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violette profumo

Luglio 1959 – La Violetta di Parma

 

In luglio la maturità di mia madre Anna terminò e lei si diplomò. Allora il diploma dell’Istituto magistrale era abilitante e permetteva alle neo-maestre di iniziare subito la carriera di insegnante.

In settembre, posti disponibili permettendo, avrebbe potuto cominciare ad insegnare alla scuola primaria di primo grado (che allora si chiamava semplicemente scuola elementare).

Intanto era luglio e a scuola non andava nessuno. Mia madre passò quell’afoso mese estivo nel negozio della nonna Adelina, vendendo spagnolette, bottoni e passamaneria.

Il negozio era fresco e aveva un profumo intenso dato dagli oggetti là stipati pronti per essere venduti e dall’umidità che trasudava dai muri. Il connubio era interessante, l’umidità tratteneva gli odori del negozio e in parte li trasformava, rendendo quel posto inconfondibile.

È proprio l’odore che rende i luoghi unici. Basti pensare all’odore di polvere, fiori e incenso che caratterizza le Chiese, all’odore di disinfettante, medicinali e minestra che caratterizza gli ospedali, all’odore di carta e gesso che caratterizza le scuole.

Esistono poi luoghi particolari che hanno odori unici e riconoscibili solo per ciascuno di noi. Mi viene in mente il ‘cantinetto’ della vecchia casa della nonna Adelina, che aveva un odore forte di umidità mischiata all’odore morbido dell’olio e a quello fortissimo delle botti di vino, o all’odore riconoscibile e festaiolo della mia cucina quando è appena stato fatto il ripieno di zucca per i tortelli natalizi (ingredienti: zucca, cotognata, amaretti, noce moscata, formaggio e scorza di limone). Quell’odore di zucca sa per me di ritorno a casa, di festa, di parenti, amici, ricordi, di sospensione del tempo ordinario per assaporare il momento dell’incontro.

Sa di punto d’arrivo in cui si fa la somma degli eventi successi e si cerca di tirare un rigo per vedere se il totale è positivo o negativo. Sa anche di attesa per il futuro, per una una ripartenza inevitabile, piena di insidie e sfide, perché così è il rientro nel tempo quotidiano, nel mondo di tutti dove si consuma buona parte della nostra vita su questa imprevedibile e tumultuosa terra.

Nel negozio della nonna, nella parte posteriore del banco di vendita, c’era un reparto con le boccette di profumo. Il banco aveva due grandi cassettoni laterali e uno piccolo centrale. In quello centrale c’era la cassa, in quello più vicino alla stanza chiamata stufa c’erano i profumi e in quello dalla parte verso l’ingresso del negozio c’erano elastici, bottoni e cerniere variopinte.

Le boccette di profumo erano tutte di vetro col tappo di metallo. Le più belle avevano la scatola di cartone mentre le altre erano nude. Il vetro era pesante e a volte colorato.

violetta di parmaTra i profumi più venduti c’era la Violetta di Parma che aveva la bottiglietta trasparente, il tappo viola e un’etichetta con disegnate le violette. Una fragranza apprezzata ancora oggi, soprattutto dalle nonne. Un profumo che a me ricorda la primavera e Adelina.

Fu Maria Luigia D’Asburgo, seconda moglie di Napoleone Bonaparte, amante delle violette che a Parma fioriscono in molti giardini, a battezzare la nascita di questa fragranza.

Proprio lei sostenne le ricerche dei frati del Convento dell’Annunciata che lavoravano sui distillati vegetali. I frati, dopo un lungo e paziente lavoro, riuscirono ad ottenere dalle violette e dalle loro foglie un’essenza molto simile a quella dei fiori appena sbocciati.

Nel 1870 Ludovico Borsari [Qui] acquistò dai canonici la formula segreta per la preparazione di quel profumo. Borsari ebbe per primo la coraggiosa idea di farne una produzione da offrire ad un pubblico vasto. Fu un grande successo.

lavanda coldinavaIl secondo, e più prezioso, profumo venduto dalla nonna Adelina e da mia madre era la Lavanda Coldinava.  Aveva la bottiglietta di vetro trasparente, leggermente bombata e il tappo viola. Sull’etichetta, anch’essa viola, era disegnata una contadina con un cesto di lavanda appena raccolta sulla schiena.

La sua formula è rimasta immutata nei decenni. Nel 1932, la ditta Niggi [Qui] diede vita ad una larga produzione di colonia alla lavanda, raccogliendo una tradizione artigianale diffusa fin dal primo dopoguerra nell’entroterra ligure, al di là del colle di Nava. Da qui il nome.

Questo secondo profumo era più costoso e, poche delle clienti del negozio della nonna, potevano permetterselo. La vendita aumentava in occasione di qualche evento particolarmente significativo per la comunità: un matrimonio, l’arrivo del Vescovo, la festa della Madonna d’ottobre e qualche viaggio particolarmente lungo per andare al funerale di un parente defunto, le cui spoglie erano deposte in un cimitero lontano.

Il viola usato per dipingere l’etichetta della Violetta di Parma e quello usato per la Lavanda Coldinava erano uguali, la stessa tonalità di colore e lo stesso potere evocativo legato al ricordo dei fiori che, in campagna, tutti avevano visto sbocciare.

Quel bel viola chiaro, caratterizzava le etichette delle boccette di profumo e abbelliva di colore il cassetto della nonna Adelina. Ogni volta che si apriva il cassetto, il profumo si diffondeva per tutto il negozio.

Le essenze si mescolavano all’aroma degli altri prodotti allineati sugli scaffali del negozio e diventavano un tutt’uno che comprendeva l’odore dei fili di cotone, del sapone, dello shampoo sintetico in busta, del dentifricio al fluoro in tubetto, della cipria e del talco, della crema per le mani alla glicerina e della pasta Biancardi.

pasta biancardi pomataLa Biancardi era una poltiglia bianca che si metteva sulla pella per non abbronzarsi. Nel 1959 era molto ricercata perché nessuna donna voleva avere la pelle scurita dal sole. La pelle scura era un segno di appartenenza ad un ceto sociale ‘basso’, rivelava chi d’estate passava il suo tempo lavorando nei campi.

leocremaNel negozio della nonna si vendeva anche la Leocrema che ha mantenuto la stessa composizione e la stessa confezione fino ad oggi.

C’era poi il reparto cartoleria con i quaderni che servivano ai bambini per andare a scuola. Le copertine dei quaderni erano mono-colore e non esistevano figure disegnate che potessero indirizzare la vendita verso un prodotto piuttosto che un altro.

Nel negozio erano inoltre esposti altri articoli non molto richiesti. Stavano lì più per riempiere tutti gli scaffali che per rispondere alle esigenze delle persone di Cremantello che frequentavano il negozio.

Una merceria con alcuni scaffali vuoti non era bella da vedere, per questo la nonna Adelina aveva sapientemente posizionato vasetti, imbuti e piccoli attrezzi da giardinaggio che non comprava quasi nessuno, ma che completavano l’estetica di quel negozio rendendolo vivo e bellissimo.

Per incartare i prodotti acquistati dai clienti, mia nonna e mia madre usavano fogli di vecchia carta.

Poco distante da casa loro abitava un signore che faceva il venditore di giornali. Andava sempre in giro con una bicicletta arrugginita sui cui erano sistemate due sacche di cuoio piene di quotidiani e riviste da vendere. Se qualcuno voleva acquistare un giornale, doveva uscire per strada e urlare ad alta voce: “Pinara fermati! fermati! fermatiiiii!!! Voglio comprare un giornale”.

A quel punto Pinara tornava indietro e ti dava il giornale che volevi o, in alternativa, quello che era disponibile quel giorno. Tantè, qualche notizia la si capiva comunque. A volta te lo consegnava in mano, mentre altre, se aveva fretta, te lo lanciava con una certa precisione.

Pinara e sua moglie Carolina vivevano ina una casa fatiscente, una specie di catapecchia piena di mobili e suppellettili preistoriche ed erano degli antesignani giornalai.

Marito e moglie facevano inoltre parte di quella curiosa e non troppo diffusa categoria di persone che dicono “pioverà”, quando vedono dei nuvoli neri in cielo e “si vedranno le stelle cadenti”, quando è agosto e fa molto caldo. Dei profeti nostrani che sapevano propinare oracoli efficaci e facevano promesse molto veritiere, anche se inutili.

Vivevano al limite del decoroso, erano poverissimi, senza contratto di lavoro, ferie, pensione e sanità gratuita. Senza niente da ereditare e senza figli a cui lasciare tutta la loro carta. Questi erano i giornalai del 1959, queste le loro condizioni di vita considerate allora normali.

Pinara e Carolina regalavano alla nonna Adelina vecchi giornali in cambio di un quaderno all’anno che usavano per la gestione domestica. Con quei fogli tutti pieni di scritte, in negozio, si incartavano i prodotti da consegnare ai novelli proprietari. A volte erano quotidiani e a volte riviste.

Mia madre e mia nonna tagliavano i giornali in quadrati, che impilavano nel cassone centrale stando attente a mettere i più vecchi sopra la pila. Mia nonna era inflessibile, bisognava usare sempre i più vecchi, perché la carta si deteriora facilmente e l’incartamento con fogli molto rovinati non fa un bel vedere.

Mia madre Anna, a cui è sempre piaciuto leggere, appena poteva, estraeva dei fogli impilati per l’imballaggio e leggeva le notizie documentate sui pezzi di carta. Così, tra un cliente l’altro, in quel luglio caldissimo del 1959, mia madre costruì una sua visione del mondo grazie ai ritagli che metteva insieme e a cui attribuiva un significato, aiutata da un personalissimo senso di causalità.

Sperava sempre di riuscire a finire l’articolo che stava leggendo prima che entrasse il cliente successivo. La rigorosità procedurale della nonna Adelina era infatti inalienabile e non si poteva cambiare il modo con cui venivano utilizzati i ritagli di giornale. Se entrava un cliente bisognava usare il foglio più sopra. Se conteneva un articolo potenzialmente interessante o letto solo a metà, non faceva nessuna differenza.

Un giorno Pinara chiese a mia nonna se poteva regalargli una boccetta di Violetta di Parma da donare a sua moglie per il suo settantaduesimo compleanno. Per mia nonna non era un regalo da poco ma, mossa a compassione dalla povertà di quella gente, regalò a Pinara una boccettina di profumo.

Pinara andò a casa tutto contento, ma purtroppo non poté regalare a sua moglie la Violetta di Parma. Carolina era morta mentre lui era in giro in bicicletta.

N.d.A.

I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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Giugno 1959 – Foscolo e le fragole

 

E’ giugno e fa molto caldo. Il tasso di umidità è alle stelle e le mosche e le zanzare se lo godono. Alle mosche piace molto questa umidità che ristagna nell’aria e rende fosca l’alba.  Il cielo è opaco e, col suo torpore, rallenta il risveglio delle case e delle attività. E’ l’ambiente naturale degli insetti. Loro vivono qui da molto più tempo degli uomini.
Noi umani abbiamo potuto insediarci in queste terre dopo che furono bonificate (1200 d.c.) dai monaci Benedettini e trasformate in zone agricole molto fertili, anche se perennemente umide.

La scuola è quasi finita e io devo studiare per la maturità che inizierà fra due settimane. Ci aspettano sia lo scritto che l’orale di tutte le materie di quest’ultimo anno di superiori.  La commissione è composta da professori esterni alla scuola, nominati dal provveditorato. Della stessa commissione fa anche parte un professore della mia scuola, il “membro interno” che è il docente di latino. Un bravo professore anche se burbero e molto severo. Si chiama Silvio Buner.
Sa a memoria tutti gli orari dei traghetti che attraversano la Manica e tutti i nomi degli attori che animeranno i vari spettacoli in cartellone al teatro Vivarelli. Usa tutto questo suo sapere didascalico per far colpo sugli studenti e per spaventarli con la sua autorevolezza un po’ bacchettona. Buner è anche un tipo solitario, abita da solo, studia da solo e passeggia nei giardini di Vergania come se fosse un illuminista del ‘700.
Non ha moglie e non ha figli. Va a trovare una sua vecchia zia alla casa di riposo tutti i sabati e le porta un sacchetto di biscotti. Lo so, perché la mamma di una mia compagna di scuola lavora come infermiera in quella stessa casa di riposo e lo vede arrivare tutti i sabati alla stessa ora. Mi chiedo se non sappia a memoria tutti i nomi dei vecchi che vivono in quel posto, tutte le loro date di nascita. Lui è il nostro “protettore” agli esami, colui che deve lavorare perché i nostri voti siano buoni. Data la sua autorevolezza è una garanzia in questo senso, fatta eccezione per i ragazzi che lui considera “asini” perché invece di aiutarli, farà il contrario.

Una volta è arrivato a scuola con un segno sulla faccia che sembrava un morso. Ovviamente non ha detto a nessuno cosa gli fosse successo, ha raccontato all’insegnante di pedagogia di essere inciampato sulle scale. Il professore cammina dritto come un bastone e muove la testa come un periscopio, non ci sembra molto probabile che sia inciampato. Un mio compagno ha detto che deve aver litigato con una donna focosa, ovviamente abbiamo riso tutti e così facendo, abbiamo rischiato una punizione esemplare. Se ci avesse sentito ci avrebbe costretto a studiare a memoria tutto l’inferno di Dante, o qualcosa del genere. Cosa gli sia davvero successo è un mistero e intanto lui ha continuato a spiegare i verbi irregolari con quella macchia sulla faccia come se non fosse sua, come se avesse appicciato per sbaglio un pezzo di carta rossa sulla guancia. Un incidente colorato che non ha portato alcuna incrinatura nelle sue abituali modalità di comportarsi, che non ha scatenato nessun imbarazzo apparente.

Gli orali degli esami saranno divisi in due momenti di interrogazione: uno per le materie ad indirizzo letterario ed uno per quelle scientifiche. Praticamente due orali in successione che preoccupano un po’ tutti: il presidente della commissione perché deve controllare che proceda tutto per il meglio, gli insegnanti perché devono interrogare e giudicare, il membro interno che si sente in dovere di “difendere” il suo operato e quello dei suoi colleghi (trovando il modo di far parlare il più possibile i ragazzi in maniera coerente e colta), gli studenti che devono rispondere (almeno) sufficientemente, per non rischiare di buttare alle ortiche un intero anno di scuola.
E poi ci sono i genitori in apprensione, i nonni e gli zii tifosi, i fidanzati e le fidanzate esclusi temporaneamente dalla vita dei loro innamorati a causa di forza maggiore, i fratelli come il mio che vorrebbe giocare a scacchi ma devono aspettare. Il nostro cane Toti disturba mentre studio, ulula se ripeto ad alta voce e in maniera cantilenante il De Bello Gallico. Un cane a cui non piace il Latino è proprio il nostro, non ci sono dubbi.
Gli scritti inizieranno il 2 Luglio e sono italiano, latino, matematica e disegno. Penso che andrò ad assistere agli orali dei compagni di classe che saranno interrogati prima di me, così mi faccio un’idea di cosa chiedono i professori e di quali sono le loro preferenze. La lettera del cognome con cui iniziare la chiamata all’orale viene estratta a sorte. Ad esempio, se viene estratta la B i primi ad essere interrogati sono: Baroni, Berettini e Bollani mentre se viene estratta la G, io che mi chiamo Ghepardi sono la seconda, prima di me c’è solo Galimberti e per finire la “G” tocca a Gobbi. Gobbi è comunque contento, ne ha sicuramente almeno due prima di lui da ascoltare e correre ai ripari, per quel che potrà fare in un giorno. Se viene estratta la “I” io sono la penultima, se viene estratta la “F” sono la terza. Per me c’è una bella differenza tra l’estrazione della “I” e l’estrazione della “F”, un numero molto diverso di miei compagni da poter ascoltare.

Giuseppina si chiama di cognome Cavalcanti, quindi i nostri orali non saranno lo stesso giorno. Così io posso accompagnare lei quando è il suo turno e viceversa. Giusi ha assoldato sua nonna che deve pregare tutti i giorni perché esca la lettera “D”, così comincia gli orali D’Antoni e lei è l’ultima. Sua nonna non voleva pregare per una cosa del genere, ma quando ha visto sua nipote piangere si è impietosita ed è andata a comprare tante candeline quante sono i giorni che ci separano dagli orali. Se andiamo avanti così, esce davvero la “D” e io sono tra le prime. Ho provato a dire alla prozia Ciadin di pregare perchè uscisse la “I”, ma lei mi ha detto che non si prega per cose del genere, che la nonna di Giuseppina è matta e che, anche se dovesse uscire la “G”, me la caverei comunque benissimo. Così la situazione è impari, Giuseppina ha la nonna che prega per lei e io nessuno … mi hanno detto tutti che devo studiare e cercare di fare bella figura e che, se avrò studiato tanto, i Santi saranno contenti per me quanto lo saranno loro.

Umberto Del Re mi ha detto che a lui non importa che lettera esce, vuole solo cavarsela e prendersi il diploma, suo padre gli ha promesso che se è promosso gli compera il motorino e lui è molto affascinato da questa idea. Quel ragazzo mi piace molto. E’ bello, molto bravo in ginnastica e dipinge benissimo. Quando disegniamo alla lavagna, il professore lo mette sempre nella postazione migliore e, finita l’ora, cancella tutte le lavagne tranne la sua. Così i disegni di Umberto continuano a fare bella mostra di loro in un cimitero di lavagne nere. Gli altri professori, che ormai lo sanno, ogni tanto passano in aula di disegno a vedere cosa ha dipinto Del Re. Se lui disegna un tulipano, sembra un bel tulipano appena raccolto in un campo. Se io disegno un tulipano sembra un crisantemo o una margherita o un ranuncolo, non si capisce bene. In compenso Del Re non è bravissimo in matematica, credo che consideri quella materia noiosa, mentre io, in quella, sono particolarmente brava. Simili non siamo proprio, però a me piace lui perché ha gli occhi nocciola, è gentile, parla bene ed è, a modo suo, anche buffo. Mi ha detto che abita in un paese che si chiama Pontalba. Sono andata a vedere sulla cartina dove sia questo paese. E’ in provincia di Trescia a circa 40 km da qui. Non l’ho mai visto. Lo zio Erminio, che vende la stoffa e va in giro a fare i mercati, mi ha detto che lui va a Pontalba tutti i venerdì e che è un bel paese, pieno di vegetazione perché a Pontalba passa un fiume che si chiama Lungone.

Guardo il mio libro di Italiano aperto su “A Zacinto” di Foscolo. Questo autore sicuramente me lo chiederanno.
Né più mai toccherò le sacre sponde/ ove il mio corpo fanciulletto giacque/ Zacinto mia, che te specchi nell’onde/ del greco mar da cui vergine nacque/ Venere …”
Il componimento è dedicato all’isola del mar Ionio (Zacinto, più nota come Zante) dove Foscolo nacque, ed affronta il tema dell’esilio. Povero Foscolo che vita sofferta, l’esilio è una vera disgrazia.

Chiudo il libro e penso che berrò un bicchiere d’acqua poi andrò nell’orto a raccogliere qualche fragola, le lavo con l’acqua del pozzo e poi me le mangio. Le cose davvero belle della vita sono queste: l’acqua fresca, le fragole del mio orto, la mia mamma, mio fratello che vuole giocare a scacchi e non capisce che io devo studiare. Non posso certo dirgli che sono alle prese con un povero signor Foscolo che è finito in esilio e che ormai è morto da moltissimo tempo, non apprezzerebbe.

Chiudo il libro, è leggero, di carta quasi trasparente e un po’ ingiallita, l’ho comprato di seconda mano perché a casa mia non ci si può permettere di acquistare libri nuovi. Mi sorprendo a pensare che sia meglio così, che i componimenti di Foscolo stiano molto meglio in quel vecchio libro di carte usate e scurite dal tempo, piuttosto che in un anonimo libro nuovo con tanto di figure posticce e colorate in maniera discutibile. Anche i libri devono essere adatti a quello che ospitano. Un libro che racconta di vecchie storie è bellissimo usato, non ci sono stonature, tutto fluisce secondo un tempo già passato e immortalato così. I libri sono preziosi nella misura in cui è prezioso quello che contengono. I contenuti e la materia su cui si depositano formano un tutt’uno imprescindibile che arricchisce di senso ogni pagina, ogni momento di lettura. Quando qualcuno entra in quel mondo e in quella dimensione un po’ vecchia che sa un po’ di muffa, si regala una poesia eterna e senza arroganza. Senza artificio, così come è sempre stata.

Lascio il libro, mi avvio verso l’orto e le fragole. Chissà se a Umberto piacciono. Lui non è un libro e, per fortuna, non ha il fascino di ciò che è già stato e non tornerà.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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MAGGIO 1959 – Il pozzo di metano

 

Siamo in Maggio. Fra due mesi inizio la maturità. Mi devo mettere a studiare di più, fra poco questa lunga fatica sarà finita. Non dovrò più fare tutta quella strada in bicicletta ogni giorno per andare a prendere il treno che mi porta a scuola e, soprattutto, potrò cominciare a lavorare e a guadagnare un po’ di soldi che, a casa mia, servono per mandare alle scuole superiori mio fratello Giovanni.
L’inverno che ha chiuso il 1958 e aperto il 1959 è stato molto freddo, ma adesso siamo in maggio, la primavera è arrivata con tutto il suo splendore e, qui in campagna, ci guarda con i suoi fiori e i suoi cieli azzurri e sembra ci voglia dire: “Vedete quanto sono bella?”.

Adesso sono seduta sul gradino che, da una delle uscite di casa, porta direttamente sotto la pergola di uva fragola del cortile. Sotto la pergola ci sono due sedie sdraio coloro verde militare e un tavolo di legno rivestito con una tovaglia plasticata a quadri bianchi e blu. La tovaglia è necessaria perché, soprattutto quando l’uva è matura, perde i chicchi marci che cadono e si depositano su tutto ciò che sta sotto. Mia madre si alza alle sei di mattina e, per prima cosa, pulisce il tavolo sotto la pergola oltre a dare un po’ di latte a Toti.  Le due sedie verdi hanno gli scheletri di ferro, li abbiamo comprati al mercato, mentre le sedute di stoffa le ha cucita mia madre Adelina. Ogni tanto si fa nella tela qualche strappo che rammendiamo con del filo robusto, le cuciture devono essere spesse e doppie, altrimenti non riescono a sorreggere tutto il nostro peso. Quel peso si deposita a volte abbastanza violentemente, soprattutto quando siamo stanchi, e non desideriamo altro che sederci sulle sdraio e guardare verso l’alto. Tra i rami e le foglie della pergola si vede il cielo che cambia colore e rasserena con la sua presenza.
Sotto la pergola si sta benissimo, mi piace molto leggere là sotto, così come mi piace parlare con Giovanni e mangiare il gelato.

Nel cortile davanti alla pergola c’è l’erba. Adesso è bella alta, una piccola savana. Mio fratello gioca con i suoi amici e con Toti in mezzo all’erba. Corrono e ridono e a volte li si vede emergere da quella superfice ondeggiante come dei giovani delfini che saltano e si rituffano subito dopo, sguazzando liberi in quel mare di erba. Nel mare verde di quei bambini c’è molto di quello che siamo e che dovremmo essere. C’è la voglia di vivere, il divertimento, lo stupore, tante aspettative. Sono questi sentimenti che danno forza propulsiva la mondo, che lo proiettano in avanti, verso un procedere sicuro e speranzoso per ciò che verrà, verso il loro futuro e quello di tutti.

Verso sera vado spesso al bar Del Cigno. Ci incontriamo là con i miei amici, fumiamo qualche sigaretta, beviamo qualche Crodino e parliamo di tutto. Di politica locale, di accidenti della popolazione di Cremantello, del Parroco, del medico condotto e della maestra. Quando mi siedo sulle sedie di ferro dei tavolini esterni del bar, tengo una gamba accavallata sopra l’altra, mi sembra di essere più affascinante così. A volte a forza di tenere le gambe a quel modo, mi viene un po’ di mal di schiena, ma faccio finta di nulla perché mi piacciono le mie gambe messe a quel modo.

L’argomento di cui parliamo tutti in queste ultime settimane è l’incendio del pozzo di Casalrossano.
Un anno fa a Casalrossano è stato trovato un giacimento di metano e la SNAM e l’AGIP hanno costruito dei pozzi per estrarlo. Da allora Cremantello è pieno di operai che si sono trasferiti qui perché lavorano al prelevamento dell’idrocarburo. Prima sono arrivati loro e poi, col trascorrere del tempo, sono arrivate le loro famiglie. In classe con mio fratello Giovanni c’è una bambina che si chiama Marisa, è la figlia di un ingegnere della SNAM. Marisa è bionda, ha gli occhi nocciola e ripete sempre: “Ciccia, ciccia” il nome della sua bambola.
Un mese fa siamo stati svegliati di notte da un rumore continuo e forte, sembrava ci fosse una portaerei in transito sopra la nostra testa. Straniti, siamo usciti di casa. Erano le undici e trenta di sera, ma il cielo era illuminato come se fosse mezzogiorno, si era incendiato un pozzo. Le mogli degli operai della SNAM erano già per strada in camicie da notte e sembravano disperate.  Abbiamo capito subito che era successo qualcosa di grave. I nostri vicini di casa sono andati a Casalrossano a vedere cosa stesse succedendo e, nel tornare, Mento Viglioli si è fermato a dirci che si era incendiato il pozzo numero tre. Miracolosamente non c’erano né morti né feriti.

E’ cominciato così un periodo della nostra vita davvero strano.  La luce è stata per tre settimane fortissima di giorno quanto di notte, a mezza notte si potevano friggere uova da mangiare all’aperto e i bambini potevano giocare a rincorrersi, c’era lo stesso chiarore del mattino. Quella strana luce dai riflessi verdastri era di una potenza e di una forza impressionante. Faceva addirittura più caldo. Ritrovarsi improvvisamente senza notte è stata una novità che ha destabilizzato tutti. Sono aumentati i casi di insonnia e molte persone hanno avuto sempre fame. La moglie di Mento strappava il prezzemolo dall’orto e lo masticava per farsi passare l’appetito, diceva che non voleva ingrassare. La verdura è maturata in fretta e i fiori sono sbocciati tutti insieme. La prozia Ciadin ha detto che bisognava ringraziare i Santi per quella incredibile fioritura, mentre lo zio Rigoberto ha detto che tutto quel caldo ricordava ai Santi l’inferno e che non erano loro da ringraziare per i fiori di maggio, ma la SNAM. Ciadin ha confidato a mia madre che lo zio non capisce niente e lo zio ha confidato a mia madre che quella “pretona” di Ciadin è stupida.

La gente è venuta da tutta Italia per veder il fuoco che ardeva dal pozzo. La via principale di Cremantello è diventata trafficatissima al punto che è stata divisa in due corsie: una che andava al pozzo e una che tonava, senza possibilità di fare una inversione di marcia. Oltre alle macchine è transitata gente in bicicletta, motorino, pattini, tutti sono andati a vedere l’incendio.

I giorni sono passati e nessuno sapeva più come fare per spegnere quell’incredibile fuoco che usciva dalla bocca di uno dei pozzi come lo sbuffo di un drago arrabbiato. E’ arrivato un esperto dagli Stati Uniti, ha studiato per una settimana la situazione e poi ha deciso di provare a soffocare il fuoco. Nel giorno fissato per lo spegnimento, è stata evacuata la popolazione che abita nella parte di Cremantello più vicina a Casalrossano e ai pozzi. Anche nell’altra metà del paese nessuno è potuto rimanere in casa, la polizia locale ha diffuso l’ordine di stare nei cortili. I tecnici avevano paura che il soffocamento della fiamma potesse provocare un terremoto. Si è creata così molta ansia intorno all’evento. Finalmente è arrivato il giorno deciso per lo spegnimento, mia madre e mio fratello sono andati nel cortile e io e i miei cugini siamo andati in bicicletta a Tirecco, al centro di igiene mentale dove è ricoverata una nostra parente. Siamo stati un po’ con là con Maurina che mangiava soddisfatta le caramelle che le avevamo portato (infischiandosene della nostra presenza), abbiamo mangiato un gelato e poi abbiamo ripreso le nostre biciclette e siamo tornati indietro. Quando siamo arrivati all’inizio del paese, il fuoco c’era ancora, non erano ancora riusciti a spegnerlo. La luce era la stessa di quando eravamo partiti. Cominciavamo tutti ad avere nostalgia di quella bella frescura che arriva verso sera e di quel cielo un po’ azzurro e un po’ blu che precede l’arrivo della notte e la saluta. Eramo vicini con le nostre biciclette alle prime case del paese, quando si è sentito uno strano rumore, una specie di “uffff” come se si fosse spenta una enorme candela e il fuoco è sparito. Siamo scesi dalle biciclette e ci siamo coricati per terra, ma ormai era inutile, il fuoco non c’era più. La stessa cosa hanno fatto mia mamma e Giovanni che erano seduti in cortile sotto la pianta di pere. Quando hanno sentito il sibilo si sono buttati in mezzo all’erba a pancia in giù e quando hanno riaperto gli occhi il fuoco non c’era più. L’erba era di nuovo di un bel verde e il cielo era tornato azzurro.

Quella vicenda avrebbe potuto essere una tragedia e invece non è successo nulla. I tecnici americani hanno fatto un lavoro eccellente, hanno spento il fuoco salvaguardando l’incolumità di tutti. L’ingegnere che ha progettato il soffocamento del fuoco è chiamato “Gamba di legno” perché ha una gamba sola, l’altra è una protesi. Ha perso una gamba nello spegnimento di un altro pozzo ardente.
La prozia Ciadin ha detto che bisogna ringraziare i Santi e, questa volta, lo zio Riogoberto ha detto che ha ragione.

L’8 maggio del 1959 viene festeggiata per la prima volta in Italia la “festa della mamma”, dopo che l’anno prima Raul Zaccari ne aveva proposto in Senato l’istituzione (approvata con normativa di legge dopo un anno di dibattiti).
Il 17 maggio Fidel Castro annuncia alla radio l’approvazione della legge per la riforma agraria di Cuba.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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Cover: Pozzo di  metano presso Taglio di Po. Dal gruppo Polesine in Facebook – scatto di Vinicio Zanardi

stufa antica

Aprile 1959 – Il divanetto di Adelina

 

Intanto che mia madre e Giuseppina studiavano in città, la nonna Adelina faceva la sarta e gestiva la sua merceria. Quel piccolo negozio le permise di arrivare alla pensione e di vivere una vecchiaia autonoma e tranquilla.

Uno dei suoi grandi rammarichi era quello di non aver mai potuto fare la patente e di non avere una macchina che le permettesse di andare da Cremantello a Pontalba e da Pontalba a Cremantello ogni volta che se ne verificasse la necessità o, più semplicemente, ogni volta che le veniva voglia di vedere le sue nipoti e sua figlia. Mia madre infatti, nel 1966, si sposò e si trasferì a Pontalba, paese che dista circa 40 km da Cremantello.

La merceria era molto piccola, ci stavano tre persone per volta. Aveva il bancone e degli scaffali di legno scuro, le pareti bianche, una grande porta d’ingresso con i vetri che fungeva da antesignana vetrina. Il portone, che chiudeva l’entrata esterna del negozio, era fatto di tre sezioni di pesante legno che si aprivano piegandosi una sull’altra. Veniva chiuso internamente con una spranga di ferro, tenuta ferma da dei supporti dello stesso metallo. Il pavimento del negozio era di mattoni rossi, il colore veniva ravvivato una volta all’anno con uno smalto puzzolente che rendeva la superficie trattata color fuoco.

Ricordo anch’io quella bottiglietta di smalto rosso che si spargeva d’estate sui pavimenti della grande casa della nonna Adelina. Macchiava qualunque cosa o persona le si avvicinasse, anche semplicemente in maniera accidentale, e lasciava il suo marchio per molto tempo con una persistenza stupefacente.

Il negozio era collocato al piano terra, nella parte della casa che dava sulla strada, esattamente in mezzo alla costruzione. C’erano due stanze a sinistra e due a destra. Cinque stanze si trovavano al piano superiore.

La casa aveva inoltre un grande cortile con la pergola di uva fragola e un albero di pere color ruggine nel mezzo. In fondo al cortile c’era un fienile, una rimessa, un pollaio, la porcilaia e il “cantinetto” (la stanza sempre fresca dove si conservava olio e vino). Dietro questo secondo edificio c’era l’orto con cespugli di fiori, piante di ribes, verdure di ogni genere sapientemente coltivate in base alla stagione e alle caratteristiche della terra.

Nella grande casa, dietro al negozio, c’era una stanza dove era collocata la stufa a legna. Quel piccolo rifugio era nel 1959, l’unica sezione dell’edificio che veniva riscaldata, non c’erano i soldi per permettersi altro. In quel perimetro minuscolo ci stavano: un tavolo quadrato con quattro sedie e un divanetto su cui potevano stare due persone.

Molti anni dopo, proprio quel divano fu restaurato, rifoderato con del velluto color rosa antico e trasportato a Pontalba, nel soggiorno di casa nostra. Prese il nome di divanetto d’Adelina” e divenne il divano preferito di Tito, l’amico di famiglia, che lo incorniciava con la sua abbagliante presenza quando passava a trovarci e ad aggiornarci sui suoi novelli e vivifici pensieri. Le sue mani belle si muovevano come liane flessuose ed eleganti e i suoi occhi irradiavano di luce e d’azzurro il sofà.

Nella stanzetta dietro il negozio della nonna Adelina, sopra il tavolo, era posizionato un lampadario con il saliscendi, in modo che la nonna potesse cucire anche di sera. Appeso al muro c’era un calendario e uno specchio con il pettine appoggiato sul bordo sporgente antistante. La stanza veniva chiamata, in base al suo ruolo primario, “la stufa”. Aveva una sola finestra e tre porte, una dava sul negozio, uno sull’ala della casa di destra e una sull’ala della casa di sinistra.

Nessuna delle quattro mura era intera. Ognuna aveva un’apertura che rendeva “la stufa” il nocciolo perforato della casa. Un piccolo cuore a raggiera che pulsava di vita e di calore nel freddo di quell’inizio di primavera che stava spargendo ghiaccio e nebbia più in paese che in città.

Le tende della “stufa”, quelle che coprivano la porta del negozio, il divano e i suoi cuscini, erano tutte di tela robusta color bianco con applicati dei fiori colorati ritagliati da un’altra stoffa e cuciti su quella bianca dalle prodigiose mani della nonna Adelina.

Nel 1959 abitavano in quella grande casa: la nonna Adelina, mia madre Anna, lo zio Giovanni con Toti il suo cane, la prozia Ciadin e lo zio Rigoberto, che dopo poco si ammalò e fu costretto ad andare alla casa di riposo di Casalrossano.

Nessuna delle porte della “stufa” dava sull’esterno dell’edificio, anche per questo la stanzetta restava sempre calda. Di sera la nonna, mia madre, lo zio Giovanni e la prozia Ciadin stavano in quella stanza fino ad ora di andare a dormire. Giocavano a scala quaranta, dama cinese, briscola oppure leggevano e chiacchieravano un po’. La prozia Ciadin pregava i santi, le sante, i beati e i buoni di cuore.

Spesso di sera mia madre e la nonna Adelina cucivano asole (occhielli per i bottoni) di giacche e vestiti. Una specie di lavoro serale che si poteva fare “in casa”, difficoltoso e pagato pochissimo. I capi “da asolare” che spesso erano casacche blu di tela pesante che si usavano nelle fabbriche, venivano consegnati alle sarte all’inizio del mese. Passati i canonici trenta giorni, il corriere ritirava il lavoro finito, lo controllava e decideva se poteva essere pagato. Il lavoro era pesante, mal pagato e faticoso però permetteva di arrotondare un po’ il bilancio domestico e acquistare qualche scatola in più di “spagnolette” colorate da rivendere in negozio.

Alle 9,30 andavano tutti a letto. Le stanze del piano superiore, dove erano sistemati i letti e gli accessori per la notte, erano fredde e senza riscaldamento. Solo il letto era caldo, perché lo si imbottiva con uno “scaldino” di ferro contenete le braci. Lo scaldino veniva tolto appena prima di infilarsi sotto le coperte. Sono capitati, in quegli anni, incendi causati proprio da letti che si infiammavano e ardevano con le braci al loro interno.

Ancora adesso mia madre conserva un lenzuolo di lino con un foro causato da una brace. Lo usa sempre e ogni tanto guarda quello strano buchetto dai contorni frastagliati. Le ricorda la sua infanzia. Un semplice foro in un lenzuolo è più foriero di ricordi di un libro o di un film, perché è legato all’esperienza diretta della vita di una famiglia, al ricordo di persone che non ci sono più e di altre che ci sono ancora e continuano i loro passi in questo curioso mondo. Rispetto al 1959 la vita attuale è sia molto diversa che molto uguale, dipende da come la si guarda.

La scala che portava al piano superiore era di legno, ripidissima e con dei gradini stretti e smussati. Mi ricordo che da piccola mi faceva paura. Avvertivo un senso di pericolo tutte le volte che vi salivo.

Mia madre racconta che quando lo zio Giovanni aveva un anno era caduto proprio da là. Il giorno di Natale del 1948 il cielo era bianco e carico di neve, mio nonno si stava preparando per andare alla messa domenicale, quando sentì lo zio Giovanni piangere. Lo trovarono disteso in fondo alla scala. Era ruzzolato giù e strillava accasciato sull’ultimo gradino. Lo presero in braccio, lo osservarono e notarono che era pieno di botte all’inverosimile, con la testa tutta gonfia. Si spaventarono ma, per fortuna, la caduta non fu così grave e il bambino si riprese in fretta solo con l’applicazione di una pomata per le botte.

Ciò che mi impressiona sempre di questa vicenda è che nessuno pensò che il bambino sarebbe morto o sarebbe rimasto menomato (ipotesi che oggi qualsiasi genitore prenderebbe in considerazione), nessuno pensò di portarlo all’ospedale, non era previsto che si portasse “dai dottori” un bambino che aveva “semplicemente preso delle botte” (oggi si correrebbe al pronto soccorso a rotta di collo). Nessuno pensò che il bambino avesse bisogno di una radiografia (oggi verrebbe radiografato dalla testa ai piedi) e, infine, nessuno pensò di rifare la scala con gradini più grandi e sicuri e anche con uno scorri-mano.

Questo incidente mi sembra un bell’esempio di come alcune abitudini siano cambiate enormemente e di come alcuni comportamenti, ritenuti allora normali, siano oggi considerati inaccettabili.
Il tempo procede inesorabile il suo cammino e, accompagnate dal suo insidioso incedere, molte cose migliorano e altre no. Forse quello che abbiamo perso è la speranza che anche le situazioni più difficili si possano risolvere positivamente.

Trovo che l’idea di speranza (la sua definizione, la ricerca delle modalità con cui la si può trovare e perdere) sia un tema importante, che accompagna la nostra vita e la condiziona fino a definirla.

In quel mese del 1959 il governo cinese chiuse le frontiere con l’India. Il 13 aprile venne inaugurato ad Ispra, in provincia di Varese, il primo reattore nucleare italiano e, purtroppo, il 25 aprile si registrò il primo caso di AIDS nel mondo. Per molti anni questa malattia restò però poco conosciuta e diffusa. L’inizio ufficiale dell’epidemia fu fissato in data 5 giugno 1981.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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collegio femminile

Marzo 1959 – Il collegio delle suore Morotee

 

Nel Marzo 1959 mia madre Anna e la sua compagna di classe Giuseppina si resero conto che mancavano pochi mesi alla maturità e decisero di dedicarsi alla scuola con maggiore assiduità.

Era loro abitudine andare a studiare dalle suore Morotee che gestivano un collegio per giovani donne in centro a Vergania. Il collegio rispondeva contemporaneamente alle esigenze di diverse categorie di ragazzine (ricche, benestanti e povere), con una marcata predilezione per le più ricche. Le figlie di ‘buona famiglia?, le predilette, vivevano sempre in collegio, avevano la divisa, spazi, arredi e personale dedicati esclusivamente a loro. Non uscivano mai, se non per recarsi a scuola accompagnate da suor Melina, la suora deputata a formare le future mogli degli ‘uomini di potere’ locali.
Oltre al collegio esclusivo, le suore Morotee gestivano un pensionato per le ragazze che si fermavano a Vergania durante la settimana e tornavano a casa tutti i sabati (le benestanti). Infine gestivano una mensa con doposcuola per le ragazze che viaggiavano (le povere).

Ognuno di questi tre gruppi aveva la sua suora responsabile (Melina, Giuditta e Dorotea) e i tre ‘mondi’ si incontravano raramente.
Mia madre e Giuseppina erano delle povere giornaliere, senza divisa, cappotto di vigogna grigio e cappello di feltro, poco considerate e molto libere.

Mio madre racconta che le ‘interne’, così venivano chiamate le ragazze che vivevano regolarmente in collegio, invidiavano molto le ‘giornaliere’ perché quest’ultime potevano andare in stazione a prendere il treno da sole e nel tragitto erano libere di fare ciò che volevano, compreso comprare il gelato e scambiare qualche battuta con i coetanei maschi.

Questa era la vera differenza che inaspriva gli animi e divideva il mondo tra bianco e nero, gettando una luce sinistra sulle viaggiatrici. Le povere “interne” non potevano decidere con chi parlare, sicuramente non erano libere di fare chiacchiere con maschi raminghi, curiosi e quasi sicuramente squattrinati.  Ogni tanto qualcuna scappava di notte dal collegio, calandosi con le lenzuola, rubando chiavi di scorta, oppure inventando qualche altro stratagemma tanto rocambolesco quanto pericoloso e mai scoperto perché ritenuto dalle suore inconcepibile, inaccettabile e quindi decisamente impossibile.

Quando il rigore impedisce di concepire eventi perché classificati impossibili, li si elimina dal mondo reale e questi, in quanto inaccettabili, spariscono dalle singole esistenze e da quella delle persone di cui si salva l’incolumità.
In alcuni casi riemergono come miti, archetipi, esempi nefasti di ciò che non succederà mai. In altri casi ancora non riemergono, vengono semplicemente rimossi e vanno ad affollare quell’incredibile mondo dell’inconscio nel quale si animano le nostre tendenze più sinistre ma anche alcuni dei nostri impulsi più nobili.

Con il gruppo delle collegiali ricche, mia madre e Giuseppina non si incontravano mai, mentre capitava che si incontrassero con le pensionate, che essendo libere il fine settimana, potevano intraprendere lo stesso cammino verso la stazione senza essere controllate da genitori, parenti, suore, insegnanti e malcapitati portieri.

La suora responsabile delle giornaliere si chiamava Dorotea. Suor Dorotea era piccola, di mezza età, robusta, occhi scuri. Amava molto raccontare l’origine del nome che le era stato assegnato quando aveva preso i voti perenni. Il nome Dorotea deriva dal tardo nome greco Δωροθεα (Dorothea), femminile di Δωροθεος (Dorotheos) e significa “dono di Dio”.
Quale nome migliore per una suora. In modo particolare quel nome le era stato assegnato per ricordare Santa Dorotea di Alessandria che si festeggia il sei di febbraio. Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, VIII, 14) riferisce che Massimino Daia, trovandosi ad Alessandria d’Egitto, concepì un’insana passione per una nobile donna cristiana, ricca, educata e pura. Fece molti tentativi per conquistarla, ma la donna gli fece sapere che avrebbe preferito la morte piuttosto che concedersi a lui. Accecato dall’ira causato dalla sua passione non corrisposta, Massimino si vendicò condannandola all’esilio e confiscandole i beni.
Eusebio non ha tramandato il nome dell’eroica donna, ma Rufino, afferma che si chiamava Dorotea, che era una vergine consacrata a Dio e che, per sfuggire alle voglie di Massimino, si rifugiò in Arabia.

Suor Dorotea raccontava a tutti questa storia antica che sembrava piacerle molto. Contrariamente a molte sue consorelle era soddisfatta del nome che le era stato assegnato dall’Ordine monastico e non rimpiangeva il nome di battesimo che veniva tolto alle converse per sradicarle definitivamente dalle loro radici originarie e ripiantarle nella terra di santa Madre Chiesa, facendole rigermogliare consacrate, rigogliose e belle.
Si vociferava che il nome di battesimo di Dorotea fosse Bortolina. Non c’era alcuna prova di questa diceria, se non la convinzione di tutti che il nome originale fosse la vera causa della predilezione che questa suora nutriva per quello nuovo. Quando le viaggiatrici volevano ridere dicevano a bassa voce “arriva Bortolina”. Se la suora lo avesse saputo, si sarebbe sicuramente offesa; non si sapeva nemmeno se quello fosse davvero il suo nome da bambina, magari non si era mai chiamata così. Comunque sia, Dorotea-Bortolina era molto brava.

Nonostante le fossero state affidate le ragazze meno ‘importanti’, perché contribuivano miseramente all’arricchimento del collegio, si occupava di loro con assiduità e gentilezza e mia madre conserva un buon ricordo di quella suora sempre vestita di nero, con una grande croce d’argento appesa al collo, gli occhi intelligenti e il sorriso sulle labbra.
A volte mia madre regalava a suor Dorotea qualche spagnoletta nera (rocchetto di filo sottile) per aggiustare la sua veste. Le spagnolette provenivano dalla merceria della nonna Adelina ed erano molto gradite dalla suora che in cambio del filo, regalava a mia madre qualche immaginetta di Santi del paradiso, raccomandandole di darla alla nonna. La nonna Adelina conservava le immagini dei Santi e le divideva con la prozia Ciadin che, essendo una ‘suora in casa’, le apprezzava quanto lei.

Fu così che in uno dei bauli della nonna, molti anni dopo, ritrovai una scatola di Santini (le immaginette dei santi) degna di un collezionista famelico. Alcune decorate a mano su carta artigianale strappata ai bordi, altre su pergamena. Belle, uniche, una delle mie collezioni preferite.
‘Il mondo della carta’ è affascinante per la sua storia, per le modalità con cui è stata prodotta nel corso del tempo, per le materie prime impiegate … e, molto di più, per l’uso importante e a volte essenziale fatto di questo prezioso materiale nel corso dei secoli.
Grazie alla carta si sono potuti documentare avvenimenti che sono successi ai nostri antenati. Storie di gesta umane ed eroiche arrivate fino a noi, a volte in maniera lineare e a volte in maniera rocambolesca, se non miracolosa. La mia stessa vita sarebbe diversa senza la carta, la maneggio sempre.
Piace anche a mia nipote Rebecca che si è fatta regalare un kit per costruirla.

Siccome mia madre e Giuseppina erano libere di fare ciò che volevano, non sempre andavano dalle Morotee a fare i compiti. A volte invece di andare dalle suore, andavano in biblioteca. La biblioteca di Vergania aveva una bella sala studenti dove erano allineate enciclopedie, vocabolari, atlanti e libri di libera consultazione. Era frequentata da molti ragazzi delle scuole superiori che passavano là il pomeriggio a studiare. Così come dalle suore, anche nella sala studenti della biblioteca, c’era del personale a cui rivolgersi per compiti particolarmente difficili o per reperire libri non direttamente accessibili dalle mani dei ragazzi.

In quella grande sala si parlava a bassa voce e non si disturbavano gli altri, come in chiesa e in ospedale. A Vergania c’è ancora adesso quella biblioteca, sempre bella e frequentata. Quando ci passiamo davanti, mia madre si ferma sempre a guardare l’ingresso di quel posto. Il portone è di legno marrone scuro, ad arco, con dei grandi battenti d’ottone.
Si capisce guardandolo che è stato concepito per essere l’accesso di un edificio importante e non quello di un palazzo residenziale. Ricorda a mia madre la sua gioventù e, come tutte le cose che ci riportano a momenti sereni della nostra esistenza, ha meritato nel suo cuore un posto particolare. Adesso anch’io, quando passo davanti alla Biblioteca, mi fermo sempre a guardare il portone e penso a mia madre che ha ottant’anni e a scuola non va più da moltissimo tempo.

Come nei mesi precedenti, anche nel Marzo 1959, successero nel mondo molti avvenimenti che non influirono sulla vita che si svolgeva tra il negozio della nonna e la città.
Il 10 marzo la resistenza tibetana culminò in una grande sollevazione popolare repressa dal governo cinese. Il 14 marzo il Consiglio nazionale elegge Aldo Moro nuovo segretario politico della Democrazia Cristiana. Il 17 marzoTenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, fugge dal Tibet alla volta dell’India. IL 29 marzo: la Cina, dopo la rivolta nel Tibet, scioglie il governo tibetano ed insedia il Panche Lama.

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Febbraio 1959 – Il carnevale di Casalrossano

L’8 Febbraio del 1959 era l’ultimo giorno di Carnevale. Mia madre con le sue tre amiche: Camilla, Clementina e Rita, andarono a festeggiare la giornata a Casalrossano, un paese a cinque chilometri da casa loro sul cui territorio c’era la sede del comune al quale apparteneva anche Cremantello, la stazione ferroviaria dalla quale partivano i treni per la città, l’ufficio postale, un teatro, diversi negozi e l’ostetrica.
Portavano cappotti, scarpe di pelle basse con le stringhe, calze di nilon appena immesse sul mercato e subito adottate in via definitiva, maglioni di lana fatti in casa con lana disfatta lavorata per la seconda volta, a righe dai colori sgargianti.

Andarono a Casalrossano in bicicletta, l’unico mezzo di trasporto che si potevano permettere oltre alle loro gambe. Le Biciclette avevano un passo lungo, un manubrio stabile e le selle comode di pelle imbottita. Molto facili da guidare e veloci. Tutte nere. Le bici colorate, costruite in serie, arrivarono dieci anni dopo. Furono sicuramente più economiche, ma meno durevoli e sicure, uno dei primi segnali del consumismo in avvicinamento.
La mamma ricorda di aver sentito dire che, nel lontano 1930, la nonna Adelina andava a Trescia in bicicletta per aiutare i suoi fratelli che aveva aperto là un negozio di stoffe, facendo ottanta chilometri in un giorno (quaranta per andare e quaranta per tornare) con quelle biciclette pre-moderne.
Lo zio Giovanni non andò al carnevale, era troppo piccolo, aveva 11 anni. Lagnò un po’, ma poi arrivò Toti (il suo cane) e l’attenzione si spostò sui giochi che si potevano fare sul tappeto, rotolandosi con il cucciolo.

Casalrossano aveva più abitanti ed era sicuramente più ricco di Cremantello, perché sul suo territorio c’erano le filande, aziende nelle quali si lavoravano i bozzoli dei bachi per produrre la seta. Le filande erano costruzioni di mattoni basse e lunghe con finestroni che arrivavano fino al soffitto.
La filanda Riccini era la più grande. Vi lavoravano all’incirca cento persone, quasi tutte donne. Gli uomini erano sei: il fuochista che aveva la funzione di mantenere l’acqua bollente per sgarzare i bachi, il custode della fabbrica, il proprietario, due uomini che si occupavano della logistica e il proprietario. Riccini non si vedeva mai, era un parlamentare e stava sempre a Roma.

L’ambiente di lavoro più favorevole e richiesto dalle giovani operaie, era la “sala” dove si facevano le matasse di seta, perché non si doveva mettere le mani nell’acqua bollente per sgarzare i bozzoli. Chi passava le giornate con le mani in acqua, si piagava la pelle ed era costretto a sopportare il bruciore continuando a sbollentare i bachi. L’unico rimedio era la pomata a base di glicerina che si applicava alla sera, una volta finito il lavoro.

La direttrice della “sala” era la prozia di mia madre e si chiamava Annunciata, detta Ciadin. Era piccola, minuta, aveva un viso ovale con occhi scuri. Indossava sempre un grembiule che veniva chiamato “il grembiule delle converse”, perché portato dalle novizie dei conventi prima di ricevere i voti perenni. Ciadin faceva parte dell’ordine di Sant’Angela Merici.  Le suore Angeline erano anche conosciute come “suore in casa” perché non vivevano in convento, ma prestavano la loro opera pastorale nella comunità di residenza. Era molto paziente e molto devota, pregava continuamente. Andava sempre in chiesa e vi trascinava anche sua nipote.

Fu così che mia madre a sette anni sapeva molte preghiere, novene, canti religiosi, era un’esperta di rosari, processioni e benedizioni di persone, oggetti, campi e nuvole.
Quell’8 Febbraio del 1959 Ciadin non partecipò al carnevale ma andò in chiesa a pregare San Girolamo, il santo del giorno.

Casalrosso aveva una grande piazza coi portici. La piazza dava sulla chiesa parrocchiale che era raggiungibile attraverso una scalinata.
Le case erano abitazioni di campagna su due o tre piani imbiancate e con i tetti spioventi.  Quasi tutte di proprietà. Sotto i portici della piazza c’erano tre negozi: il cappellaio, la merceria e il panettiere. La domenica mattina la piazza si riempiva di banchi del mercato e i commercianti dei paesi vicini andavano là per fare affari di vario genere. Nelle mattine di mercato, era presente un notaio che redigeva i contratti.

Nel 1930 in quella piazza era stato arrestato un fratello della nonna Adelina perché aveva guidato una sommossa, cappeggiando i mercanti al fine di ottenere una diminuzione del pagamento del pedaggio necessario al posizionamento dei banchi con le merci da vendere. Eravamo in pieno fascismo, lo zio fu portato in caserma e minacciato.
La nonna Adelina, in perfetto stile Giovanna d’Arco, andò a riprenderselo e, di fronte alla intraprendenza di quella donna, il gerarca fascista rilasciò il fratello.

Ventotto anni dopo, in quel freddo giorno di carnevale del 1958, mia madre e le sue amiche fecero colpo su un gruppo di ragazzi che stazionavano in quella stessa piazza.
Mia madre se ne ricorda due. Uno era piccolo, moro, gli occhi scuri, gli occhiali, chiacchierone. Anni dopo è diventato medico di base e ha aiutato molte persone. Il secondo si chiamava Rino era alto, magro, con i capelli castani ed è diventato un esperto di gestione del personale. Due lauree e due carriere decisamente brillanti per il tempo. Le ragazze di Cremantello avevano “pescato” bene.

C’erano maschere, carri sui cui erano posizionati personaggi di cartapesta, oppure persone vere travestite.  Ad un certo punto vennero accese delle girandole infuocate che zittirono la piazza. Brillarono per un po’ nel cielo come fiamme di fuoco scagliate in alto da un vento improvviso e poi si spensero nel grigio ghiacciato di quel cielo invernale.
Ma la cosa che mia madre e le sue amiche ricordano meglio furono i ragazzi con cui si fermarono a parlare. Diventarono loro amici e si frequentarono per molti anni. Mia madre ha visto Rino l’ultima volta dieci anni fa.

Questa è la vita e questo è ciò che fa la differenza. Le persone che incontri valgono più di mille girandole, di mille maschere, di cento cesti di frittelle e “panadì” (le castagnole di carnevale). Valgono più dell’oro, più di un bel cinema all’aperto e di un grande concerto. Le persone che diventano “amiche” valgono ancora di più. Sono le persone a cui ti puoi rivolgere quando hai bisogno, che avranno una parola di conforto in caso di accidenti negativi, che faranno il tifo per te quando dovrai dimostrare che sei quello che vale di più o, più semplicemente e molto più eticamente, il più onesto.

Anche in quel mese successero nel mondo degli eventi che segnarono la storia.
Il 2 Febbraio ci fu l’incidente di Passo Dyatlov. Quella notte nove escursionisti accampati nella parte settentrionale dei monti Urali morirono per cause rimaste sconosciute. Un altro grave lutto avvenne il giorno dopo. Il 3 Febbraio del 1959 persero la vita tre giovani musicisti: Richie Valens, Buddy Holly e J.P. “The Big Bopper” Richardson (per molti anni fu ricordato come “il giorno in cui morì la musica”). Il 13 Febbraio iniziò la commercializzazione di una bambola che rivoluzionò il mercato dei giocattoli per l’infanzia ed ebbe un successo clamoroso. Si chiamava, e si chiama tutt’ora, Barbie. Il 15 Febbraio in Italia prese il via un nuovo governo presieduto da Antonio Segni e il 19 Febbraio Cipro divenne indipendente con il trattato-anglo-greco-turco.

Ho chiesto a mia madre quando le fu regalata la prima Barbie e lei mi ha risposto: “Io non ho mai avuto una Barbie. Quando ero una ragazzina a Cremantello nessuno sapeva della sua esistenza. Da piccola avevo una sola bambola che si Chiamava Vilma, aveva il viso di Ceramica e il corpo di pezza. Era bellissima. Me l’aveva regalata una zia che abitava in città e faceva l’ostetrica (uno dei pochi lavori che permettevano a una donna di essere indipendente a quei tempi). Ho scoperto le barbie quando eravate piccole voi. Nel 1975 sono stata molto indecisa se comprarvele o no, perché mi sembravano molto brutte, ma poi ho visto che tutte le bambine le avevano e ve le ho prese. Vi sono piaciute subito!.

Già, le barbie, una trovata commerciale di grande portata e fortemente rivoluzionaria. Ma a Cremantello la rivoluzione delle barbie arrivò vent’anni dopo.

N.d.A. I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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matite colorate pastelli colori

GENNAIO 1959 – Le matite colorate

Nel Gennaio 1959 mia madre Anna Ghepardi aveva 17 anni, ne compì 18 il 21 Ottobre.
Fu l’anno in cui si diplomò maestra. Per una femmina che veniva da una famiglia povera fu una grande conquista.

Racconta che nessuna delle sue amiche di Cremantello raggiunse il diploma, le più brave tra le sue coetanee fecero tre anni di quello che allora si chiamava ‘Avviamento professionale’ e poi si misero a fare le segretarie o le centraliniste.

Le altre andarono a fare le operaie in filanda, rovinandosi le mani con l’acqua bollente, in cui bisognava inserire i bozzoli dei bachi da seta per poi sgarzare il prezioso filamento.

Era l’anno 1959 quando imperversava una famosa epidemia, quella portata dal ceppo influenzale conosciuto come ‘Asiatica’ [Qui]. La vita scorreva senza troppi problemi e le informazioni su questa pandemia erano scarse, sia da parte delle Autorità che da parte dei medici di famiglia.

L’Asiatica contaminava giovani, meno giovani, ma soprattutto anziani. Si trattava di una forte influenza che colpiva le vie respiratorie, causando forti febbri (fino a quaranta), indebolendo tutti i muscoli e costringendo chi la contraeva a letto per settimane.

Tra il 1957 e il 1960 morirono per l’Asiatica circa quattro milioni di persone nel mondo. Fu causata dal virus A/Singapore/1/57 H2N2 (influenza di tipo A), isolato per la prima volta in Cina nel 1954.

Mia madre racconta che anche lei prese l’influenza e stette a casa una settimana da scuola. Il collegio che ospitava mio padre chiuse venti giorni perché erano tutti ammalati: ragazzi e insegnanti. Lei però guarì, così come mio padre. Molte informazioni non c’erano, non si sapeva quante persone si fossero ammalate, quanto grave fosse la pandemia, quante persone morirono.

Nel gennaio del 1959 successero nel mondo diversi eventi importanti, ma mia madre dice che non ne conoscevano nessuno. I giornali non si leggevano, la TV era presente solo in qualche esercizio pubblico e le notizie arrivavano, in un paese piccolo come Cremantello, frammentate, ritardate e poco attendibili.

Fu così che, ignorati dagli abitanti di Cremantello, successero nel Gennaio 1959 alcuni grandi avvenimenti.

Il primo gennaio il dittatore Fulgencio Batista abbandonò l’Avana. Fidel Castro entrò nella capitale cubana in testa alle sue truppe.

Il due Gennaio l’Unione Sovietica lanciò nello spazio Luna 1, il primo oggetto costruito dall’uomo ad uscire dall’orbita terrestre.

Il tre gennaio l’Alaska entrò negli USA, diventandone il 49º stato.

Il sei gennaio a Bologna Giuseppe Dossetti, ex politico e parlamentare democristiano, esponente della sinistra del partito, ricevette l’ordinazione sacerdotale.

L’otto gennaio, al Palazzo dell’Eliseo in Francia, René Coty, ultimo presidente della Quarta Repubblica, passò le consegne a Charles de Gaulle, primo presidente della nuova Costituzione.

Il ventisei Gennaio in Italia cadde il secondo governo Fanfani. Il politico abbandonò anche la carica di segretario della Democrazia Cristiana.

Di tutto questo a Cremantello non si seppe nulla. Si andava avanti conducendo una vita relativamente tranquilla e complessivamente povera. In una famiglia di contadini di quattro persone c’erano quattro piatti, quattro forchette e quattro bicchieri. Se andava tutto bene, c’era un cappotto o una giacca pesante a testa.

I bambini andavano a scuola con gli zoccoli (per fortuna gli zoccoli scaldavano i piedi e li tenevano asciutti) e possedevano sei pastelli di legno per colorare i loro disegni. I pastelli dovevano durare tutto l’anno, non era possibile ipotizzare di doverli rimpiazzare.

Se un pastello cadeva lo si raccoglieva subito e si controllava che la mina fosse integra. La mina rotta era una grande sfortuna. Tutte le volte che si provava a fare la punta al pastello, la frazione di mina usciva dall’involucro di legno in maniera anomala e si depositava sul pezzo di carta dove si erano appena raccolti i trucioli della limatura.

Era un evento che intristiva sia i bambini che i genitori e per il quale non c’era rimedio. Le matite colorate che cadevano generavano sicuramente apprensione. A maggior ragione se cadevano il rosso o il giallo, i due colori primari prediletti dai bambini.

Mia mamma quell’anno fece la maturità. L’autobus per la città passava davanti a casa sua e si fermava poco più in là, ma lei non lo poteva prendere perché costava troppo. Doveva fare ogni mattina cinque chilometri in bicicletta per arrivare al paese più vicino, dove si trovava la stazione ferroviaria e dove lei poteva permettersi di pagare il biglietto del treno per arrivare a scuola.

Al ritorno il percorso era fatto in senso inverso. Prima un pezzo di viaggio in treno e poi cinque chilometri in bicicletta per arrivare a casa. Ricordo di aver sentito la nonna Adelina dire che avrebbe voluto mettere le ruote sotto la casa e spostarla vicino alla città per aiutare sua figlia negli studi e non doverla vedere arrivare a casa col buio e, d’inverno quando faceva molto freddo, congelata o bagnata.

Ma la grande casa della nonna le ruote non le aveva, non le ebbe mai e mia madre dovette continuare a fare dieci chilometri in bicicletta tutti i giorni, finché si diplomò.

Ogni tanto mia madre dice che il poter stare in casa al caldo, quando fuori fa freddo, è tutt’ora una delle sue massime soddisfazioni. Racconta anche la nonna Adelina la aspettava a casa con la cena pronta, anche se la qualità del cibo non era eccellente, un po’ per la mancanza di materie prime e un po’ perché la nonna non amava cucinare.

Quando si doveva fermare a scuola anche al pomeriggio, mangiava nella pausa pranzo due panini con la pancetta, il salume che costava meno.

Aveva però una grande fortuna. Il padre di una sua compagna di classe faceva l’apicultore e, per lo stesso motivo per cui mia madre aveva sempre la pancetta, la figlia dell’apicultore aveva sempre due panini col miele.

Così si creò un sodalizio davvero vincente. Siccome mia madre era stufa della pancetta e Verbena era stufa del miele, facevano uno scambio. Mia mamma dava uno dei suoi panini a Verbena, la quale le cedeva uno dei suoi al miele.

Fu in quel modo che la situazione migliorò senza costi aggiuntivi per nessuno. La solidarietà e la reciprocità sono uno dei vettori del senso di comunità e uno dei collanti sociali più forti che conosciamo, senza bisogno di spendere nulla. Senza soldi si acuisce l’efficienza e, purtroppo solo in alcuni casi, anche la solidarietà.

Mia madre dice che quando sente pronunciare delle frasi stucchevoli del tipo “si stava bene quando si stava peggio” le viene la nausea. Si stava peggio e basta. Ci si ammalava di più, si moriva prima, si soffriva il freddo, c’erano meno possibilità di vedere, imparare, capire e conoscere.

Dopo cena la nonna le cercava i termini da tradurre sul vocabolario di latino. Spesso mia madre era costretta a fare delle tardive versioni, dalla nostra ‘lingua morta’ all’italiano, che non le piacevano minimamente. Il latino non è mai stato il suo forte e forse proprio per quello, le versioni scivolavano verso la fine della giornata e non la chiudevano nel migliore dei modi. Ma a scuola non si studiava solo latino e, per fortuna, nelle altre materie era brava.

Mia madre non aveva il padre. Era morto improvvisamente d’infarto a cinquant’anni. Questo condizionò sicuramente la sua infanzia e la sua adolescenza, così come quella dello zio Giovanni e fece sì che il carattere della nonna Adelina diventasse complicato e a volte inspiegabile.

La nonna si intristiva sempre durante le feste, non le piaceva il Natale e non voleva mai festeggiare nessuno. Le feste le ricordavano il marito morto e penso che le venisse una terribile nostalgia del poco tempo in cui lei e i suoi bambini erano potuti stare con lui.

Quando è avvenuto questo tremendo lutto, mia madre aveva otto anni e lo zio Giovanni due. Chissà com’era il nonno, non avrò mai la possibilità di saperlo. Nel 1959 erano passati dieci anni da quella nefasta giornata e la vita scorreva tutto sommato tranquilla.

La loro situazione era simile a quella di altri compaesani perché, nonostante la mancanza del papà, erano economicamente indipendenti. La nonna Adelina era una brava sarta e lavorava sempre.

Mentre tutto questo accadeva a Cremantello, nel mondo succedeva di tutto, ma loro non lo sapevano e continuarono la loro vita di sempre, coltivando l’orto, aiutando lo zio che vendeva le stoffe, andando in giro in biciletta e mangiando il gelato la domenica pomeriggio.

Del resto i confini del mondo e del sapere sono mutevoli e la differenza la fa ‘ciò che si sa’.
‘Ciò che non si sa’ non condiziona in alcun modo la qualità della vita percepita.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

N.B. Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

matrimonio coppia amore

L’amore di Ettore (Terza parte)

 

Arina viveva nella dependance di Casa Pilla. Gli anziani signori Pilla avevano una casa in via Torre Antonina a Pontalba. La via era particolare. Corta, in salita, con case solo da un lato mentre dalla parte opposta c’era un frutteto enorme.

La casa era circondata sui due lati corti e su quello posteriore da vecchi alberi molto curati e sulla parte anteriore dal prato inglese, un roseto di rose bianche e una piscina dove d’estate facevano il bagno i nipotini dei Pilla.

Il figlio dei vecchi Pilla era morto ormai da anni e Margherita Pilla, l’unica loro nipote, aveva sposato un direttore di banca di Trescia. Margerita si era trasferita in città per stare vicino al marito, ma tornava spesso a Pontalba con Martino e Penelope, i suoi due bambini. Per questo nella porzione di giardino antistante la casa era posizionata la piscina. Martino e Penelope vi si tuffavano appena possibile e non uscivano di là se non dopo che Margherita li aveva minacciati di non portarli più a trovare i bisnonni.

Arina si occupava di Villa Pilla e in modo particolare di Luigia Pilla, la nonna di Margerita. L’accompagnava al mercato di Pontalba e a fare commissioni. La portava a fare i controlli sanitari in città. L’aiutava a cucinare, a fare la marmellata con le prugne e la crema di nocciole, a lavarsi e a vestirsi, a leggere il giornale.

Conversava con lei di politica, stagioni, tempo, matrimoni, battesimi, funerali e imprevisti vari che riguardavano gli abitanti di quel paese piccolissimo e ricco di vegetazione che si chiamava, e si chiama tutt’ora, Pontalba.

Chissà perché quel paese aveva quel nome, si chiedeva Arina. Pontalba, un ponte sull’alba. Sul ponte lei ci andava spesso. Da là si poteva vedere il fiume scorrere lento e pacifico e contemporaneamente il sole sorgere dietro gli alberi che costeggiavano gli argini. Il ponte permetteva di transitare sopra il Lungone e di passare dal territorio del comune di Pontalba a quello del Comune di Iupine.

Iupine era il primo comune della provincia di Vergania, mentre Pontalba l’ultimo della provincia di Trescia. Non era mai scorso molto buon sangue tra Pontalbesi e Iupinesi. “Questo è abbastanza normale”, pensava Arina, “i confini segnano una frattura e il senso di appartenenza si ricuce esclusivamente al di qua e aldilà del confine”.Così per i Pontalbesi gli Iupinesi erano brutti e dispettosi e la stessa cosa pensavano gli Iupinesi dei Pontalbesi.

Arina aveva davvero un buon lavoro, uno stipendio sicuro e abitava nella dependance di una bella casa, anche se non paragonabile alla maestosità di Villa Cenaroli, dove abitava Ettore.
Quel maggiordomo aveva un buon lavoro e viveva nella zona più bella di Pontalba; inoltre la contessa Malù aveva la fama di essere molto generosa coi suoi dipendenti.

Tutto questo rendeva Ettore interessante. Da quel poco che aveva visto lei, quell’uomo sembrava un po’ pedante, un po’ fuori dal mondo reale, ma sicuramente onesto. Uno che credeva in quel che diceva e faceva.

“Non so che necessità abbia di spiegarmi il significato di alcune parole strane, a me non importano. Ma se a lui fa piacere che lo faccia pure. Non ho nulla da perdere. Anzi, parli pure, io intanto posso raccogliere la legna, oppure le more e le fragole, oppure le nocciole per fare la crema da invasare per la brutta stagione.” Pensava Arina.

Da novembre a marzo lei e Luigia uscivano poco. Alle diciassette accendevano la televisione e dopo mezz’ora preparavano il thè fumante con i biscotti e la crema di nocciole.
Luigia era stata amica della mamma di Malù e conosceva bene sia i conti che la vita che si svolgeva tranquilla a Villa Cenaroli. Alcune abitudini erano trasmigrate da una casa all’altra e ora le caratterizzavano entrambe rendendole diverse da tutte le altre.

La presenza del prato, del giardiniere, di una dependance per la servitù, l’abitudine del thè, quella di avere ospiti durante il fine settimana e di invitare parenti e amici a cena. Entrambe le case erano anche molto ospitali. Se una persona Passava da Pontalba ed era un conoscente dei Pilla piuttosto che dei Cenaroli, poteva contare su una ospitalità sicura e molto ben organizzata.

Luigia Pilla si era accorta che Arina ultimamente era strana. Sembrava sovrappensiero, oppure con la testa tra le nuvole, non sapeva decidersi.
Così glielo chiese:
– Cosa ti passa per la testa Arina?
Ettore, il maggiordomo dei Cenaroli, buon partito, da sposare, insomma – disse Arina, andando subito al sodo.

Luigia restò esterrefatta, non sapeva che Arina conoscesse Ettore, anche perché il maggiordomo non usciva quasi mai dal cancello di villa Cenaroli, la residenza bellissima che costeggiava il Lungone dove viveva e lavorava da sempre.

– Ma dove hai conosciuto Ettore? – chiese Luigia.
– Sulla strada sterrata dei castagni, io stavo raccogliendo la legna e lui uscito dal cancello per aiutarmi. Sembrato una persona seria, buon lavoro sicuro e buono stipendio.
Ma ti piace? – chiese Luigia.

– Cosa significa mi piace? Io vengo da Romania, ho avuto problemi di “sallute”. Con la fine della dittatura, ho perso lavoro, il mio primo marito, tutti i vantaggi di prima. Ho dovuto fare di tutto, compreso contrabbando sigarette, profumi e oro con la Turchia.

Ho visto gente ricca diventare poverissima, ammalarsi e morire. Ho visto la miseria e la paura, la guerra. Ho visto la corruzione che un regime dittatoriale lascia dietro di sé quando finisce. Ho visto ciò che resta e diventa visibile quando cade “ommertà” che un regime impone come vincolo al privilegio, come premessa per casa e stipendio.

Ho avuto alcuni miei parenti prima ammalti e poi morti e non ho potuto fare nulla per curarli e seppellirli. Una persona che ha visto e provato sulla sua pelle tutto questo considera il “piacere” cosa diversa.

Un uomo piace nella proporzione in cui sa essere economicamente stabile, nella misura in cui sa essere come pensione. Se poi sta anche in un bel posto e sembra sano di mente, ha tutto ciò che deve avere. Non c’è altro che si possa sperare e non c’è nulla di più a cui “annellare”. Chi ha passato quello che ho passato io, sa che occhi belli e pelle liscia durano forse qualche anno, mentre la pensione e una vecchia casa di mattoni durano fin che uno vive. –

Luigia non commentò quello che Arina le aveva detto. Non le vennero le parole. Si accorse come in Arina ci fosse una rinuncia a qualsiasi sogno, una attenta analisi della realtà volta ad eludere qualsiasi possibile delusione.

La priorità di Arina era trovare una persona solida dal punto di vista economico e comportamentale. Altro non voleva e non cercava. Quello che aveva visto e sopportato in patria aveva ucciso una parte dei suoi sentimenti. Sicuramente tutti i suoi sogni.

Si chiese cosa avrebbe potuto dire ad Arina su Ettore e poi si sorprese a pensare che Ettore era una brava persona, gentile, con uno stipendio sicuro e una bella casa. Arina avrebbe potuto vivere a Villa Cenaroli, sulle sponde del Lungone. Vedere le stagioni che cambiano, le foglie dei rampicanti che diventano rosse, gli uccelli migratori che arrivano e ripartono, le tartarughe di terra che scavano un tunnel sotto l’argilla e là si posizionano per superare l’inverno. Avrebbe potuto osservare da vicino gli aironi e le gazze, i corvi e i leprotti correre felici lungo gli argini (almeno fintantoché non riapriva la caccia).

Ma l’amore è qualcosa in più, è molto di più? Oppure no. … Le era venuto il dubbio che i trascorsi di Arina l’avessero in parte uccisa, che i drammi già passati non potessero più essere cancellati dal suo cuore e che quindi quello che diceva su Ettore fosse la forma (possibile) di amore che Arina poteva ancora provare su questa terra.

Avrebbe parlato con Malù per verificare la serietà di Ettore nei confronti di Arina e, una volta appurata quella, si poteva organizzare un bel matrimonio e il conseguente trasferimento di Arina a Villa Cenaroli.

Magari lei e Malù avrebbero potevano fare scambio di cameriera. Magari Malù le avrebbe ceduto volentieri Serafina e si sarebbe presa Arina. Malù era intelligente e di solito altruista, si poteva combinare un fruttuoso scambio.

In quanto a Ettore ed Arina si poteva augurare loro di vivere serenamente e in pace. In fondo al suo cuore Luigia sapeva che mancava qualcosa, che non c’era, almeno da parte di Arina, molto amore spassionato, poco trasporto. Non c’era innamoramento. Mancava quel sentimento dolce e leggero che avvolge tutto con un manto dorato e rigenera il cuore rendendolo nuovo e forte.

Ma tant’è, magari il matrimonio avrebbe funzionato comunque; c’era inoltre la possibilità che una quotidianità tranquilla cementasse dei sentimenti che potevano alla lunga trasformarsi in amore. Poteva anche essere. E comunque, sposando Ettore, Arina si sarebbe definitivamente sistemata.

“Parlerò con Malù e vedrò come si può sistemare la faccenda” pensò Luigia.
“Parlerò con Ettore” e vedrò come sistemarmi, pensò Arina.

In quel momento si decise il futuro di diverse persone senza menzionare l’amore, senza rifletter sul fatto che è l’amore che fa girare il mondo. Senza quel nobile sentimento perdiamo parte del nostro valore come esseri umani, come individui che hanno una spiritualità delicata e raffinatissima, che va coltivata, se non si vuole che marcisca.

Forse un matrimonio di quel tipo poteva essere un buon inizio e forse poteva essere l’esatto contrario. Ma quante certezze ci sono nei cambi di vita, quanto possono le accidentalità, le malattie, i casi nefasti, le cattiverie della gente? Che bisogno c’è dia anelare a quel sentimento nobile e onirico che si chiama amore spassionato?

Eppure, nell’amore sta tutto il senso della nostra vita e in quel momento Luigia, Arina ed Ettore sbagliarono tutti e tre qualcosa. Luigia e Arina perché abdicarono all’amore, Ettore perché lo diede per scontato.

Il matrimonio fu una discreta comunione d’intenti, un discreto successo che garantì ai protagonisti una discreta vita. Così è l’esistere, spesso ci si accontenta troppo di quel che si ha.

Arina Arina mon seul et grand amour. Quelle douleur est l’amour.
(Arina, Arina, mio solo e grande amore. Quale dolore è l’amore.)

Fine

L’amore di Ettore (1° parte)

L’amore di Ettore (2° parte)

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

treccia donna

L’amore di Ettore (Seconda parte)

 

Passarono alcuni mesi e il povero Ettore, magro come un chiodo e tormentato come non mai, continuava a pensare alla sua innamorata.Serafina aveva scoperto, parlando con le donne al mercato, che l’amata del maggiordomo non era affatto originaria di Pontalba, ma che si chiamava Arina e faceva la colf a casa dei signori Pilla.

Arina proveniva da Buzău un municipio della Romania di 135.000 abitanti, capoluogo dell’omonimo distretto, nella regione storica della Muntenia. Viveva nella dependance della casa dei Pilla e si occupava delle pulizie e delle necessità personali della vecchia signora Pilla, che, avendo novant’anni, dava un po’ i numeri.

Arina Arina mon seul et grand amour. Quelle douleur est l’amour. (Arina, Arina, mio solo e grande amore. Quale dolore è l’amore.) – soleva dire Ettore quando pensava che nessuno lo sentisse. Dirlo in francese gli piaceva, faceva sembrare più nobile il sentimento e l’essere umano che lo animava, cioè lui.

La passione per le frasi in francese era una delle sue caratteristiche, così come tutte le abitudini che ricordavano, anche solo vagamente, la nobiltà. Se poi si mescolava il francese, gli atteggiamenti nobiliari e le pene d’amore, si arrivava a una essenza del vivere che ambiva al titolo di ‘principesca’ e che gli piaceva immensamente.

Si era talmente immedesimato nella parte che la viveva come l’unica realtà possibile e all’interno di questa si tormentava a dismisura. Era diventato magro e pallido come una cipolla conservata al buio e vaneggiava di pene e tormenti come un vero spirito romantico. Victor Hugo [Qui] a suo confronto era un illuminista colto.

Oltre ai tormenti amorosi aveva diversi problemi da affrontare. Purtroppo Arina faceva la badante. Avrebbe potuto andare meglio, poteva essere una maestra, oppure lavorare in Comune, o essere la commessa di qualche bottega di Pontalba … macchè era solo una badante.

Come risolvere questo grave problema? Ci avrebbe pensato lui a innalzare lo status della sua bella! L’avrebbe sposata, come gli aveva consigliato Guido e l’avrebbe resa niente di meno che la moglie del maggiordomo della contessa Cenaroli. Questo avrebbe placato le male lingue, avrebbe innalzato Arina di status sociale e avrebbe reso Ettore fiero all’inverosimile per la grande azione di magnanimità, nonché prova d’amore, manifestata.

Ora restava un unico problema: come dichiararsi ad Arina visto che non la conosceva? Doveva tener d’occhio il cancello del castagneto. Come aveva già fatto in passato, prima o poi Arina sarebbe andata a raccogliere la legna e quello sarebbe stato il momento giusto per iniziare il corteggiamento che vagheggiava da mesi.

Quasi tutti i giorni verso le tre del pomeriggio, dopo aver supervisionato i lavori di riordino domestico post pranzo, Ettore faceva un giro nel parco e si spingeva fino al cancello che dava sulla stradina sterrata. Fu proprio così che uno degli ultimi giorni di Marzo vide di nuovo Arina che raccoglieva legna più o meno dove l’aveva vista mesi prima. Anche questa volta portava la giacca nera, ma non aveva il berretto e i capelli erano racchiusi in un’unica lunga treccia color miele scuro che, dalla testa, arrivava quasi a metà schiena.

“Povero me, cosa posso fare ora? Cosa le devo dire?”. Ettore pensò a Guido, cosa avrebbe fatto lui? Probabilmente avrebbe detto qualcosa di molto semplice, quasi banale e stupefacente nella sua normalità e così decise di fare anche lui.

– Buongiorno – disse – io sono Ettore, il maggiordomo di Villa Cenaroli, sta raccogliendo legna? La posso aiutare?
Arina alzò la testa, lo fissò per un attimo e poi sembrò pensierosa. Forse soppesò il vantaggio dell’offerta appena rivoltale e poi rispose:
– Aiutare. Grazie. Tu prendi legna e mettila qui. Io metto nel cesto.

Ettore non se lo fece ripetere due volte. Estrasse la chiave arrugginita che teneva sempre nel mazzo nascosto sotto il grembiule da giardino, la infilò nella toppa e aprì il cancello facendo rumore. Lo stridore prodotto dall’apertura fece alzare in volo le anatre del parco, che avevano proprio là il loro laghetto artificiale preferito. Una piccola quantità di acqua del Lungone veniva infatti dirottata in quella pozza artificiale, ricreando un habitat ideale per le anatre selvatiche che passavano in quel parco tutta la bella stagione prima di migrare verso il caldo, appena prima che a Pontalba si vedesse la prima brina.

Gri, gri, sbam! Il cancello si aprì e Ettore uscì dal recinto del piccolo mondo nel quale viveva abitualmente. Vide dei rametti di castagno in terra e cominciò a raccoglierli, passandoli ad Arina che li prendeva e li riponeva nel suo cesto.

“Ora cosa le dico” pensò Ettore, con i rametti di castagno in mano. “Forse le posso raccontare qualcosa sui castagni”. Lui lavorava con i giardinieri da molti anni e aveva imparato da loro molte nozioni sulla vegetazione del parco. Quindi quello era un terreno su cui si sentiva particolarmente sicuro.

Il castagno [Qui] è una pianta arborea, con la chioma espansa e rotondeggiante. Può essere alto tra i dieci e i trenta metri. E’ una specie eliofila, caducifoglie e latifoglie. I castagni sono alberi molto longevi, possono superare i mille anni di età.
Arina lo guardò stupefatta, poi disse: – eofila, cadofila e latifula – e gli sorrise.
Mai visto niente di più bello, pensò il maggiordomo, ma c’era qualcosa che non tornava nelle parole che Arina aveva ripetuto.

Allora Ettore provò a spiegare meglio.
– Una pianta eliofila, non eofila, è una pianta che cresce e dà frutti se in pieno sole. Ha bisogno della diretta e forte luce del sole.
– Si si, sole – disse Arina – Quando io in Romania sempre poco sole. Ofila bella cosa.
– Eofila! si dice eofila.
– Io sono di Romania, non so bene Italiano, in Romania là si dice eophile, come latino.

Che spettacolo, Arina sapeva il latino. Questa cosa gli piacque molto, la donna non sapeva bene l’italiano, ma avrebbe potuto impararlo perfettamente. Il rumeno è una lingua neo-latina [Qui] con tante parole che ricordano quella bella lingua morta che è l’antenata dell’Italiano. Forse era il caso di proseguire.

– Caducifoglie e non cadofila, significa che il castagno perde le foglie nella stagione a lui sfavorevole, che qui da noi è quella fredda invernale. Tra l’altro le foglie autunnali sono bellissime, diventano interamente gialle e poi cadono, i bambini della scuola elementare di Pontalba vengono sempre a raccoglierle per fare i collages sull’autunno. Attaccano le foglie direttamente sui cartelloni di carta da pacco bianca e fanno dei paesaggi autunnali con tutte le tonalità del marrone del verde e del giallo, molto belli.
– Collages? Cosa è collages?

– Non importa, lasciamo stare. Questo non è importante – le rispose Ettore, poi proseguì: – Latifoglie e non latifula. Latifoglie significa che i castagni hanno le fogli di forma allargata.
– Si, si però troppo difficile. Parole non necessarie. Importante è capire in generale – disse Arina e non sembrava molto contenta di quelle nuove parole spiegate da Ettore. Le sembravano difficili e, per quel poco che aveva capito, abbastanza inutili.

Però Ettore non era brutto e aveva di certo un buon lavoro e uno stipendio sicuro. Queste le sembrarono buone premesse. Lei aveva avuto una vita difficile, un matrimonio finito male, una militanza nel partito di Nicolae Ceaușescu finita ancor peggio nel 1989.
– Tu sposato? – chiese.
– No – rispose Ettore. Ma di quella domanda si spaventò. Sembrava che la situazione stesse precipitando suo malgrado. Doveva prendere tempo e chiedere di nuovo consiglio a Guido.

– Ai ai ai! mi è entrato un moscerino in un occhio. Devo rientrare a cercare Serafina che ha delle mani d’angelo e lo può togliere – disse d’un fiato e, così facendo, riaprì il cancello.
Arina lo guardò e poi alzando le spalle lo salutò: – Ciao Ettore, foglie bellissime.
“Questo va educato” pensò Arina e così pensando definì le caratteristiche di quel rapporto che non cambiò mai più.

L’amore di Ettore (Prima parte) 

L’amore di Ettore (Terza parte) 

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L’amore di Ettore (Prima parte)

 

Un giorno Ettore, il maggiordomo della Contessa Malù, vide una bella donna che raccoglieva legna appena fuori dal parco di Villa Cenaroli e se ne innamorò.

Non l’aveva vista bene e nemmeno vi aveva mai parlato, ma tant’è, il cuore accellerò. Desiderò seduta stante coricarsi sopra di lei senza pensare più a nulla. Chissà perché. Forse perché quel giorno era uno dei primi giorni di sole dopo la tanta nebbia dell’autunno lungo il fiume, o forse perché si era definitivamente ripreso da una brutta influenza. Dopo una cura ricostituente prescritta dal medico della contessa, il suo fisico era rinvigorito e pronto a tutto.

Guardò la donna con maggiore attenzione. Era sicuramente di Pontalba. Portava dei jeans blu, le scarpe da ginnastica e una giacca a vento nera. In testa aveva un berretto di lana anch’esso nero dal quale spuntavano dei capelli castano chiaro che, dritti e lunghi, si allungavano decisi lungo la schiena.

Aveva un cesto di vimini che stava riempiendo velocemente di piccoli rami secchi, sparsi fuori dal cancello della villa dopo la potatura dei castagni. La parte più bassa del parco, quella che confinava con il fiume e con la stradina sterrata che portava al cimitero del paese, era infatti ‘abitata’ da enormi castagni che là troneggiavano da molti anni. Ettore li aveva sempre visti, avevano sicuramente molti più anni di lui.

Una volta Guido, il primo fidanzato di Costanza, gli aveva raccontato che da piccolo si divertiva a raccogliere i ricci spinosi delle castagne che si depositavano sul sentiero e a tirarli alle bambine che malauguratamente si avventuravano da quelle parti. Il gioco funzionava particolarmente bene con le bambine che avevano i capelli lunghi. I ricci si impigliavano senza indecisione, e le bambine non riuscivano più a districarli dai capelli, se non tirando vigorosamente e stappando parte della chioma aggrovigliata. Un vero divertimento per quella ‘peste’ del piccolo Guido.

Ettore riguardò la ragazza che raccoglieva la legna di castagno. Quanti anni poteva avere? Forse quaranta. Lui ne aveva cinquanta, poteva andare come età? Dieci anni di differenza erano troppi? … Mah. Era lui ad avere dieci anni di più, quindi la cosa poteva andare, non sarebbe stato accettabile il contrario, una donna con dieci anni di più del suo compagno non era possibile, davvero sconveniente per un maggiordomo come lui.

Che fare? Forse doveva chiedere consiglio a Guido. Rientrò in casa, sicuro del suo innamoramento e per nulla dubbioso sulla reciprocità di tale sentimento. “Se non è amore, sicuramente lo diventerà” pensò mentre rientrava in Villa.

Dopo alcuni giorni, mentre si trovava dove aveva visto la sua innamorata per la prima volta, cioè vicino al cancello che dal castagneto di Villa Cenaroli dava sulla stradina sterrata che portava al cimitero, vide Guido che si stava avvicinando con il suo cane al guinzaglio, un giovane akita inu [Qui] dal manto interamente candido che si chiamava Reblanco.

Reblanco aveva un pedegree importante, dei genitori pluripremiati ed era il padre di alcuni cuccioli di akita che stavano crescendo splendidamente in una casa di Trescia. Lui però non ricordava questa genitura e passava le sue giornate con Guido che lo adorava.

Reblanco era costato tremila euro che, per le finanze di Guido, non era poco. Ma tantè, tra le stranezze di Guido c’era anche il suo modo un po’ originale di considerare i soldi e di usarli in funzione dei desideri più che delle necessità. Soleva dire che tra un desiderio e una necessità c’è una differenza enorme, anzi, che tra l’uno e l’altra esiste quasi sempre un’antitesi. Forse aveva ragione, almeno in parte. Sta di fatto che Reblanco era uno spettacolo e a Pontalba tutti lo guardavano passare con piacere e ammirazione.

Ettore pensò che quello era il momento buono per chiedere a Guido un consiglio sulla sua innamorata.
– Ciao Guido, stai portando Reblanco a spasso?
– Si, avevamo voglia entrambi di sgranchirci le zampe – gli risponde Guido un po’ distrattamente, mentre tira Reblanco per il guinzaglio cercando di farlo rallentare.
– Mi sono innamorato di una signora che è venuta qui alcuni giorni fa a raccogliere la legna e adesso non so cosa fare, come rintracciarla, come dichiararmi.
– Secondo me l’unica cosa sensata da fare è sposarla!
– Ma non la conosco, non so nemmeno come si chiama!
Proprio per questo te la puoi sposare, è ancora una sorpresa. Se tu la conoscessi davvero ti passerebbe la voglia. Invece adesso puoi ancora sposare una favola, una principessa che è esattamente come tu la vuoi. Evvai super-Ettore! Sposati la paesana e facci subito un figlio.

E questo è Guido, un po’ saggio, un po’ genio, un po’ pazzo, un po’ triste. Quel che dice lo pensa davvero, i suoi consigli sanno essere utili seppur nella loro originalità. Spesso tra i suoi suggerimenti si nasconde la luce, altre volte il terreno per un cammino irrealizzabile. Uno così bisogna prenderlo a piccole dosi e distillare quello che dice, in modo da isolare l’illuminazione dalla stranezza, la saggezza dalla malinconia, l’euforia dal nichilismo.

– Grazie del consiglio – gli risponde Ettore e Guido riprende il suo cammino. Tira un po’ il guinzaglio di Reblanco e fa un cenno di saluto con la mano. I due, l’uomo e il cane, allineano il passo al centro della stradina e proseguono tranquillamente sul loro sentiero, già dimentichi dei tormenti di Ettore. Nessuno dei due, per motivi diversi, li considera degni della benchè minima preoccupazione.

Ettore è fermo sul cancello. Li guarda allontanarsi, li trova eleganti, maestosi nel loro incedere in mezzo alla strada e per nulla preoccupati di bloccare il cammino a chi viene in senso contrario. A dire il vero non passa quasi mai nessuno, la strada tra i castagni è tutta loro e ben si adatta all’abbigliamento di Guido e al pelo liscio e folto di Reblanco.

Ora che fare? Come si chiama la donna? A chi chiederlo? Forse a Malù che in paese conosce quasi tutti. Oppure a Serafina che va sempre a comprare la frutta al mercato.
Ettore tornò verso la villa e vide Serafina che stava lavando il pavimento di marmo del poggiolo che dava sulla scalinata.
– Serafina aiutami, mi sono innamorato.
– Ma di chi ti sei innamorato?
– Non so.
– Non sai di chi ti sei innamorato? E’ impossibile!
– Invece è possibile.
– Ma no!
– Ma si!
– No!
– Si!

Quella ‘quadrata’ di Serafina riuscì con poche parole ad instillare nel cervello di Ettore il dubbio di non essere amato e quel dubbio lo gettò in uno stato di sconforto che lo fece piangere a dirotto chiuso nella sua camera e che durò per tutto quel terribile inverno.

Fuori, a Pontalba, imperversava il Covid-19, ma lui visse questo dramma in maniera ovattata, perché il suo cuore era tutto pervaso dalle pene d’amore. Il dubbio di non essere ricambiato dalla sua innamorata lo accompagnò fino agli albori di quella tremenda primavera e lo prosciugò come una castagna secca. Diventò ‘un mondo’ (come in paese si chiamavano appunto le castagne secche).

Ah aime aimer autant qu’il le peut et autant qu’il le veut …” (Ah l’amore, l’amore quanto può e quanto vuole).

L’amore di Ettore (2° parte)

L’amore di Ettore (3° parte)

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Ottobre  2060: Maia-111

I primi giorni di Ottobre sono quasi sempre belli. Ottobre è uno dei mesi migliori per vivere a Pontalba. La campagna sta prende la colorazione autunnale e le foglie delle piante sono un misto di verde, giallo e rosso che incanta. La temperatura è mite, il cielo azzurro intenso. Il Lungone scorre pieno d’acqua perché le turbine che ne incanalano  il corso per l’irrigazione, cominciano a rallentare il loro lavoro. Serve molta meno acqua per i campi di quanta ne serva in estate. Si possono ricominciare a mettere vestiti più pesanti, le scarpe da ginnastica con le calze di cotone che impediscono alla polvere delle stradine sterrate di entrare tra le dita dei piedi e, così facendo, di infastidire le passeggiate. Si può anche andare in giro in bicicletta lungo gli argini e ammirare questa magnifica stagione nel suo pieno splendore.

Mi siedo sotto il portico. Quello della casa dove ho sempre vissuto, in via Santoni Rosa 21 e ripenso agli ottantanove Ottobri che ho visto.  Tantissimi. I primi cinque o sei non me li ricordo bene, ma ricordo tutti gli altri.
Mentre me ne sto seduta suona il cellulare dell’orologio. Schiaccio un pulsantino e sento nitidamente la voce di Bianca, una delle nipoti di Guido. Anche Bianca vive stabilmente a Pontalba. Ha quarantacinque anni e da venticinque abita a Villa Cenaroli perché ha sposato Ludovico Giovanni Della Fontana (detto Lugo) il figlio della contessa Malù.  Lugo e Bianca hanno mantenuto Villa Cenaroli nel suo antico e intramontabile splendore, un luogo bellissimo e senza tempo. Passeggiando per il parco, tra i suoi antichi alberi, non si sa che anno sia. Potrebbe essere il 1980, oppure il 2020, oppure il 2060.  Quel parco è sempre un luogo suggestivo che piace a tutti. Da dieci anni Bianca e Lugo hanno aperto parte del parco al pubblico. Hanno fatto una strada tra gli alberi, un chiosco dove si vende il gelato con tanto di panche di legno e alcuni ombrelloni di paglia, una giostrina con i cavalli, tipo quelle che si vedono a Parigi e che fanno impazzire di gioia i bambini e di sudore i genitori.
“Ciao Bianchina, tutto bene?” dico.
“Ciao Costanza, io sto bene, grazie. Ti ho chiamato perché ho un problema con le ortensie. Hanno le foglie che stanno ingiallendo. Ho paura che abbiano preso un parassita. Quando puoi, passi a vederle?”.“Sì volentieri, ma perché non lo dici al giardiniere?”.
“Preferisco che le veda tu”.
“Ok” le dico.
“Anche Maia-111 non è in forma. Ultimamente mangia poco. Non tritura più le castagne secche degli Ippocastani per poi alimentare i suoi circuiti” aggiunge Bianca.
“Speriamo sia un problema transitorio. Altrimenti chiama il padre di Axilla. Credo che in questi giorni stia lavorando da casa” dico.

La robot Maia-111 è stata costruita apposta per Villa Cenaroli. Contrariamente a molti dei nostri mezzani, non mangia il cibo degli umani ma castagne secche, ramoscelli, foglie ed erba. Non pulisce la casa come molti suoi colleghi ma i sentieri e i ponticelli del parco, le rimesse degli attrezzi, gli argini che trattengono il Lungone nel suo corso nei momenti di maggiore piena. Dà da mangiare agli animali e accompagna i visitatori del parco. Di Villa Cenaroli sa tutto e lo sa raccontare con una dovizia di particolari e una contestualizzazione rispetto al tipo di utenza davvero impressionante. Conosce a memoria la storia della villa, del parco, dei Conti, del personale di servizio, di Pontalba, del Lungone, conosce tutte le varietà di piante e tutte le specie animali presenti nella proprietà.  Sa adattare quello che racconta a chi si trova di fronte. Sa discriminare se sta interagendo con un bambino, con una bambina, con un adolescente, con un adulto, con un italiano, con un anziano e così via. Sa fare domande profonde e circostanziate che l’aiutano a capire le caratteristiche e le preferenze della persona che ha di fronte in modo da costruire una narrazione di ciò che si sta osservando il più possibile consona alle caratteristiche del visitatore. E’ un robot-111 straordinario e preziosissimo. E’ costato a Ludo e Bianca una fortuna. Ma l’investimento è stato ampiamente ripagato, sia per la quantità di lavoro che Maia-111 sa fare, sia per le modalità in cui lo fa. Sa essere gentile, diplomatica, accogliente, divertente, colta, buffa, chiacchierona o, al contrario, silenziosa. E’ anche bellissima.  Deve il suo nome a una stella. La stella Maia (nota anche come 20-Tauri) è una stella della costellazione del Toro. Si tratta di una delle componenti dell’ammasso aperto delle Pleiadi e si trova ad una distanza di circa 440 anni luce da noi. Il suo nome proprio deriva dalla figura di Maia, una delle Pleiadi mitologiche.

Quale nome migliore per un Robot-111  che vive a Villa Cenaroli?.
Maia-111 è longilinea.  Alta un metro e cinquanta, ha braccia lunghe e, contrariamente a quasi tutti i nostri mezzani, ha anche le gambe. Gli arti inferiori le sono stati costruiti con un duplice obiettivo: uno estetico (sembrare bella),  uno pratico (le gambe le permettono di muoversi nel parco della villa senza inciampare negli arbusti e nei rami secchi, le permettono di muoversi sulla superfice sconnessa del parco con agilità e anche di entrare in acqua bassa senza danneggiare i suoi circuiti meccatronici che sono tutti posizionati nella parte alta del suo corpo). Ha gli occhi verdi scuro come le foglie estive degli ippocastani ed è interamente verniciata d’oro.
Questa mezzana d’oro è un’attrazione di Villa Cenaroli tanto quanto lo sono i castagni, i cigni e la giostra coi cavalli. Fa parte delle figure animate che danno vita a quello spettacolo unico, fuori dal tempo che si vede entrando in quel parco curato e senza rumori meccanici (si sentono cinguettii, squittii, il rumore delle foglie che friniscono quando c’è il vento, il rumore dei rami secchi che scricchiolano).

Una volta ho assistito ad una scena che mi ha colpito. Maia-111 si è messa a giocare a nascondino con  Ulisse, il bambino di uno dei giardinieri.
Il bambino si nascondeva e Maia-111 lo cercava. Quando lo trovava diceva “trovato, trovato!” e poi rideva, cioè imitava un umano che ride. Come fanno i robot-111 a ridere? Esattamente non so, ma lo sanno fare.
Sembra che si divertano, che abbiano senso dell’umorismo. Sono sicuramente dotati di auto-riflessività. Sanno fare considerazioni sul tempo che passa, sul fatto che forse domani pioverà o forse no. Ma sanno anche amare?. Non so. Gli ingegneri del centro Trescia-111 dicono di no. I nostri mezzani sono fatti di circuiti meccatronici che imparano per imitazione, si comportano in maniera riflessiva rispetto ai processi imitativi che hanno introiettato, cioè scelgono la reazione più consona allo stimolo che hanno potuto osservare. La consonanza viene definita in basa a un meccanismo per prove e errori che non ha niente di “sentimentale”. Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i robot-111 riescono a riprodurre dal punto di vista comportamentale, attraverso l’applicazione pratica di principi che provengono dalla logica formale, quello che noi proviamo, i nostri sentimenti, le nostre reazioni emotive, ma non le provano loro, semplicemente le imitano.
Resta il fatto che questa imitazione si riversa su di noi come se fosse un sentimento esperito esattamente come lo esperiremmo noi, come noi lo proviamo. Del resto la differenza tra ciò che sembra e ciò che è, non si esaurisce in una definizione lineare. Ciò che sembra orienta il mondo. La ricerca della consonanza tra ciò che sembra e ciò che è alimenta il senso della vita.

Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i mezzani non provano dolore, non soffrono, non amano in maniera altruista, ma sembra che lo sappiano fare, lo sembra al punto che molti umani si comportano ormai come se così fosse. Questa sovrapposizione tra ciò che sembra e ciò che è (una specie di sentimentalismo di ritorno alimentato elettronicamente), sta generando una deriva (preoccupante) di alcuni comportamenti e di alcune relazioni. Portando all’estremo questa riflessione e uscendo dalla dicotomia sempre più incerta umano-robot, mi chiedo da chi mai potrebbero imparare l’amore altruista i nostri robot-111 se anche noi umani non lo proviamo, non lo sappiamo insegnare, non lo riconosciamo negli altri e non lo individuiamo in nessuno (credo che sia proprio questo uno dei motivi per cui la dicotomia umano-robot andrà sempre più ad ibridarsi). Questo potrebbe tradursi in un grave problema.
A volte ho anch’io l’impressione che ci sia qualcosa che ci sta sfuggendo di mano, che ci siano ibridazioni “al limite” che, seppur indotte, cambieranno la vita di tutti. Io ho visto Maia-111 giocare a nascondino con Ulisse e se non fosse stato per la poca lunghezza delle gambe di Maia e perché ha il colore di una stella cadente, avrei avuto l’impressione che lei si stesse divertendo. Che lei stesse provando gioia, per la precisione.
Sono quasi sicura che continuando su questa strada, ad un certo punto, innamorarsi di un Robot-111 sarà tutt’altro che impossibile, ma così facendo che fine farà l’umanità? o meglio, come diventerà?

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

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Giada di Cominella

 

Io mi chiamo Giada e abito a Cominella, la più piccola delle due frazioni di Pontalba, sopra la pizzeria di Giacinto, in un vicolo silenzioso che diparte dall’unica strada che attraversa da nord a sud il paesino.

Arrivando da nord, a circa metà strada tra l’inizio e la fine del centro abitato, bisogna girare a destra, continuare per qualche caseggiato e poi si arriva a una palazzina rosa a tre piani.  Al pian terreno si trova la pizzeria, al secondo paino la casa di Giacinto e al terzo la mia. Un appartamento di quattro ampie stanze e un balcone grande quanto una quinta stanza con tanto di tetto. Dal mio balcone si vedono i campi della pianura padana e, d’estate, il sole rosso fuoco che tramonta.

Sono una psicologa e mi occupo di minori senza famiglia. Ho i capelli biondi e gli occhi azzurri. Sono un po’ sproporzionata, perché a forza di fare sport i miei muscoli sono particolarmente sviluppati, soprattutto quelli di braccia e spalle. Tengo sempre i capelli legati dietro la nuca con un grosso elastico blu. Porto quasi sempre pantaloni e felpa, scarpe da ginnastica. Qualche rara volta mi vesto come piace agli uomini. Vestiti corti e scarpe tacco dodici. Raramente però, molto raramente.

D’estate, quando posso, vado in giro in bicicletta. Di solito dalle 19.00 alle 20.00, prima di rincasare, fare la doccia e cenare velocemente. Mi piace molto mangiare, anche se non si direbbe, visto che ho quarantacinque anni e sto perfettamente nella taglia 42. Eppure io mangio sempre e non salto nemmeno un pasto. Mi piace così.

Oltre a mangiare, mi piace Guido, il professore di Storia che abita di fronte a Villa Cenaroli e che ha quattro nipoti, gemelli a due a due. Forse anche a lui piaccio io, visto che ci frequentiamo da vent’anni e riusciamo ancora a sopportarci.

A volte Guido dorme a casa mia e di mattina, prima che ognuno inizi il suo lavoro, facciamo colazione insieme. Io prendo il thè nero con due fette biscottate: una con burro e marmellata e una senza nulla, da sgranocchiare così com’è. Lui dice che non mangia niente e poi si beve un thè alla cannella e mangia qualche biscotto.

Di solito quando facciamo colazione lui è già vestito, mentre io ho ancora il pigiama. Abbiamo ritmi di lavoro e di vita molto diversi. Mentre lui, se ha del lavoro particolarmente impegnativo da fare, si alza all’alba (comincia a lavorare alle 6.00 di mattina), io faccio l’esatto contrario. Se ho tanto lavoro vado avanti fino a mezzanotte e poi dormo la mattina seguente fino alle 8.00.

Così ci troviamo a fare colazione alle 8.30 e la nostra giornata è in una fase di risveglio completamente diversa. Lui è già completamente immerso nelle sue ricerche storiche e io sto appena riemergendo dal sonno, non so ancora esattamente cosa sia vero e cosa mi sono semplicemente sognata.

Di solito ci ricordiamo entrambi cosa abbiamo fatto durante la notte, il nostro ricordo si colloca in qualche orario imprecisato, che per me è l’inizio della notte e per lui è già notte fonda. Di quello che facciamo durante la notte parliamo sempre poco e di solito in maniera lapidaria. La mattina siamo già di nuovo tutti e due schivi e non ci piacciono le allusioni piccanti che molte persone riprendono a fare quando c’è luce. Ciò che viene consumato basta a sé stesso, senza bisogno di rinforzi diurni che normalizzano troppo l’amore. In questo siamo uguali, ci piacciono i sogni e cerchiamo di non inquinarli.

Comunque la notte ci appartiene, è un rapporto che prevede un contatto fisico frequente, non siamo due intellettuali che si nutrono di spirito. Facciamo ‘gli intellettuali’ di giorno, quando serve per lavoro. Si fa per dire, visto che l’uso che di solito si fa di questo termine e gli attributi che vengono riconosciuti come esplicativi di questo modo di essere (leggere molto, essere molto colti, avere sempre qualcosa da spiegare agli altri, essere snob, vestire solo alcune marche, essere vegetariani, votare a sinistra) ci lasciano assolutamente indifferenti.

In alcune di queste caratteristiche ci potremmo anche riconoscere, ma sicuramente non in tutte e non in tutti i momenti. Certo è che siamo tutti e due laureati in materie umanistiche e questo ci permette di parlare all’infinto di ciò che abbiamo studiato, di ciò che abbiamo letto, di ciò che vorremmo fare e di quello che pensiamo della vita.

A volte portiamo a spasso Reblanco, il cane bianco di Guido. Passeggiamo sul sentiero dei castagni, quello che da Villa Cenaroli sale verso il cimitero di Pontalba. Un sentiero sterrato, che per un tratto costeggia il parco della Villa e per un tratto l’argine del Lungone. Poi risale verso Nord.  Un percorso ombreggiato, circondato da una folta vegetazione, garantita dalla vicinanza del fiume. Il Lungone scorre lì vicino e accompagna lento e regolare la vita della gente di questa zona.

Spesso sul sentiero incontriamo Costanza, la prima fidanzata di Guido. Quella bella donna, dagli occhi color delle foglie d’autunno, è sposata da molti anni e non sembra interessata a Guido, se non come un amico o forse qualcosa in più, come un fratello. Un legame forte che ormai si è cristallizzato e non credo cambierà.

Però, come diceva sempre mia nonna Argene: – Mai mettere la mano sul fuoco, quando si tratta di belle donne. Nessuno sa quel che può succedere. – Aldilà della nonna Argene, la possibilità di un cambiamento nei rapporti tra Costanza e Guido mi sembra davvero remota. Quello che Guido dice di Costanza è per me confortante. Dice sempre: – Costanza è una donna molto intelligente, molto bella, ma non la si può proprio sopportare a lungo.- Non so per quale motivo non la si possa sopportare a lungo, ma va bene così, benissimo.

Guido è un bell’uomo, ha un gran fisico, gli occhi neri e ama molto il suo lavoro, i suoi nipoti, il suo cane, la sua casa e l’eros. Appena vestito, con la camicia che profuma di pulito e l’ultimo bottone slacciato, mi piace da matti. Veder affiorare un pezzo del suo collo morbido e rosa mi affascina. Me ne starei là molto tempo semplicemente a guardarlo.

Anche questo è un pezzo del nostro rapporto, della nostra storia. Forse Guido direbbe che non è vero, che questo ‘incantamento’ per i colli delle camicie è una delle tante stranezze che appartengono solo al mondo femminile e che ai maschi non interessa. Può essere.
Guido è molto schietto. Dice sempre quello che pensa, senza mezzi termini e a chiunque.

Mi piace anche quando mi racconta del suo lavoro, di quello che sta facendo, delle sue riflessioni sugli eventi storici che sta approfondendo e sulle personalità di personaggi, ormai secolarmente morti, che studia con accanimento. Quest’ultimo argomento è uno dei nostri punti d’incontro, ci racchiude in un’invisibile bolla.

Grazie a questo nostro discorrere continuo, il tempo diventa molle e si adagia su sé stesso, come un soufflè. Ovviamente i nostri rispettivi lavori, io la psicologa e lui lo storico, ci garantiscono sufficienti conoscenze per alimentare la bolla, per sostenerla con riflessioni, parole e sguardi.

A volte ci mettiamo anche a discutere di argomenti apparentemente scontati: come poteva essere l’amante preferita di Giulio Cesare, come prendeva decisioni Nerone, cosa amava delle donne Kennedy. Tendiamo a interrogarci sui tratti della personalità di questi grandi personaggi che hanno condizionato, con alcune loro scelte, il futuro del mondo.

Questo strano argomentare ci assorbe come una spugna, ci permette di continuare a trovare nuovi stimoli per parlare, per continuare a ritenere questi confronti costruttivi. Facciamo anche delle vere discussioni, ogni tanto. Ieri mattina prima di uscire Guido si è girato a guardarmi:
– Quel pigiama verde ti sta bene – mi ha detto.
– Bah, a me sembra come tanti altri – gli ho risposto.
– E invece no, questo mi ispira -.
Non mi dilungo a riflettere su quali siano le cose a cui di solito Guido associa il verbo ‘ispirare’. Si sa.

E così tra pizze, baci e discorsi su eventi e personaggi storici, abbiamo passato vent’anni e ci piacciamo ancora.
– Sei una testa di cavolo, che capisce solo quel che vuole lei – mi dice a volte Guido, sapendo perfettamente che io non ho nulla a che fare coi cavoli.
– Anche tu sei una vera testa di cavolo, anzi sei una capra – gli rispondo e lui sa che con le capre non c’entra niente.

Questi risvegli e le conseguenti colazioni ci permettono di affrontare molte impegnative giornate. Sapere che alla sera ci ritroveremo tra capre e cavoli, rende migliore la nostra vita. Non sarebbe la mia vita senza Guido. Non sarebbe la vita di Guido senza di me.

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Gente di fiume

Io sono nata in città, ma vivo a Pontalba da molti anni. La gente di Pontalba è la mia gente. Il rapporto che ho con alcuni pontalbesi è quasi-quotidiano, ci vediamo sempre. Vado da Camilla a prendere il pane ogni giorno, poi a prendere il giornale e poi la frutta.  Il giro è sempre lo stesso, le persone che incontro anche.
A Pontalba ci sono i miei vicini di casa, le mie amiche e i miei parenti. C’è il cimitero con i miei cari morti e ci sono i tre figli di mia sorella che rasserenano il mondo. La gente di Pontalba è gente di pianura. Gente di paese. Siamo in Lombardia, tra i campi e lungo le rive del Lungono, il fiume che accompagna l’esistenza di tutti i pontalbesi. Pontalba fa parte del parco del Lungone Nord e i vincoli paesaggistici fanno sì che l’area abitata resti pressochè immutata, compreso la forma e il colore delle case. Basse e spesso bianche. Sono vecchie case di campagne ristrutturate, oppure villette di nuova costruzione. Quasi tutti qui hanno l’orto, il cortile, il garage. Pochissimi pontalbesi vivono in appartamenti, nessuno paga l’affitto. Le case sono di proprietà, ereditate dai nonni contadini che abitavano la zona prima di noi.
Il Lungono fa parte della nostra vita, della vita di questo paese che cammina piano e sicuro come la sua acqua. L’acqua del Lungone è verde, piatta, profonda.  Diventa molto più bassa quando viene incanalata per irrigare i campi di granoturco d’estate. Poi si rialza e, durante l’autunno e l’inverno, scorre lenta e sicura verso la foce.
Camminare lungo il Lungono rende la mia vita sempre uguale e sempre diversa, una sorpresa al giorno, la certezza di sempre.

Mi sono chiesta spesso che rapporto ci sia fra il nostro desiderio di novità e il nostro bisogno di conferme. E’ un rapporto simbiotico, in continuo mutamento. Quando siamo saturi di certezze desideriamo ardentemente qualche novità e quando arrivano importanti novità che ci destabilizzano veniamo presi da una profonda nostalgia per il consueto, per il già dato che in quanto tale, rassicura. Non ci sono margini di imprevedibilità in ciò che è sempre uguale. Non c’è possibilità d’errore in una aspettativa corrisposta nel modo che sappiamo pensare.  La storicizzazione degli eventi li cristallizza definitivamente nel marmo del tempo che fu. Nel tempo che è già passato c’è la radice di ogni nostra certezza. Nel fiume la cui acqua sembra sempre quella ed è sempre diversa, c’è ciò che ogni giorno proviamo ad essere in questo angolo di mondo.  C’è la certezza della vita che prosegue, c’è la memoria di una storia lineare, c’è una buona aspettativa per il futuro garantita dall’origine di ciascuno di noi. Dal fiume dal quale veniamo e al quale torneremo viene una conferma. Come terra che si depositerà sul fondale e perché no, ritornerà definitivamente al suo pianeta, così siamo noi, futura terra. Questa è la certezza di fondo, la prevedibilità del nostro esistere, lo scorrere lento e regolare del nostro fiume. Questa sicurezza, non spaventa nessuno, accompagna.

Lungo le sponde del fiume si trova anche la novità, si ha un ritorno molto forte del tempo che passa. Le stagioni cambiano, spuntano i fiori, crescono, si seccano, marciscono. Spuntano i funghi, crescono velocemente, qualcuno li raccoglie, alcuni non li trova nessuno e diventano concime. La vegetazione è una sorpresa quotidiana, è una scoperta che accompagna, che evidenzia il tempo così come lo conosciamo, che annulla l’idea di tempo così come l’accelerazione mediatica e consumistica propone. Non c’è accelerazione lungo il fiume. C’è novità. Non esiste un buon rapporto tra novità ed accelerazione. Ciò che viene trovato, consumato e archiviato subito non è naturale, è un artificio pericoloso che porta al disintegrarsi di qualsiasi desiderio. Un fuoco che brucia tutto, impressiona, ma muore subito. Un fuoco morto è triste. Lascia molta desolazione. E poi si ricomincia con una nuova novità che diventa un bisogno impellente e che deve essere bruciata subito. Come il fumo di un bellissimo calumet. Finisce subito. Nell’accelerazione innaturale di questo povero mondo c’è l’invecchiamento brutto. Quello che non anela a novità perché le conosce tutte, che non cerca la pace perché non la riconosce più.

Chi vive lungo un fiume sa che il fiume riporta a una dimensione primordiale. Si torna ad un sentire che, accompagnando il corso dell’acqua, è sempre uguale, sempre diverso, sempre in mutamento, sempre fermo. Il fiume non accelera niente, rallenta, rallenta, rallenta ancora, fino a fermarsi. Il fiume sa sospendere l’incedere inesorabile delle ore. Lungo il Lungone il tempo è contemporaneamente fermo e in movimento e sorprende per la sua grande capacità di rallentare, rallenta il tempo, rallenta la vita, rallenta le preoccupazioni, rallenta le necessità artificiali. Facendo questo è fisico e metafisico insieme, è la nostra storia e il nostro presente, è quel poco di futuro che serve per guardare al domani con fiducia. Possiamo camminare con la consapevolezza che potremo tornare al fiume e lui sarà ancora lì con la sua pace ad aspettarci sempre, a rallentare sempre. Nell’acqua che  scorre lenta c’è lo spazio per la riflessione, ma anche per il sentire, per un sentire che basta a se stesso. Come la sensazione del sole sulla pelle e del vento tra i capelli che sa autocompiacersi, sa portare lontano, non brucia subito, non necessita di alcun artificio, basta per quel che è, garantisce sempre la sua persistenza, il suo stare dentro e fuori di noi, così noi possiamo sospendere il tempo guardando il fiume che pervade tutto, aldilà e aldiquà delle sue sponde.  In una dimensione piccolissima e che può dilatarsi a dismisura, in un tempo fermo e lentissimo che cambia e si muove sempre, possiamo ritrovare noi stessi. Possiamo ritrovare un punto d’incontro tra il nostro necessario bisogno di novità e il nostro incessante ritorno alla prevedibilità quale fonte di tranquillità. Possiamo essere nuovi e tranquilli, nuovi e sospesi, dentro il tempo, dentro l’acqua.
Noi che siamo gente di fiume sappiamo tutto questo, nessuno lo dice, ma lo sa la nostra pelle, lo sanno le nostre mani e lo sa il nostro cuore. Ciò che davvero sappiamo non è ciò che diciamo, è ciò che sentiamo. Il sentire è una forma autentica di percepire noi stessi all’interno del mondo. Una forma molto poco mediata, poco condizionata, senza spigoli. Il sentire ci permette di percepire noi stessi in un tempo lento, sempre uguale e sempre diverso, accompagnato dal fiume e dalla certezza che la sua presenza diffonde.

Spero che Pontalba non cambi mai, che la presenza del Lungono renda l’esistenza migliore, che la pace che da lui deriva e che si irradia sulle vite che lo circondano, sia duratura, permetta a noi di invecchiare ai bambini di crescere. Non c’è storia vera senza la possibilità di fermare il tempo, di rallentarlo, di renderlo adatto alle persone e al loro sentire, al loro essere in questo momento e in questa vita. Il fiume toglie molto necessità impellenti, toglie il consumismo che l’accelerazione sostiene, riapre a un tempo che a volte riesce perfino a sospendere se stesso. Galleggia vuoto e bellissimo nel silenzio. Come una fata di primavera che vestita di tulle bianco dondola su un altalena e non ha più bisogno d’altro perché basta a se stessa per quello che è in quel momento, per quello che sente, così potremo essere noi: leggeri, sospesi, dentro un tempo che sa guardare se stesso e che diventa sorprendentemente trasparente.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Per far visita agli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

robot

Giugno 2060:
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi…

Giugno 2060.
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi. Accidenti come sono diventata vecchia. I miei capelli sono bianchi candidi e il mio viso è solcato da una miriade di piccole rughe, come il greto di un torrente in secca. Mio marito Pietro ha ottantasei anni e sta ancora abbastanza bene, a parte l’artrosi che gli sta deformando le ossa delle mani. I miei tre nipoti: Rebecca, Valeria e Enrico sono diventati grandi e hanno intrapreso percorsi di vita diversi.

Rebecca ha cinquantotto anni, abita da sola a Portici, un piccolo cascinale ristrutturato sulle rive del Lungono. Un posto splendido pieno di poesia e di storia. Fa la giornalista per TresciaOne, uno dei nostri  giornali locali. Le piace intervistare personaggi famosi e spesso mi viene a chiedere cosa ne penso di quello che scrive. Valeria ha quarantasei anni, è sposata con Luca, ha due figli che si chiamano Axilla e Gianblu, abita nella zona industriale di Pontalba e insegna geometria analitica in Università a Trescia. Enrico ne ha trentotto e fa il direttore del Museo civico di Bugnolo. Ha un bambino di otto anni che si chiama Marlon e un secondo maschio in arrivo, chissà come lo chiameranno e come sarà.

Axilla e Gianblu vengono sempre a trovarmi con Cosmo-111, il loro super-robot. Luca, il loro papà, è un ingegnere del Centro-Trescia-111 e la programmazione di Cosmo-111 è stata fatta dai migliori ingegneri del centro. Cosmo-111 è un essere straordinario. Un “mezzano” di prim’ordine, che sa stupire, tanto è capace di imparare e reagire velocemente a qualsiasi stimolo le sue apparecchiature elettroniche intercettino. Anche ora che ha dieci anni e comincia ad essere un po’ vecchio è ancora un mezzano di prim’ordine.

Quando penso alla mia vita così lunga e piena di eventi e accidentalità la cosa che riempie maggiormente i miei ricordi sono le persone che ho incontrato. Quelle buone che hanno cercato di lasciarmi un po’ di bene e quelle cattive che mi hanno fatto del male. La distinzione tra bene e male è in questo caso estrema, non esiste un male assoluto e non esiste un ben assoluto. La forma assoluta di queste due caratteristiche appartiene all’aldilà, se un aldilà esiste.

I miei nipoti mi hanno regalato un robot-canarino che si chiama Pit-x. Vive nella gabbia con Nuvola e Nembo, due bellissimi canarino arricciati. Formano un trio straordinario che mi fa compagnia e diverte le mie giornate da vecchia arzilla.

Ieri Axilla voleva sapere com’era Albertino Canali, il mio vicino di casa che faceva il trebbiatore e che è morto da un anno. Sa che era un mio amico e che gli ero molto affezionata, anche se discutevamo sempre e non ci piacevano le stesse cose. Ho provato per una vita a fargli apprezzare la bellezza dei miei cespugli di ortensia, ma non ci sono mai riuscita.

Grazie alla domanda di Axy, mi sono trovata a ripensare all’Albertino Canali di molti anni fa, quando avevamo cinquant’anni e lui voleva spalarmi la neve davanti al portone di via Santoni, mentre io mi ostinavo a farlo con la vecchia pala del nonno senza raggiungere grandi risultati e poi all’Albertino di qualche anno fa, prima che ci lasciasse improvvisamente una bella mattina chiara di marzo.

Albertino Canali non amava i “mezzani”, diceva che lo mettevano a disagio perché avevano più memoria di lui, più vista di lui, più agilità di lui. Diceva anche che, nonostante avesse ormai quasi novant’anni, era molto più bello lui di questi “esseri di latta”. I “mezzani” non hanno gambe, sono bassi e hanno delle braccia lunghe e snodate. Solo se ti abitui a vederli puoi riconoscere anche in loro qualche grado di beltà.

Alcuni hanno braccia molto snodate e altri si muovono un po’ più a scatti, alcuni hanno telecamere perfettamente posizionate nelle orbite degli occhi e sembra effettivamente che siano dotati di pupilla, iride, cornea e cristallino, mentre altri roteano gli occhi in modo tale che è evidente l’azionamento di componenti meccaniche. Alcuni hanno la testa di una forma più tondeggiante e più simile alla nostra, mentre altri più squadrata.

Siccome noi siamo esseri umani con una forte tendenza alla socialità e con una predilezione marcata per i nostri simili, più i “mezzani” assomigliano a noi, più ci sembrano belli. Poi c’è una componente affettiva che non va mai sottovalutata: il tuo robot è più bello degli altri, perché è tuo e la sua bellezza aumenta nella stessa proporzione in cui lo senti veramente tuo.
Come tutti i rapporti affettivi, anche quello con i mezzani si deteriora se l’affettività viene tradita e il robot diventa improvvisamente brutto, meno intelligente, meno appetibile, poco unico. I sentimenti traditi sono l’origine di molti mali, il motore di molte vicende nefaste, l’inizio delle peggiori guerre, la fine di moti idilli vagheggianti.

Quando Marlon ha compiuto cinque anni (tre anni fa) Enrico gli ha regalato il suo primo robot. Un mezzano costruito al Centro-Tresia-111 direttamente da Luca, il marito di Valeria. La cosa buffa è che quando è stato chiesto a Marlon come voleva chiamarlo, lui ha riposto: “Canali-111”, il cognome di Albertino. Siamo rimasti di stucco. Di solito ai robot si danno nomi astrali. Axilla gli ha proposto di chiamarlo Nettuno, Gianblu di chiamarlo Saturno e io di chiamarlo Sole, ma non c’è stato nulla da fare, Marlon ha voluto chiamare il suo robot Canali-111 e così è stato.

Ricordo che, in una limpida mattina di gennaio con tanto bianco in cielo e in terra (era appena nevicato), Marlon è arrivato in via Santoni Rosa 21 a farci vedere il suo “mezzano”. Canali-111 è un robot con delle braccia agilissime e la testa tonda come i migliori mezzani, ma la cosa davvero particolare di questo robot è che ha un occhio per colore. Le sue telecamere sono protette da una retina in vetroresina di due colori diversi. L’occhio destro è viola, come le violette che a Pontalba riempiono gli argini del Lungone in primavera, l’occhio sinistro è verde scuro, come il corso del Lungone dopo il temporale estivo, quando la molta vegetazione trascinata nel fiume dalla furia del temporale, rende l’acqua dello stesso colore delle foglie agostine. Io non avevo mai visto un robot così bello, l’ho detto a Luca e lui mi ha risposto che ultimamente molti bambini preferiscono i robot con gli occhi di colore diverso. Gli è capita una bimba che ha chiesto per il suo robot un occhio giallo come la buccia del limone e uno bianco come lo yogurt alla vaniglia. Un occhio giallo e uno bianco, davvero una strana combinazione.

Canali-111 è anche molto intelligente, impara velocemente e se non lo trattengono, fa i compiti scolastici di Marlon in un baleno. Tutti eseguiti alla perfezione e rapidamente. Una vera tentazione per Marlon, che appena può glieli sgancia, perché sa che a Canali-111 piace farli, si diverte e poi dice di se stesso “Canali-111 bravo, bravo, davvero bravo”.
“Si, si bravissimo!” gli risponde Marlon e questo rinforzo continuo fa si che l’esecuzione del compito sfiori la perfezione ogni volta. Ma la cosa stupefacente è che, se anche Marlon non fa i i compiti perché li fa il mezzano, questo non cambia nulla del suo profitto a scuola. Anzi, sembra che sia sempre più bravo. L’avere un supporto sicuro, efficiente e colto per l’esecuzione dei compiti, ha dato una grande sicurezza a Marlon, che è bravissimo sia a scuola che a casa. Se Canali-111 fa i compiti, Marlon legge le esecuzioni e impara le soluzioni a velocità supersonica, nessuno riesce a prenderlo in castagna.

Così in maniera tacita si è creato un accordo familiare per cui Canali-111 può fare i compiti a patto che il profitto di Marlon continui a essere  eccellente. Funziona perfettamente. Marlon è bravissimo. Questa vicenda insegna, cambia delle prospettive. Per facilitare l’apprendimento più che la ripetitività dell’esercizio, che quasi sempre un compito propone, serve la sicurezza, un riferimento competente a cui attingere, una reiterazione dei successi, che facilita la riproduzione del comportamento vincente. Serve l’autostima, che la prevedibilità del risultato finale garantisce. Serve una mente libera e senza preoccupazioni. Vedere Marlon e Canali-111 fa riflettere sulle modalità migliori per insegnare ai bambini nozioni e compiti esecutivi. Tutt’altro discorso si potrebbe fare se si tratta di stimolare la creatività, che resta una caratteristica tipicamente umana.

Quando Alberino Canali ha scoperto che il Robot di Marlon si chiama Canali-111 gli sono venuti gli occhi lucidi. Senza parlare li ha messi entrambi, il bambino e il mezzano, su Marghera (il suo carretto verde) e si è avviato verso gli argini del Lungone con evidente soddisfazione. Il caso di omonimia tra il suo cognome e il nome del mezzano di Marlon, che poi un caso non è, gli ha provocato una grande gioia, che abbiamo visto suppurare da ogni poro della sua vecchia pelle e che l’ha riempito di allegria. Altro che le mie povere ortensie, per un attimo Albertino Canali ha dimenticato tutti i guai della sua lunga vita.
Lasciate fare ai bambini e ai loro robot: chi volete li possa battere!

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Ballerina, balletto, danza

Carla Fracci, una Cenerentola intramontabile

 

Oggi è il 27 maggio 2021 ed è morta Carla Fracci, la più grande Prima Ballerina Etoile che il Teatro Alla Scala di Milano abbia mai avuto. Aveva ottantaquattro anni. Addio a un mito assoluto della mia infanzia. A una ballerina straordinaria.
Carlina, come la chiamava suo padre, aveva i nonni a Volongo, un piccolo paese della pianura Padana, non lontanissimo da Pontalba.

Arriva Valeria di corsa e irrompe nello studio dove sto lavorando.
“Zia Costanza! È morta Carla Fracci” dice. Sa che questa è per me una notizia significativa. Nutro per questa grande artista un’ammirazione che è durata una vita e che non si prosciugherà mai, continuerà ad alimentarsi grazie alle riprese dei suoi straordinari balletti.
E’ stata la più grande danzatrice di questo secolo. Sono sue alcune dei più conosciute e famose interpretazioni di ruoli romantici e drammatici, come Giselle, La Sylphide, Giulietta, Swanilda, Francesca da Rimini, Medea. Ha danzato con i più bravi ballerini del mondo: Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Mikhail Baryshnikov, Marinel Stefanescu, Alexander Godunov, Erik Bruhn, Gheorghe Iancu, Roberto Bolle.

La danza classica è molto impegnativa presuppone carattere, tenacia, allenamento costante, una dedizione assoluta, il controllo continuo del peso e della mobilità articolare.
Uno dei banchi di prova delle ballerine professioniste è costituito dai “fouettés en tournant”.
Si tratta di giri in punta su una gamba di perno mentre quella di lato funziona da frusta (45° alla seconda e passé con rond).
“ Zia mi senti, a cosa stai pensando?” chiede Valeria.
“Stavo pensando a quando Carla Fracci era giovane  e ballava Cenerentola”.
“Doveva essere molto brava”.
“Non solo era molto brava, era straordinaria.” le dico e lei piega la testa in segno d’assenso.

“Ma le hai ancora le scarpe di raso rosa con la punta di legno?”
“Non è legno, è gesso!” dico.
“Va beh, non fa molta differenza. Mi sono chiesta spesso perché le ballerine si rovinano i piedi con quelle scarpe tremende. Fanno male ai piedi solo a guardarle”.
“Per essere leggiadre e leggere come tante farfalle in primavera”.
“Ok ok” dice Valeria anche se continua a chiedersi come mai quelle punte di gesso possano davvero fare la differenza.
Recentemente è stato brevettato un nuovo tipo di punte. I componenti di supporto sono costruiti con materiali elastomerici infrangibili. Le punte da ballo sono rivestite una schiuma cellulare di uretano, lo stesso tipo di materiali che si trova nelle migliori calzature sportive. A differenza delle altre, le scarpe con questo particolare tipo di punta non si deformano né si deteriorano, durano cinque  volte in più delle tradizionali e possono essere lavate in lavatrice. Bel passo avanti davvero.

Ripenso a Carla Fracci e provo a visualizzare mentalmente alcune sue performance. Ma cosa era che la rendeva davvero così unica? Sicuramente una tecnica perfetta, ma anche una grande espressività, una capacità importante di “entrare nella parte”, di immedesimarsi nei sentimenti della protagonista dell’opera. Se uno guarda Cenerentola ballata dalla Fracci, non si vede Carla Fracci che balla, ma si vede Cenerentola. Una Cenerentola in carne ed ossa che ti trascina nel suo mondo fatto di sofferenza, di sorprese inaspettate e di un lieto fine così travolgente da far sognare tutte le bambine/adolescenti/donne che la guardano. Una eleganza intramontabile, una gestualità morbida e armoniosa che non lascia assolutamente niente al caso.  Una Cenerentola che si muove leggerissima ed elegante e che sfiora la terra volteggiando con il suo  principe in una favola che sa d’eternità. Carla Fracci è riuscita a fare questo, è riuscita a trasportarci in favole e storie  eterne dove il tempo si è fermato per assaporare una attimo di poesia, di eleganza, d’amore. Una danza espressiva piena di lacrime e sorrisi, un viso delicato e raffinato su cui spiccavano occhi scuri, intelligenti e profondi. La fatica nella danza di Carla Fracci non si vede, le lunghe ore alla sbarra, le prove infinite, i piedi pieni di vesciche. Non lo si vede affatto, non lo si ricorda perché non appartiene alla rappresentazione.

Forse è proprio questo ciò che di straordinario  quella ballerina è riuscita a fare. E’ riuscita a staccare la rappresentazione dalla realtà. Ci ha fatto entrare talmente dentro le storie che il suo corpo raccontava, che ci siamo dimenticati che quel corpo stava facendo fatica, stava soffrendo e forse anche sentendo male. Nei balletti di Carla Fracci, come in tutto ciò che sembra quasi eterno, non c’è dolore, c’è una sospensione del tempo ordinario che sa portare lontano, in mondo diverso dove leggere danzano le ore, senza ancoraggio a nessuna quotidianità. Quella donna leggiadra ha spiccato più volte un volo verso il cielo. In una specie di sfida alla gravità, annullando il tempo, contro la caducità di tutti  i sentimenti terreni verso il recupero di una spiritualità che sa d’eterno.
Credo ci sia una relazione tra l’arte vissuta a questi livelli e la spiritualità. C’è anche una relazione tra l’arte e l’uso appropriato del corpo. Un corpo che si piega con i suoi movimenti al volere dell’artista, plasma una storia e la rende vera, veritiera, auspicabile e realista.

Oggi Carla Fracci è morta ma la sua arte è eterna e insieme alla sua arte è diventata eterna lei.
Quella bambina che aveva i nonni che abitavano a Volongo e d’estate passava sempre le vacanze nei campi della pianura padana, ha saputo allungare una briciola di vita fino a farla diventare infinita, ha saputo coprire con un manto stellato un po’ del suo tempo e farlo diventare un sogno.
L’arte è così, la liberazione della creatività a servizio della rappresentazione è così, la danza è così e lo è nella misura in cui sa fondere gestualità, corporeità, musica e pathos. Nella danza di Carla c’è molto Pathos.

“ Ogni tempo ha i suoi grandi artisti” dice Valeria.
“Si” le rispondo. “Carla Fracci, lo è sicuramente stata”.
“Anche Virna Toppi lo è” dice Valeria.
“Si” le rispondo. “Anche Virna Toppi è bravissima. Una grande ballerina”.

Ma Virna Toppi è giovane, sulla cresta dell’onda adesso, proprio adesso mentre io e Valeria siamo qui nel mio studio a ricordare una grandissima ballerina che ci ha appena lasciato.  Proprio in quest’attimo in cui la morte ha interferito in quell’incredibile mondo che Carla Fracci ha saputo creare e rendere eterno. E proprio in questo tremendo attimo, il dolore è riuscito a perforare l’eternità poetica che lei stessa ha saputo creare.  Come se lei fosse l’unica in grado di riportarci al mondo, dopo averci trascinato via. Pochi a questo mondo hanno saputo fare tutto ciò, renderlo vero almeno per un po’.

Quando un corpo si muove con eleganza affascina, l’armonia del gesto è una delle premesse di quasi tutte le forme d’arte.

Prendee anca questa questa, la ghà un bel faccin” disse nel 1946 la direttrice della scuola di danza della Scala, rendendo felice oltre alla bambina, suo padre Luigi Fracci, il manovratore che col suo tram Linea Uno passava tutti i giorni davanti al Piermarini.

Maggio 2060: Galassia-111

 

Mia figlia Axilla ha vent’anni e assomiglia a mio marito Luca e alla sua famiglia.
Mio figlio Gianblu ne ha diciotto e assomiglia a mia madre e alla zia Costanza. Oltre alla somiglianza fisica, Gianblu assomiglia ai Del Re anche per aspetti caratteriali. Gli pace leggere le poesie della zia Costanza e poi interrogarla su quando le ha scritte, su chi e cosa le ha ispirate. Gli piace la vecchia soffitta della casa di via Santoni, il giardino della zia Costanza con i cespugli di ortensie, la voliera con i canarini e le due gatte soriane dal manto scuro. Ogni tanto mi ricorda che c’è un po’ di confusione sui nomi delle due gatte, ed è vero. Quella che si chiama Ombra è di color nero e quella che si chiama Nera è tigrata, a strisce marroni e nere. Le gatte non sono state chiamate così per una precisa strategia, o per divertire la gente, ma in maniera casuale. Nera ha quel nome perché la prima volta che la zia e Axilla l’hanno portata dal veterinario, questi ha aperto la cartella sanitaria del felino e ha chiesto il nome. La zia e Axilla si sono guardate senza sapere cosa rispondere, perché la gatta veniva regolarmente chiamata Gatta e non aveva un nome vero e proprio. La zia ha guardato Axilla e le ha detto:
– Dai Axy scegli un nome
– Ma io non so che nome darle – le ha risposto Axilla,
– Il primo che ti viene in mente
– Nera – ha detto Axy e così, senza farselo ripetere due volte, il veterinario ha registrato il nome e la gatta è passata dal chiamarsi Gatta al chiamarsi Nera in un batter d’occhio.

Nera è così diventato il suo nome ufficiale anche se, in casa, non riuscendo a dimenticarci il modo in cui era sempre stata chiamata, le è stato appiccicato il nuovo nome a quello già consolidato e il nome di Gatta è diventato Gatta-Nera. Già questo era un po’ una stranezza, ma non è finita lì. Gatta-Nera, prima di essere sterilizzata, ha fatto quattro meravigliosi micini. Tre li abbiamo regalati e uno l’abbiamo tenuto. È una femmina con un manto folto, lucidissimo e nero, sembra una piccola pantera. Una gatta bellissima, l’ha detto anche il veterinario.

Questa volta la zia e Axilla non si sono fatte sorprendere e, prima di portarla al controllo sanitario, hanno scelto il nome. La piccola pantera si chiama Ombra, di certo non la si poteva chiamare Nera visto che Gatta-Nera è sua madre. Così, a causa di questo strano incrocio di eventi e casualità, non è la gatta nera a chiamarsi Nera, ma la gatta tigrata detta Gatta-Nera. Ogni volta che lo raccontiamo, le persone ridono di gusto. Chi non ride è la zia Costanza che sostiene che i nomi delle sue gatte non hanno niente di buffo, anzi sono seri e molto belli. Ma lei è unica, come sempre.

Questa vicenda diverte anche Prisca, l’amica di Axilla, che se l’è già fatta raccontare più volte.
Prisca va spesso con Axilla e Galassia-111 a trovare la nonna e la zia Costanza nella vecchia casa di via Santoni Rosa al numero civico 21. Come arrivano, entrano in casa, si tolgono i cappotti e si mettono a cercare Gatta-Nera e Ombra. Anche Galassia-111 ha un cappotto impermeabile, perché le apparecchiature elettroniche temono molto le infiltrazioni d’acqua che le danneggiano irrimediabilmente. I temporali improvvisi sono una delle principali cause di morte dei nostri Robot. Queste straordinarie macchine assomigliano ai loro proprietari, li imitano e acquisiscono da loro le modalità di comportamento. Amano stare all’aperto, giocare, leggere, parlare e fare tutto quello che fanno i loro umani di riferimento, oltre a svolgere i lavori per cui sono stati programmati.

Dopo essersi tolte il cappotto Prisca e G-111 si guardano intorno e poi compiono dei saluti di rito.
Galassia-111 è molto veloce nei saluti. – Ciao a tutti – dice, mentre Prisca fa il giro di tutti gli umani di via Santoni (li chiama i Santoniani) e degli animali domestici. Poi, quasi sempre, mentre Galassia-111 dice che vuole una caramella e trova qualcuno che gliela offre, Prisca saluta Pit-x, il canarino-robot della zia.
– Ciao Pit-x, pit pit.
– Pit – risponde il robot-canarino della zia,
– pit pit – dice Prisca
– pit pit pit – dice Pit-x.

Prisca salute sempre anche le gatte:
– Ciao Gatta-Nera tigrata e ciao Ombra nera.
Abbiamo notato che i nomi delle gatte mandano in confusione i circuiti meccatronici di G-111. Comincia a dire:
– Gatta-nera-tigrata-ombra-nera – ma, in fila a quel modo, le parole non le sembrano sensate e allora comincia a mescolarle cercando di costruire una catena di senso:
– Gatta-ombra-tigrata-nera-nera – e poi: – Ombra-nera-tigrata-nera-gatta – e poi ancora: – Nera-nera-tigrata-gatta-ombra.

Nel corso di questi ultimi anni, Galassia-11 ha cercato più volte di trovare un senso alla catena di parole che si può comporre con i nomi delle nostre gatte, inanellando tutte le combinazioni possibili, fino a quando una volta ha esclamato:
– Sbaglio, sbaglio! C’è una parola in più! Non bisogna ripetere “nera” due volte ma: “Gatta-tigrata e Ombra-nera”.
Siamo rimasti di stucco. I colori delle due gatte erano stati ricomposti semplicemente eliminando una parola di troppo (il secondo nera) ed erano quelli giusti. Non sappiamo come, Galassia-111 era riuscita ad associare il vero colore delle gatte al loro nome, semplicemente eliminando il “doppio nera” e, per uno strano caso, la sequenza aveva acquisito una sua verità ed efficienza.

Il mondo dei Robot è sorprendente, l’acquisizione per imitazione combinata alla programmazione elettronico-informatica sa davvero stupire.  Dopo esserci ripresi dall’exploit di G-111 ci siamo chiesti come fare a spiegarle che in realtà non c’è un nome di troppo, ma che i nomi delle gatte non corrispondono al loro colore. Come dirle che, per una strana confusione, il nero non era associato alla gatta nera, ma era il nome proprio della gatta tigrata, come dirle che Gatta era usato, sia come nome generico, che come nome proprio, che Ombra era il nome della gatta nera, che, anche se Gatta era tigrata, non si chiamava Tigrata, ma Gatta-Nera per un miscuglio di tradizione, casualità e bizzarria di Axilla e Costanza, di fretta del veterinario. In quel momento abbiamo evitato di provarci e nessuno ha commentato l’errata conclusione del rebus da parte di Galassia-111.

Passati alcuni giorni Prisca, convinta che il suo Robot sia il più intelligente di Pontalba, ha provato a spiegarle la situazione. Abbiamo visto uno spettacolo incredibile. Il circuito elettronico che aiuta G-111 a ragionare, ha cercato di nuovo di trovare un senso logico alle informazioni che le stava trasmettendo Prisca, ma non c’è riuscito. L’abbiamo vista stare prima ferma immobile senza dire nemmeno una parola, poi cominciare a roteare le telecamere degli occhi, poi a roteare le braccia meccaniche in maniera vorticosa e, infine, l’abbiamo sentita ripetere: – nera, nera, nera, nera, nera, …- Mamma mia che spavento abbiamo preso quel giorno!.

Il cervello di Galassia-111 è andato ‘in loop’. La scienza informatica definisce ‘loop’ una operazione che si ripete in ciclo, di solito in modo controllato. Può durare N volte (cioè un numero definibile di volte), o finchè non si verifica una particolare condizione. Oppure, come nel caso di Galassia-111, si dice che un programma è andato ‘in loop’, quando si mette nelle condizioni di girare su se stesso all’infinito, a causa di un errore di programmazione, o del verificarsi di accidentalità non previste in sede programmatoria.
Povera Robot, era nei guai. Il suo cervello si era confuso ed era entrato in un potente loop, continuava a ripetere “Nera, nera, nera, nera, nera …”  con le telecamere strabuzzate dalle orbite e le braccia che mulinavano paurosamente.

Prisca vedendo la scena si è messa a piangere, mia madre a ridere di gusto e Axilla, con il suo solito sangue freddo, ha preso il telefono e chiamato Luca, suo padre, che è un ingegnere elettronico molto bravo.
– Paaaa aiuto!
– Ciao Axy, cosa ti succede?
– Galassia-111 sta male, non capisce il nome delle gatte della zia Costanza e continua a ripetere nera, nera, nera, nera, nera …
– C’era da aspettarselo – ha commentato Luca con un tono di voce poco sorpreso.
– Il mondo di via Santoni è troppo bizzarro per i nostri Robot, li mette in crisi.

Ascoltando la sua voce al telefono non si capiva se era divertito o preoccupato o un misto di queste due cose.
– Provate a farla uscire dal loop distraendola. Axy dì a Prisca di darle un gelato al pistacchio.
Così Axilla è corsa in gelateria e poi è tornata a casa con il gelato al pistacchio.
Quando Galassia-111 ha visto il gelato si è immobilizzata. Prima ha ripetuto ancora per qualche volta – nera, nera, nera., …-  e poi si è fermata, ha fatto roteare le telecamere a ha alzato le braccia verso Prisca che le tendeva il gelato. Dopo un momento di silenzio, ha detto:
– verde-pistacchio-verde-pistacchio-gelato!
Evviva era uscita dal loop.
Noi che abbiamo visto la scena siamo rimasti impressionati, mentre la zia Costanza, che era andata ad innaffiare le ortensie, ha commentato quando è rincasata e Axilla le ha raccontato l’accaduto:
– Chissà perché ti è venuto in mente di dire al veterinario che volevi chiamare Gatta con il nome Nera. Hai messo a segno un colpo straordinario.
Zia e nipote si sono guardate e sono scoppiate a ridere. Sanno di aver combinato un pasticcio.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

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Guido, il primo

 

Guido è stato il primo dei miei fidanzati. Siamo stati fidanzati un anno e poi ci siamo lasciati perché eravamo troppo giovani e troppo diversi. Da allora gli eventi della vita si sono susseguiti, indifferenti ai nostri sentimenti mutati ma rilevanti per altri aspetti dell’esistenza, facendo sì che il legame che ci accomunava abbia continuato a mantenersi buono e un po’ alla volta si sia trasformato in un’importante amicizia.
Guido abita a Pontalba vicino al fiume e a Villa Cenaroli, la bellissima villa che costeggia il Lungone. Proprio grazie a quell’antica costruzione, il nostro paese è conosciuto anche fuori dai confini Lombardi. La sua casa, come tutte quelle antistanti Villa Cenaroli,  è della contessa Malù che gliel’ha affittata a un prezzo vantaggioso perché le sta simpatico Guido e ama Reblanco, il suo cane. L’abitazione si trova di fronte all’ingresso principale della Villa ed è una vecchia casa con i mattoni a vista, ristrutturata di recente. Ha un ingresso ampio, una cucina-soggiorno, un bagno e un ripostiglio al primo piano, una camera da letto, lo studio e un secondo bagno al secondo piano. Inoltre ha una soffitta mansardata, un cortile, un piccolo orto e un garage. Per una persona sola è una reggia, impegnativa da pulire, molto accogliente e adatta per gli ospiti che Guido invita spesso a casa. Guido è un professore di Storia, insegna in università a Trescia.

Reblanco (Re) è il cane di Guido. Un Akita Inu interamente bianco dal pedigree importante. I suoi genitori sono stati dei campioni di bellezza ed eleganza e, guardando Reblanco, si capisce quanto la genetica influisca sull’aspetto fisico e sul carattere dei discendenti.
Guido e Reblanco sono una coppia fissa. Abitano nella stessa casa. Reblanco ha anche una piccola casa di legno nel cortile, ma non ci sta quasi mai. E’ l’ombra di Guido. Di giorno sta nello studio su una stuoia posizionata vicino alla scrivania dove Guido lavora e, di notte, dorme nella stanza del suo padrone in una specie di ‘cuccia’ di lattice, fatta apposta per le dimensioni e le esigenze degli akita, che gli garantisce uno standard di confort molto alto.
Quando vanno a spasso per Pontalba li guardano tutti. Camminano sicuri, sempre ben tenuti, maestosi nel loro incedere. Guido tiene Reblanco al guinzaglio perché così si deve fare. Ma credo che sia per lui una sofferenza, preferirebbe vedere il suo cane correre libero anche per strada. Appena la strada provinciale finisce e si arriva a quella sterrata che porta agli argini del fiume, Gudo libera Reblanco che comincia a correre felice fermandosi ogni tanto ad annusare la terra o a osservare il fiume, come se fosse indeciso se buttarsi in acqua oppure no.

La presenza di un docente di Storia in un paese piccolo come Pontalba è un evento raro. La gente si ferma spesso a parlare con Guido e lui racconta loro delle stranezze che sta scrivendo e elargisce bizzarri consigli sulla vita politica del paese, sulla salute della gente, sulla salvaguardia dell’ambiente e sul modo in cui una società debba essere sana, generante, rigenerante. Ha una madre e un fratello sposato che abitano a Trieste, quattro nipotini: due maschi e due femmine.  Suo fratello si è sposato due volte e, sia dalla prima moglie che dalla seconda, ha avuto una coppia di gemelli: due bambini nel primo caso (Claudio e Cesare), due bambine nel secondo caso (Bianca e Viola). Le femmine sono le figlie di Emma, la sua attuale moglie, mentre i maschi sono i figli di Aurora, la prima. Siccome Aurora fa la reporter e non c’è quasi mai, anche Claudio e Cesare stanno quasi sempre con la seconda famiglia del padre. Una famiglia allargata che, per fortuna, sembra funzionare. Bianca e Viola hanno sei anni. Claudio e Cesare dieci. Vengono spesso tutti e quattro a Pontalba e dormono in letti a castello che si trovano nella mansarda dello zio Guido. Si divertono molto e credo preferiscano Pontalba ad una vacanza in Sardegna. Sono ancora piccoli. Il “piccolo” ama il “piccolo” perché lo riconosce come simile a lui, della stessa misura.

Questi quattro bambini sono uno dei motivi che rendono il mio legame con Guido perenne. Due coppie di gemelli sono una delle cose più curiose e interessanti che io abbia mai visto. Si comportano in maniera simbiotica due a due. Sembra inoltre che i due maschi che sono più grandi,  abbiano sviluppato un’importante senso di protezione nei confronti delle bambine, le difendono a spada tratta da tutto ciò che considerano un’insidia alla loro incolumità. Ciò che un bambino di dieci anni considera un’insidia è terreno di scoperta. E’ un modo unico per studiare l’infanzia da vicino. Non solo, i due maschi hanno una particolare forma di protezione per una sola delle due gemelle. Ognuno di loro se n’è scelta una. Claudio protegge Bianca e Cesare è il parafulmine di Viola. Le coppie si ricompongono sempre allo stesso modo, non sbagliano mai, così si sono organizzati e così stanno crescendo tutti e quattro. Ognuno di loro con un doppio legame insostituibile. Uno col gemello, l’altro con uno dei due componenti l’altra coppia gemellare. Una cosa del genere non può non stupire, ci si potrebbe fare una tesi di laurea.

Anche a Guido, che è alquanto intelligente e curioso, i suoi quattro nipoti piacciono e incuriosiscono non poco. Li ospita sempre volentieri nella sua casa e li porta lungo gli argini del Lungone appena può. A Pontalba si vede spesso uno spettacolo che esercita un grande fascino su tutti. Guido, Reblanco trainato al guinzaglio da Claudio e Bianca o in alternativa da Cesare e Viola, e gli altri due gemelli che inseguono i primi quattro liberi e divertiti. Questa è la famiglia di Guido. Come sempre lui batte tutti, è sopra le righe, vive così, sa vivere solo così.

Un giorno li ho incontrati mentre anch’io passeggiavo lungo l’argine del Lungono. Mi ero fermata sulla stradina dei castagni per fotografare un albero che aveva alcune foglie illuminate dal sole. Guardando dal basso verso l’alto si vedevano piccoli bagliori di luce che filtravano fra i rami e le grandi foglie del castagno. Piccole fiammelle che accecavano e morivano subito dopo. Ho orientato la macchina fotografica verso l’alto e, stavo cercando di metter a fuoco, quando ho visto l’allegra brigata di Guido in avvicinamento. Reblanco era libero e correva sulla stradina, i quattro bambini erano allineati tenendosi per mano ed erano sfalsati come sempre: un maschio e una femmina e poi ancora un maschio e una femmina. Camminavano in mezzo alla strada. Devono aver imparato da Guido, anche lui cammina sempre in mezzo alla strada. Il vialetto dei castagni è sterrato, macchine non ne passano, al massimo bisogna spostarsi perché passa qualche mezzo agricolo che procede lentamente e si vede da lontano. Dietro alla quadriglia si vedeva Guido che camminava per ultimo in modo da godere di una panoramica privilegiata dei suoi quattro nipoti. Siccome mi conoscono bene, mi hanno riconosciuto da lontano e i  bambini e il cane si sono  messi a correre per venirmi in contro, mentre Guido ha continuato a camminare con il suo solito passo. I piccoli sono arrivati vicino a me tutti affannati. Claudio e Bianca hanno messo il guinzaglio a Reblanco per evitare che si buttasse in acqua, visto che ansimava ed era agitato.
“Cosa stai facendo?” mi ha chiesto Viola.
“Sta facendo una fotografia” gli ha risposto Cesare.
“Perché stai facendo una fotografia al castagno?” mi ha chiesto Bianca.
“Perché le piace” ha risposto Claudio.
“Perché ti piace?” mi ha chiesto Viola.
“Perché è romantico” gli ha risposto Cesare.

Mi sono sentita inutile. E’ stata una conversazione che ho sentito, ma dalla quale sono stata esclusa. Questo è l’incredibile mondo dei gemelli. Sono autonomi, protettivi, curiosi, a volte un po’ assenti. Quasi sempre felici perché bastano a loro stessi e non si sentono mai soli. L’incrocio tra diverse età e la differenza di sesso completa l’opera. Questi quattro bambini sono un mondo, una visione della vita. Un mondo di affrontare le responsabilità, un modo di essere curiosi, una rarità.  Sono affascinanti.

Nel frattempo è arrivato Guido.
“I gemelli sono spettacolari” gli ho detto.
“Certo” ha risposto lui.
“Forse ho fatto un’affermazione banale” ho detto.
“Si” mi ha risposto.

Ci siamo fermati a guardarli mentre sono corsi via tutti e quattro seguendo Reblanco. Sono belli, vivi, giovani e appartengono a un mondo un po’ diverso dal nostro. Forse migliore, sicuramente differente.
“Domani se ne vanno tutti e quattro” mi ha detto Guido.
“Passi da me? Ti faccio vedere il mio ultimo lavoro.”
“Ok” gli ho risposto e poi ho guardato di nuovo i quattro gemelli.
“Loro faranno la storia” ho detto.
“Già loro” mi ha risposto Guido e poi ha sorriso guardando Reblanco che stava abbaiando felice.

 

Gli zoccoli di Serafina

 

La contessa Maria Lucrezia Cenaroli, detta Malù, cadde dalle scale.
Inciampò nell’ultimo gradino della scalinata che da Villa Canaroli scende al parco privato che costeggia il Lungono. Un parco molto curato, pieno di piante bellissime, alcune molto vecchie e con tronchi rugosi, altre più giovani, piene di vita. Oltre agli alberi nel parco vivevano diverse specie di animali: cerbiatti, tartarughe, cigni, aironi, anatre e oche. C’era anche un laghetto, con tanto di ponticello per le passeggiate primaverili dei conti.
– Aiuto, aiuto – urlò la contessa dal fondo delle scale, afflosciata sull’ultimo gradino come un gelato alla crema.

Serafina, la cameriera personale della contessa, uscì dalla grande porta a vetri che separava la villa dal poggiolo e dalla scala che portava al parco, e si avviò di corsa verso i gradini per scendere più in fretta possibile. Con la divisa nera svolazzante e gli zoccoli di legno che ticchettavano veloci, sembrava un bel corvo pronto a spiccare il volo. Cominciò a scendere a precipizio, saltando i gradini due a due per arrivare in fretta da Malù. Così correndo scivolò sul terzultimo gradino, fece uno strepitoso balzo e atterrò sulla contessa, spiaccicandola definitivamente a terra.
– Aiuto, aiuto – urlò per la seconda volta la contessa.
Indissolubilmente Malù e Serafina si mescolarono con la terra soffice e l’erba selvatica del giardino che iniziava appena finita la scala e là restarono confuse e capovolte.

Uno dei giardinieri vide da lontano un mucchio di terra che si muoveva e si spaventò. Cosa poteva mai essere quel mucchio vicino alle scale? Un animale selvatico? Ma che animale era? Visto da dove si trovava lui, il mucchio sembrava molto grosso e aveva una strana forma. Si muoveva in maniera scomposta, ondeggiando un po’ di qua e un po’ di là. Ma cos’era? Il giardiniere abbandonò gli attrezzi che stava usando per rastrellare le foglie e corse verso il mucchio.

Mentre si avvicinava vide che si trattava di Malù e Serafina e pensò: “Ma come hanno fatto quelle due a cadere a quel modo e a finire una sopra all’altra?”. Così pensando si distrasse dai suoi piedi, scivolò su un tratto dove l’erba era appena stata innaffiata, le sue gambe si alzarono verso l’alto mentre il sedere rimaneva più o meno dov’era e le braccia iniziavano un inutile turbinio.
Spiccò per un attimo un volo imprevisto e poi atterrò direttamente col sedere su Serafina e Malù. – – Aiuto, aiuto – urlò per la terza volta la contessa.

Ma che mai facevano quelle tre persone mescolate al fango e all’erba?. Un grande pasticcio era appena successo. In quel mucchio si vedevano degli zoccoli, una camicia a quadri, una vestaglia nera, del pantaloni di velluto, una gonna di lana, una sottoveste di seta. Mani, braccia, gambe, sei o sette occhi, non si capiva bene. Una gran confusione.

Il maggiordomo e il secondo giardiniere erano nel frattempo usciti sul poggiolo e guardavano la scena esterrefatti. Si vedeva, mescolate all’erba e al fango, un gran mucchio di persone appena giù dalle scale. Erano una sopra all’altra come un grosso sandwich umano multicolore e dalla forma semovente.
Il maggiordomo disse al secondo giardiniere:
– Ma cosa sta succedendo laggiù?
– Non so. Si sono seduti uno sopra all’altro.

Il secondo giardiniere temeva il maggiordomo che era colui che gli pagava lo stipendio tutti i mesi e pensò che doveva trovare una giustificazione plausibile alla scena che stavano vedendo. Disse:
– È passato un deltaplano, tutti stavano con la faccia in su a guardarlo e sono scivolati uno sopra all’altro.
– Sono scivolati?
– Si – continuò il secondo giardiniere – se si cammina guardando per aria e non dove si mettono i piedi, si può finire su un’altra persona senza accorgersene. Quando te ne accorgi è troppo tardi e la travolgi, rischi perfino di toglierle il respiro.

“Ma cosa sta dicendo questo?” pensò il maggiordomo. “Deve avere visto un po’ troppi film alla Tv.
E poi ora perché i malcapitati stanno lì, seduti uno sopra all’altro senza rialzarsi subito?”.
Il maggiordomo era infastidito dalla scena. Era una scena scomposta, niente era al suo posto, l’ordine gerarchico sovvertito, la distanza tra i sessi e tra i ruoli distrutta dal quel mucchio di gente. Più guardava la scena e più sentiva aumentare l’ansia.

C’era qualcosa di rivoluzionario in quel miscuglio. Come era possibile che si fosse confuso l’ordine che regnava indiscusso a villa Canaroli? Come ripristinarlo subito e far sparire le tracce del brutto accadimento mattutino? Forse si poteva chiedere all’associazione dei deltaplanisti di scegliere traiettorie alternative, che escludevano la villa e anche il parco. Perché un uomo volante era passato sopra la testa della contessa Malù, di Serafina e del primo giardiniere causando quell’ammasso riprovevole e scandaloso?

In fondo alle scale c’era un groviglio umano di due donne e un uomo. Si vedeva che era così, anche se l’uomo aveva del fango sui vestiti e le due donne la gonna attorcigliate intorno alle gambe. Una delle due aveva anche la gonna alzata fino al ginocchio e si vedevano le calze. Poi c’erano degli zoccoli. Uno a terra e uno rovesciato sul terzultimo gradino con il tacco verso l’alto. Una situazione inaudita e imbarazzante.

– Ma cosa ci fanno là degli zoccoli? – chiese il maggiordomo al secondo giardiniere, sempre più agitato.
Anche il giardiniere si agitò. Per quale motivo il maggiordomo voleva sapere cosa facessero là gli zoccoli di Serafina? Era chiaro cosa ci facevano là, erano attaccati ai piedi della cameriera prima che cadesse e ora erano finiti a terra. “Devo pensare a una risposta intelligente” pensò.
E poi disse:
Gli zoccoli sono la versione femminile delle pantofole, mentre le femmine usano gli zoccoli, i maschi preferiscono le pantofole.
Le pantofole? Cosa c’entrano adesso le pantofole? Appartengono a un altro ceto sociale, sono tutt’altro! – urlò il maggiordomo.
– Le pantofole c’entrano perché, se di buon pellame, sono morbide, calde e accoglienti e i maschi, che amano le comodità, le preferiscono. – Rispose quell’impertinente del secondo giardiniere.

Il maggiordomo pensò che non aveva mai visto il giardiniere sotto la sua vera luce. Un uomo dalle dubbie doti morali, che usava dei brutti esempi per spiegare gli strani e inspiegabili accadimenti della vita. Lo doveva interrogare meglio.
– Ma non ti sembra una brutta cosa paragonare le pantofole agli zoccoli? Cosa c’entrano?
Il secondo giardiniere capì che c’era qualcosa che non andava nella conversazione e che il maggiordomo era diventato sempre più agitato e nervoso. Cercò allora di rimediare, senza sapere da che parte dirigere il discorso, perché non sapeva cosa l’avesse fatto deragliare. Forse c’era qualcosa di sconveniente nell’attribuire alle femmine la preferenza delle zoccoli e ai maschi quella delle pantofole. Doveva rimediare alla gaffe.
– Io le pantofole le consiglierei a tutti, anzi proprio a tutti! E non ne farei una questione di maschi o femmine! Per quel che mi riguarda i maschi possono benissimo usare gli zoccoli e le femmine possono benissimo usare le pantofole. Anzi possono fare entrambe le cose. Sia i maschi che le femmine possono usare sia gli zoccoli che le pantofole. – disse preoccupato.

Nel cervello del maggiordomo si fece luce l’idea che doveva licenziare quel rivoluzionario irrispettoso e volgare del secondo giardiniere. Decise quindi di interrogarlo meglio.
– Ma tu che sei un giardiniere e che ami i fiori ti sembra una bella cosa che tutti i fiori vengano considerati belli allo stesso modo?
– Certo! – disse il giardiniere… e con quella affermazione firmò il suo licenziamento.

Febbraio 2060

 

I racconti di Costanza Del Re sembrano appartenere a un genere a parte, qualcosa di più o di diverso dai racconti comunemente detti. Il perché sarebbe lungo dire: per rendersene conto, la cosa migliore è ricavarsi un angolo di silenzio e lasciarsi andare alla lettura: entrare nel suo microcosmo familiare (un’altra Macondo) e nella vertigine dello scorrere – avanti e indietro – del tempo. Così, ad esempio, Costanza si è pensata e ha pensato e scritto di un mondo fra quarant’anni. A partire da Gennaio 2060 (questa è la seconda puntata) potrete seguirla tutti i mesi su Ferraraitalia. Buona lettura.
(Effe Emme)

Cosmo-111 è il nostro robot di casa. E’ alto cinquanta centimetri, bianco, con un corpo tozzo, senza gambe, una grande testa e due occhi neri e rotondi che, contenendo le telecamere, gli permettono di vedere con una precisione che corrisponde alle nostre quattordici diottrie.
Ha due braccia meccaniche, snodate e  lunghe quaranta centimetri, con cui fa molte attività.
Quando parla o canta da solo usa una lingua che nessun umano conosce, mentre quando interagisce con noi parla in italiano. Purtroppo adesso comincia ad essere un po’ vecchio e ogni tanto sbaglia e comunica con noi usando un linguaggio a dir poco strano. Usa una sola una vocale per volta e dice frasi intere usando sempre la stessa. Spesso usa solo la “A” e quindi una frase del tipo “Ciao, oggi c’è il sole, voglio pulire i vetri” diventa (sostituendo in maniera sistematica la “A” a tutte le vocali presenti nella frase): “Caaa, agga c’à al sala, vaglaa palara a vatra”.

Io e Luca volevamo portarlo al Centro-Trescia-111 (il presidio di assistenza per i robot), per vedere se lo potevano curare. Ma ad Axilla e Gianblu piace da matti quando parla a quel modo, si divertono e ridono. Hanno imparato a parlare come lui e non lo vogliono portare in assistenza. Quando hanno un po’ di tempo per divertirsi, lo sfidano al “gioco delle vocali” che a casa nostra sostituisce la Playstation e Gugyweek. Ad esempio Gianblu dice a Cosmo-111: “Dai Cosmo, giochiamo al gioco delle vocali. Comincio io. Vediamo chi è il più veloce. Uso solo la U”.

Curu Cusmu,sunu davvuru fulucu chu tu sua cun nuu nun su cusu furummu sunzu du tu” (caro Cosmo sono davvero felice che tu sia con noi, non so cosa faremmo senza di te), e Cosmo-111 risponde “Curtu chu nun suputu sturu sunzu du mu, uu sunu unduspunsubulu u vu uutu sumpru!” (Certo che non sapete stare senza di me, io sono indispensabile e vi aiuto sempre!). E vanno avanti così, seri alla prima frase, sorridendo alla seconda, ridacchiando alla terza, ridendo alla quarta, ridendo sguaiatamente dalla quinta in poi.
Vista la situazione, Cosmo-111 non pensa affatto di essere ammalato ma è convinto di avere una qualità buffa e molto utile, che gli permette di allietare le giornate dei suoi due umani preferiti: quei due bambini ormai cresciuti che corrispondono ai nomi di Axilla e Gianblu.

Guardarli mentre giocano a quel modo, mi fa sempre molto riflettere; a volte le menomazioni possono essere uno svantaggio e a volte si trasformano nell’esatto contrario. E’ così anche nel mondo animale e anche in quello vegetale. La tigre bianca è albina. L’albinsmo è una anomalia congenita. E’ una deficienza causata da un difetto o da un’assenza dell’enzima tirosinasi, enzima che è coinvolto nella sintesi della melanina. Potrebbe quindi essere considerato una malattia. Ci sarebbe un enzima da ripristinare. Eppure la tigre bianca è pregiatissima, considerata bellissima e una rarità. A nessuno verrebbe mai in mente che sia malata.

Anche nel mondo vegetale è così. Il Tambalo, fiore che cresce d’estate in mezzo al granoturco, ha una strana colorazione nera con striature argentate dovuta a un difetto di pigmentazione. Eppure tutti lo raccolgono, lo mettono nei vasi, lo regalano, lo portano addirittura in chiesa. Nessuno vorrebbe il Tambalo di un colore diverso e a nessuno viene in mente di considerarlo una stranezza o una malattia, invece che una eccellente rarità.

Anche nel mondo umano è un po’ così. Ci sono modelle albine, modelle affette da pitiriasi che trasforma la loro pelle in un manto simile a quello delle mucche pezzate (un po’ del colore normale e un po’ bianco candido). Ci sono modelle calve e magrissime. Sono considerate malate? Macchè, sono considerate bellissime.

A volte la malattia si connota per sofferenza a tutti gli effetti, dolore muscolare, osseo, febbre, vomito, cefalea, mal di denti, astenia, stanchezza. Forse tutto questo può essere considerato patologia, anche se bisogna fare dei notevoli distinguo. La diversità, in quanto tale, quando può/deve essere considerata malattia? Quando provoca sofferenza?

Un bambino con i capelli rossi, che si trova in una classe di tutti bambini mori, è ammalato in quanto vive una reiterata situazione di sofferenza causata dal colore dei suoi capelli, che è diverso da quello di tutti gli altri? Credo che la definizione di malattia non sia univoca, che non lo sia la definizione di sofferenza, come non lo è la definizione di normalità.

In questo tempo che ha superato abbondantemente l’inizio degli anni 2000 d.c., io, mio marito e i miei due figli viviamo con Cosmo-111 e ci sembra normale che sia così. Ci mancherebbe se dovesse essere rottamato e soffriremmo della sua assenza. Eppure Cosmo-111 è un assemblaggio di parti meccaniche e elettroniche, non ha di certo un’anima, anche se in maniera semi-empatica (per imitazione), sa rispondere alle sollecitazioni emotive degli umani che vivono con lui e sa piangere, facendo uscire un po’ d’acqua dalle telecamere che ha al posto degli occhi.

Un giorno parlavo con la zia Costanza di Cosmo-111 e degli strani giochi che fanno con lui i ragazzi. Lei, che di solito ha sempre qualcosa da dire, è rimasta pensierosa e poi ha commentato: “E’ davvero strano che ora stia succedendo tutto questo. Sembra fantascienza e invece è realtà. Il bello è che Cosmo-111 piace anche a me. Ci siamo tutti affezionati a esseri che non sono umani e che non appartengono nemmeno al regno animale o a quello vegetale. E’ nato una specie di  “regno di mezzo”, che non so nemmeno se si possa considerare un regno di esseri viventi o un regno “altro”. Sicuramente non lo si può considerare un regno morto. Chi lo dice a Gianblu che Cosmo-111 appartiene a un regno morto? Si arrabbierebbe di sicuro. Questo strano “mondo di mezzo”  lo descriverei come un regno di proiezioni. Un mondo di esseri che vivono grazie ai sentimenti che noi attribuiamo loro, grazie alla componente emotiva traslata dagli esseri umani ai robot. Riconosciamo questa componente emotiva come uguale alla nostra, perché è la nostra. Proprio questo ci fa affezionare a questi esseri che sono come noi, sentono quello che sentiamo noi, reagiscono come noi, sia alle avversità, che alle sorprese. E’ facile stare con loro perché non sono oppositivi, non sono imprevedibili, non vanno controcorrente, sono molto servizievoli. Questo “mondo di mezzo” è la vera novità di questi ultimi decenni, è un luogo di rifugio per le nuove generazioni, è uno spazio che si sta affrancando dalla artificialità e si sta legittimando come possibile, alternativo e in qualche modo “vero”. Mi chiedo dove ci porterà tutto questo. Fino a quando questo “mondo di mezzo” resterà tale. Non mi piacerebbe che questo spazio di proiezioni-umane prendesse il sopravvento sul mondo che conoscevamo prima, fatto di relazioni vere, di sentimenti autentici, di rapporti che nascono crescono e finiscono, ma che non sono mai animati da sentimenti riflessi”.

Come sempre la zia Costanza, che pur avendo ottantotto anni è ancora molto lucida, ha ragione. Ma poi ripenso a Cosmo-111 e mi rendo conto che il mondo è già cambiato, che la “terra di mezzo” è già legittimamente al suo posto.
A cosa porterà tutto questo non lo so, lo scopriremo cammin facendo e, soprattutto, lo scopriranno Axilla e Gianblu che considerano Cosmo-111 una parte della famiglia e che, da questo sentire, non si affrancheranno per tutto il tempo della loro lunga esistenza.

Mentre cerco di immaginare com’era la vita quando mia madre e la zia Costanza avevano vent’anni e i robot erano ancora allo status nascendi, sento il campanello di casa suonare. E’ Axilla che torna dall’università, apre la porta con la sua chiave elettronica, si disinfetta le mani e si toglie il piumino verde con il collo di pelliccia. Poi si siede sullo sgabello all’ingresso e si toglie le scarpe. Cosmo-111 arriva con le ciabatte e le dice: “Maattala sana calda a camada” (mettile sono calde e comode).
“Grazaa, Casma-111, saa straardanaria (Grazie Cosmo-111, sei straordinario)” lo ringrazia Axilla e poi gli dà un bacio sulla testa. Cosmo-111 sorride e poi dice divertito: “Questa volta ti ho fregato, ho usato tutte A solo per farti ridere”. Axilla sorride, ancora più divertita di prima e Cosmo-111 se ne va, cantando la canzone che gli piace tanto, in quella lingua che solo lui conosce, perchè esclusiva degli abitanti del “mondo di mezzo”, che lo accompagna nei momenti solitari e di non-umanità.

Quel modo di parlare e cantare è il sintomo del mondo che cambia, della realtà che si affranca da se stessa per inglobare dento di sé la tecnologia come estensione di un po’ di vita, come paradigma del progresso che cammina, senza troppi pregiudizi, a servizio dell’umanità.
“Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” canta Cosmo-111 e io lo guardo mentre se ne va.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

Il tempo delle uova d’oro

A casa mia, in fondo al cortile e vicino alla legnaia, c’è la stanza-dispensa. Ha il pavimento di smalto rosso e le pareti di cemento bianco. Due finestre tondeggianti, un piccolo camino che nessuno accende più da almeno dieci anni. Lo aveva voluto mio padre e un suo amico muratore lo aveva aiutato a costruirlo. La sua parte incavata contiene adesso un piccolo deposito di fiori secchi che io porto al cimitero sulle tombe dei nostri parenti morti.
All’interno c’è un grande tavolo su cui sono posizionati cesti di vimini che tengono separate le scorte alimentari, le scorte di frutta e verdura, i detersivi, le uova che ci porta la mia amica Teresa che ha il pollaio. Noi le diamo il pane raffermo per il suo cane e lei ci regala le uova. Lo scambio è impari, ci guadagniamo sicuramente noi. Ma Teresa è una mia amica da sempre. Lo scambio diventa apprezzabile per entrambe, in nome di tale appartenenza.
L’amicizia permette di trovare una parità, dove parità non c’è. Permette di trovare aiuto e tolleranza là dove altrimenti ci sarebbe diffidenza. E’ un sentimento autentico che non si basa su vincoli biologici, parentali o di appartenenza sociale, ma si basa su qualcosa che è molto meno scontato e molto più fondante: la complicità.

Scrittori e scrittrici hanno dedicato tante pagine a questo tipo di relazione, che tutti noi conosciamo. Alcune storie sull’amicizia sono molto conosciute: ‘Uomini e Topi’ di John Steinbeck, ‘Il cacciatori di aquiloni’ di Khaled Hasseini, ‘Occhio di gatto’ di Magaret Atwood, ‘Parlarne tra amici’ di Sally Rooney.
A Teresa non piace quasi nulla di quel che piace a me. Ma questo non è essenziale. Condividiamo però un passatempo, che circa trent’anni fa era diventato un lavoro: il nuoto. Ci eravamo messe ad insegnarlo. Passavamo le estati con bambini schiamazzanti e bagnati che puzzavano di cloro, il disinfettante che si usa per le vasche d’acqua. Amiamo entrambe l’odore del cloro, che per noi evoca ricordi estivi, belle giornate, tanti giochi, i vent’anni di entrambe. Riparliamo sempre del tempo dei corsi di nuoto, di Vincenzo, il direttore della piscina dove insegnavamo che ci regalava un ghiacciolo ogni pomeriggio, a fine lavoro. A Teresa azzurro e a me rosso, tanto per non fare mai nulla di uguale. Insegnare nuoto ai bambini ci piaceva molto, non ci sembrava nemmeno un impegno.
Quella piscina era diventata casa nostra, ci conoscevano tutti, piacevamo a tutti.  Era uno spazio privo di risentimento dove si poteva sentirsi sicuri, dove il futuro appariva ricco di buone promesse.

Sto guardando le uova nella mia dispensa. Stamattina Teresa ne ha portate trenta. Hanno tutte scritto a matita sul guscio la data in cui sono uscite dalla gallina. Lo scrive sua madre, prima di riporle nel cesto dove le conserva. E’ come se in ognuna di quelle uova io potessi vedere un po’ del tempo di questa amicizia.
Prendo in mano un uovo. È bianchissimo, di media misura, ha una crepa. Quella crepa seghettata mi ricorda l’ingresso della piscina. Il cancello era fissato a due colonne di cemento bianche, diroccate. Da quella porta entravano bambini a frotte, insegnanti, inservienti, badanti, istruttori di nuoto, animatori, personale delle pulizie, amministratori e Vincenzo. Pover’uomo non so cosa gli sia successo. A forza di bere Fernet si è rovinato il fegato. Gli è venuta la cirrosi epatica. L’ho incontrato lo scorso anno. Mi ha davvero impressionato. Magrissimo e color marrone. Anni fa era grasso e bianco come un gelato al limone, come una nuvola solitaria nel cielo d’estate. L’alcol uccide, un po’ alla volta, in maniera spietata, senza tregua, lavora sempre.

Ripongo l’uovo, ne prendo un altro.  Il secondo uovo è rosa e piccolo. E’ come Teresa: rosa e piccola. Teresa ha una sclerodermia che assottiglia la pelle, per questo il suo colorito è molto roseo e le sue labbra rossissime. Terry sa tutto di me, siamo cresciute insieme e abbiamo sempre passato molto tempo assieme. Ricordo che quando insegnavamo nuoto, dopo aver finito il lavoro e dopo aver fatto la doccia, Teresa si asciugava i piedi con una meticolosità impressionante. Un dito alla volta. Se le restava tra le dita qualche goccia di acqua e cloro, la pelle le si screpolava, assottigliava, fino quasi a sanguinare. Per questo problema della pelle ammalata, era sempre l’ultima ad uscire dallo spogliatoio. Stava là fino a quando Vincenzo chiudeva l’impianto. Alla fine le avevano dato una chiave di scorta e lei poteva tranquillamente entrare per prima e uscire per ultima.

Il terzo uovo è chiaro, liscio e stranamente grosso. Probabilmente conterrà due tuorli. Quando lavoravamo in piscina avevamo due piccoli nuotatori fratelli gemelli. I fratelli Baffi. Sebastiano e Silvestro Baffi. Erano bambini piccoli, abbronzati, scattanti, dei grandi nuotatori, dei grandissimi divoratori di gelati. Chissà che fine hanno fatto. Teresa ha saputo che uno dei due si è sposato, abita a Verona, si è laureato in scienze motorie, insegna educazione fisica. Assaporiamo l’orgoglio. Forse anche noi abbiamo contribuito a far crescere in quei due cuccioli d’uomo l’amore per il nuoto, per lo sport in generale, per la vita. Un grande risultato, un bel ricordo tra i tanti che condividiamo.

Nella mia stanza-dispensa ci sono sempre le uova di Teresa e con loro un po’ della nostra amicizia, un po’ dei ricordi che rendono questo rapporto insostituibile. Le immagini del passato sono il fondamento e il contenuto del nostro bagaglio amicale, sono il tampone per i momenti di crisi. Se mai ci dovesse capitare di litigare sono sicura che basterebbe ripensare al periodo dei corsi di nuoto, a Vincenzo, ai nostri piccoli campioni e anche  alle sue galline e al suo golden retriver. (la presenza del cane  è una costante della vita di Terry, ne ha avuto diversi nel corso degli anni). Basterebbe ripensare ai ghiaccioli che abbiamo mangiato e alle  molte giornate passate assieme, nuotate con stili diversi, ma prossime nel desiderio di sperimentare e fare.

Guardo le uova e poi penso che devo ricordarmi di portare a Teresa il sacco del pane raffermo per il suo cane. Questa è una delle tante differenze tra noi: io ho due meravigliosi gatti arancione e lei un cane marrone.
Nel frattempo mi sono ricordata di altri  scrittori illustri autori di libri sull’’amicizia:
Niccolò Ammaniti “Io non ho paura”; Elena Ferrante “L’amica geniale”; J. K. Rowling “Harry Potter”; Fred Uhlman“ L’amico ritrovato”; Andrea De Carlo “Due di due”; Siegfried Kracauer “Sull’amicizia”; Herman Hesse “Narciso e Boccadoro”; Joseph Epstein “Amicizia ”. Credo che se ne scrivessi uno io si intitolerebbe: “Il nuoto e le uova”.
Ci sono anche delle splendide canzoni che parlano di amicizia: Lucio DallaCaro amico ti scrivo”; Lucio BattistiUna donna per amico”; Francesco GucciniGli amici”; Giorgio Gaber  “L’amico”; Laura PausiniUn Amico è Così”.

Una volta o l’altra scriverò una canzone sull’amicizia. Ho ben presente una storia amicale che vale la pena di essere raccontata. Può servire da esempio e da conforto. Ho già deciso il titolo: Il tempo delle uova d’oro. Le riguardo adagiate nel loro cesto e le vedo proprio così: d’oro. Le mie uova sono preziosissime, contengono ricordi, permettono di comunicare, di vivificare in ogni momento un sentimento importante, duraturo e sicuro.
Come dice sempre Teresa: “Ciò che è stato nessuno può cambiarlo ed è questo che fa la differenza”.
Ha ragione.

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Regali bambini, festività, Santa Lucia

Santa Lucia

Il 13 Dicembre è Santa Lucia.
Una santa particolare per i Pontalbesi e per i Lombardi in generale. Lucia porta i regali ai bambini “buoni” ed è più importante di Babbo Natale e della Befana.  La grande festa dei bambini è questa. Santa Lucia arriva la notte tra il 12 e il 13 dicembre “con un asinello alato e un carretto fatato e deposita regali e doni a tutti i bimbi buoni”. Ai bambini cattivi porta il carbone, ma questo di fatto non succede mai, non esistono bambini sempre e solo cattivi.

Qualche settimana prima i bambini scrivono una lettera a Santa Lucia nella quale elencano i regali che vorrebbero e i genitori si incaricano di consegnarla direttamente alla Santa oppure a un postino che recapiterà la missiva. Insieme ai regali arrivano caramelle, pasticcini  e cioccolato. Tra i dolci ci sono quasi sempre: i fruttini di zucchero duro, il marzapane, i mandarini di caramello trasparente, le gelatine di frutta, i torroncini e  la liquirizia.

Ci sono diverse poesie della tradizione popolare lombarda che servono a celebrare la Santa e ad aumentarne il fascino e l’aspettativa. La più conosciuta recita più o meno così:
Santa Lucia Bella/dei bimbi sei la stella,/per il mondo vai e vai e non ti stanchi mai. Porti regali e doni/a tutti i bimbi buoni/col tuo cestin dorato/ e l’asinello alato./
Santa Lucia bella, dei bimbi sei la stella,/tu vieni a tarda sera/quando l’aria si fa nera./ Tu vieni con l’Asinello/al suon del campanello,/e le stelline d’oro/che cantano in coro.”

La tradizione vuole che Santa Lucia sia cieca perché le sono stati estirpati gli occhi. Se ne va in giro di notte, vestita di bianco candido, con un piattino in mano dove sono depositati i suoi poveri occhi velati.
In realtà, Lucia di Siracusa, conosciuta come Santa Lucia, è stata una martire cristiana vissuta all’inizio del IV secolo a.c. durante la persecuzione ai cristiani voluta dall’imperatore Diocleziano.  E’ venerata come santa sia dalla chiesa Cattolica che da quella Ortodossa. E’ una delle sette vergini menzionate nel canone romano ed è considerata protettrice della vista per l’etimologia latina del suo nome (Lux, luce). Le sue spoglie mortali si trovano nel santuario di S. Lucia a Venezia. Un luogo di culto molto conosciuto è anche la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa.

Enrico ha  messo nella sua lista di Santa Lucia: una pista per le macchine, un robot, un pupazzo, i pennarelli, la plastilina e … un cane vivo. Ha proprio specificato “vivo”. Si sa mai che la Santa fraintendesse e gliene portasse uno di pezza.
Devo dire che questa ultima richiesta mi ha molto divertito, non altrettanto vale per mia sorella (sua madre).
Gli ho chiesto:
“Enrico perché vuoi un cane?”
“Perché un cane è mooorbido!”
“Mooorbido con tante o?”
“Si con tante o!”
“Non so se Santa Lucia ha cani vivi, magari ti porta la pista per le macchinine che è bella lo stesso” gli dico.
“No, tu dille che preferirei il cane. Lo voglio marrone, con il pelo riccio, la lingua lunga e rosa così mi lecca. Gli do da mangiare io, può dormire nel mio letto, tanto io sono piccolo, ci stiamo tutti e due.”

Aiuto. Abbiamo una “gatta da pelare”. Cosa diciamo adesso alla Santa?  Sia mai che Lucia gli porti davvero un cane vivo. Cosa facciamo? Abbiamo già tre gatte arancioni che abitano da noi da diversi anni e che considerano casa nostra il loro territorio d’adozione. Dormono d’estate sulla catasta di legna e d’inverno sul divano della cucina. Amano miagolare sul tetto insieme agli altri gatti di via Santoni e sonnecchiare sul tappeto, oppure giocare con i gomitoli di lana di mia madre. Amano anche stare nell’orto sotto il pesco, oppure arrampicarsi sui suoi rami e guardare il mondo da lassù. Insomma casa nostra è anche casa loro. Cosa farebbero se arrivasse un cane?

Credo si debba trovare il modo di comunicare a Santa Lucia di soprassedere su questa storia del cane vivo. Almeno per quest’anno. Dobbiamo pensarci con calma e, eventualmente, organizzarci, non so esattamente come.
“Dai Enrico, sei piccolo, magari la Santa ti porta il cane il prossimo anno”
“Noooo tu devi convincerla a portarmi il cane. Io lo voglio. Anche Angelo lo vuole (Angelo è un suo amichetto dell’asilo, devono aver condiviso il desiderio di questa impresa ultraterrena).”
Non resta che cambiare discorso, per questa via non ho alcuna possibilità di arrivare a una soluzione pacifica della questione. Se continuo a digli di no, fra un po’ si mette a piangere.

Santa Lucia arriva di notte con il carretto pieno di regali trascinato da un asinello. L’Asinello fa tanta fatica a consegnare tutti quei doni e quindi bisogna rifocillarlo. Ogni bambino prepara un mazzetto di fieno che depone davanti alla porta di casa e  che l’animale mangerà intanto che la Santa entra in casa e sistema i doni sul tavolo della cucina. A volte al fieno si aggiungono carote e mele o qualche altra vivanda più bizzarra. Poi si mette una ciotolina d’acqua. Metti caso che l’asino abbia sete. La mattina seguente di tutto questo non resta niente. Quell’asino fa, in una notte sola, una scorpacciata degna di una balena.
Provo a distrarre Enrico con la storia del fieno.
“Enrico dobbiamo preparare un bel mazzetto di fieno per l’asinello alato”
“Si prepariamolo, io voglio metterci anche i biscotti e il succo di frutta alla pera. Sono buoni. Io voglio daglieli.” Dice.
“Va bene ci possiamo pensare”.

Ci sono anche varianti sceniche, pittoresche e fantasiose, che mi hanno sempre divertito: ad esempio in alcuni casi la Santa lascia il suo autografo. Scrive il suo nome con dei brillantini luccicanti incollati su un foglio da disegno e lo deposita sul tavolo insieme ai doni. Oppure lascia una striscia di polvere bianca che va dal tavolo alla porta dalla quale è entrata. La polvere che usa sembra farina bianca, ma in realtà è una polvere magica che solo lei possiede, è fatta con i resti di una nuvola.

Guardo Enrico ma non gli dico più nulla. Speriamo stia pensando al fieno.
Enrico che è seduto su una sedia, si alza, si toglie le scarpe e poi si accovaccia e comincia a muoversi per la stanza a quattro zampe.
“Ma Enrico, alzati. Sporchi tutta la tuta appena messa!”. Niente, lui imperterrito se ne va in giro a quattro zampe. Si sposta sotto il tavolo, si ferma, alza un braccio e si gratta un orecchio. Poi si rannicchia, mette la testa nascosta sotto le braccia e gira un po’ la faccia in modo da vedermi almeno con un occhio. E poi fa: “Bau bau”.
Il cane. Sta facendo un cane. Cosa faccio ora? Provo a far finta di non capire.
“Ma Enrico alzati da lì, sembri una delle nostre gatte!”
“Non sono una gatta, sono un cane!. Lo vedi come sono bravo? Puoi dire a Santa Lucia che se mi porta un cane io con lui sarò buonissimo. Sarò come suo fratello. Lo vedi che sono capace?”.
Oddio, non ne usciamo più. Bisogna prendere tempo. Ci ripenseremo per il prossimo anno, con calma.

 

 

monaca, suora, suora che prega

Guenda

Io sono Guenda. Sono la sorella più grande di Ines e Bella, le due sorelle biondissime che gestiscono il bar Ghepardi a Cremantello. I miei genitori, Giovanni e Ester Ghepardi, sono molto conosciuti a Cremantello perché hanno sempre abitato là, per un periodo nella vecchia casa di campagna della nonna Adelina e, più tardi, in una casa ristrutturata in centro al Pase.
Io non abito a Cremantello, come il resto della mia famiglia, ma abito in un convento a Carpino Solano, un piccolo borgo sulle colline Toscane.
Sono una suora Carlottina scalza. Suor Guenda. Le monache Carlottine scalze sono suore di clausura che hanno fatto voto solenne e costituiscono il second’ordine dei frati Carlottini scalzi. Si dedicano principalmente alla preghiera contemplativa, vivono sempre in convento e i contatti con le persone esterne sono rari e mai improvvisati.

L’ordine delle Carlottine scalze ha una lunga storia.
Nel clima di generale riforma  del mondo Cattolico sancito dal concilio di Trento (1515-1582) le monache Carlottine del monastero di San Ramondo diedero inizio ad una attività riformatrice tesa a restaurare il rigore della primitiva regola dell’ordine. Nel 1570 un gruppo di monache riunite a San Ramondo, ispirandosi alla riforma scalza introdotta da Pietro Talamone dell’ordine Ottoniano, decise di fondare un nuovo monastero di tipo eremitico.
Il ‘breve’ che autorizzò la fondazione fu firmato a Roma il 12 Febbraio del 1572 ed il convento, intitolato a San Leopoldo venne eretto a Carpino Solano il 26 Luglio dello stesso anno.

Arrivando ai nostri tempi nel 2010 le Carlottine scalze erano presenti in 78 nazioni. I monasteri dell’ordine erano 786. Le religiose erano complessivamente 10.679.
Io sono una Carlottina scalza che ha fatto i voti perenni da 15 anni. Porto sempre una lunga veste nera.  Anche il velo è nero, mentre il soggolo e il frontino sono bianchi candidi.  Passo le mie giornate in preghiere, partecipo alle funzioni religiose e vivo momenti di meditazione individuale nella mia cella. Oltre a questo io e le mie consorelle ci occupiamo del nostro convento, del giardino, dell’orto e lavoriamo alla preparazione di icone sacre che vendiamo e il cui ricavato serve per il sostentamento del convento e per opere di beneficienza.

Ricordo sempre i miei parenti nella preghiera: Mamma e papà Ghepardi, le mie sorelle Ines e Bella, le mie cugine Del Re e anche Albertino e Gina Canali, i bambini che abitavano in via Santoni Rosa a Pontalba, di fronte alla casa delle mie cugine.
Ogni tanto qualcuno di loro mi scrive perché vuole il parere di una suora su qualche questione che riguarda la sua vita, oppure per raccomandare le mie preghiere  per qualche buona causa di loro interesse, per la salute di qualche persona a loro cara. Qualche volta mi è anche capitato che qualcuno mi abbia scritto per chiedere una grazia di tipo più generale come la pace nel modo, la fine di qualche guerra o l’abolizione della pena di morte (devo dire che queste ultime richieste sono molto rare anche se molto gradite).

L’ultima lettera a cui ho risposto è stata quella di Gina Canali. Così mi ha scritto Gina.
Cara Suor Guenda, spero tu stia bene. Raccomando le tue preghiere per i miei cari e per la mia salute che non è delle migliori. Ti ricordo sempre nella preghiera e spero che la tua vocazione non incontri mai alcun momento di offuscamento. Ti scrivo perché ultimamente ho una pena nel cuore. Ho conosciuto un collega di Albertino che si chiama Luigi. Lui mi piace molto, ma io sono vecchia, ho cinquantasei anni e un figlio grande che però abita ancora con me. Luigi mi ha chiesto di uscire una sera con lui a mangiare una pizza. Ma io non ho accettato. Non si sa mai cosa può succedere dopo e io non ho ancora deciso se posso lascare che lui mi piaccia oppure no. Inoltre, come tu ricordi bene,  io vivo a Pontalba, un paese di duemilacinquecento abitanti  in cui tutti sanno ‘tutto di tutti’, questo sarebbe per me un’ulteriore problema. Finirei sulla bocca di molti pontalbesi per almeno qualche settimana. Le male-lingue del paese arricchirebbero quell’uscita in pizzeria di non so quali stranezze e misteri e, alla fine, io rischierei di trovarmi in uno stato di apprensione che rovinerebbe subito tutto. Ti prego quindi di darmi il tuo parere su cosa fare con Luigi, prometto che ascolterò i tuoi consigli e che mi comporterò di conseguenza”.

Beh, ho sorriso. Il problema di una cena con pizza è molto lontano dalla quotidianità di una suora di clausura. Eppure non è la prima volta che mi arrivano lettere di questo tipo. Mi torna in mente quando ero piccola. D’estate andavo a Pontalba con Bella e Ines. Stavamo a casa della zia Anna e giocavamo tutto il giorno con Costanza, Rachele e Cecilia. Eravamo una banda di sei bambine: tre bionde, due more e una rossa. Non passavamo inosservate. Oltre a noi sei, in via Santoni c’erano molti altri bambini: Tiberio, Camilla e Carlo Ragni. Alessandro, Libero, Giovanni, Vittoria ed Enrica Bartone. Gina, Albertino e Sergio Canali. Con tutti questi bambini giocavamo la sera a palla bollata, rialzo, nascondino, campana e a qualche altro gioco bizzarro inventato al momento.
Era bellissimo.
Via Santoni è una via in pendenza con delle rientranze e anche un vicolo che da lei diparte. C’erano molti posti in cui nascondersi, in cui aspettare la penombra per poi uscire improvvisamente dal rifugio temporaneo, correre alla tana, picchiare contro il muro e gridare a squarciagola: “Liberi tutti!”. Ora mi ha scritto Costanza che i bambini di via Santoni sono molti meno, stanno tutti su un carretto che Albertino ha ereditato da un suo amico. Li porta in giro per farli divertire. Alla sera nessuno esce nella via a giocare. Non si sentono più voci di bambini che gridano: “Rialzo!” “Tana libera per me!” “Tana libera per tutti” “Arimo” oppure le famose conte fatte per scegliere il malcapitato che poi doveva contare fino a cento prima di cercare tutti. “Pomodoro, larincia, larancia, quanti giorni me ne conta, me ne conta solo tre. Tocca tocca proprio a te!”. I pochi bambini che abitano adesso in via Santoni Rosa, stanno sempre in casa. I genitori non li fanno uscire di sera. Hanno paura che succeda loro qualcosa. Sono cambiate le regole di convivenza, non è più previsto che i bambini possano giocare da soli per strada, men che meno di sera. I genitori considerano questa modo di giocare che per noi era normale, pericoloso, “non si sa mai quel che può succedere a dei bambini che giocano per strada …

Torno al presente, alla mia cella e alla lettera di Gina. Prendo un foglio di carta e una penna nera. Mi metto a scrivere.
Cara Gina. Sono contenta di aver ricevuto la tua lettera. Prego sempre per te, per la tua salute e per la tua serenità. Io sono una suora e non posso uscire a mangiare la pizza con nessuno. Ma tu non sei una suora! Una pizza è una pizza, che male vuoi che faccia? Non ti devi preoccupare di quello che dicono i pettegoli. Anzi fai così: a chiunque si permetta di dirti qualcosa rispondi “Ho ascoltato un consiglio di Suor Guenda, è stata lei a scrivermi di andare ogni tanto a mangiare una pizza. Ve la ricordate la ragazzina bionda cugina delle Del Re? Ora è una suora di clausura, ma noi ogni tanto ci sentiamo.” Che divertimento! la prossima volta che mi scrivi mi devi descrivere che faccia hanno fatto i pettegoli di turno. Ti saluto cara Gina, ti auguro ogni bene e prego sempre per te, perché quando sarà il tuo momento il Signore ti possa accogliere nel più alto dei cieli. Amen.”

Piego a metà il foglio, lo metto nella busta e mi fermo un attimo a ripensare a Via Santoni. Ai bambini che siamo stati, alle diverse strade che abbiamo intrapreso. Poi mi avvio verso la cappella del convento per le preghiere comunitarie. Ritrovo subito la luce e di questa mi compiaccio.

 

colazione

Albertino Canali e le poesie di Costanza

Questa mattina mi sono alzato presto, mi sono lavato, vestito con jeans e  una polo color ruggine e sono sceso a fare colazione. Mia sorella Ginevra (Gina), che abita in via Terra Grigia, a circa cinquecento metri da casa mia, era già arrivata e aveva preparato la colazione. Caffè, latte e pane con la marmellata. La marmellata è fatta in casa da Gina e il tipo di frutta che contiene dipende dalle disponibilità del periodo in cui è stata confezionata. Questa mattina c’era la marmellata di fichi, dolce e buona. Il pane al latte lo compriamo da Camilla, la fornaia che ha il negozio sull’angolo di via Santoni.
Dopo colazione, mi sono lavato i denti, messo gli stivali e sono uscito sotto il portico e poi da lì ho aperto il portone che permette di passare dal cortile alla strada. A lato del portone corre un muretto basso che separa qualche metro di carreggiata privata dalla strada provinciale.

Esco e mi fermo sul mio muretto. Vedo Costanza Del Re sulla sua porta:
“Ciao Albertino Canali” mi dice.  E’ come se Canali fosse il mio secondo nome. Sono cinquant’anni che mi chiama regolarmente Albertino Canali. Una volta ho provato a dirle di chiamarmi solo Albertino ma, non so per quale motivo, lei si è messa a ridere.
“Solo Albertino è peggio di Albertino Canali per esteso”.  Mi ha risposto.
Che gioia, considera Albertino un brutto nome, sicuro.
Ma perché, Costanza è bello? A me non piace un gran che. Penso sempre che Ortensia le sarebbe stato molto meglio. Una volta le ho chiesto se le sarebbe piaciuto chiamarsi Ortensia e lei mi ha risposto senza pensarci nemmeno un secondo “No”.
“E come ti piacerebbe chiamarti?”
“Alba” mi ha risposto “Alba di Pontalba”.

Alba di Pontalba è orribile, altro che Albertino. La guardo, c’è poco da fare, è sempre bella. Ha gli occhi un po’ verdi e un po’ nocciola. Ricordano le foglie d’ottobre e i ricci delle castagne e gli stagni dove vivono le rane e anche le divise militari che le starebbero sicuramente bene.
“Caro il mio Albertino Canali, oggi sono proprio stanca, ed è solo mattina” mi dice.
“Perché? cosa ti succede?”
Il punto non è quello che succede, il punto è quello che non succede”. Figurarsi se lei risponde in maniera normale.
“Allora cosa non succede?”
“Non succede che il Covid-19 se ne vada, non succede che la democrazia recuperi la sua vera identità, non succede che la solidarietà varchi le soglie delle case  e non esiste tolleranza se non per merito di qualche rarissimo illuminato. La collaborazione che dovrebbe riguardare tutti gli esseri viventi è un naufrago senza speranza. I bambini Siriani muoiono sotto le bombe, i bambini africani annegano, quelli brasiliani sniffano colla a cinque anni. I politici … . lasciamo stare”.
Accidenti oggi Costanza si è alzata male, certe volte lo fa.
Comincia di mattina a dire cose tristi e va avanti così tutto il giorno. Se la rivedi la sera la ritrovi con i suoi strani occhi bui, esattamente come quando si è alzata. E’ come se certe volte si sentisse addosso tutti i guai del mondo.
Non esiste l’amore. Non esiste più!

Adesso perché mi ha detto questo? Non esiste più l’amore? Ma certo che esiste. Altrimenti come farebbero a nascere i bambini? E’ vero che ultimamente ne sono nati molto pochi. Forse si riferisce a questo.
“Ti riferisce al fatto che quest’anno sono nati pochi bambini?”
“Ma no Albertino Canali! Mi riferisco all’amore, all’eros, alle attese col cuore che palpita, a due mani che si stringono e si scaldano, ai baci dati per affetto, agli abbracci sulle rampe delle scale e in ascensore. Mi riferisco all’innamoramento sincero e spassionato che travolge il cuore e riempie le mani”.
“Riempie le mani?”
“Ma sì! E’ un modo di dire: un amore che riempie le mani”.
Io non so cosa sia questo amore che riempie le mani. Forse è meglio che non glielo chieda. Che sia qualcosa che ha a che fare con i suoi cespugli di Ortensie?. Se è così sono fregato, lei comincia a riparlare delle sue ortensie e a me va di traverso la marmellata di fichi fatta da Gina.
Poi mi faccio coraggio: “Riempie le mani in che senso?”
“L’amore che riempie le mani è quello che ti appaga nel profondo, che arriva alla radice dell’anima. Raccoglie l’esistenza e la rende polvere d’oro che può coprire e riscaldare tutta la terra. Una polvere d’oro che può essere regalata tanto è bella. Tanto splende. L’amore dovrebbe essere così: una notte di stelle e le mani piene di luce. Tu regali questa luce a qualcuno ma lui non la vuole. Guardi le sue mani e capisci. Anche lui ha la stessa polvere d’oro e le sue mani abbagliano la terra.”

Costanza è unica, è diventata improvvisamente poetica. Questa è la Costanza che mi piace di più. E’ come se dalla sua bocca uscisse direttamente della bellissima musica. Non so come faccia, non me lo sono  mai spiegato. In realtà non se lo spiega nessuno. Nemmeno i suoi amici che quando lei comincia a fare così si zittiscono tutti. Li ipnotizza parlando.
Devo provare a farla continuare sulla stessa lunghezza d’onda.
“Ma cosa dici? Quale luce nelle mani?”
“Luce che abbaglia e consola, è questo che vogliono tutti! La luce del tramonto!”
“La luce del tramonto?”
“Sì! lo dice anche Zucchero in una sua canzone: “… luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia terra”.  L’amore deve essere luce, un manto che copre la stanchezza. Deve essere una veste che addolcisce ogni forma, una stella che brilla tra le foglie e tra le mani di chi sa cogliere il momento, il sorriso più bello. Come frutto maturo che qualcuno trova, mangia e assapora. L’amore è un grande dono, è speranza di carità, un bagliore che investe tutto. Riempie le mani”.

E questa è Costanza del Re. Dovrebbe fare la scrittrice invece di coltivare Ortensie. Credo che con tutte queste stranezze che ha nella testa scrivere le verrebbe benissimo: scriverebbe di come vedere le cose al contrario, dirle al contrario. Potrebbe scrivere di ciò che la fa  terribilmente soffrire, di tutti i drammi che la intristiscono.  Poi  potrebbe scrivere  dell’amore e improvvisare favole che consolano il cuore. Potrebbe scrivere una nuova poesia  sull’alba a Pontalba. (meglio che ometta che lei vorrebbe chiamarsi proprio così).
Dovrebbe fare la scrittrice a tempo pieno. E non fare null’altro.
Scrivere, scrivere, continuare a scrivere.
Rebecca, sua nipote, mi ha confidato che in realtà lei la scrittrice la fa già. Scrive per una rivista conosciuta, ma non lo fa con il suo vero nome (Costanza del Re) ma con uno pseudonimo: Alba Orvietani. Adesso che lo so, ogni tanto leggo i racconti di Alba Orvietani e devo dire che mi fanno impressione. Scrive le stesse cose che mi dice quando ci incontriamo sulla sua porta o sul mio muretto.
Siamo luce che cade dagli occhi sui tramonti della nostra terra …”

Valeria e il negazionismo

“Ma zia Costanza, chi sono questi negazionisti? Perché in televisione dicono che ci sono i negazionisti del Covid-19?”
Mi giro verso Valeria che mi sta guardando con i suoi occhi furbi e la sua faccia da adolescente.
E’ seduta su una sedia della mia cucina e sta sfogliando una rivista che ho comprato sabato per sua nonna Anna. Indossa i jeans a zampa e una strana maglietta a righe verdi e grigie. Ha le calze nere corte, chissà dove sono le scarpe, saranno state scaraventate in qualche punto non precisato del corridoio.

Devo risponderle, le risposte degli adulti sono essenziali per la crescita degli adolescenti, per sviluppare il loro senso critico, per garantire loro un termine di confronto che li aiuti a discriminare, a raccapezzarsi nella selva di pensieri arruffati all’interno della quale si trovano. L’iper-informazione imperversa. Siamo circondati da una ridondanza di notizie e di “possibili” interpretazioni che devasta.  Il rumore dell’iper-informazione è ovunque. Canali ufficiali, meno ufficiali, ufficiosi, racconti di coetanei, di compaesani, di persone “autorevoli”. Tutto mescolato in un calderone mediatico che invade la nostra vita e la sovrasta, lasciando poco spazio all’autenticità del pensiero soggettivo e al rigore che il pensiero scientifico propone.
Non diciamo quasi mai: “Io penso che”, lo sostituiamo quasi sempre con: “Hanno detto che”, “Ha detto che”, “Dicono che”, “Dicevano che”. Ma chi sono tutte queste entità che dicono e che hanno detto e che diranno? Quanta autorevolezza hanno? Chi ha legittimato il loro esserci, credere, narrare e convincere?

Il discorso è molto importante e fondante. Devo rispondere a Valeria. Mi sta guardando con un’espressione interrogativa e con la bocca semi aperta, come un uccellino in attesa del cibo.
“Zia ma mi hai sentito? Perché non mi rispondi?”.
“Stavo pensando alla tua domanda”.
“Fai sempre così, dici che stai pensando. Ma a cosa pensi sempre? Non c’è bisogno di pensare, bisogna fare.”
“No, non è vero, io non potrei vivere senza pensare, cosa può fare una persona se prima non ha pensato alle conseguenze che potrebbero avere le sue azioni? Alla mille sfaccettature che un pensiero rigoroso si ostina ad avere?”.
“Bah. Io veramente ti avevo chiesto del negazionismo”.
“Negazionismo è un termine mutuato dalla seconda guerra mondiale, si riferiva in origine alla negazione della deportazione Ebraica e della Shoah.  E’ una corrente pseudo-storica  e revisionista che, utilizzando a fini ideologico-politici modalità di negazione dei fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico stesso”.

Valeria mi guarda, sembra pensierosa, sposta un braccio, lo appoggia sulla testa, poi lo riappoggia sul tavolo, tira su una gamba, si gratta le dita di un piede. Guarda una delle sue calze, sembra volerla togliere, poi ci ripensa e si ferma.
“Mah. Mi sembra una cosa difficile, cosa centra questo negazionismo con il Covid-19?” dice.
“Diciamo che è stata una estensione dell’uso del termine. Adesso si chiamano negazionisti anche quelli che dicono che il Covid-19 non esiste, oppure che esiste ma che non è mortale, che esiste ma non servono a nulla le mascherine e la disinfezione delle mani, oppure che l’immunità di gregge non arriverà, che i vaccini se mai ci saranno non serviranno a niente, e così via.”
“Allora in Italia ci sono tanti negazionisti, io queste cose le ho già sentite. Le dicono anche in televisione, mescolate a tutto il resto.”

Questo “mescolate a tutto il resto” mi sembra azzeccato. Valeria ha appena messo in evidenza la pervasività del calderone mediatico all’interno del quale ci muoviamo. Ogni giorno siamo sottoposti a un bombardamento di informazioni con cui dobbiamo ricucire un senso e un sentire soggettivo sul quale appoggiare le nostre giornate, le lunghe ore della nostra quotidianità.
Provo a pensare a qualcosa da dire a Valeria che possa aiutarla. E’ un periodo difficile anche per lei. Lezioni on-line, stop alla sua attività sportiva, stop alle uscite con gli amici, alle pizzate ai giochi in oratorio, ai giri in bici. Stop a quasi tutto per la seconda volta in questo 2020. E lei ha solo 12 anni. Questa vicenda lascerà degli strascichi su questi adolescenti, sugli adulti e sui genitori che diventeranno.

“Credo che tra tutte le cose che vengono dette, le più attendibili siano quelle sostenute da coloro che stanno studiando questa malattia da quando è comparsa. Penso anche che  possa considerarsi autentica la testimonianza di chi lavora a diretto contatto con gli ammalati. Gli ospedali Lombardi sono stati la prima linea di questa esperienza di pandemia, lo sono ancora. Forse varrebbe la pena ascoltare quello che dicono i primari delle nostre rianimazioni. Per quanto possano narrare la stessa vicenda utilizzando termini un po’ diversi che dipendono dalla loro cultura e dalla loro interiorizzazione delle norme, della costruzione del linguaggio e della sua verbalizzazione, dagli accidenti che arrivano dal cos cosmico che ci garantisce la vita, alla fine ciò che uno vede tutti i giorni è comunque più attendibile di ciò che racconta chi ha sentito raccontare che ha sentito raccontare che ha sentito raccontare.”

Valeria mi sta guardando ma non mi sembra particolarmente soddisfatta delle risposta, forse voleva una semplificazione della questione che di fatto non sono riuscita a darle. Forse dipende dal fatto che non la si può semplificare, che un po’ di negazionismo sta da tutte le parti e dipende dal fatto che nessuno sa cogliere la complessità del fenomeno nella varietà delle sue sfaccettature ma ne coglie sono una parte, quella che riesce ad esperire e successivamente a verbalizzare utilizzando i codici di comunicazione che gli sono stati insegnati.

Direi che alla fine è così, siamo in un periodo di forte cambiamento sociale, di forti incognite per il futuro, di forte indeterminatezza da una parte, di fortissimo materialismo dall’altra (ogni sera contiamo i morti).
Il negazionismo in tutti questo brodo mediatico acquisisce molte sfaccettature diverse, si adatta a molte situazioni, si allontana dalla sua etimologia originaria per  assumere una nuova veste. Lo chiamerei in un altro modo.

Ad esempio chiamiamolo: “Rappresentazione fallace”.
Valeria sembra pensierosa, mi dice:
“A me questo negazionismo non piace”
“Nemmeno a me” le rispondo e spero che la risposta così com’è possa avere nel “mondo” di Valeria un senso, possa aiutarla a discriminare, le possa trasmettere l’idea di un fenomeno complesso all’interno del quale la società occidentale si sta  muovendo e che non sappiamo che effettive conseguenze avrà. Il negazionismo si sta ricucendo nuove vesti. Nessuno di noi sa esattamente come saranno.
“Posso dire a scuola che il negazionismo a me non piace?” mi chiede.
“Sicuramente sì” le rispondo e ho l’impressione che abbiamo esaurito il discorso.

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