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25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
I Fantasmi del passato (VIII Parte)

Etiopia Debra Berhan – Egitto el Alamein: a volte ritornano, per singolo o doppio caso fortuito, i fantasmi del passato coloniale italiano.

Nel maggio 2006, il quotidiano La Repubblica ha pubblicato le foto e un’inchiesta del proprio inviato Paolo Rumiz Etiopia quella strage fascista (poi riproposto online nell’aprile 2018 da The Magazine Italia), che confermerebbero “le prove di un efferato crimine italiano in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell’Impero” e che rigetterebbero “luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale”.

Tutto comincia con un primo caso, grazie il ritrovamento da parte di un dottorando dell’università di Torino di un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo “Varie” presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma. Dentro, un manoscritto senza firma, una mappa, altri documenti di conferma e un contenuto agghiacciante. A riemergere dall’oblio del passato e dalla profondità delle grotte naturali presenti nell’area montuosa di Debra Berhan – 100km a nord di Addis Abeba, nell’alto Scioà – sarebbe la conferma di una strage avvenuta tra il 9 e l’11 aprile 1939.
In base a quanto scoperto dal ricercatore, nel luogo indicato dalla mappa e in quei giorni vennero fucilate dopo la resa o avvelenate con i gas più di mille uomini, donne, vecchi e bambini, componenti una carovana del reparto ‘salmerie’ dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione etiope, rifugiatisi nella grotta dopo essere stati individuati dall’aviazione e circondati da un numero soverchiante di militari italiani.

Il gruppo è in realtà composto in larga misura da fuggitivi, feriti, anziani, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e l’appoggio dei partigiani alla macchia e da alcuni combattenti guidati da Tesciommè Sciancut.
L’ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d’ arsina e con la micidiale iprite nonostante l’Italia abbia firmato la messa al bando internazionale di queste armi letali sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1928.

Dalle carte emergono dati incredibili.
Nella grotta il ‘bombardamento speciale’ sarebbe stato portato a termine dal ‘plotone chimico’ della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più ’nobili’ delle nostre Forze Armate e si sarebbe svolta secondo strategie, procedure e fatti inenarrabili.

Il mio compito – scrisse nel suo diario il sergente maggiore Boaglio – era far scendere e scoppiare i bidoncini…nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente….”.

La notte successiva, una quindicina di ribelli armati avrebbe tentato una sortita riuscendo a scappare. Molti cadaveri vennero gettati fuori dalla grotta. Moltissimi si arresero all’alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, in quel mattino stesso vennero fucilate su preciso ordine dato dal Governo Generale, cioè o dal generale Ugo Cavallero o dallo stesso Amedeo di Savoia.

Ma non è finita. Dentro c’è chi resiste ancora – uomini, donne e animali – e i nostri chiedono i lanciafiamme per ‘bonificare’ l’antro, ramificatissimo.

I dettagliati telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall’inferno. “Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche”.

Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato ma mancano ancora i riscontri sul campo, così il ricercatore organizza una missione col supporto dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle.

La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un altipiano di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà. E’ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme (“non ottocento, ma migliaia di morti”) e l’indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi – per altri 30 chilometri fuori pista – fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell’inferno.

Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All’imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell’esercito italiano.

armi chimcheDentro la grotta non c’ è più andato nessuno, da allora. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce delle torce per dare conferme. “Ossa dappertutto – racconta il ricercatore – quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie”. E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all’aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme. Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l’imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta. “Fu colpa degli Ascari”, le truppe indigene inquadrate nell’esercito italiano, “è l’obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. Ma gli ascari non si muovevano mai senza l’ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell’esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio”.

Oltre all’autore della scoperta anche l’autore del reoprtage Paolo Rumiz pare non avere più dubbi sia sui fatti che sulle conclusioni da trarre e aggiunge: “No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra ‘missione civilizzatrice’? L’ Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di ‘buono’ – Italo Balbo governatore della Libia – fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato. Quanti perfidi depistaggi della coscienza”.

impero italianoC’ è bisogno di parlarne” – conclude Matteo Dominioni, l’autore della tragica scoperta in Etiopia – “il vuoto storico e morale da riempire è enorme”.
Tutto è cominciato così e così tutto continua per un secondo puro caso consecutivo, dal momento che lo stesso cognome, Dominioni, appartiene anche ad un altro ricercatore sul campo, Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo, il Sandgraf -Conte della Sabbia- come lo avevano soprannominato i generali tedeschi o il ‘samaritano del deserto’, cioè colui che percorse 30.000 chilometri nel corso di 355 ricognizioni che lo portarono a recuperare, riconoscere e raccogliere, ad uno ad uno, i resti dei suoi commilitoni caduti in Libia e in Egitto dopo oltre quattro mesi ininterrotti di attacchi e contrattacchi, offensive e controffensive, nel corso della più grande battaglia della seconda guerra mondiale combattuta in Africa, e che si concluse il 23 ottobre 1942 ad El Alamein, stabilendo la tragica fine dell’avventura coloniale italiana.

 

 

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

italo balbo

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
fortuna, violenze e morte di Italo Balbo (VII Parte)

“Un’immensa voragine di sabbia”: così all’inizio del XX secolo, Gaetano Salvemini definì la Libia, quando ebbe inizio l’avventura coloniale italiana.
Qualche anno più tardi furono molti contadini italiani a non credere ai miraggi di quella terra promessa, che la propaganda fascista descriveva fertile, rigogliosa, “liberata” e pronta per essere coltivata. Mussolini, volle che fosse il gerarca Italo Balbo ad occuparsi della colonizzazione agricola della Libia, dopo averlo sollevato dall’incarico di Ministro dell’Aeronautica del Regno d’Italia e inviato in qualità di Governatore nel 1934.
Balbo dichiarò che avrebbe seguito le gloriose orme dei suoi predecessori e avviò una campagna nazionale che voleva portare due milioni di emigranti sulla Quarta Sponda Italiana del Mediterraneo. Ne arrivarono soltanto 31mila, ma furono un numero sufficiente da trincerare dietro un muro militare, costruito nel 1931 in Cirenaica, per contrastare la resistenza delle tribù beduine degli indipendentisti libici Senussi.
Quel muro, il muro italiano di Giarabub, è tuttora presente, visibile e in funzione. Oggi viene indicato, mantenuto e utilizzato come efficace barriera anti-immigrazione. Si ritiene cioè che trattenga il flusso migratorio clandestino diretto verso l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo, impedendo di raggiungere i luoghi di imbarco più facilmente accessibili che si trovano sulla costa del Golfo di Sirte.
muro italiano di Giarabub

muro italiano di Giarabub
Il muro italiano di Giarabub. 1931 (Libia)

Il muro italiano in Libia si presenta come una doppia linea di recinzione metallica lunga 270 chilometri, larga quattro metri, alta tre, visibilmente malandata ma resa insuperabile da chilometri di matasse di filo spinato che si srotolano dalle regioni a ridosso del porto di Bardia, lungo le sterpaglie desolate della Marmarica, fino a perdersi nel Grande Mare di Sabbia del Deserto Libico.
Questa grande opera venne commissionata alla Società Italiana Costruzioni e Lavori Pubblici di Roma, che la realizzò in sei mesi, dal 15 aprile al 5 settembre 1931, ad un costo complessivo di circa venti milioni di lire, impegnando nella costruzione 2.500 indigeni sorvegliati da 1.200 soldati e carabinieri, lungo un percorso totalmente privo di strade e di risorse idriche.
Il reticolato di filo spinato è sostenuto da paletti di ferro con base in calcestruzzo, vigilato dai ruderi fatiscenti di tre ridotte e sei ridottini. Lungo il suo percorso venero costruiti tre campi d’aviazione, una linea telefonica, vennero utilizzati 270 milioni di paletti di ferro e ventimila quintali di cemento.

Non potendo che apparire come ben piccola cosa di fronte all’immensità del paesaggio che la ospita, la presenza di questo muro colpisce perché oltre ad essere nel deserto, è deserto. Il compito di sorveglianza e controllo è sempre stato principalmente garantito dall’innesco di migliaia di mine antiuomo, cioè armi automatiche che esplodono e uccidono selettivamente, tutte le volte che vengono attivate da presenze umane.
Per un certo periodo, va però detto che fu oggetto di ricognizioni aeree sistematiche che venivano audacemente condotte, oltre che dai piloti dell’Aeronautica Militare, anche e direttamente dal loro capo supremo e Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.
Oltre al muro, Balbo continuò a mantenere in vita quello che era stato fatto prima e qui negli anni precedenti: missioni e bombardamenti aerei.
E le derivazioni dei trimotori Savoia Marchetti usati da Balbo nelle transvolate atlantiche divennero caccia bombardieri siluranti chiamati Sparvieri, che continuarono ad essere utilizzati contro un’etnia composta da famiglie di pastori nomadi o seminomadi considerati ribelli, in bombardamenti incendiari e tossici.
Nei sei anni che Balbo visse e volò in Libia lo Sparviero abbatté tutti i record e tutti i primati di volo civile, velocità, trasporto, durata, distanza.
Poi il salto di qualità e da civile divenne un aereo militare: nella versione militare S.79K, il primo impiego operativo di 99 veivoli di questo tipo avvenne con l’intervento italiano nella guerra civile spagnola come “Aviazione Legionaria” e il 26 aprile 1937, tre S.M.79 dell’Aviazione Legionaria presero parte al bombardamento della cittadina basca di Guernica, un’incursione aerea compiuta (sotto il nome in codice di Operazione Rügen) in cooperazione con la Legione Condor nazista, che colpì nottetempo la popolazione civile inerme e ispirò il celeberrimo dipinto di Pablo Picasso.

L’allontanamento dal Ministero aveva eliminato Balbo dal centro del sistema di sviluppo industriale dell’Aeronautica, per cui lui, dopo esserne stato il motore e l’immagine, si ritrovò ad occuparne il ruolo di fantasma dell’opera in corso.
Sette anni prima era alla guida di imprese di voli transatlantici: il primo nel 1930 da Orbetello a Rio de Janeiro; il secondo tre anni dopo, da Orbetello a Chicago. Questa seconda crociera atlantica, organizzata per celebrare il decennale della Regia Aeronautica Militare Italiana nell’ambito dell’Esposizione Universale Century of Progress che si tenne a Chicago tra il 1933 e il 1934, lo aveva coperto di gloria.
Il governatore dell’Illinois e il sindaco della città di Chicago riservarono ai trasvolatori un’accoglienza trionfale: a Balbo venne intitolata una strada, tutt’oggi esistente, e i Sioux presenti all’Esposizione lo nominarono capo indiano, con il nome di Capo Aquila Volante. Il volo di ritorno proseguì per New York, dove il presidente Roosevelt organizzò, in onore agli equipaggi della flotta di 25 idrotransvolanti italiani, una grande street parade. Italo Balbo fu così il secondo italiano, dopo Diaz, ad essere pubblicamente acclamato per le strade di New York.
Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare ogni tipo di manifestazione organizzata a Chicago in onore del grande pilota: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta” e che commemorava il suo precedente onore acquisito come pioniere omicida dello squadrismo fascista.

Italo Balbo diario 1922Là, in Italia, partendo dalle valli del delta padano, aveva visto portare a compimento grandi opere di bonifiche che strapparono alle acque nuove terre da coltivare e nuove forme di diritti sindacali da reprimere grazie alla ”esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario”(Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori).
Sempre là, nella bassa provincia Ferrarese, aveva inaugurato la strategia criminale delle esecuzioni mirate come responsabile diretto, morale e politico dei due omicidi premeditati, da lui considerati ’bastonate di stile’, che significavano frattura del cranio, somministrate al sindacalista Natale Gaiba e al sacerdote don Giovanni Minzoni.
Natale Gaiba venne assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore del Comune di Argenta, di aver fatto sequestrare l’ammasso di grano del Molino Moretti, imboscato illegalmente per farne salire il prezzo, venisse strappato ai latifondisti agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, ridotto alla fame.
don minzoniDon Minzoni, parroco di Argenta, venne assassinato dai fascisti locali: Balbo non volle ammettere che fossero stati individuati e arrestati coloro che organizzarono l’assassinio e intervenne in molti modi, anche con la costante presenza in aula, per condizionare lo svolgimento e il risultato sia delle indagini che del processo penale, garantendo l’impunità del crimine.
Più infame ancora dell’appoggio politico e morale agli assassini, la diceria che don Minzoni fosse rimasto vittima di una ‘questione di donne’ e avesse un’amante, ignobile falsità costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina di andare a nozze con un vestito degno: calunnia propagata anche dalle pagine del Corriere Padano, il quotidiano fondato da Balbo che chiamò Nello Quilici a dirigere immediatamente dopo che quest’ultimo, in qualità di caporedattore del Corriere Italiano, venne coinvolto a Roma nell’ambito delle indagini sul rapimento e omicidio dell’on. Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario.

Qui, in Libia, Italo Balbo trovò condizioni esattamente contrarie e non riuscì a trovare, nemmeno con la forza, l’acqua sufficiente da donare alla terra di quei pochi coloni veneti e della bassa ferrarese, disperati e poverissimi, che, sotto l’enfasi propagandistica del regime, lo avevano raggiunto, si erano rimboccati le maniche e si erano illusi di rendere verde il deserto.
Fu sempre qui, in Libia, che Balbo, per tragica ironia della sorte o per fatale coincidenza, precipitò realmente in una voragine di sabbia e trovò la morte, colpito dal fuoco amico della artiglieria contraerea italiana.
Non fu peraltro l’unico ferrarese a rimanere vittima e protagonista di questo oscuro episodio avvenuto il 28 giugno 1940 nei cieli e sul suolo di Tobruk agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Con un ennesimo tributo di sangue vanamente versato qui, sulla sconfinata superficie libica, dove un muro difensivo alto pochi metri, è il beffardo simbolo di una torre di Babele che avrebbe dovuto innalzarsi fino in cielo, assieme a lui persero la vita anche i suoi più cari parenti e fidati collaboratori.

Evidentemente, mentre lui seguiva le orme dei grandi colonizzatori italiani, qualcos’altro stava seguendo le sue tracce, poiché la responsabilità storica di quanto avvenuto per sbaglio, come tragico errore e incidente di guerra, venne assunta in prima persona da un capo pezzo del 202 Reggimento di Artiglieria, che ammise di aver sparato raffiche di artiglieria contraerea all’indirizzo del trimotore Savoia Marchetti 79 pilotato dal suo comandante supremo nonché concittadino Italo Balbo, essendo significativamente pure lui, Claudio Marzola, 20enne, un ferrarese purosangue.
I colpi letali partirono da una delle tre mitragliatrici da 20 mm in dotazione a un Incrociatore Corazzato della Marina Regia che permaneva in rada semiaffondato e a scopo difensivo antiaereo, varato con lo stesso nome del santo patrono della città di Ferrara: San Giorgio.
Al momento del varo, avvenuto a Genova nel 1911, il motto dell’Incrociatore San Giorgio fu “Tutor et ultor” e a partire dal suo impiego nel primo e nel secondo conflitto mondiale venne cambiato in “Protector et vindicator” (Difensore e vendicatore).

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

alla-conquista-economica-dellimpero_1937

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
costruiamo il nostro Impero (V Parte)

La concorrenza italiana alla dominazione britannica nel Mediterraneo si concretizza in modo vistoso negli anni Trenta: con il possesso nord orientale delle isole del Dodecanneso e con il controllo dell’Albania, l’Italia poteva controllare l’accesso nel Mare Adriatico trasformandolo in un proprio lago interno e in Africa, dalla Tripolitania, l’Italia poteva minacciare tutto il bacino del Mar Rosso.
In Palestina ed in Egitto, così come in Iraq, la propaganda fascista sobillava e affiancava i nazionalisti anti-inglesi.
Alleanza in Europa e competizione nel Mediterraneo e nel Mar Rosso: dalla concordia-discordia dei primi anni Trenta, all’atto finale della seconda guerra mondiale in Africa: l’anacronismo della politica estera fascista e la violenza dell’impresa coloniale.

E’ in questo contesto che nasce l’impresa abissina, le cui motivazioni vanno ricercate  in molteplici fattori: in primo luogo, è stata un’impresa che, secondo il Duce, doveva portare, con la creazione di un Impero, a un accrescimento del prestigio italiano nel contesto internazionale; in secondo luogo aveva una ragion d’essere nella volontà mai celata di vendicare la vergognosa cicatrice, come l’aveva chiamata D’Annunzio, della  sconfitta ad Adua nel 1896 (“the shameful scar as D’Annunzio had called it, of their defeat ad Adowa in 1896” (E.M. Robertson, “Mussolini as Empire Builder”, New York,  St. Martin Press, 1977); in terzo luogo, essa nasce dalla convinzione che in modo pacifico l’Inghilterra non avrebbe mai acconsentito ad un accrescimento del ruolo mediterraneo e mediorientale italiano e che quindi era necessario forzarle la mano, per ottenere che acconsentisse ad un’amichevole ridefinizione dei rispettivi interessi nel Mediterraneo, per giungere insomma a quell’agreement mediterraneo che avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era della politica estera italiana; in quarto luogo Mussolini decise l’impresa sulla base di motivazioni interne, più di carattere propagandistico -per rinvigorire la spinta ideale del fascismo, ormai esaurita sotto il profilo del rinnovamento sociale- che non economico.

Pare, a questo riguardo, di poter asserire che il progetto fascista comportasse per sua stessa natura il progetto della costruzione di un Impero: era e si dimostrò imperialista già dalla sua base ideologica. Le dichiarazioni di Mussolini, Dino Grandi; Guariglia, Italo Balbo e Federzoni, nel corso degli anni successivi alla marcia su Roma, sono numerose, e tutte portano a concordare sulla volontà fascista di costruire un Impero. Anche se la categoria classica dell’imperialismo in questo caso non è del tutto appropriata, dato che non lo si intende come una diretta derivazione di istanze contenute nello stato borghese precedente al fascismo, pare che Valette colga nel segno quando afferma: “Realizzare lo stato fascista nel senso pieno del termine significava creare un impero … l’espansione era necessaria per il fascismo” (“réaliser l’état fasciste au plein sense du mot signifiait créer un Empire… l’expansion était necessaire au Fascisme” (J. VALETTE, “Problèmes des relations internationales 1918-1949”, Paris, SEDES).

L’aspetto del prestigio internazionale, al di là delle motivazioni economiche, demografiche e psicologiche interne al regime, riveste un ruolo fondamentale. Probabilmente fuori tempo, anacronisticamente e senza considerare la mutata situazione internazionale del ‘900, nel 1935 l’Italia cerca quel “posto al sole”, che nel pensiero fascista le spetta di diritto, in una comunità internazionale che è ampiamente imperialista e razzista fin dal secolo precedente. Una conquista coloniale rappresenta indubbiamente agli occhi di Mussolini un traguardo di prestigio a cui l’Italia non può rinunciare. L’espansione è una necessità per il fascismo: affermarsi come grande potenza, esportare il modello fascista in Africa, creare un Impero che assicuri prosperità e rispetto alla madrepatria, è questo l’obiettivo della politica mussoliniana.

D’altronde, Pino Rauti, facendosi interprete del progetto fascista quale poteva essere nel 1935 scrive: “Etiopia quindi … , come liberazione da antichi complessi di inferiorità, come “spazio” anche psicologico e mentale da offrire alle nuove generazioni, come strada ai bordi della quale c’era il problema, difficile ma affascinante, della nostra presenza in tutto il Mediterraneo e al cui termine si profilava lo sbocco grandioso di una impresa da usare come test rivoluzionario per l’intero continente nero.

Là volevamo radicarci da grande potenza, radicandovi milioni e milioni di connazionali… E vendicare anche gli smacchi subiti prima, in quell’Africa verso la quale avevamo guardato tante volte ma senza mai riuscire a mettervi più di un timido piede, sempre pronto al dietro-front, e nella rivalsa delle sconfitte patite in malo modo, affrancarsi per sempre da tanti stati d’animo di inferiorità, da frustrazioni e complessi che dipingevano l’antica immagine dell’”Italietta” e dell’italiano eternamente con le pezze dietro, in giro a buscarsi per il mondo il pane, come una razza inferiore o incapace, o capace solo di prestazioni subordinate. Poesia? Retorica? Sogni? La storia vive anche di questo….” (P. RAUTI – R. SERMONTI, “Storia del fascismo” Vol. V, ROMA, CEN, 1977).

Sembra plausibile che in un’ideologia spiccatamente nazionalista e darwinista, quale quella fascista, rientrasse il progetto della costruzione di un Impero come affermazione decisiva della potenza nazionale. È chiaro che tale progetto rientra in una concezione geopolitica che vede l’espansione della potenza di una Nazione in senso prettamente spaziale. E questo era stato intuito dallo storico che più di ogni altro ha significato un punto di riferimento per i suoi successori: Gaetano Salvemini. Egli infatti, nella sua interpretazione della politica estera fascista come pura improvvisazione a fini propagandistici interni, aveva individuato prontamente ed in modo corretto che la “filosofia della violenza, il culto della guerra e la deificazione dello stato con il suo “fanatismo nazionalista”, la militarizzazione del sistema educativo ed il rifiuto di ogni forma di collaborazione internazionale, interpretata in chiave piuttosto social-darwinista quale lotta di tutti contro tutti… fascismo alla lunga, avrebbe significato guerra” (cit. da J. PETERSEN, La politica estera del fascismo come problema storiografico, Storia Contemporanea, III, 1972).

Non stupisce se durante il conflitto vi furono quindi vari episodi in cui i soldati italiani agli ordini di capi militari fascisti vennero più volte accusati dalla comunità internazionale di uso di armi proibite, quali le pallottole dum dum o gas ed agenti chimici quali l’iprite, e se dopo tanti anni siano ancora in fase di indagine storica e militare le efferate atrocità contro le popolazioni civili, verso le quali non si nutriva alcun rispetto umano, in quanto razza inferiore.

È triste, ma anche questo è stato il fascismo, e questo il risultato della sua politica e della sua cultura.

Nota:
“Alla conquista economica dell’Impero”, da cui sono tratte le immagini nel testo e la cover di questo articolo, è un gioco di tracciato con 95 caselle, variante del classico gioco dell’oca. Edito nel settembre 1937 dalle Officine dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche Bergamo per celebrare la conquista dell’Etiopia e la Fondazione dell’Impero.

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Contro violenze e iniquità: Camusso e Sabbadini a Ferrara per riaffermare i diritti delle donne

di Cristiano Zagatti, segretario generale Cgil – Ferrara

Virginia Woolf, intellettuale femminista britannica e convinta sostenitrice dell’uguaglianza tra i generi, scriveva che una donna deve avere soldi, cibo adeguato ed una stanza tutta per sé per poter scrivere, sottolineando come l’indipendenza economica ed intellettuale sia indispensabile per l’emancipazione delle donne.
Secondo il rapporto 2017 dell’Ocse “The Pursuit of Gender Equality: An Uphill Battle” sono stati identificati i tre ostacoli più importanti all’uguaglianza di genere: la violenza contro le donne; la disuguaglianza nella divisione del lavoro non retribuito, in ambito domestico; il divario salariale.
Quest’ultimo a livello internazionale, si definisce “Gender pay gap”, è calcolato sul salario medio lordo orario, e resta un tema decisivo nella lotta contro le discriminazioni, perché si porta dietro una mole di altre questioni. Dall’istruzione all’occupazione, dal welfare alle pensioni, dalla realizzazione in ambito familiare alle carriere professionali. Ecco perché quindi la contrattazione di genere diventa la vera protagonista del cambiamento, per il raggiungimento di una parità piena,
sostanziale, non solo formale.
L’ obiettivo è la parità, non solo dei diritti tra donna e uomo così come sancita dalla Costituzione e dalle altre leggi dello Stato, ma anche di valori tra i generi, mettendo in luce quegli aspetti lasciati in ombra da un’ ideologia che vuole la donna in una posizione di inferiorità. È per tutti questi motivi che abbiamo deciso di avviare a partire dal prossimo 8 aprile con un’ iniziativa pubblica alla presenza di Susanna Camusso e Linda Laura Sabbadini, un percorso di ricerca ed approfondimento, destinato a tradursi poi in una piattaforma programmatica in materia di contrattazione di genere. Perché solo riconoscendo e valorizzando le differenze, si pratica la parità, dando piena attuazione a quell’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale.
Mai come negli ultimi mesi, il sistema dei diritti e delle conquiste riconosciuti alle donne, dopo anni di lotte e battaglie civili e sociali, è stato messo in discussione dal dibattito politico e sociale che si è organizzato. Ed è per questa aggressione, che dobbiamo esserci donne e uomini, tutti insieme, a far sentire forte la nostra voce in piazza, anche nella giornata dell’8 Marzo.
Il processo di sviluppo è una responsabilità collettiva di uomini e di donne. Tanti, troppi sono i capitoli aperti, dalla violenza di genere al mancato rispetto delle leggi sull’interruzione di gravidanza e l’obiezione di coscienza; dalla disoccupazione, alle condizioni di lavoro e reddituali che di fatto ostacolano la maternità.
L’8 Marzo, non una festa, perché non ha la leggerezza di una ricorrenza, ma ha la profondità ed il valore di una giornata “storica” per i diritti delle donne e per la pace internazionale. Oggi più che mai con gli scenari di guerra globale e le migrazioni, che ci impongono di osservare tutte le sfumature oltre il giallo di una mimosa.
La Giornata Internazionale della Donna, non una festa, ma l’occasione del protagonismo delle donne e degli uomini uniti insieme in una giornata di riflessione, di impegno civile, politico e sociale, durante la quale ci si mobilita tutte e tutti per chiedere una società più equa, più solidale, quindi più giusta. Sapendo che, se sono le donne a progredire nei differenti contesti di sviluppo, sarà la società nel suo complesso a crescere.
Simone de Beauvoir disse: “Non dimenticate mai, che basterà una crisi politica, economica o religiosa affinché i diritti delle donne siano messi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete stare attente alla vostra vita.” Noi, le donne e gli uomini della Cgil, ci saremo per tenere alta l’attenzione, per non dimenticare mai, e per continuare a lottare ogni giorno fianco a fianco, insieme.
Buon 8 Marzo!

PER CERTI VERSI
Di calcio e di altre emozioni

Calcio e morte

Si muore di calcio
di calcio si muore
ancora
attorno al calcio
si muore
nel calcio
ululano i razzisti
contro quei neri
che ci sono anche
tra i loro? beniamini

è troppo presto
per riflettere
è forse troppo tardi
per agire

a chi rimarranno le mani
con i cerini?

In fondo la relatività

In fondo la relatività
Il principio di indeterminazione
I buchi neri
L’antimateria
Sono una cosa seria
Ma stanno tutti
Nei nostri magici
Incontri
Non certo una cosa deleteria
Ma si sa l’amore…
Per anime belle evanescenti…
No cari miscredenti
Quella durata
incommensurabile tra di noi
È la vita
L’aratura
La trebbia
La vendemmia
Il polline puro
Sopra la morte
No cari è luce
Non bestemmia

Quando mi manchi

Quando mi manchi
Così come l’acqua a un delfino
Il mondo si terremota
E mi schiaccia sul capo
Una lastra di nulla
Il tempo mi opprime
Lo spazio si abissa
E io mi frastaglio
In baie di pianto
Poi rido
Come un veliero
Insabbiato
Poi le lacrime mi bagnano
Il volto
Come neve sciolta
Sulla roccia
Lo stomaco duro
Mi atrofizza
Le speranze
Illune
Poi
Poi
Ti ritrovo tra le carte
Come dune
E sento
La tua pizza
Che profuma

Ferrara città aperta

È difficile condensare in poche righe le riflessioni per una Ferrara futura. Ci provo, scrivo alla Città che vogliamo per dirle che vorrei Ferrara fosse la città dell’ebreo antifascista Giorgio Bassani. O meglio vorrei che la città prendesse dalla sua opera i temi dell’esclusione e della discriminazione e li capovolgesse: se Bassani testimonia per gli esclusi e i discriminati, allora la città che vogliamo – l’antidoto – è quella dell’apertura e della costituzione antifascista.
Mi sembra un buon punto di partenza, tuttavia per l’apertura non basta.

Occorre il linguaggio. Occorre una città in cui chi amministra si chieda costantemente come abbattere le barriere tra cittadini, come diminuire la distanza, attenuare i confini e i divari, come rendere imitabili, democratizzabili le buone pratiche di cittadinanza, gli stili di vita virtuosi, ed eliminare le forme di dominio o privilegio.
Per questo serve investire sul linguaggio: cultura, lingue, sport, arte, musica, cibo, scuola, saperi. Occorre per i bambini una politica della gratuità e dell’accessibilità a tutte le principali forme di linguaggio, che è capacità di esprimersi e comunicare, di partecipare, di coinvolgere. Il linguaggio è autonomia e educazione, costruzione di senso e ponte verso gli altri.

Ancora, una città come Ferrara può costruire un laboratorio politico-culturale permanente, fucina di confronto multidisciplinare in grado di rispondere alle esigenze cittadine attraverso l’analisi di caratteristiche e condizioni del luogo, questo per produrre idee e soluzioni mirate, efficaci, e per non esser preda di confuse emulazioni e mode posticce importate puntualmente dall’esterno o dalle tv. Ci sarebbero, a questo proposito, in pochi chilometri quadrati, enormi saperi e capacità, sono chiuse però in compartimenti stagni (università, studenti, scuole, associazioni). Alla politica il compito di liberarli, di trattenere i numerosi laureati, facilitando l’interazione e la partecipazione.

Tutto questo è possibile, a patto che Ferrara abbia presente, difenda e consolidi il suo immaginario collettivo. Se la città è stata così ben rappresentata nella storia della cultura italiana, credo lo si debba al suo corpo, alla sua comunità di vivi e defunti. Stiamo parlando di qualcosa che la rende unica e speciale, che sarebbe imperdonabile non tutelare e divulgare.
Custodire quindi i suoi luoghi, la memoria, renderli vivi e accessibili senza stravolgerli, e nel contempo difenderli dal turismo di massa, dalla ricerca puerile di uno sviluppo distruttivo.
Conosciamo l’aridità prodotta dal grande turismo e dalla grande industria. Abbiamo visto i luoghi più ricchi moltiplicare disuguaglianze e violenze, ingiustizie, incertezza. Li abbiamo visti trasformarsi in luoghi angusti, di indifferenza, odio e xenofobia.
Direi di provare altre strade.
Bisogna visitare Ferrara, certo, e farlo perché non è Firenze, né Venezia. Visitarla perché magari ha un’altra idea di mondo: basata su più spazio e più tempo, su più capacità di autodeterminazione (alloggi, affitti e mobilità, istruzione a basso costo, solidarietà, cooperazione).
Un giorno, chissà, forse sarà non più ricca ma più avanzata e giusta in termini ecologici e di risparmio energetico, nel rispetto del territorio, nella sinergia con la ruralità circostante e con le imprese che si occupano di profitto sociale, nella riduzione dell’orario di lavoro, nel bilinguismo, nell’assenza di sfruttamento, nella capacità conviviale.
È chiaro che mi rivolgo a chi amministra, e a quel che resta della sinistra ferrarese. I punti toccati presuppongono il riappropriarsi della dimensione “politica”, mi riferisco alla dimensione ideale, teorica, alla critica della società propria di una politica alta; perché politica è, sì, amministrare, ma anche combattere idealmente e concretamente per ciò in cui si crede.

Donna e violenza

di Grazia Baroni

“Non desiderare la donna d’altri” è il nono comandamento dei dieci che Mosè ricevette sul Sinai circa 1.300 anni prima della nascita di Cristo e che sta a evidenziare come nella cultura di tutte le civiltà fosse normale considerare la donna come qualcosa da possedere, come qualunque altra cosa.
Già Michelangelo aveva capito che Mosè doveva essere considerato uno dei Padri della civiltà umana, dopo Gesù e sua madre che l’aveva partorito, perché con quelle tavole aveva fornito lo strumento essenziale per la realizzazione della convivenza umana, ponendo il limite sotto il quale non si può andare se non ritornando a una dimensione di violenza che di umano non ha le caratteristiche.
Le tavole della Legge erano la testimonianza fisica e culturale che il popolo eletto era diverso da tutti gli altri perché il loro Dio era il Dio dei viventi, creatore della vita in tutte le sue forme come bene assoluto, qualità che caratterizza il Dio ebraico-cristiano distinguendolo da tutti gli altri che o vengono dal caso o devono spartirsi il bene e il male in pari misura.

Sono passati 3.300 anni e questo messaggio comincia solo ora ad essere efficace nella relazione uomo-donna.
Le recenti denunce degli abusi perpetrati sulle donne da uomini potenti sono indizi che dimostrano che un salto di civiltà è in atto, che stiamo acquisendo una maggiore consapevolezza del valore di ogni essere umano a prescindere dal suo genere. Bisogna incominciare a prendere coscienza del livello di consapevolezza al quale siamo arrivati, altrimenti si perde l’occasione di trasformare questo momento in un cambiamento definitivo del rapporto uomo-donna.

In quanto donna sento il dovere di sottolineare il fatto che queste denunce non sono solo l’atto di coraggio di alcune di noi, ma il segno di un cambiamento culturale in atto: il fatto di non considerare più le donne come fossero cose.
Le donne cominciano a riconoscersi come un valore e non sono più disposte a sminuirsi.
Riconoscere questo come un salto culturale può portare a rompere gli schemi che, secondo me, stanno alla base dei ‘femminicidi‘, che sono ancora in un numero spropositato. Il meccanismo di cui parlo è quello primitivo e animale che pone il valore del maschio nella sua supremazia sugli altri, infatti il ‘femminicidio’ si compie appunto quando il maschio si sente depauperato nella sua dignità dal fatto che la donna lo respinge, che dimostra di poter fare a meno di lui. Di conseguenza, sentendosi distrutto nella qualità che è per lui essenziale, la ammazza per salvare la stima di sé.
Cominciare a dire che il valore dell’essere umano è di essere unico, libero e creativo, permette di smontare tali modelli primitivi.

Come sono stati tramandati i dieci comandamenti? Non sono stati letti come uno strumento di liberazione dell’uomo dalla condizione animale, né come una dimensione antropologica dell’essere umano, ma come una limitazione morale, come una norma di comportamento finalizzata al non dispiacere al Dio padre-padrone. Per questo motivo c’è voluto tutto questo tempo per giungere a poter fare questo salto, perché il cambiamento dalla concezione di Dio da padrone a padre si sta realizzando solo in tempi recenti. Prendere sul serio la natura del Divino come Padre è importante perché, storicamente, l’uomo ha definito la qualità della propria natura e della propria condizione, prendendo come valore assoluto cui fare riferimento la natura e la qualità del divino.

Il verbo desiderare degli ultimi due comandamenti, secondo me, sta a indicare che le Tavole sono state concepite come una proposta culturale, come una nuova concezione antropologica, non come norma morale. Per questo le Tavole definiscono una nuova cultura, pongono le linee essenziali di una nuova civiltà, questa volta umana.
Il concetto del desiderare richiama l’aspirazione che caratterizza il fondamento su cui l’uomo si riconosce nella propria umanità e non il desiderio come mera pulsione fisiologica. Il desiderare la donna sottintende un concetto di sé animale, che equipara la donna alla cosa, quindi indegno dell’uomo figlio del Dio padre.

Dopo 2000 anni di Cristianesimo e 300 di Illuminismo che ha liberato l’uomo dalla dipendenza dal divino, sarebbe il momento di raccogliere l’eredità di questa evoluzione; uscire dalla preistoria umana e iniziare un nuovo umanesimo nel quale ciascuno sia consapevole del proprio valore perché si riconosce unico nell’universo, e perciò libero e capace di rinnovare il mondo con la propria creatività, rendendolo migliore.
Infatti, la nuova originalità di ciascuno diventa un nuovo spazio di libertà per tutti.

Grazia Baroni è nata e vive a Torino ed è laureata in Architettura e Storia dell’Arte e ha insegnato presso le Scuole superiori per quasi 30 anni. Ha partecipato a numerosi gruppi di ricerca legati all’insegnamento ed è attiva presso l’Associazione Famigliare Novacana e, dalla sua nascita, con Il Gruppo Molecole.

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, volto creare e conoscere, dialogando con altre molecole positive, e quindi porsi come elemento catalizzatore del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora (Pavia), dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicitazione delle proprie potenzialità e, successivamente, costruire processi di interazione e sviluppo positivi.

Equivoci mediatici: il Prozac per combattere il terrorismo

Continuando a ribadire che non esiste il “terrorismo ma esistono solo squilibrati” si rischia una pericolosa criminalizzazione nei confronti di chiunque abbia problemi di natura psichiatrica o psicologica.
Basta seguire i Tg e gli approfondimenti politici immediatamente successivi agli attentati, per notare la tendenza a “privilegiare” l’indicazione “psichiatrica”, dimenticando troppo spesso che il terrorismo ha le sue basi nell’ideologia, non nel disagio.
Il voler difendere gli estremisti musulmani a scapito dei malati mentali è allucinante! Basterebbe semplicemente ammettere la verità, senza voler “sdrammatizzare” a tutti i costi. Non è possibile negare che coloro che commettono crimini o violenze credono che “Dio è dalla nostra parte” e mai “dalla parte dell’altro”. La religione, rappresenta una copertura o una causa? La cittadinanza, l’appartenenza politica, lo status economico, ecc. possono cambiare, ma raramente cambiano le proprie credenze religiose.
Non si possono ignorare alcuni dei fattori nella politica globale, di oggi, che hanno generato forti sentimenti contro l’Occidente, tra i molti musulmani nel mondo. Per esempio, la cosiddetta ” guerra al terrore” di Washington, in base alle quali furono condotte invasioni e attacchi militari che portarono all’uccisione di decine di migliaia di innocenti in Iraq, Afghanistan e parti del Pakistan, ha fornito un pretesto ai gruppi estremisti islamici per lanciare attacchi terroristici.
Insistere sulle malattie mentali, anche la più innocua e diffusa come la depressione, non serve a combattere il terrorismo ma ad emarginare ancor di più soggetti affetti da questi problemi.
Stiamo vivendo una difficile situazione economica che porta spesso alla disoccupazione: molti perdono il lavoro e non riescono a trovare un’alternativa e quindi diventano a rischio di depressione, e questo ne farebbe dei potenziali criminali o stragisti?
Vi è il rischio di dirigersi oltre la legittima esigenza di capire a fondo il problema del terrorismo, finendo per diffondere ulteriori pregiudizi traslandoli dal campo religioso a quello della salute mentale. A quanto pare, siamo in balia di un’epidemia di malati mentali travestiti da Jihadisti. Sarà il Prozac l’arma definitiva contro il terrorismo?

Milioni di persone in piazza contro Trump.
La marcia rosa che ha infiammato il mondo

di Giancarlo Balsano

“Grazie ai milioni di persone che oggi, 21 Gennaio, sono venuti tutti insieme per protestare contro la violazione dei nostri diritti. Adesso è arrivata l’ora di riunirci tutti insieme con i nostri amici, famiglie e comunità per fare la storia”. Questa è la frase di ringraziamento, pubblicata sul sito ufficiale di ‘Women’s March’, in merito alla grandissima partecipazione dei manifestanti. Dopo le innumerevoli esternazioni sessiste e maschiliste del neopresidente americano Trump, milioni di donne, bambini, uomini e anziani sono scesi in piazza protestando contro ogni discriminazione di genere, per difendere i diritti delle donne e per contrastare la salita al potere di Trump. ‘La marcia rosa anti-Trump’ è partita da Washington DC e oltre a toccare le città statunitensi, è arrivata anche in Europa, a Londra, Parigi, Berlino e Roma. Ma ha raggiunto anche l’Asia e l’Australia. Caotica ed emozionante è stata l’atmosfera, in quanto il 21 gennaio le grandi città di tutto il mondo erano invase da persone di ogni sesso e di ogni ceto sociale che protestavano pacificamente per l’affermazione dei diritti sulla parità di genere.

Agghiaccianti sono state le innumerevoli testimonianze di alcune delle donne che hanno partecipato alla marcia e che hanno voluto raccontare la loro esperienza di vittime di abusi. L’Istat conta circa 7 milioni di donne “che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale”. Si fa riferimento alla violenza domestica, a molestie, ad abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali esposti in luoghi pubblici e sul posto di lavoro. Molteplici sono i danni fisici, ma più dolorosi, incessanti e penetranti sono quelli psicologici. Depressione, ansia, fobie, attacchi di panico e sensi di vergogna e colpa sono le principali conseguenze psicologiche e comportamentali della violenza sulla salute delle donne. Più eclatante è il fatto che la violenza sulle donne, è uno dei fenomeni sociali più nascosti, in quanto esse hanno timore di esporsi, a causa di un amore cieco o dalla vergogna degli atti subiti.

Anche i social networks sono stati conquistati da numerosissimi post, raffiguranti foto e video della manifestazione e le Celebrity Stars, a partire da Miley Cyrus fino ad arrivare a Madonna, non si sono di certo risparmiate a postare commenti contro la violenza di genere. Snapchat, uno dei social networks più utilizzati al momento, ha persino dedicato una storia a questa famosissima ‘marcia rosa’ e notevoli sono state le visualizzazioni sulle pagine web che si sono dedicate a questo evento così toccante e commovente.

I milioni di individui che hanno preso parte a ‘La marcia rosa anti-Trump’ hanno avuto il coraggio di difendere a spada tratta le loro idee, perché “non è il silenzio che ci protegge”. La violenza contro le donne è un fenomeno ampio e diffuso e oltre a sensibilizzare le donne a denunciare gli atti subiti, bisogna promuovere leggi vere ed autentiche a nome di tutte coloro che decidono di denunciare i maltrattamenti, spesso senza essere ascoltate.

(Giancarlo Balsano è iscritto alla classe V, sezione L, del Liceo G. Cevolani di Cento e frequenta il corso di giornalismo della scuola)

Webcam nelle scuole: l’educazione sorvegliata!

di Loredana Bondi

Il giorno 20 ottobre 2016 è stato approvato e licenziato dalla Camera dei deputati il disegno di legge “Misure per prevenire e contrastare condotte di maltrattamento o di abuso, anche di natura psicologica, in danno dei minori negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia e delle persone ospitate nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità”. Nonostante sia ancora in corso di approvazione definitiva da parte del Parlamento, ne è stata data un’ampia diffusione mediatica, anche se con accenti e dichiarazioni non sempre completi dei dovuti approfondimenti.
Come rappresentante ferrarese del Gruppo nazionale Nidi e Infanzia, ritengo doveroso evidenziare la mia profonda preoccupazione sugli aspetti non trascurabili che questo disegno di legge porta avanti, soprattutto per le premesse e condizioni che lo stesso provvedimento, qualora applicato, potrebbe inevitabilmente ingenerare sull’intero sistema educativo.
Vorrei perciò proporre alcune riflessioni e questioni, prima che il ddl giunga al Senato per la valutazione di competenza e valutazione finale.

Certamente – come sostiene la pedagogista Sandra Benedetti del gruppo nazionale in un recente approfondito intervento – gli episodi di violenza sui bambini praticate in alcuni servizi educativi salgono agli onori della cronaca e riempiono le testate dei giornali, i blog, arrivano come un pugno chiuso nello stomaco di chi legge e vengono percepiti al pari di qualsiasi atto di violenza a cui si assiste nei luoghi attraversati da guerre e catastrofi. Solo che in questo caso i luoghi in cui si praticano queste violenze sono luoghi situati in contesti pacifici, considerati affidabili e pertanto percepiti come al di sopra di ogni sospetto, luoghi e persone ai quali i genitori affidano le persone più preziose: i bambini piccolissimi, incapaci di esprimere il proprio dissenso, impossibilitati a difendersi, in una fase della crescita in cui stanno strutturando, attraverso la relazione con gli adulti, i coetanei e il contesto, i fondamentali sui quali costruire i propri riferimenti simbolici, emotivi, cognitivi.
Non posso che condividere il grande malessere su questi fatti, ma contemporaneamente, constato che dietro la vicenda di cronaca che viene presentata attraverso i media, parte la generalizzazione del ‘sistema malato’ e l’indicazione ineludibile del correttivo: il controllo serrato su tutti i servizi, attraverso strumenti come le telecamere, ritenute risolutorie per l’intercettazione dei gesti di violenza perpetrati sui bambini. Su questo genere di soluzioni non si può che avere una valutazione negativa, perché questi interventi non porterebbero altro che a minare il sentimento di fiducia fra genitori e personale educativo, sentimento costruito su un preciso patto che va reso esplicito e monitorato sempre.
Mi piacerebbe però che su questi fatti il personale educativo, i coordinatori pedagogici, gli insegnanti e i dirigenti scolastici si esprimessero e, nel contempo, avessero la forte determinazione di sottoporre prima di tutto al loro interno, alle famiglie, oltre che ai referenti politici locali di Parlamento e Governo, una serie riflessioni sul contenuto di questo ddl che, a mio avviso, non coglie adeguatamente l’inopportunità e la pericolosità delle soluzioni che propone.

Dovrebbe essere impostata, altresì, una riflessione generalizzata, di carattere nazionale, sul sistema educativo, nella direzione non solo della predisposizione di percorsi di studio per il raggiungimento di specifica professionalità da parte degli educatori e del personale della scuola (solo in parte già definita), ma della necessaria, continua e obbligatoria formazione in servizio, del rispetto dei contratti sia da parte di chi opera, sia da parte dei datori di lavoro, perché un’attività così profondamente delicata e difficile deve essere governata con il massimo delle garanzie. L’orario di lavoro, le compresenze orarie del personale, il rapporto numerico insegnante-bambini, il confronto sistematico su modelli educativi e pedagogici, la definizione di precise responsabilità, il reale controllo di qualità del sistema: sono aspetti ineludibili della qualità dell’ambiente formativo, cui va affiancato un serio sistema di controllo gestionale, organizzativo e pedagogico, che non può certo essere basato sulla sfiducia preventiva dell’azione educativa e sullo ‘spionaggio investigativo’ a mezzo di telecamere installate nei locali delle scuole, così come previsto dal disegno di legge in oggetto.
Uno dei requisiti fondamentali su cui si fonda il patto educativo tra il servizio e le famiglie è proprio la fiducia reciproca che, ovviamente non è data in natura, ma va conquistata attraverso la constatazione che il luogo e le persone cui i bambini vengono affidati, corrispondono davvero ai requisiti dichiarati dall’ente gestore (Comune o altro soggetto privato a cui è stata concessa la gestione del servizio in convenzione o in appalto).

Quello che manca nei servizi e che porta verso queste inconcepibili situazioni è di fatto l’assenza di una gestione comunitaria del servizio educativo. Il controllo è un punto fondamentale e dirimente di tutti i servizi rivolti alla persona, tanto più quando essa è fragile e non può o riesce a difendersi. Questo controllo però non deve essere praticato con la telecamera, che è un modo molto rapido di risolvere il problema e non evita di certo l’atteggiamento increscioso di chi pratica violenza, poiché nel momento in cui lo rileva, il gesto è già compiuto. Occorre fare leva piuttosto sulla cultura della valutazione permanente del lavoro di cura, che si esprime a più livelli e che deve contemplare alcuni punti fondamentali, indispensabili per la qualità minima dei servizi educativi, sia pubblici che privati. Il concorso di più fattori costa molto di più in termini di impegno e richiede una esplicita scelta di campo, anche di natura politico-sociale. Alla logica del controllo basato sul pregiudizio e sulla presunta sfiducia che è sottintesa dall’uso della telecamera, è indispensabile sostituire la pratica della valutazione pedagogica, che chiama in causa più attori e li induce a svolgere ciascuno il proprio ruolo.
Si tratta di un tema troppo delicato e complesso, indubbiamente grave e che non va assolutamente sottovalutato, nonostante la casistica limitata, ma ritengo che non possa assurgere ad ‘allarme sociale’ a cui dare come unica soluzione la risposta dell’installazione della video sorveglianza in ogni scuola. Per questa ragione allora, in base a quanto emerge dai dati nazionali, dovremmo installare le telecamere anche in ogni casa, dal momento che la maggioranza delle violenze sui minori viene perpetrata fra le mura domestiche!
La proposta di legge, il cui contenuto è sicuramente stato amplificato a dismisura dai media, punta a incrinare un sistema complessivo che, per colpire il grave e deviante comportamento di un singolo, colpisce un intero contesto sociale, utilizzando strumentalmente l’argomento della legalità: fa passare il messaggio che, senza il controllo a distanza, nulla emergerebbe e i violenti rimarrebbero impuniti.

Perché non proviamo a riprendere in mano seriamente il problema dell’educazione, dei principi fondamentali alla base della professionalità educativa? Perché proprio ora che si sta discutendo a livello di Regione Emilia Romagna, la cui legislazione in materia è sempre stata all’avanguardia, non solo in Italia, ma a livello internazionale, il nuovo testo di legge proprio sui servizi educativi, sembra sia sottovalutato il sistema di valutazione della qualità, ridotta a valutazione interna al contesto educativo? Certo il processo di valutazione delle attività va costantemente monitorato all’interno del sistema educativo, ma sia il gestore pubblico, che il soggetto gestore privato – che dev’essere accreditato – devono soggiacere anche a una valutazione terza, a un controllo esterno, che mettano seriamente in evidenza tutti gli aspetti organizzativi, gestionali e pedagogici. In questo percorso, l’Ente pubblico ha l’obbligo della governance, termine molto usato e non sempre praticato. E, nel contempo, con strategie adeguate, si devono coinvolgere necessariamente i genitori come attori reali di questo processo.
Penso che sia importante non tacere sul fatto che sono necessari confronti non solo mediatici, ma reali, nella vita comune di ogni giorno, nella scuola, nelle aule consiliari, nelle associazioni culturali e politiche, nelle famiglie, a livello di cittadinanza. Purtroppo, questo è tutto un altro discorso, che ha a che fare con le attuali condizioni sociali e politiche e la cultura stessa del nostro paese che, pur presentando ancora delle eccellenze, sta perdendo di vista valori come il saper ascoltare, la collaborazione, il confronto e la solidarietà, che si nutrono di onestà morale e intellettuale, non di superficialità e indifferenza.
Non sono certo riflessioni nuove, ma l’emergenza della situazione impone un nuovo percorso generale di “riappropriazione” di dignità di un lavoro indispensabile come quello dell’educare.

moretti-jarach

Aldrovandi e Jarach, madri coraggio

Ho qui davanti a me due madri coraggio di brechtiana memoria. Patrizia Moretti Aldrovandi è ben conosciuta in questa città abbastanza codarda, nella quale ha sparigliato le carte, sociali ma pure politiche, di una collettività omertosa, dai silenzi complici e acquiescenti con il potere, qualsiasi potere, purché sia potere: non è esagerazione letteraria, qui la famiglia insegna la cultura della birra condita con un poco di pusillanimità, tanto per fare le ossa dei pargoli e instradarli su una luminosa servile carriera. Patrizia ha difeso con i denti la memoria del suo ragazzo, Federico, poco più di un bambino, massacrato da quattro omicidi in divisa quasi sotto casa. Vera Vigevani Jarach, italo-argentina di 86 anni, sveglia come una ragazzina, è la madre di una studentessa di 19 anni desaparecida: far sparire la gente che non era d’accordo con la politica (e la società) del potere era il marchio di fabbrica dei golpisti argentini. Come si chiamava sua figlia? Vera Vigevani mi guarda quasi con aria d sfida: “come si chiama, non come si chiamava, si chiama Franca”.

Le due madri siedono una di fronte all’altra nella hall di un albergo cittadino, non hanno bisogno di spiegarsi, il loro è un dolore comune a tutte, o quasi tutte, le donne, a cui sia stato rubato un figlio, è un dolore che non si elabora (orribile termine ora di moda), non si elabora nulla, il dolore rimane dolore, sofferenza pesante, inconsolabile, i preti dicono tuo figlio è in cielo, intanto non c’è più quella carne della tua carne, quell’anima della tua anima, quella voce della tua voce che continua a chiamarti di notte, nel sonno, di giorno, quando mangi, perfino quando fai l’amore.

“Ho saputo della tua storia stamane – dice Vera rivolta a Patrizia – qui è stata la polizia, in Argentina è stato l’esercito. Fu pochi mesi dopo il golpe del 24 marzo del 1976. Franca è uscita di casa e non è più tornata. Certo, lei era contro il regime golpista, allora tutto il mondo era scosso da fremiti libertari. E’ cominciata così questa storia, che non è mai finita.”
“Ma è la storia – la interrompe Patrizia Moretti – che è stata d’esempio per noi, anzi per tutto il mondo”
“La giunta militare – riprende Vera Vigevani – combatteva le idee nate in una società in effervescenza. Ha tentato in ogni modo di fermarci, ma noi abbiamo chiesto aiuto a tutti, poi, dopo un anno, abbiamo deciso di scendere in piazza e siamo diventati un movimento di resistenza”.
“Si – dice Patrizia – l’esempio vostro mi ha sostenuto, anch’io, all’inizio, credevo che fosse inutile chiedere giustizia e non è vero che la gente non ci ascolta, abbiamo tante madri e sorelle che sono diventate la nostra forza”.

Ma la città, o, meglio, la società borghese di questa città non ha mosso un dito, anzi – dico rivolto a Patrizia – un silenzio vergognoso…
“Si – riprende la mamma di Federico – ma le donne che mi stanno vicino, quelle che hanno avuto un figlio nella pancia, sanno quanto vale una vita e il silenzio degli altri è la negazione della vita. Mi sono accorta, comunque, che c’è tanta brava gente, anche dentro le istituzioni”.
“ Noi – racconta Vera Vigevani – abbiamo formato un comitato e abbiamo cominciato a raccogliere le denunce per controbattere un potere che diceva basta processi, faceva leggi per ridurre la società al silenzio e diceva non ci sono colpevoli, tant’è che liberavano anche i militari che erano stati accusati. Ora, da due anni, sono in corso molti processi, ma noi non ci arrendiamo, abbiamo pazienza, dicono di perdonare: no, non perdoniamo”.

“Nemmeno io posso perdonare – sussurra Patrizia – non potete immaginare che cosa provi io quando esco per strada e vedo due dei quattro assassini liberi, li incontro e li vedo liberi, come se nulla fosse accaduto” . Poi si rivolge a me: chiedevi del silenzio mafioso della borghesia? Ci ha ferito molto e, purtroppo, la parrocchia è stato il luogo dove l’omertà è cresciuta”.
“Devo dire – afferma Vera – che in Argentina l’omertà è stata vinta…”
“Si, è vero – prosegue Patrizia – anche qui nelle istituzioni, come dicevo, c’è gente con una coscienza, ma io rimango abbastanza pessimista“.

Vera Vigevani ha una lunga storia di persecuzioni alle spalle, nel 1939, quando vennero approvate le leggi razziali, la sua famiglia – erano ebrei – dovette lasciare Milano e fuggire in Argentina, ma il nonno, Ettore Camerino, fu preso e deportato ad Auschwitz, dove morì: Vera aveva allora 11 anni. “Cosa vuoi – dice rivolte a Patrizia – è la storia del potere prevaricatore. Il genocidio è un’antica prassi, benedetta da uno strano dio, “el Dio de la casa”, lo chiamavano i conquistadores”
Eccolo qua il dio della violenza: “C’è una volontà nella società di fare il male – dice Patrizia – e per troppa gente questa volontà è la forza di chi sostiene la guerra contro la ragione e la solidarietà. Sì – afferma con forza Patrizia – questa guerra corrompe la pace…”.

Saluto queste due madri-coraggio, mi sembra che la voce loro sia quella di quei due figli che hanno portato nel ventre per poi uscire al mondo e diventare carne per i carnefici.

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