nell’androne del palazzo.
Dopo il crimine il ragazzo era stato accolto dai nonni materni ma, a quanto è dato capire, aveva trascorso parte della sua adolescenza in una comunità per poi tornare dalla nonna dopo i 18. La signora Daniela rievoca quel periodo: «Mirko non parlava mai della mamma. Diceva solo che voleva andare in Tunisia e ammazzare l’uomo che aveva ucciso sua madre. ‘Prima o poi lo beccherò’, diceva”. Invece la vita è andata in un altro modo: “Mia figlia era la vittima. Ora mio nipote è il carnefice”» (Repubblica, 25.11.21).

Mi permetto di dire che un proposito omicida non dovrebbe lasciarci tranquilli nemmeno quando è rivolto contro il cattivo. In altre parole, il fatto che questo ragazzo si proponesse di uccidere l’assassino della madre e non riuscisse a parlare di lei, a dare spazio alla propria mancanza dolorosa, avrebbe già potuto accendere un segnale di pericolo. Avrebbe potuto, e non sappiamo se sia successo, se la sofferenza di Mirko sia stata accolta e rielaborata, oltre che nel rapporto con i nonni travolti quanto lui dal lutto, anche nel confronto con uno specialista per affrontare il rischio di identificarsi nell’aggressore, come poi è avvenuto.

Sono passata vicino a più di un caso di femminicidio e non è davvero la prima volta che ho notizia di comportamenti fuori controllo da parte degli orfani. Quando sono bambini muovono compassione, tenerezza, certo. Poi gli anni passano e ciò che non è stato trattato al momento giusto ha maggiori possibilità di ritorcersi contro altre persone. Parlo di maggiori possibilità, non è certo che accada, né che – poniamo – con una buona psicoterapia si scongiuri questo rischio.
Niente è certo, ma siamo chiamati, credo, nel nostro sistema sanitario e di sicurezza – oltre che di giustizia – a fare il meglio che è in nostro potere.

Dopotutto, nel caso del covid, il vaccino non esclude totalmente il contagio o la replicazione del virus ma li limita di gran lunga. E già per questo molti di noi, e anch’io, lo riteniamo utile e opportuno. Altrettanto si può dire per la violenza estrema: una presa in carico adeguata, competente e protratta per il tempo necessario riduce di molto il rischio che quel dolore indigeribile si rovesci contro la vita propria o di altri. Non è una panacea, ma almeno è una strada possibile e promettente.

Io non lo so se per Mirko Genco un lavoro di questo tipo c’è mai stato. La legge per gli orfani di femminicidio era di là da venire, i servizi territoriali erano meno esperti, non sappiamo se sia stato aiutato, o se lui sia stato disponibile a un aiuto. Già all’epoca era un ragazzo grande, capace di decidere per sé.
La brusca interruzione del percorso con il centro per uomini maltrattanti e le poche dichiarazioni della nonna fanno pensare che si sia tenuto alla larga dall’avvicinarsi alla morte della madre maneggiare l’accaduto dal punto di vista emotivo. È pura supposizione, e tuttavia ci penso: chissà se un buon percorso avrebbe potuto aiutarlo. A uscire dalla condizione di vittima, prima di tutto, per tenersi lontano anche da quella di assassino.

Ora nonna Daniela chiede perdono alla madre di Juana, e si risponde da sola dicendo a se stessa che perdono non c’è. Si mette nei panni dell’altra fin troppo facilmente, purtroppo.

Probabilmente vaneggio, ma ho per entrambe la speranza che possano, chissà, un giorno incontrarsi, e il ponte della sofferenza condivisa sia, questo sì, una via concreta per fermare la violenza.

Il marcio su Roma

Ricordate l’ #andràtuttobene? Non va tutto bene. Il green pass sarà uno strumento discutibile, ed io ne discuto spesso con persone serie che ne contestano la natura e l’efficacia. Tuttavia, sarebbe ora che chi manifesta contro il green pass si organizzasse in proprio affinché il suo dissenso non venisse regolarmente guidato da squadracce di fascisti che, guarda caso, tra tutti coloro con cui potrebbero prendersela, se la prendono con la CGIL.
Sarebbe ora si organizzasse in proprio, anche perché la polizia, spiace dirlo, è stata ancora una volta morbidissima con questa feccia.

L’Italia, Repubblica fondata sull’antifascismo, annovera storicamente tra le forze dell’ordine diversi seguaci di un nostalgico ritorno alle radici e alle pratiche fasciste. Una striscia nera attraversa le nostre istituzioni dal dopoguerra. Gente che non solo non è mai stata allontanata, ma ha fatto carriera. Qualcuno fa addirittura il diplomatico, l’ambasciatore.

Ci sono interi reparti che hanno sprangato nella caserma Bolzaneto manifestanti pacifici ed inermi, durante una notte d’estate del 2001 a Genova passata alla storia come “macelleria messicana”.
In nome dell’anticomunismo, abbiamo avuto Gladio, le stragi neofasciste con depistaggi operati da interi reparti di apparati dello Stato, una loggia P2 che con una mano ha comprato buona parte dell’informazione italiana mentre con l’altra, pare, pagava i neofascisti che hanno messo la bomba alla stazione di Bologna.

Quando vogliono, le forze dell’ordine picchiano, sprangano, torturano, depistano, spacciano (ricordate la caserma dei carabinieri di Piacenza, vera e propria cupola della droga, che era stata appena encomiata per l’alto numero di arresti effettuati?). Quando non vogliono, le forze dell’ordine lasciano fare.
I Black block distruggono la città di Genova impunemente. I fascisti di Forza Nuova assaltano e devastano le sedi della CGIL impunemente. La polizia democratica e repubblicana, spiace dirlo, in questi frangenti sembra essere una minoranza. Magari non lo è: si faccia sentire anche lei, allora.

Cari no green pass, è ora che decidiate da che parte stare. Potete continuare a discettare quanto volete della composizione dei vaccini, anche se a volte prendete pastiglie perché ve le ha consigliate il barista, “con quella sono stato bene subito”. Potete continuare a gridare alla violazione della privacy, anche se tra cellulare e social vi fate tracciare anche le mutande.

Decidere da che parte stare non vuol dire cambiare idea. Vuol dire dividere concretamente la propria posizione da questa gentaglia, prenderne le distanze fisicamente, combatterla sulle strade e nelle piazze, se non volete essere assimilati a loro. Stanno soffocando la vostra voce con il tanfo della merda che hanno nel cervello, stanno piallando le vostre argomentazioni con la violenza delle svastiche tatuate sulle loro braccia.

Gli stolti in buona fede se la prendono col dito, perché non vedono la luna. La feccia in malafede indica il dito perchè non vuole che si guardi la luna. La posizione della CGIL sul green pass è stata talmente attenta a tutte le sensibilità da essere addirittura criticata al suo interno per un presunto eccesso di tolleranza verso gli antivaccinisti.

Eppure quando si tratta di assaltare, di vandalizzare, di colpire con la violenza, l’obiettivo è la CGIL. E io dico “bene”. Vuol dire che questa organizzazione è ancora percepita come un baluardo, forse l’unico rimasto, e quindi da abbattere. Mai come oggi sono fiero di farne parte.

Ricordiamocene, quando a volte, dopo esserci fatti il mazzo per i lavoratori, perdiamo tempo a parlare del nostro ombelico. Non ne vale la pena. Quel che conta è la forza, il presidio del territorio. La feccia lo ha capito, nella sua stoltezza. Ricordiamocene anche noi.

Hybris e Nemesis

 

Non credo che sia giusto lasciar andare. Domani, forse. Ma oggi, quando il creatore della Bestia, il prezzolato megafono, l’ amplificatore dell’odio contro le donne, gli omosessuali, i tossicodipendenti, viene scoperto a drogarsi e drogare per avere sesso omosessuale a pagamento, la giustizia non è perdono. La giustizia è una tragica nemesi, pienamente meritata.

 

“Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”

Dante Alighieri

 

soldati in azione

La “Civiltà” prima dei Talebani:
la feroce violenza delle truppe di occupazione USA/Nato

 

di Patrick Boylan

Il noto programma TV australiano Four Corners ha trasmesso un video di un soldato australiano mentre uccide un civile afghano a sangue freddo. Si riaccende così la polemica intorno alle ‘forze speciali’ e a come vengono addestrate.


Questo video mostra l’uccisione spietata di un civile disarmato afghano

L’indifferenza degli altri soldati della pattuglia davanti a questa uccisione spietata dimostra come essa veniva considerata ‘ordinaria amministrazione’ da almeno una parte delle truppe d’occupazione nell’Afghanistan. E questo fatto ci deve far riflettere.

Talebani preferiti alle truppe occidentali: perché?

Come mai la stragrande maggioranza degli afghani ha preferito la repressione dei Talebani all’oppressione occidentale?  I nostri mass media cercano invano di negare questo fatto evidente, facendoci sentire in TV soltanto le voci di quegli afghani pro-occidentali che rimpiangono la partenza delle truppe di occupazione. Ma si tratta di una piccola minoranza soltanto, concentrata in alcune grandi città. In tutto il resto del paese, le popolazioni hanno festeggiato la partenza delle truppe USA/NATO. Come mai?

Michael Moore ci ha fornito la spiegazione nel lontano 2004 con il suo film-documentario Fahrenheit 9/11 che fa vedere alcuni video ripresi dalle truppe USA/NATO in Afghanistan e in Iraq mentre massacrano senza pietà i civili. Il film, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2004, è visibile gratis in streaming sul sito di Moore per tutta questa settimana.

The Guardian: “un ritratto devastante del fallimento della guerra”

Julian Assange ha dato poi la stesa spiegazione nel 2010, postando sul suo sito Wikileaks il celebre Diario di Afghanistan: migliaia di documenti autentici che forniscono, nelle parole del giornale britannico The Guardian, “un ritratto devastante del fallimento della guerra in Afghanistan e una rivelazione delle ripetute uccisioni, sempre taciute, di centinaia di civili.”

Uccisione a sangue freddo di un giovane afghano disarmato

Poi nel 2020 è spuntato fuori, grazie al giornalismo investigativo del noto programma TV australiano Four Corners (simile a Report e Presa Diretta in Italia), anche un video ripreso dalla telecamera fissa sull’elmetto di un soldato australiano.  Il video – che l’emittente australiana ABC ha riproposto quest’anno in occasione del ritiro delle truppe NATO dall’Afghanistan – fa vedere l’uccisione in sangue freddo di un giovane afghano che, per non essere visto dalla pattuglia che perlustrava i suoi campi, si era nascosto nell’erba alta.

Centrato con tre pallottole alla testa mentre alzava le mani

Il cane usato dalla pattuglia ha individuato il giovane e un soldato della pattuglia, avvicinandosi a lui, l’ha centrato con tre pallottole alla testa mentre alzava le mani.  In una mano teneva l’equivalente afghano del rosario – stava pregando.  Non aveva armi.
La ferocia dell’esecuzione non sembra turbare né l’assassino né gli altri soldati – sembra, per loro, ordinaria amministrazione.  E c’è una spiegazione per questo atteggiamento così spietato.

Addestrati al gusto di uccidere

 

I soldsoldato armatoati appartenevano alle forze speciali australiane (i SAS), quelle che un’inchiesta dello stesso Ministero della Difesa australiano nel 2020 aveva accusato di avere una “cultura della violenza” (1.)  Infatti, i giovani soldati del 2° Squadrone delle SAS venivano addestrati a sparare in testa a prigionieri afghani inermi per inculcare in loro il gusto di uccidere (2.).

La cultura della violenza

In seguito allo scandalo sollevato dal servizio della ABC australiana, il 2° Squadrone è stato sciolto dal Ministro della Difesa. Ma la cultura della violenza sembra tipica, non soltanto dell’intera arma, ma di una parte significativa di tutte le truppe di occupazione, come già dimostravano i video clip che Michael Moore ha fatto vedere in Fahrenheit 9/11 e i fatti che Julian Assange ha documentato nel suo Diario di Afghanistan.

La banalità del male

Non ci deve stupire, dunque, che le nostre truppe non abbiano conquistato le menti e i cuori delle popolazioni dei paesi che occupano. Né ci deve stupire la loro “tranquilla spietatezza” nello sterminare una parte di quelle popolazioni – stermini trattati come “ordinaria amministrazione” – perché è che la stessa guerra che inculca questa mentalità. E’ la stessa guerra che produce ciò che Hannah Arendt ha definito, descrivendo l’operato del Comandante SS Adolf Eichmann, “la banalità del male”.

(1.) “Killing Field: Exposing killings and cover ups by Australian special forces in Afghanistan. Four Corners. Australian Broadcasting Corporation. 16 March 2020. Archived from the original on 7 June 2021.
(2.) “SAS soldiers made to shoot prisoners to get their first kill, 39 Afghans ‘murdered’, inquiry finds”. Doran, Matthew (19 November 2020). abc.net.au.  Archived from the original on 19 November 2020. Retrieved 9 June 2021.

Nota: questo articolo è apparso con altro titolo su PeaceLink il 13 settembre 2021.

famiglia gender arcobaleno

Sì alla legge Zan
No alle ayatollah, no ai furbastri del due per cento

 

A una giraffa interessa se una giraffa maschio se la intende con una giraffa maschio? A una leonessa disturba il fatto che due leoni facciano sesso tra loro? Francamente non saprei, però sono sicuro che non vengono messi all’indice, insultati, vilipesi, isolati ed emarginati dai loro simili – non per questa ragione, almeno.

Sul web ci sono diversi approfondimenti giornalistici sul comportamento omosessuale nelle specie animali [Vedi qui]. Il fatto che, come sostengono alcuni, il comportamento omosessuale in alcune specie non abbia a che fare con il piacere sessuale ma con la dominanza, dimostra solo che l’atto sessuale, anche nel mondo animale, non è legato esclusivamente alla funzione riproduttiva. Solo nel genere umano sia il gioco di ruolo (dominatore/trice – dominato), sia il piacere legato al sesso tra consenzienti sono considerati socialmente riprovevoli, al punto da essere tuttora un crimine in tantissimi paesi del mondo. Un crimine, capite? Crimen, nel diritto romano, è il delitto pubblico che offende l’ordine sociale e colpisce l’intera civitas, essendo perciò meritevole di una punizione pubblica. Non è purtroppo un caso che i paesi dove i comportamenti omosessuali o, in generale, le identità sessuali non binarie o in movimento (anche se non porteranno ad una trasformazione genitale) sono incriminati/e o comunque oggetto di pesante riprovazione sono paesi teocratici, o nei quali la morale comune è innervata da una religione, pur secolarizzata. 

In Italia, la secolarizzazione della Chiesa cattolica è stata giuridicamente cristallizzata nei Patti Lateranensi di epoca fascista, sottoposti a revisione nel 1984. Secondo il nuovo Concordato inserito nei Patti, il cattolicesimo non è più religione di Stato, anche se con l’otto per mille il cittadino italiano deve scegliere di destinare questa percentuale di imposta sui redditi ad una confessione religiosa o allo Stato medesimo, che non pubblicizza la scelta, rendendolo uno dei principali introiti della Chiesa Cattolica (che invece lo propaganda eccome). Ma questo è un dettaglio, rispetto all‘imprinting sociale e psicologico che gli italiani ricevono dal battesimo in avanti. La parte più tragica di questo imprinting è la pervicace censura di peccato che, dalla teologia paolina in avanti, accompagna come un’ombra nera l’idea del piacere sessuale non destinato alla riproduzione. Per capire quanti danni abbia fatto questa sovrastruttura con i suoi derivati (tra cui la castità imposta e fasulla dei membri del Clero), sarebbe sufficiente leggere le statistiche sugli abusi sessuali ai danni di minori all’interno della Chiesa: un fenomeno spaventoso. I danni che investono la popolazione civile non confessionale, però, non si limitano a forgiare personalità come quella di Simone Pillon. Quello è folklore, mentre le conseguenze diffuse sulla popolazione sono come l’effetto di una bomba “intelligente” su un mercato: o creano dei mostri foderati di moralismo, bigotti, frustrati e potenzialmente pericolosi, oppure fanno crescere milioni di persone con il senso di colpa dell’amare uno del proprio sesso, del non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, del piacersi con una spiccata parte femminile, essendo maschi, o maschile, essendo femmine.

Il disegno di legge a prima firma di Alessandro Zan, padovano d’avanguardia come molti padovani, testo sulla bocca di tutti ma letto da pochi, intende punire i mostri che istigano a violenza o discriminazione (anche verbale) o la commettono in proprio contro quelli che i sensi di colpa non li supereranno mai, o quelli che ci convivono a costo di prove quotidiane di sopravvivenza (sociale) e trasformazione (da ciò che gli altri vogliono che tu sia, a ciò che vuoi essere tu). A proposito di questo testo, che è corto e può essere agevolmente letto [Vedi qui], assieme all’art.604 bis del codice penale di cui si propone di costituire una estensione, vorrei fare due preghiere (laiche, ovviamente).

La prima: si tratta di un testo che, alla maniera delle buone leggi sui diritti civili (quella sul divorzio, quella sull’aborto, la legge Basaglia, quella sulle unioni civili), favorisce e promuove la piena corrispondenza tra l’evoluzione della società civile e il livello di riconoscimento e tutela ad opera del legislatore. Detto questo, evitiamo di diventare noi stessi/e degli ayatollah. Evitiamo di distribuire patenti di traditori tra le nostre fila, evitiamo di fare le lesbiche dure e pure o le femministe doc, evitiamo gli integralismi, che dovrebbero essere esattamente ciò contro cui combattere. Ho già colto i germi di questa mentalità in certe assurde incursioni nel mondo dell’arte. Film, libri e autori rivisitati in nome del politicamente corretto. Tutto questo è folle. L’arte non deve educare nè essere educata, l’arte è il regno della libertà totale. Prendersela con Nabokov per aver scritto Lolita o con Celine per aver scritto Viaggio al termine della notte, o con Bukowski per i suoi taccuini di un vecchio sporcaccione non è progressista, è oscurantista e prefigura, per dirla con Walter Siti, il temibile futuro in cui, ad esempio, la letteratura “… si crede depositaria del bene già dall’inizio, e pensa che l’unico suo compito sia diffondere questo bene”.

La seconda preghiera è: la sinistra non si divida anche sui diritti civili fino a far saltare tutto. Già lo ha fatto sui diritti sociali, creando una spaccatura verticale all’interno stesso del corpo più caldo della propria gente (pensiamo al Jobs Act). Per una volta gli schei non c’entrano (o non dovrebbero, per quanto certe manovre parlamentari puzzino sempre di soldi e posti). Mettetevi d’accordo sui dettagli, ma salvate la sostanza. Negoziate sulla giornata di promozione nelle scuole, ma salvate la tutela delle persone transgender (mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Lucia Annibali di Italia Viva, prima firmataria dell’ attuale art.1 della legge, della giravolta del suo capo che lo vuole togliere di mezzo perchè “divisivo”). Le persone più responsabili e illuminate dell’arco che ha sostenuto e scritto questa legge facciano uno sforzo per non delegittimarsi a vicenda, per evitare i settarismi (specialità nella quale la sinistra è maestra) e i politicismi (specialità nella quale purtroppo Renzi suppone di eccellere). Se in effetti c’è bisogno di cambiare qualcosa per mettere al sicuro il voto fatelo, e agite in buona fede. Mettetevi d’accordo per favore, e portiamola a casa.

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IndifferEND: catcalling, molestie e violenza

Dario Antolini, Nicolas Baù, Laura Duò, Chiara Filippeschi, Martina Glerean sono studenti dell’Università di Trieste che hanno condotto una ricerca attraverso un sondaggio su “catcalling, molestie e violenza”.
Nella tesina (scaricabile QUI) spiegano il motivo di tale scelta: «molto spesso ci è capitato di confrontarci con amici e coetanei e di ascoltare racconti di esperienze spiacevoli o addirittura segnanti in questo senso. Tutti avevamo l’idea che fosse necessario dare modo di parlare di questi episodi e in generale di questo argomento».
Ma passiamo ora ai risultati della ricerca, che sono stati in parte condivisi nel profilo Instagram dedicato @indifferend.official (IndifferEND!: From INDIFFERENCE to DIFFERENCE).

Un’analisi dei dati raccolti

L’analisi è stata svolta su un parziale di 1283 persone (per un totale di 1417 risposte). Tra queste, l’83.94% si è identificato di genere femminile, mentre il 14.5% di genere maschile.
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Riguardo l’età anagrafica, la maggioranza degli intervistati sono risultati avere tra i 18 e i 24 anni (903), con una percentuale del 70.38%. Il dato conferma le aspettative dei ricercatori, poiché hanno condiviso il sondaggio nei social network, attraverso i quali avrebbero raggiunto perlopiù loro coetanei.
Conta diversi rappresentanti anche la fascia 25-30 e quella degli over 30.
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Sul campione considerato, ben 880 persone hanno affermato di aver subito violenza (68.59%), 318 (24.79%) di non averne mai subita alcuna e 66 (5.14%) di esserne stati testimoni.
In particolare, delle 880 persone che hanno risposto sì, 812 sono di genere femminile (circa il 75% delle intervistate), 54 sono di genere maschile (circa il 30% degli intervistati), e 10 si definiscono non-binari (il 70% del totale del genere).
La frequenza delle molestie più selezionata tra i partecipanti è stata “qualche volta” (425 voti), che era riservata indicativamente a chi aveva vissuto fino a 5 esperienze, seguita da “spesso” (328), opzione dedicata a chi aveva subito più di 5 episodi di molestia, e da “una volta” (141).

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Riguardo al contesto, invece, la percentuale più alta è stata registrata per l’opzione “pubblico” (con questo si intendevano mezzi di trasporto, parchi, supermercati, uffici postali, per strada …). 772 persone hanno indicato questa scelta (60.17% di 1283). Molto indicata
anche l’opzione “online” (327, pari al 25.49%).
Anche amici o conoscenti perpetrano spesso molestie (282 hanno selezionato questa opzione, dato pari al 21.98%), e la frequenza è alta anche nei contesti lavorativo (157, 12.24%) e familiare (98, che corrisponde al 7.64%). Da non sottovalutare le 14 scelte dell’opzione relativa agli ex-fidanzati, che supera di un punto quella che riguardava i luoghi di aggregazione (come locali, concerti, feste di qualsiasi tipo), a quota 13.
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Nella domanda sul rapporto di conoscenza con l’aggressore, la maggior parte degli intervistati lo ha identificato come sconosciuto (533 scelte, 57.7%). 131 partecipanti l’hanno definito “conoscente” (14.2%), 65 “collega” (7%), 56 “amico” (6.1%), 43 l’hanno indicato come “superiore” o “fidanzat*/ex” (4.7%), 41 come “familiare/parente” (4.4%).

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Riguardo alla domanda “Quanti anni avevi quando è successo?” è possibile osservare che esistono molestie già in giovanissima età, che tendono ad aumentare e raggiungere le frequenze maggiori tra i 16 e i 20 anni circa, per poi diminuire senza tuttavia scomparire anche fino ai 45 anni.
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A proposito del genere dell’aggressore, su 1144 risposte ricevute, la percentuale relativa al genere maschile si attesta sul 96.5% (1104 voti), quella femminile sul 2.8% (32 risposte).
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La domanda “hai mai subito catcalling?” ha ricevuto come risposta un numero significativamente maggiore di sì (1026, 79.97% degli intervistati, rispetto a 880 casi di molestie subite). Anche il numero dei testimoni è maggiore (77, 8% del totale, a differenza dei 66 nel caso delle violenze).
A proposito del fenomeno, 987 donne su 1077 hanno dichiarato di aver subito catcalling (91.64% delle intervistate) e 25 uomini su 186 hanno dichiarato lo stesso (13.44% degli intervistati).
La frequenza più selezionata è stata “spesso” (551, di cui 515 femmine e 26 maschi), riservata a coloro che avevano subito più di 5 episodi.
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Sulla conoscenza delle istituzioni e degli organi atti a denunciare o al pronto intervento in caso di molestia e violenza, 647 su 1283 intervistati ha risposto affermativamente (50,43%), i 636 rimanenti negativamente (49.57%). Dei sì, solo 12 persone hanno deciso di specificare tutto quello che sapevano (le associazioni locali includono: “Lilith” (2 voti), “Aiuto donna”, “Ghabby”, “Antistalking”, “Odiare ti costa”, “Spazio giovani” (1 voto per ciascuno).
Meno del 50% (il 49.77%) degli intervistati di genere femminile (536 su 1077) era informata sull’argomento. Analogamente per il genere maschile, con il 45.16% (84 su 186) degli intervistati, e il genere non binario, con 6 persone su 14 (42.86% del genere).a chi rivolgersi molestie

Utilizzando il sito web wordart.com, i ricercatori hanno costituito una mappa che includesse i termini più significativi usati per descrivere una molestia dagli intervistati nella domanda “Come definiresti una molestia?”. La dimensione della parola è maggiore quanto più grande è la sua frequenza nelle risposte.
wordart indifferend molestia

Testimonianze

Tra tutte le persone che hanno partecipato al sondaggio, 802 hanno raccontato un episodio di molestia particolarmente grave, loro accaduto o di cui sono stati testimoni. Eccone cinque esempi (per leggere più testimonianze, consultare il link della tesina nel primo paragrafo):

“Quando avevo 16 anni un uomo adulto sull’autobus ha approfittato del fatto che il mezzo fosse affollato per strusciarmisi addosso. Più avanti si è seduto e ha cominciato a farmi delle foto con il cellulare. Non ho detto niente perchè ero piccola e imbarazzata, ma sono
abbastanza sicura che altri passeggeri si siano accorti del suo comportamento e del mio disagio, e nonostante ciò non sono intervenuti in mia difesa.”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“ho subito catcalling mentre camminavo per trieste circa all’ora di cena, dopo numerosi commenti e insulti detti da lontano l’uomo ha iniziato a seguirmi così ho accelerato il passo e fortunatamente dopo pochi metri sono salita in macchina e mi sono chiusa dentro, nel
frattempo l’uomo in questione arrivato in prossimità della mia macchina si è abbassato i pantaloni e ha iniziato a masturbarsi, mi tremavano le mani e i piedi e solo dopo qualche minuto sono riuscita a partire e guidare per un piccolo tratto di strada dove mi sono poi
fermata di nuovo per calmarmi.”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“Novembre 2019, ore 19, sono stata palpeggiata da un ragazzo e derisa dai suoi due amici. C’erano poche persone per strada (via piuttosto centrale), ma hanno fatto finta di nulla. Io ho strillato ma niente. Ho chiamato la polizia ma mi hanno detto che avrei dovuto chiamare nel
momento esatto in cui avveniva la molestia. Sono andata in commissariato ma avrei dovuto stare lì ore e ore per far la denuncia e ho rinunciato.”
(Ragazza, tra i 25 e 30 anni)

“Il mio padre ospitante durante l’esperienza all’estero mi toccava facendo finta di nulla il sedere ed il seno e una sera approfittando del fatto che gli avevo portato una tisana a letto, col pretesto di abbracciarmi mi ha tirata sopra di lui e io mi sono trovata a cavalcioni”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“A 18 anni ho lavorato tutta l’estate nella cucina di un albergo; questa aveva una stanza a parte dedicata alla pasticceria, nella quale lavorava questo uomo di 70’anni e passa.
Ogni volta che entravo per prendere qualcosa lui chiudeva la porta e, allungando le mani, sussurrava proposte che non ripeterò per pudore.
Quando arrivò a leccarmi la faccia (sì, l’ha fatto davvero…) mi rifiutai di entrare ancora.
A distanza di cinque anni non so ancora se fu più grande l’imbarazzo di vivere quei momenti o il doverlo raccontare ai miei colleghi”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

Conclusioni

Guardando i dati, notiamo innanzitutto che la stragrande maggioranza di coloro che hanno risposto al sondaggio si identifica di genere femminile. Ciò conferma l’idea che sono proprio le donne coloro che hanno più da raccontare riguardo questi argomenti.
In secondo luogo, notiamo che le vittime di molestie sono perlopiù bambini, ragazze e giovani donne; in altre parole, chi non ha i mezzi per difendersi fisicamente o comprendere ciò che sta accadendo.
In terzo luogo, capiamo che non c’è bisogno di essere lontani da casa o essere vestiti in un certo modo per essere potenziali vittime. Le molestie possono avvenire in qualsiasi luogo, a qualsiasi orario, a chiunque. Ma è anche vero che ciascuno di noi può aiutare il prossimo, invece di essere indifferente. Purtroppo molte testimonianze denunciano il mancato aiuto di chi ha visto l’accaduto, ma ha scelto di far finta di nulla.
Inoltre, il fatto che sia stata molto indicata l’opzione “online” come contesto delle molestie può consistere in un dato significativo in rapporto alla regolamentazione dei social.
I ricercatori, come annotano nelle conclusioni, non si aspettavano una partecipazione così alta al sondaggio. Invece il lavoro è stato «è la chiara dimostrazione di quanto possa essere semplice e immediato costruire uno spazio e fare rete comune per parlare del tema, sebbene questo sia molto delicato, ma anche per educare e per contrastare. […]
L’esigenza […] di parlare di questi temi c’è: oltre alla considerevole mole di testimonianze, abbiamo trovato sorprendente la quantità di suggerimenti, complimenti e ringraziamenti nella sezione dei commenti finali, di cui riportiamo per semplicità solo una scelta.

“È importante non trascurare queste tematiche. Saper di poterne parlare e di poter contare su qualcuno è importante per chi subisce. Sarebbe bello essere educati nel quotidiano al saper reagire correttamente a questo genere di atti.“
(Ragazza, tra i 25 e 30 anni)

“È un argomento molto importante, soprattutto per ragazzi e per cercare di creare un impatto tale da far “aprire gli occhi” ad una generazione”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“Mi hanno sempre detto di fare attenzione quando sono in giro, invece credo sia necessario educare TUTTI contro le violenze fisiche e psicologiche, soprattutto educare i propri figli a non vedere le persone come oggetti (sessuali e non).”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“Volevo solo ringraziare, perché certe cose me le tenevo dentro da troppo tempo e “parlarne” effettivamente aiuta molto. Quindi grazie di cuore♥️”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)»

M’AMA NON M’AMA …
Riconoscere le radici della violenza e scegliere la libertà

 

Si definisce ‘femminicidio’ o ‘omicidio di genere’ un omicidio doloso o preterintenzionale, in cui una donna viene uccisa da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere.

Si allunga ogni settimana la lista delle donne vittime di questo tipo di omicidio. Nei primi tre mesi del 2021 sono state ammazzate da compagni e fidanzati quindici donne e la lista continua a salire ogni giorno che passa. Un fenomeno che non si arresta, che non tende a diminuire. Più se ne parla, più se ne scrive, e più la situazione peggiora, come se un minimo di rilevanza mediatica desse a questi assassini un po’ di voglia in più di ammazzare.

Nel 2020 sono stati commessi novantuno femminicidi, di questi ottantuno sono stati commessi nel contesto familiare, cioè l’89% del totale (Rapporto Eures 2020). C’è poco da fare, i mostri li abbiamo in casa. Sono i nostri compagni o ex-compagni, che ci sfigurano con l’acido, provano ad ammazzarci, ci calpestano, ci prendono a schiaffi e calci, ci rapiscono i figli (non tutti, s’intende!). Mi chiedo sempre da dove arrivi un odio del genere. Per quanto la psicanalisi provi a spiegarne le motivazioni profonde, le modalità, le giustificazioni e i mezzi, io continuo a stupirmi e addolorarmi ogni giorno.

Mi tornano così alla memoria storie di soprusi che ho sentito raccontare, storie di umiliazioni perpetrate all’infinito, che tolgono qualunque tipo di dignità, che lavorano in maniera silente e costante come tante stalagmiti che crescono grazie al lavorio delle gocce d’acqua. Conformazioni calcaree che ci mettono molto tempo a diventare visibili, una vita a calcificare e a diventare punte acuminate che perforano l’aria. A un certo punto le vedi, piantate nella grotta nella quale si trovano, pronte ad acuire il senso di pericolo, pronte a fare male senza esitazione. Una sberla un giorno, poi una dopo una settimana, poi due dopo un mese e poi più in là ancora altre.

Non c’è sempre la possibilità di ribellarsi a questo mostro che cresce dentro casa, a questa modalità lenta, silente e progressiva che si nutre di quotidianità, di impossibilità di rompere legami sbilanciati, dal punto di vista della relazione e/o delle necessità economiche. C’entra l’indipendenza come arma a doppio taglio: si può odiare una donna perché è indipendente, così come la si può odiare perché è dipendente. La dipendenza crea umiltà, paura, sottomissione. Ma il mostro è spesso un vile e gli piace molto, in quanto vile, prendersela con chi non sa difendersi. Allo stesso tempo il vile ama a sua volta i rapporti sbilanciati. Adora chi è prepotente con lui, detesta chi è sottomesso, chi è ridotto a una passività imposta dal logorio di un’umiliazione costante. È questo logorio che riduce una donna al suo livello, quello che proprio lui detesta. Un vile odia se stesso e adora i prepotenti. Per questo odia sua moglie, che è una sua pari, una che conosce i suoi difetti che lui non sopporta, le sue paranoie dalle quali tenta sempre di sfuggire, ma dalle quali è riacciuffato.

Un uomo violento è un uomo pieno di malessere e rancore. In una donna piena di malessere riconosce se stesso e per questo l’odio si moltiplica. È un odio che si nutre di odio per se stessi. È un odio che consuma l’altro per ridefinire le caratteristiche di un mondo interiore che non lascia spazi di libertà a nessuno. Una donna sottomessa, privata della sua volontà e della sua indipendenza è la vittima preferita di questo tipo di maschio violento. Vile coi vili e decisamente servizievole con gli arroganti e prepotenti. I vili non hanno mai saputo trovare un equilibrio giusto, una autostima accettabile, un senso del perdono e della pietà eticamente fondato.

Un secondo tipo di maschio violento è il prepotente per antonomasia. Quello che non tollera la donna indipendente che sa ribellarsi. Qui però non c’è un gran logorio giornaliero. Se mai c’è la ribellione e subito dopo la ripercussione. L’atto aggressivo e violento è una ripercussione, una reazione esagerata a un atto contrario alla propria volontà, al proprio desiderato e alle proprie aspettative. Spesso l’aspettativa di un prepotente non è reale. Il maschio in questione non è empatico e non riconosce i segni di disagio femminile, fino a quando emergono come un fiume in piena che nessuno sa più contenere e frenare. Un fiume che corre e se ne andrà lontano.

La prepotenza si nutre di confronti aggressivi, di necessità di umiliare l’altro e di ricondurlo a una via conosciuta, a un percorso controllabile e prevedibile, che permette l’aggressione come atto liberatorio, come conferma di un potere effimero. Un’illusione come quella di controllare una relazione, le sue conseguenze, i suoi possibili sviluppi e anche la sua fine. Il maschio aggressivo sa quando e come finirà una relazione, ma non lo deve e non lo può sapere la donna con la quale si relaziona. E così, nel gioco di potere tra viltà, sottomissione, mancanza di indipendenza e atti di rivendicazione di una dignità mai trovata, si consuma la violenza e la persecuzione nei confronti delle persone per le quali questo è possibile, è nascondibile, occultabile.

Poi c’è il degrado della mancanza di spazio familiare, della mancanza di evasione culturale, di sostegno economico, che permette un po’ di trasgressione, quella buona che riduce la conflittualità, che ridimensiona il senso di angoscia, che rischiara i rapporti. E poi c’è l’uso di alcol e di sostanze stupefacenti, che scatenano l’aggressività anche in chi non è aggressivo, anche chi in condizioni normali sa mantenere una mitezza esagerata, che mai farebbe pensare che presto quel ‘dipendente’ ti sfigurerà coll’acido. L’uso di droghe altera la percezione che una persona ha di se stessa. Altera la sua autostima e il suo bisogno di successo, ridimensiona la sua dignità rendendolo schiavo e succube. Le esplosioni di rabbia sono impreviste, legate all’uso dell’alcol che annienta i freni inibitori e fa sì che la selvaggia e primordiale voglia d’uccidere attraversi le menti di individui un po’ strani e molto eccitabili, dal comportamento dannoso.

Ma il danno più grosso succede prima. Durante il processo di annientamento. In quella fase a volte lunga (può durare anni) e a volte cortissima (può durare qualche minuto), in cui la dignità di una donna viene distrutta. È la mancanza di dignità che fa uscire dalla tana il mostro. Una mancanza di dignità causata dal mostro stesso e dai suoi comportamenti reiterati, dai suoi malumori. La psicologia insegna che i comportamenti più radicati non sono quelli che hanno rinforzi continui, ma quelli che hanno rinforzi occasionali. L’imprevedibilità del cambio d’umore accompagna spesso gli atti denigratori. Gli abbassamenti di status e di ruolo si configurano come un rinforzo occasionale, come un risucchio verso il basso, come una voragine che si apre all’improvviso e non è possibile arginare. La voragine imprevista risucchia chi sta camminando sopra di lei. Lo trascina verso il basso, lo copre col fango, lo deteriora un po’ alla volta, lo ricopre di terra, lo sotterra e lo dimentica.

La violenza si scatena sopra tutto questo, dentro tutto questo, lo sovrasta, lo ricopre e lo abbandona. Poi ricomincia, si crea un’altra voragine che inghiotte qualcuno, anche in maniera quasi casuale, lo mastica e lo consuma. I comportamenti violenti tendono a reiterarsi, perché sono lo sfogo di una personalità fatta così, di un dramma interiore che si manifesta così, di una incapacità di essere riflessivi, corretti, altruisti e anche giusti. Tutto ciò che si vede è così, senza possibilità di fraintendimenti.

Non fermatevi donne davanti alla prima sberla, lasciate quella casa e quella famiglia, portatevi via i vostri figli, se li avete. Non c’è ragione per sopportare la situazione, non c’è giustificazione da portare a se stessi, non patria per il pensiero, non c’è rimedio al dolore. A volte aprire una porta è un grande segnale di coraggio, la prova di un orgoglio che non è stato annientato, di una speranza che non è stata disintegrata del tutto, che riscopre qualcosa, che ricorda la luce.

Dentro ogni donna c’è la possibilità di sperare, credere e camminare con decisione e fiducia, ma ogni donna è anche una possibile vittima della situazione, delle circostanze, del dolore dell’abbandono e della malattia. Una donna fragile attira i fragili che cercano una vittima sacrificale per la loro necessità catartica volta a immolare loro stessi insieme alla vittima. Maschi che tentano di uccidere la sottomissione che riguarda entrambi, che annientano, attraverso l’aggressione, quella vergogna perpetrata di non essere mai all’altezza di niente. Sicuramente non all’altezza del proprio orgoglio smodato e invece degni di una bassezza da rasentare la terra marcia.

Spero che in ogni donna ferita e oppressa nasca la voglia di uscire dal guscio, di dire la verità, di rischiare la vita per una nuova possibilità, di abbandonare una vecchia vita per una nuova prospettiva.

Andatevene voi uomini aggressivi e senza dignità.

Mo-LESS-tie

 

È un giovedì mattina come tanti altri: mi alzo, faccio colazione, prendo il mio cellulare e spreco il poco tempo libero che mi rimane, prima di mettermi a studiare, scorrendo il dito sullo schermo. Sono gesti automatici a cui non presto attenzione, tocco dopo tocco sono diventati parte della mia routine.
E così l’Evergreen che blocca il canale di Suez, la nascita di Vittoria Lucia-Ferragni e il pittore impazzito che si diverte a colorare le regioni italiane accompagnano il mio risveglio ogni giorno.
Altre informazioni indistinte allungano il mio caffè, scambio qualche messaggio e rimango fedele alla mia appendice digitale.

Una notizia in particolare però coglie la mia attenzione più delle altre. Leggo articoli, vedo Instagram Stories, post e commenti aventi un solo soggetto, Damiano Coccia alias Er Faina. Lo sgomento provocato da questo personaggio, noto per avere opinioni irriverenti e mancanza di filtri, inizialmente mi incuriosisce: è possibile che tra commenti anarchici e trasgressione, a cui ha abituato il suo pubblico, riesca ancora stupire? A malincuore scopro che la risposta è positiva.

Prima di concentrarmi sulla frivolezza delle parole utilizzate da Coccia, mi permetto di introdurre il tema con la delicatezza che merita. A meno di un mese dall’aver promesso rispetto ed uguaglianza alle donne l’8 marzo, il primo Aprile 2021 si parla di CatCalling sminuendolo e facendolo passare per un complimento desiderato ed altamente formativo per l’autostima femminile. Purtroppo, nonostante la data potesse far pensare ad uno scherzo, di divertente non c’è nulla.

Il Catcalling, o molestie di strada, oltre ad includere azioni come avance sessuali persistenti, palpeggiamenti da parte di estranei ed inseguimenti, include anche le tanto discusse molestie verbali, quali fischi, gesti o commenti indesiderati, che possano mettere altamente a disagio chi li riceve. La sopracitata polemica di Coccia, il quale dopo essersi messo in ridicolo davanti a tutta Italia, ha avuto almeno la decenza di chiedere scusa, pretendeva che frasi puramente oggettificanti, gridate a squarciagola in luoghi pubblici, senza alcun consenso da parte di chi le riceve, dovessero passare come meri complimenti.

Ora, non voglio soffermarmi sulle intenzioni dell’influencer, personalmente sono lieta che si sia reso conto dei suoi errori e che si sia scusato pubblicamente. Mi interessa ancora meno della natura di queste scuse, certo non deve essere difficile capire di aver sbagliato se tutto il Web ti ripete che non devi fare altro che vergognarti.
È l’ignoranza che vorrei mettere al centro dell’attenzione e vorrei puntare i riflettori su questa parola dal suono straniero che tanti non conoscono.

Nel 2021 è ora che si capisca che la violenza, di qualsiasi natura e in qualsiasi contesto, nasce quando qualcuno insiste dopo aver ricevuto un no come risposta. Il consenso deve diventare la nuova chiave di lettura di ogni comportamento e di ogni azione. Ogni individuo, di qualunque genere, etnia ed orientamento sessuale deve avere il diritto di sentirsi al sicuro. Abbiamo il dovere di creare una società che rispetti la libertà altrui e che sia libera da quella limitazione culturale, a cui ci ha da sempre abituato il patriarcato. Il sessismo, così come il razzismo e la xenofobia, sono costrutti mentali e culturali che vanno sdoganati ora e per sempre: il nostro mondo è cambiato e si è evoluto, non abbiamo più né tempo né voglia per dei limiti impostici a priori.

È tempo che, quando una donna esce di casa da sola, giorno o notte che sia, si senta al sicuro quanto un uomo. È tempo che il nostro genere, il colore della nostra pelle e il nostro dio non mettano a rischio la nostra incolumità. È tempo che l’uguaglianza evolva dalla sua connotazione statica di utopia e condanni a morte l’ignoranza.

CONTRO VERSO
Filastrocca che stringe alla gola

 

Nicola, un bimbo di 6 anni. Entra in un negozio di abbigliamento insieme all’affidataria e si mette a tremare davanti a un mazzo di cinture appese. Ne indica una borchiata: “Pensa se papà mi picchiava con quella”. Questa filastrocca è per lui, ed è stata scritta canticchiando. Forse per quietare la paura la rabbia che non lo lasciavano in pace, neppure dopo.

Filastrocca che stringe alla gola

Laccio, cintola, cinghia,
m’hanno chiuso il cuore dentro una conchiglia.

La cinghia mi stringe alla gola
si fa buio intorno e niente mi consola

Cinghia, cintola, laccio
mi porto dentro il male, nel male che mi faccio.

Il laccio è un filo d’argento
mi affossa in un istante, ritrovo il mio tormento.

Cintura, di stoffa, di pelle
solca la mia schiena, e io conto le stelle

È solo una frusta di cuoio
tremo di paura e penso: “Adesso muoio”.

Ma è cinghia, di borchie, di sabbia,
mi scuote la tempesta, esplode la mia rabbia

Tempesta, di sabbia, di schegge
di vetro che mi taglia, di fiato che non regge

È un laccio di cuoio e catrame
non ci voglio stare dentro quel letame

Mi stringe, restringe, costringe,
e penso che l’amore si dà e non si finge

La cintola è un nastro di seta
voglio arrampicarmi sopra una cometa

Mi fionda in un cielo cobalto
prego che sia vero e punto ancora in alto

Il cielo è cintura di ghiaccio
cerco di allentarla dentro al vostro abbraccio

Gingillo con quella cintura
finché potrò scoprire che non ho più paura.

Cintura, di cuoio, più dura
non è mai finita, vedi, la paura
Resta, la ferita, senza una sutura

La questione delle botte è controversa. Cambia con le latitudini, i secoli, le culture. In Italia è reato l’abuso di mezzi di correzione, cioè l’eccesso di sberle, mentre darne una ogni tanto si può. È molto difficile quantificare quanti bambini le prendono sistematicamente dal momento che i dati non vengono rilevati. Esiste una sola ricerca nazionale ormai un po’ invecchiata (registra i dati al 31.12.2013). Impostata con basi scientifiche da Autorità Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Cismai e Terres des Hommes con la collaborazione di Istat, riporta che in Italia, su 1000 minorenni, 9,5 sono in carico ai Servizi sociali per una qualche forma di maltrattamento e, tra questi, il 6,9% proprio per maltrattamento fisico.
Sono pochi, sono tanti?
Non ha importanza.
L’importante è che siano riconosciuti, aiutati, protetti.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

pacco-postale

CONTRO VERSO
Il bambino postale  

 

Ricordo bene l’incontro con questo ragazzo, che ormai sarà un giovanotto. Tossicodipendente la madre, in carcere per spaccio il padre, viveva con i nonni materni, terrorizzati che anche lui diventasse “come quelli là”. Così cercavano di inamidarlo, cosa assai difficile. Gli adolescenti, si sa, sono un po’ spiegazzati. E alla prima trasgressione la nonna ha avuto una crisi psichiatrica e lui è stato inserito in una comunità.
In udienza mi ha detto: “Prima con la mamma, poi coi nonni, ora in comunità, e vi domandate se mandarmi in affido. Non vi sembra un po’ troppo?”.

Il bambino postale  

Sono stato un bambino
senza un solo difetto.
Nella casa dei nonni
ero proprio un ometto.

Son finiti quei giorni,
sembro un pacco postale.
Troppe andate e ritorni
dentro un gran carnevale

perché vivo da anni
nella comunità.
Le promesse dei grandi
sono vere a metà.

S’impasticca la nonna
nonno è fin troppo buono
resta in carcere il babbo
e mi chiede perdono.

Mamma poi è distante
in chilometri e droga.
Me ne ha dette già tante
e con sempre più foga.

Lei promette, promette
mi vorrebbe con sé
con la coca non smette
e dimentica che

qui mi gioco la vita.
Anche se “per favore,
con pazienza infinita
io le chiedo più amore.

Un ragazzo che ha una famiglia scombinata, compromessa con la droga, non è destinato alla tossicodipendenza, anche se – stando ai dati degli operatori – corre dei rischi in più. È un rischio anche ossessionarlo, però. E, insomma, il giusto mezzo è difficile da trovare, come pure il contesto migliore per la sua crescita.

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CONTRO VERSO
L’educazione delle fanciulle

Mi è capitato di parlare con alcuni uomini che avevano ucciso la moglie, la madre dei loro bambini. Questo signore era arrivato a tanto con una sicura e pesante influenza della cultura d’origine e ancora non riusciva a riconoscere quello che aveva fatto. Gli sembrava di avere agito secondo le migliori intenzioni… religiosamente.

L’educazione delle fanciulle

Mi diceva un cugino:
“Vuoi una moglie educata?
Per andarci vicino
dai una bella lisciata”.

Continuava un fratello:
“La vuoi proprio educare?
So che è un duro fardello
ma la devi frustare”.

E perfino mio padre
venne qui da lontano:
“Ti ricordi tua madre?
Non star lì, mani in mano!”

Poi i giornali, la gente,
han trovato da dire
perché effettivamente
l’ho dovuta finire.

Mi sembrava un motivo
d’esser molto orgoglioso.
Sì, lo ammetto, dicevo:
“Come son religioso!”.

Avrò fatto la gioia
della comunità
ma so adesso la noia
di restarmene qua

a pensare ogni giorno
che ho sciupato la vita
(ma ho ancora un ritorno,
per lei è proprio finita).

Se il buon Dio approvava
che io fossi deciso
sarà mio o di mia moglie
il suo bel paradiso?

Se il buon Dio concordava
che io fossi violento
perché tutto mi aggrava
e non sono contento?

Ma non posso pensare
d’aver sbagliato tutto…
Devo ancora iniziare
a comprenderlo, il lutto.

Per alcuni uomini picchiare la moglie è un modo per soddisfare le attese della comunità. Dimostrano così di essere veri uomini. Assumono un atteggiamento risentito se vengono fermati, adirati di non poter “educare la moglie secondo i propri metodi”.

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Uomini che odiano le donne

racconto di Patrizia Benetti

Eri la donna ideale: bella, con quel sorriso dolce che mi faceva impazzire. Eri una compagna deliziosa, mi dedicavi gran parte del tuo tempo. Presto però sei cambiata e la favola è finita.
Fredda, scostante, non eri più la stessa.
“Ho incontrato un altro”, mi hai detto scrollando le spalle.
No, cara mia, io non l’accetto. E non guardarmi con quella faccia da santarellina. La rabbia mi assale, mi scoppia la testa. La pagherai cara.
Credevi di farmi fesso e farla franca? Non sei che una cagna in calore. Ti assicuro che non sarai più desiderabile.
Arretri impaurita, mi scongiuri di non farlo. È troppo tardi.
Urli mentre l’acido brucia da morire e ti corrode la carne fino all’osso.
Ora sei solo un’orrenda maschera e nulla più.

Cornflake Girl (Tori Amos, 1994)

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Ignoranza

GLI SPARI SOPRA
La dittatura dell’ignoranza

Hanno ragione loro.

Smettiamola di nasconderci dietro a un dito, i falsi buonisti, i radical chic, i prototauristi, i polifosfati, gli etnocentristi. Diciamolo chiaro e forte, viviamo in una dittatura, che ci chiude in gabbia, che ci incatena, che limita la nostra libertà. E’ ora di dire basta! (clicca se sei indignato)

Viviamo nella dittatura, sì, ma dell’ignoranza.

La forza fisica e la sopraffazione come valori fondanti di un branco di vacui palestrati, che con quella merda di testosterone che si ritrovano al posto del cervello uccidono un ragazzo, indifeso, magro, mille volte più uomo di loro. Non una rissa tra pari, ma una esecuzione, una fascista spedizione punitiva.

Dice ma perché ci metti sempre di mezzo la politica?

A parte che il fascismo non è un opinione ma un crimine, e poi le esecuzioni di tanti contro i pochi hanno lo stile e il marchio delle camice nere del ventennio. Tutto qui.

I muscoli dei mariti che picchiano le mogli, i muscoli cerebrali dei finti intellettuali che offendono e denigrano la dignità umana con frasi di una violenza pari alle botte, ma pure i timorati di Dio che sputano sentenze e giudizi estetici e fetidi nella fogna dei social network.

Sì, viviamo in una dittatura, dove la forza fisica fa la differenza, dove masse di pecore senza testa si agglomerano in piazze, nella convinzione di essere antisistema, quando loro stessi sono il sistema, l’appecoramento di una vuota umanità senza rispetto per gli altri.

Portare o meno una mascherina non è una scelta personale, perché chi non la porta sceglie anche per gli altri.

Il muscolo più atrofizzato, in questa fetente dittatura, è quello del cuore. Masse informi di vendicatori, pronti a difendere l’orgoglio italiano bruciando immagini e uccidendo l’umanità.

Come rispondere a tutta questa violenza, fisica e psicologica? Come può reagire quella parte di umanità schiacciata dai soprusi di un’ oligarchia dell’atrofia celebrale?

Io di mio non ho una gran capacità di porgere l’altra guancia, ma veramente mi sento a disagio nel commentare questo mondo, sempre più lontano e sempre più cattivo.

E badate bene: l’ignoranza che ci schiaccia, nulla c’entra con la cultura. Esiste gente ignorante con fior di lauree.

Certo lo studio, la lettura aiutano a combattere la dittatura, ma non sono sufficienti. Occorre debellare l’arroganza, la prepotenza, il sopruso, la convinzione di onnipotenza, data dai muscoli, dai titoli o da una tastiera nascosta nell’ombra.

Non è possibile un confronto con esseri di siffatta risma. L’ignorante non ha dubbi, naviga in un mare di certezze. Le regole che valgono per gli altri non valgono per il forzuto dall’intelletto monocellulare.

Dove ha sbagliato Darwin? Dove si è fermata l’evoluzione della specie ed è cominciata l’involuzione, perchè la democrazia non riesce a tutelare le persone più deboli? A quando una rivoluzione che spazzi via i miasmi della violenza e dell’odio? Forse mai. Siamo troppo occupati a vivere le nostre vite difficili, cercando di stare a galla, come dice Vasco, sopra a questa merda.

La famiglia, la scuola, l’esempio, forse non sono più sufficienti. Spero un giorno di poter vedere questi mezzi uomini e mezze donne incriminati per reati contro l’umanità. Quell’umanità ammazzata su una strada di periferia. Il suo nome era Willy ed era un uomo.

I suoi carnefici, degli infami topi di fogna.

difesa-razza

Entro mezzogiorno

In questi giorni dominati dall’odio e dalla violenza, verbale e fisica, aggravata dai futili motivi, la frase di questo politico statunitense, che fu anche Governatore del Vermont, suona amaramente persuasiva.

“Se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore, troveremmo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno.”
George Aiken

UN FANTASMA SI AGGIRA PER IL MONDO
Contro lo sterile e violento esercizio iconoclasta

Da qualche settimana sui giornali appaiono titoli che riguardano abbattimenti o rimozioni di statue di alcuni personaggi che hanno segnato la storia di molti paesi del mondo.
All’epoca di Gorbaciov, presidente dell’Unione Sovietica, che stava progettando di introdurre un inizio di democrazia nel suo Paese, avevo ammirato e condiviso la sua decisione di non rimuovere la statua di Lenin sulla piazza Rossa. In quel gesto, in quella scelta, si poteva leggere la consapevolezza del capo del Cremlino di che cosa fosse la democrazia e, soprattutto, del valore della Storia come fondamento di un progetto comune e reale di trasformazione costruttiva del procedere storico di una nazione e di un popolo.

Gorbaciov aveva capito che la democrazia non si esporta, ma si costruisce con il cammino faticoso e allo stesso tempo creativo e coinvolgente di chi vuole costruire un ambiente sociale di collaborazione e di intenti comuni, verso un obiettivo reale di convivenza nella giustizia. Chi abbatte le statue, come hanno fatto i componenti jihadisti con la statua gigante del Buddha, ha una concezione dell’umanità dipendente da volontà superiori e non in grado di crearsi la propria vita lasciando tracce.

Come dice il Presidente francese Macron, la storia non si cancella, per il semplice motivo che ciascuno di noi è figlio di quella storia e le attuali società sono il frutto di scelte precedenti e di vite precedenti, in poche parole come dice la mistica, scrittrice e promotrice culturale Angela Volpini: la storia è un progetto di comunicazione tra le generazioni (vedi: “L’uomo creatore” ed. Castelvecchi, 2016). Conoscere la propria storia da parte di un popolo è segno di maturità e di civiltà perché significa aver capito che ogni atto che, facciamo sia singolarmente che come società, ha delle conseguenze su tutti noi nel bene e nel male, poiché gli uomini sono liberi e perciò possono decidere della loro vita e del loro futuro.

La libertà, caratteristica specifica degli esseri umani, qualifica la singolarità di ciascuno e per questo possiamo conoscerci e definire la nostra identità. Questa identità segnerà di noi ogni nostra azione, perciò è tanto più libera quanto più è consapevole, quanto più è una scelta per la volontà di costruire il proprio posto nel mondo.
Niente e nessuno può decidere di noi, se non lo vogliamo; perciò chi distrugge i simboli del passato, anche se raccontano momenti non condivisibili o addirittura esecrabili, dimostra soltanto di non considerarsi un cittadino libero in quanto in grado di distinguere ciò che a lui corrisponde, ma si considera parte di una massa che avanza soltanto per l’inerzia del proprio peso e, in quanto tale, può essere orientata nella direzione decisa o dal caso o da qualcuno a cui conviene una adesione emozionale e acritica.

Questi gesti così clamorosi e violenti rappresentano in modo inequivocabile la violenza meno appariscente, ma altrettanto distruttiva, di coloro che voglio cancellare i progressi storici che hanno costituito il processo di democratizzazione delle nostre società.
Perché non ci si interroga e non si riflette sulla gravità della proposta di coloro che predicano il ritorno alle autonomie regionali rispetto alle organizzazioni statali? Di coloro che vogliono ricostituire il Lombardo-Veneto in Italia, la Catalogna in Spagna, la Vallonia in Belgio, e così via? O alla sovranità nazionale rispetto alla costruzione europea? Questi vogliono cancellare anni, se non secoli, di faticose conquiste di uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita per realizzare i loro sogni e lasciare un’eredità preziosa ai loro figli.

Questi progetti di destrutturazione storica sono peggiori del revisionismo o del negazionismo perché    agiscono sulla realtà, rendendo tutti profughi, estranei al loro contesto, catapultandoli in una realtà ormai passata, rendendoli di fatto incapaci di vera autonomia e di vedere il futuro.
Ormai dovremmo aver capito che non è distruggendo ciò che non ci piace, ma è costruendo che si trasforma la realtà e si realizza una nuova storia che ci soddisfi pienamente.
Dovremmo aver capito non solo che la violenza non trasforma niente, ma che l’umanità ha bisogno di creare relazioni sempre più finalizzate a rendere la terra un ambiente aperto per tutti, la vera costruzione non chiude i confini, ma li supera. La memoria è parte sostanziale dell’essere umano, non è il ritorno al passato; avere memoria significa capire la profondità della propria realtà, la complessità della propria natura e riconoscere e possedere gli strumenti necessari a trasformare i sogni in desideri, i desideri in aspirazioni e le aspirazioni in possibilità concrete in un mondo finalmente accogliente per tutti.

il treno di margherita binario

Il treno di Margherita

Conoscete tutti il detto ‘Sbatti il mostro in prima pagina‘. Beh, è sempre successo, e succede ancora, anche nel tempo dei social del Terzo Millennio. Nel Mondo Lontano, che oggi è diventato prossimo, proprio come il bar sotto casa. E nel Mondo Vicino, che invece è diventato lontano, perché incollati allo schermo dello smartphone. non riconosciamo il nostro vicino. Succede dappertutto, anche nella periferia del mondo, Ferrara compresa. Il mostro in prima pagina, o l’ultima sparata di Renzi e di Salvini, o il contatore  dei morti del Coronavirus… Sembra che non se ne possa fare a meno. Funzionano. Mediaticamente parlando sono un must. Un appuntamento obbligato. Un necessario tributo che ogni giornale deve pagare. Per essere letto. Per avere successo. Per raccogliere più pubblicità.

Ma qual è il giornale, il quotidiano (sia fatto di carta e inchiostro o viaggi per l’etere) che si sognerebbe di ‘sbattere in prima pagina’ un racconto? Chi è quel pazzo che può fare informazione attraverso la letteratura? Una musica? Una canzone? Una foto, Una poesia? Se siete già lettori di Ferraraitalia, avrete capito che quei pazzi siamo noi. Leggete Il treno di Margherita di Carlo Tassi. Racconta solo una storia. Una di quelle brutte storie che continuano a succedere. Lontano, Vicino, anche Vicinissimo. Un fattaccio di cronaca che riempie la prima pagina per un giorno (ricordate una decina di giorni quel treno sulla Ferrara – Bologna fermo per intervenuto suicidio?), e subito dopo sparisce. E non ci si pensa più. Noi invece ci pensiamo ancora. Buona lettura.

Effe Emme

Who’s Gonna Find Me (The Coral, 2006)

Il sovrintendente passava sempre alla solita ora. Era un tipo preciso, pignolo, non ti guardava mai in faccia. Per lui eri merda, merda come tutti quelli che stavano sotto di lui.

Quel lunedì tre agosto gli uffici erano chiusi per ferie. Io ero stato chiamato all’ultimo momento per fare uno straordinario: mi dovevo occupare delle pratiche inevase di Margherita.
Margherita Cantelli aveva lavorato nell’ufficio a fianco al mio fino a tre giorni prima. Poi, venerdì mattina, aveva deciso di salutare tutti gettandosi sotto l’intercity per Bologna.

Margherita entra in stazione alle dieci e tre quarti circa. La stazione è affollata, molta gente è in viaggio per le vacanze. Margherita non ha bagagli, si ferma a dare un’occhiata al tabellone degli arrivi e delle partenze, sembra tranquilla, addirittura sorridente. Poi s’avvia spedita nel sottopasso. Sale la rampa, sbuca sulla banchina tra i binari quattro e cinque e resta in attesa. Ha pure il tempo di fumarsi un’intera sigaretta mentre aspetta sul bordo del quinto binario.
Una voce metallica gracchia dall’altoparlante: “Attenzione, allontanarsi dal binario cinque. L’intercity proveniente da Venezia e diretto a Firenze è in transito ad alta velocità!”
Un potente fischio in lontananza annuncia l’imminente arrivo del convoglio e in un attimo il treno sfreccia sul binario con un frastuono assordante. Tutta la stazione sembra tremare al suo passaggio mentre lo spostamento d’aria fa volare le cartacce lasciate per terra e le pagine d’un giornale dimenticato su una panchina. Il treno sembra non finire mai e la sua velocità è tale da non riuscire a distinguere le facce dietro i finestrini.
Poi, finalmente, l’enorme serpentone d’acciaio passa e s’allontana. La gente, all’apparenza indifferente, resta stordita per qualche secondo. Una bimba, in attesa di partire assieme a sua madre, guarda a terra e vede qualcosa d’insolito, sembra una biglia di vetro. La raccoglie. È morbida, calda, e le tinge la manina di rosso. La porge alla mamma. La donna riceve l’occhio azzurro rigato di sangue, lo fissa: un intero bulbo oculare, un macabro regalo dalle piccole mani innocenti della figlioletta. Grida inorridita.
Un secondo grido e un altro ancora. La gente si sporge dal bordo della banchina, guarda in basso, sulle rotaie del binario cinque. Un ragazzo di vent’anni si piega in avanti e vomita, un poliziotto sbuca dal sottopasso, accorre e chiama il collega sull’altra banchina, gli dice di far presto e di portare dei teli bianchi. Altri restano a guardare in silenzio, espressioni d’orrore e di disgusto nelle loro facce…

Music at Night (The Coral, 2007)

Margherita era bella, una mora con gli occhi d’uno splendido azzurro chiaro. Proprio bella!
Prima o poi le avrei chiesto d’uscire…
Il sovrintendente era brutto. Ma non solo brutto, era un fottutissimo stronzo. E per lui ogni occasione era buona per dimostrare a tutti quanto era fetente.
“Sortini, ha liberato la scrivania della Cantelli?” urlò alle mie spalle.
Ebbi un sussulto e mi girai. “Non ho ancora finito dottore…” risposi.
Il sovrintendente Soprani attraversò la porta dell’ufficio e mi si parò di fronte. “Si sbrighi! Non dorma come al solito!” sbraitò a due centimetri dal mio naso. “Tutta la roba della Cantelli dev’essere portata via e sistemata entro mezzogiorno! Sennò peggio per lei!”
Girò i tacchi e uscì, tronfio e impettito come al solito.
Io continuai il mio lavoro senza fiatare. Mi rimase appiccicata addosso quella sua alitosi fatta d’acetone, aglio marcio e fondi di caffè che mi rivoltava lo stomaco. Spalancai la finestra, tornai alla scrivania di Margherita, aprii i cassetti e tirai fuori tutto.
Elenchi, preventivi, contratti, schede di lavoro. Poi un sacchetto di caramelle, un gufetto di porcellana, due cornici con le foto di lei durante una vacanza di qualche anno prima. Guardai ancora una volta il suo sorriso incantevole e mi venne un groppo alla gola.
Mi chiedevo perché era successo. Se lo chiedevano tutti naturalmente.
In fondo all’ultimo cassetto trovai un libretto con la copertina celeste. Lo aprii, lo sfogliai: era un diario.
Non avrei dovuto ma iniziai a leggere. Magari c’era scritto qualcosa che potesse spiegare il suo gesto…
Magari…

Scorsi le pagine velocemente e mi soffermai sulle ultime.
Lessi: “Il maiale, m’ha toccata anche oggi. Ha avuto il coraggio di sorridermi e di dirmi di star tranquilla. Che tanto rimarrà un segreto tra di noi. Di non preoccuparmi, che, se faccio quello che mi chiede, poi l’assunzione me la rinnova anche stavolta… Mi faccio schifo… Vuole guardarmi mentre ingoio il suo sperma… Sto male, non riesco a togliermi quel sapore dalla bocca, quella puzza orrenda mi perseguita… Sono andata in bagno a vomitare per l’ennesima volta. Vorrei gridare a tutti che lo odio ma non posso, non adesso che son rimasta sola… Ieri gli ho detto che con lui avevo chiuso, che non venisse più a cercarmi, che avrei detto tutto all’ispettorato, che l’avrei denunciato, sputtanato. Ma lui è Soprani, l’onnipotente, e m’ha risposto che può mettermi a casa in qualunque momento e che nessuno mi crederebbe… Poi se l’è tirato fuori e m’ha riso in faccia… Forse me lo merito, forse sono marcia io, sennò non mi spiego perché a me e non ad un’altra… Oramai la soluzione è una sola, devo soltanto trovare il coraggio di farlo e buonanotte…”
“Sortini, ancora qui? Non ha ancora finito con la Cantelli?” risuonò la solita voce sgradevole, sempre alle mie spalle.
“No dottore… m’è capitato tra le mani il diario di Margherita e ho letto qualche riga…” dissi io fissandolo negli occhi.
Il sovrintendente impallidì e per la prima volta incrociò il mio sguardo. Sembrava sorpreso, disorientato. “E che c’è scritto?” balbettò.
“Delle cose assai interessanti. C’è anche il suo nome sa?” gli dissi, “Cose incredibili. Dovrò darlo alla polizia ferroviaria che sta indagando sulla disgrazia…”
“Sortini, lo consegni a me. Ci penso io a darlo a chi di dovere!” mi disse col sorriso più falso che abbia mai visto.
“Mi dispiace sovrintendente, qui Margherita parla di lei e dei vostri rapporti particolari… Dovrò consegnarlo io a chi di dovere!”
“Sortini, non sia stupido. La Cantelli soffriva di depressione, lo sanno tutti. Avrà scritto sicuramente delle cazzate senza senso… lo dia a me!”
“Era depressa, certo… e qui se ne capisce il motivo!”
“Ha cominciato a dare i numeri dopo la morte dei suoi. Ho pure cercato d’aiutarla, ma non è servito a nulla.” sospirò. Aveva la stessa faccia tosta d’un mafioso al funerale della sua vittima.
“Ma la pianti per piacere!” sbottai. Ormai la mia sopportazione era giunta al limite massimo.
“Su Sortini, mi dia quel diario se ci tiene a continuare a lavorare in questo posto!” m’intimò.
“Mi sta minacciando dottor Soprani? Lo sa cos’ho appena letto in questo diario? Lo sa che potrebbe essere denunciato per quello che c’è scritto qua dentro?”
“Denunciato per cosa? Per i vaneggiamenti di una troietta arrivista?” chiese con strafottenza. Quella sua maschera di superiorità e finta sicurezza si stava sfaldando davanti ai miei occhi. Era evidente la sua paura così come la meschinità di cui era impregnato. Vedevo un ometto piccolo piccolo sul punto di crollare.
Andai alla finestra per respirare. “Lei ha un problema di alitosi… gliel’ha mai detto nessuno?” dissi.
Improvvisamente Soprani s’avventò verso di me. “Dammi quel cazzo di diario!” gridò.
Lo scansai e gli afferrai un braccio spingendolo via. Tentò di colpirmi con un pugno ma era più bravo a comandare che a fare a botte. Lo afferrai e lo lanciai oltre la finestra.
Sentii un tonfo sordo, m’affacciai dal davanzale e lo vidi: giaceva immobile in una pozza di sangue, un fantoccio disarticolato sul marciapiede del cortile interno.
Dopo un volo di cinque piani l’impatto col cemento gli aveva fracassato il cranio, spezzato le ossa e spappolato gli organi interni. Era morto sul colpo.
Mi guardai attorno, non vidi nessuno. In quell’ala del palazzo tutti gli uffici erano chiusi da venerdì.
Me ne andai. Il giorno stesso portai il diario ai carabinieri, del volo dalla finestra del sovrintendente non dissi nulla. Lo trovarono due giorni dopo già gonfio e pieno di mosche.

Passarono altri tre giorni quando, sulla prima pagina della Nuova, lessi questo titolo: “Molestie sul lavoro, duplice suicidio di vittima e carnefice”. Così andai al cimitero a trovare Margherita, sulla tomba c’era ancora il manifesto funebre. Posai un mazzolino di fiori di campo in un vaso e le dissi: “Mi dispiace non averlo capito prima Margherita. Ti vedevo tutti i giorni e non immaginavo quanto soffrissi… Non è vero, quel treno non t’è passato sopra. Tu quella mattina sul treno ci sei salita e te ne sei andata per fare finalmente il viaggio che volevi. Ora sei lontana da tutta questa merda! Ciao Margherita, sii felice. Sappi che quello stronzo ha avuto ciò che si meritava, è in viaggio anche lui adesso… Ma stai tranquilla, non lo rincontrerai più, è andato nella direzione opposta!”

NOTA A MARGINE
Ma la donna resta ancora “un oggetto di proprietà”

Ogni anno, il 25 novembre, celebriamo la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in memoria delle sorelle Mirabal, assassinate a bastonate proprio in questo giorno nel 1960, e divenute simbolo del maltrattamento fisico e psicologico di donne e bambine nel mondo. Un fenomeno odioso e intollerabile, diffuso in ogni angolo del mondo, e che, nonostante l’impegno sociale di tante donne e uomini, non accenna a scomparire, né a diminuire.

Ma guardiamoci in casa. Come siamo messi da noi, nel nostro civilissimo e culturalmente avanzato ‘Bel Paese’? Male, malissimo purtroppo. Perché in Italia ogni 72 ore una donna viene uccisa e ogni giorno 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 16 minuti. Nonostante ciò ancora esiste chi sottovaluta la gravità della situazione e chi, addirittura, contesta l’uso del termine femminicidio.

Esiste, In Italia, un evidente problema culturale mai veramente affrontato e quindi mai sconfitto. Nella nostra società, nell’anno domini 2019, sono presenti e fortemente radicati preconcetti e pregiudizi che molti della mia generazione, figlia degli anni ’60, ritenevano superati grazie alle lotte e ai sacrifici compiuti dalle nostre madri e dai nostri padri.

Ma vediamo ai dati misurabili e, pertanto concreti. Il recentissimo rapporto ISTAT – pubblicato ieri, in occasione della ricorrenza mondiale – individua gli stereotipi di genere maggiormente diffusi nel nostro paese:
“per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%);
“gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%);
“è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%).
Fanalino di coda è “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia”, che viene indicato solo dall’8,8% degli intervistati.

Il 58,8% della popolazione tra i 18 e i 74 anni, senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova in questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età – il 65,7% dei 60-74enni rispetto al 45,3% dei giovani – e tra i meno istruiti. Gli stereotipi sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%). Trattasi sempre di convinzioni che riguardano comunque almeno la metà della popolazione, percentuale elevatissima e pertanto inaccettabile, ovunque ci si sposti all’interno del territorio nazionale.

Estremamente significativo il dato della omogeneità nelle risposte tra gli intervistati dei due generi. Che denota il forte condizionamento sociale cui sono ancora oggi sottoposte le donne, fin da piccole, in famiglia così come in tutti gli altri luoghi di socializzazione presenti nell’ambiente in cui crescono. Un vero proprio imprinting inconsapevole che le educa alla rassegnazione, all’assopimento dei naturali istinti di autoaffermazione sociale e del desiderio di uguaglianza tra i generi, alla remissività. Che le autoconvince che sia giusto così, anche quando, e lo si vedrà analizzando le risposte inerenti il tema della violenza nella coppia, qualcuna è vittima di maltrattamenti fisici o psicologici. Il cosiddetto “ceffone che si sarà sicuramente meritata”, come recita il triste adagio “Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei lo sa benissimo”. Spesso raccontato come una battuta, altro non è che la manifestazione di un ripugnante maschilismo estremamente diffuso in tutto il paese. Questo autoconvincimento forzato è altresì causa di un altro disgustoso fenomeno femminile cui tristemente assistiamo in questi giorni: la quasi totale mancanza di solidarietà femminile. Sempre più spesso sono infatti le donne le più accanite detrattrici ed accusatrici delle proprie simili, divenendo così inconsapevoli sostenitrici di un pensiero sessista che si tramanda, di generazione in generazione, di madre in figlia.

Infatti, così purtroppo affermano i numeri. Sul tema della violenza nella coppia, il 7,4% delle persone ritiene accettabile che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato o flirtato con un altro uomo” e il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. È anche normale che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna secondo il 17,7% degli interpellati. L’Abruzzo e la Campania spiccano come le regioni con una maggiore tolleranza alla violenza compiuta all’interno della coppia, con un riscontro positivo rispettivamente del 38,1% del 35%. La Valle d’Aosta (17,4%) e la Sardegna (15,2%) le meno tolleranti, con percentuali però che sono, ahimè, ben lungi dall’essere trascurabili.

Ma perché gli uomini sono violenti con le proprie compagne? Le risposte sono terrificanti:
il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà (di questi il fatto che l’ 84,9% siano donne e il 70,4% uomini è estremamente significativo);
il 75,5% perché fanno abuso di sostanze stupefacenti o di alcol
il 75% per il bisogno degli uomini di sentirsi superiori alla propria compagna/moglie;
per la difficoltà di alcuni uomini a gestire la rabbia è indicata dal 70,6%.
E si prosegue con le ipotetiche cause di violenza in famiglia. Il 63,7% della popolazione considera causa le esperienze violente vissute in famiglia nel corso dell’infanzia, il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile, mentre è ancora alta ma meno frequente l’associazione tra violenza e motivi religiosi (33,8%).
Le percentuali elevatissime di condivisione delle probabili cause individuate dagli intervistati è evidenza di una sorta di pseudo-accettazione del fenomeno. Come se, pur riconoscendo la gravità di alcuni comportamenti, si volesse giustificare chi li mette in atto, dipingendolo come persona che opera sotto l’influenza di una sorta di un prestabilito meccanismo di causa-effetto a cui è impossibile sottrarsi.

Solamente il 64,5% della popolazione intervistata consiglierebbe ad una donna che ha subito violenza da parte del proprio partner di denunciarlo e, dato ancor più deprimente, solo il 33,2% di lasciarlo. Bassissimo il dato di chi consiglierebbe di chiedere aiuto rivolgendosi agli organismi/servizi/istituti preposti:
Il 20,4% della popolazione indirizzerebbe la donna verso i centri antiviolenza;
il 18,2% le consiglierebbe di rivolgersi ad altri servizi o professionisti (consultori, psicologi, avvocati, ecc.).
il 2% solamente suggerirebbe di chiamare il 1522 (Trattasi di un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Un numero telefonico gratuito e attivo 24 h su 24 accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking). Tutto ciò denota sia poca conoscenza dei servizi di supporto esistenti, che una scarsa fiducia negli stessi.

Ora, chi è arrivato a leggere fino a questo punto si sentirà sicuramente avvilito, turbato, angosciato. Questo è nulla, in confronto a ciò che lo aspetta proseguendo la lettura. Arrivano i dettagli finali e più raccapriccianti. Dalle interviste effettuate emerge chiaramente che persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. In altre parole si nega l’esistenza della violenza sessuale, in quanto l’atto, di per sé è consensuale; in caso contrario la donna avrebbe potuto fermarlo in qualsiasi momento. Considerazione deprecabile tanto quanto l’atto in sé. Ed è assolutamente troppo elevata la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire: ben il 23,9% della popolazione lo dichiara tranquillamente. Il 15,1% inoltre è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Insomma il “Se l’è andata a cercare” è più vivo che mai!

Ma non basta. Ecco sviscerati una serie di altri pregiudizi assolutamente inaccettabili che però tutti noi troppo spesso abbiamo occasione di ascoltare nelle cosiddette “chiacchiere da bar”, per strada, sul luogo di lavoro, ovunque, insomma. Sul totale degli intervistati:
il 10,3% è convinto che spesso le accuse di violenza sessuale siano false;
il 7,2% dice che “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”;
il 6,2% pensa che “le donne serie non vengono violentate”;
l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria partner ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Un quadro agghiacciante quello che si profila ai nostri occhi, e che non può e non deve essere sottovalutato. Una fotografia di una società che noi riteniamo evoluta, culturalmente e socialmente avanzata, ma che non è tale, almeno sotto il profilo delle differenze di genere e dei ruoli socialmente riconosciuti. Che, dati alla mano, sembra vivere una fase di profonda regressione rispetto ai risultati ottenuti in anni di lotte dalle nostre madri, dalle nostre nonne, e da tutte quelle donne coraggiose che, mettendo a rischio la loro incolumità fisica e il loro futuro, la loro intera vita, hanno saputo alzare la testa e dire no al condizionamento sociale, al pregiudizio, all’imposizione di stereotipi preconfezionati, all’obbedienza ignorante e silenziosa.

La strada da compiere per giungere alla parità di genere alla eliminazione degli episodi di violenza è ancora lunga e piena di ostacoli: pensavamo di essere quasi al traguardo e invece siamo ancora all’inizio. C’è ancora tantissimo da fare per ottenere il superamento di questi odiosi stereotipi. Operando in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle strade. Tutte e tutti insieme. Non possiamo sottrarci a questo impegno. Lo dobbiamo alle nostre madri e nonne, affinché il loro sacrificio non sia risultato vano. Ma lo dobbiamo anche alle nostre figlie, per garantire loro un futuro più dignitoso, giusto e soddisfacente. Parallelamente è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Implementare un numero verde di ascolto delle vittime di violenza è una iniziativa lodevole ma assolutamente insufficiente. Lo Stato, da buon padre di famiglia dei suoi cittadini, deve farsi promotore, attraverso le sue istituzioni, di un processo di profondo rinnovamento culturale. E lo deve fare a partire dalla istituzione madre, quella scolastica, e cioè quel sistema educativo e formativo dalle enormi potenzialità, spesso non sfruttate pienamente, che accompagna il percorso di crescita, fisica, intellettuale, cognitiva e morale, di ciascuno di noi, dalla prima infanzia fino all’età adulta. E proprio nella scuola occorre fare prevenzione, investendo in percorsi stabili di educazione alla non violenza, di apprendimento e condivisione dei concetti di rispetto e di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, di gestione delle emozioni e dei sentimenti. Coinvolgendo, ove possibile, famiglie, associazioni, centri giovanili sportivi, artistici e culturali. Cosi da costruire un tessuto sociale assente, o inadeguato, che favorisca un sano sviluppo dell’intelligenza emotiva dei giovani, affinché possano diventare adulti consapevoli e rispettosi.

Non abbiamo più alibi. Non possiamo più essere complici di tanta violenza.

[I dati riportati in questa nota sono tratti dal report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale – Anno 2018”, ISTAT, 25 novembre 2019.]

LA PIUMA
Una poesia di Carla Sautto Malfatto dedicata alla Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

di Carla Sautto Malfatto

LA PIUMA

È una questione di equilibri.
Con una piuma per contrappeso
sostenere un intreccio di bambù spogli
le estremità taglienti
rigidi alle giunture, infidi.
Trovarvi il baricentro per ogni legno,
su questo posarvi altri,
reggerli, mentre si danza la vita
a piedi nudi e concentrata
a non perdere l’attenzione sui prolungamenti
farli girare, a perno, su di me
(e la piuma, sempre più lontana
ma ineludibile compensazione
di miserrimo peso, nemmeno un grammo).
Così, avanzare nel rischio continuo
elegante giocoliere con i calli alle mani,
domani, un’altra gravità, un nuovo legno
da aggiungere all’ultimo punto di forza,
continuare, gravida, del peso degli altri,
mai abbastanza, mai sazi.
Poi giungere al termine, per sottostimata soma,
appoggiarsi a valutare il tenue costrutto,
impalcatura sopraffina
di indicibile strazio e meravigliosa trama.
Se tolgo la piuma, tutto si schianta, fracassa
in un urlo solo e disumano,
se tolgo la piuma, tutta l’esistenza disgrega
nel mirabile intarsio di un’eternità,
tutto di me si seziona in verticale,
se tolgo la piuma – l’amore –
non c’è più una regina
non ci fu mai un re.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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