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Il VAMPIRO E NON SOLO
La stampa universitaria ferrarese nel dopoguerra

 

Giuseppe Scandurra in Ibridi Ferraresi. L’Antropologia in una città senza antropologi presenta una ricerca su “una rete di intellettuali a Ferrara tra l’inizio degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta”. Potrei muovere un appunto: numerose e qualificate presenze di studiosi della materia a Ferrara ci sono state anche prima dell’insegnamento a cura di Giuseppe Scandurra, grazie alla mia antropologa preferita, Laura Lepore, da anni qui attiva. Ma Scandurra e Lepore si conoscono e si stimano. Inoltre il piacere che mi ha dato la lettura non mi fa soffermare su questo aspetto. L’inquadramento offerto dall’autore, il ricordo e la diretta testimonianza di cari amici mi sono stati particolarmente graditi e mi stimolerebbero piuttosto a qualche aggiunta.
Una generosa citazione di Ranieri Varese, riportata da Scandurra, mi include nella “rete di intellettuali” dei quali si interessa l’autore. “Poi c’è questo volume di Lugli su un allievo di Capitini – mi mostra il libro pubblicato da Lugli (2017), [n.d.a.] – che dà uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta, poi non ci sono altre cose di questo tipo”.

Il vampiro, rivista universitaria ferrarese, particolare

In un’intervista Franco Cazzola ricorda la modestia dell’apporto culturale dato alla città dagli studenti universitari. Poco viene dagli studenti cattolici e di sinistra. I goliardi dell’Afu pubblicano ogni tanto Il Vampiro. Franco non aggiunge altro. Nei primi anni Sessanta frequenta a Bologna, anche se lo ricordo ben attivo, con me Ranieri ed altri, a costruire l’Unione Goliardica Ferrarese, laica e di sinistra.
Nel 1961 su invito di Massimo Felisatti, che ne cura la redazione, scrivo su Ferrara. Rivista del Comune una Panoramica sulla stampa universitaria, che è, proprio sul tema in questione, “uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta”. Il Vampiro ricordato da Cazzola si definisce un semisatirico ed esce come numero unico. Non è stato sempre così. Il 1° settembre 1945 esce Il Vampiro, promosso da un gruppetto di studenti desiderosi di discussione e di rinnovamento della vita universitaria. È un quindicinale, che ha un buon successo e diviene settimanale. La sua esperienza è di poco più di un anno. Termina infatti il 28 ottobre 1946. Presenta più motivi di interesse. L’orientamento del periodico è lontano dalla sinistra politica e sindacale prevalente a Ferrara, ma non nell’Università. L’affermata “solidarietà tra i lavoratori del braccio e della mente” non trova un riscontro adeguato nella pubblicazione. Un periodico satirico, Uranio 235, sostenitore della prospettiva fusionista tra socialisti e comunisti lo attacca in più occasioni. Polemiche ci sono pure con La Nuova Scintilla della Federazione del PCI.
Non mancano interventi interessanti sulla vita politica, sulle iniziative e sui problemi del tempo. Redattori ne sono, con altri che non ho conosciuto, Giorgio Bissi – socialdemocratico e poi a lungo Presidente della Cassa di Risparmio –,  i miei cari amici Gianluigi Magoni – custode dell’intera collezione de Il Vampiro, all’epoca direttore con Giorgio Franceschini de Il Popolo Libero, combattivo settimanale della DC, e Carlo Bassi – cattolico, buon amico degli antifascisti Balboni, Devoto e Savonuzzi – studente partecipa alle proposte per il piano regolatore di Ferrara nel ’45, collabora pure alla rivista culturale Quartiere, fondata da Claudio Varese. Il settimanale mostra, 10 novembre ’45, apprezzamento per i Corsi della Scuola del lavoratore, nella cui realizzazione Balboni è fortemente impegnato. Oltre a una valenza professionalizzante, hanno lo scopo di rendere capaci i lavoratori di dirigere i Consigli di fabbrica e le cooperative.

Un anno dopo il periodico qualunquista Il torchio, 29 dicembre 1946, censura questo impegno: “Alla Scuola del lavoratore (sezione femminile della Camera del lavoro – fondo della solidarietà nazionale) si esibisce periodicamente il compagno Balboni Silvano, studente di medicina. Cosa insegna questo signore alle lavoratrici (tra cui ragazze di 14 e 15 anni)? L’igiene della casa? Il modo di curare l’influenza o di evitare i contagi morbosi? Ohibò! Neanche per sogno! Il nostro compagno insegna psicanalisi. Ed è notevole la disinvoltura con cui il compagno Balboni volgarizza le più spinose questioni sessuali al lume delle teorie freudiane… Non potrebbe il compagno Balboni dedicarsi ad altro insegnamento più proficuo, tenendo presente che Freud è ancora ai margini della vera scienza e soprattutto che non è ancora arrivato il momento di insegnare le porcherie a scuola. Le porcherie di Freud naturalmente!”.

Il linguaggio del settimanale universitario è diverso ma non gli risparmia l’accusa di qualunquismo. La risposta è nella domanda rivolta a diversi esponenti politici cittadini: “Dato, ma non concesso, il nostro qualunquismo, è legittimo identificarlo col fascismo?”. Vale ancora la pena leggere l’intervento di Giangi Devoto. Ma le risposte complessive scavano un solco maggiore tra questi universitari e la sinistra. Non sono mancati, soprattutto nel primo periodo, ritratti di esponenti particolarmente impegnati, azionisti, socialisti, come, sempre nel ’45, 27 ottobre “Viva Savonuzzi”, 1 dicembre “Viva Devoto”, nel ritratto fa capolino Silvano Balboni, 24 dicembre “Viva Cappelletti”, sindacalista socialista, combattente antifranchista e antifascista. Ancora il 20 aprile del ’46 vi è un ricordo dell’antifascista Francesco Viviani.
La Festa della matricola promossa nel maggio, per modalità e contenuti, provoca però una dura reazione sindacale e politica che ne impedisce il proseguimento. Ancora un mese prima della chiusura pubblica una vera e propria inchiesta, a cura di Bissi e Bolognesi, “Mortara 70, dicono che là dentro sono tutti comunisti, ma sbagliano perché non c’è che un colore: ed è quello grigio e senza vita della miseria, che soffoca come una cappa di piombo…”,

Coetaneo al Vampiro è Ercolino d’Este, promosso dall’Unione Studenti Italiani di orientamento democratico, ma di brevissima durata. Il Fronte della gioventù ha un periodico, Gioventù in lotta, diretto da Vittorio Passerini, comunista, con il vice Valentino Galeotti, cattolico di sinistra. Su questo preferiscono scrivere universitari e giovani intellettuali, comunisti e azionisti, meno i socialisti.
Un fratello minore del Vampiro, sopravvissuto come saltuario numero unico è, negli anni ’50, il Cuchino, promosso da universitari o nostalgici goliardi a Copparo. Una sorta di foglio di servizio è Il Fucino, che ricordo presente negli stessi anni Cinquanta. Dal ’48 fino al ’57 direi, studenti universitari di sinistra (Passerini, Pittorru, Felisatti?) fanno circolare un bollettino ciclostilato di irregolare frequenza, Università Libera. Ricordo di averne visto qualche copia in occasione del mio vecchio articolo sulla stampa universitaria.

Quella volta che sospesero lo spettacolo di Dario Fo…
tanti ricordi dalla riapertura del Teatro Comunale negli anni ’60

 

Resto affezionato al Teatro comunale di Ferrara, anche se da tempo non lo frequento. Non mi perdo le iniziative cosiddette minori, come quelle che hanno avuto (e spero avranno) per animatrice Agnese Di Martino.
Sono tornato a pensare, di fronte alle polemiche sollevate da nomine ai vertici della Fondazione, alla riapertura del Teatro negli anni ’60. Dal 2009 è una Fondazione, era Istituzione dal novembre del 1993. Prima era gestito ‘in economia’ dal Comune, attraverso un apposito Comitato di gestione. Anzi all’apertura, stagione 1964-65 si chiamava Commissione per la sorveglianza e la gestione del Teatro Comunale.

Della riapertura come Teatro se ne parla già nel dopoguerra. La struttura è usata per ogni genere di manifestazioni, ma non ospita stagioni teatrali. In quella palestra straordinaria di democrazia, che è il Centro di Orientamento Sociale, animato da Silvano Balboni, se ne parla nel luglio del ’46. Si discutono modalità di riapertura e forme di gestione, in un disegno che vede coinvolte altre strutture, come l’Auditorium e il complesso Boldini, nonché il Giardino Pareschi, per rappresentazioni all’aperto. Si ipotizza pure la realizzazione di un moderno teatro da cinquemila posti.

Scorro i nomi dei componenti la prima Commissione. Alcuni mi sono particolarmente cari: oltre ad Azzaroli e Passerini, dei quali dirò, sono, in ordine alfabetico, Cavallari, Chiappini, Felisatti, Fink, Pittorru, Santini, Sitti. Vedo di essere il solo sopravvissuto. Vero che ero il più giovane. Con Massimo Felisatti e Guido Fink ci scambiamo biglietti. L’attività allarma il sempre attento Presidente. Sono comunicazioni innocue: “Boari e Cavallari discuton con gran balle di come d’inverno si curino le stalle”, “A Felisazz piace il jazz”, “Guido Finco, non santo ma stinco”, ”Si sparge il panico: Passerini vuol parlare dell’organico”.

La Commissione – 17 membri compreso Presidente e Vice Presidente – è nominata dal Consiglio comunale ed è rappresentativa di tutte le forze ivi presenti. Presidente e Vice sono due persone straordinarie per impegno e cultura: Vittorio Passerini ed Eugenio Azzaroli. Questi, per me un fratello maggiore, sarà Presidente dal 1970 al 1980. Direttore è Mario Paoli e consulenti artistici Riccardo Nielsen e Maurizio Scaparro. Il 31 ottobre 1964 si inaugura con l’Orchestra del Teatro alla Scala. Mi riconosco – in loggione con moglie e una coppia di amici – nella foto dell’inaugurazione presente nella pubblicazione per i 20 anni del Teatro.

Molte le difficoltà risolte con buona volontà e creatività amministrativa: Azzaroli e Passerini, erano ottimi avvocati. Per restituire il Teatro alla città si dovette risolvere la questione dei diritti e delle pretese dei palchettisti. Ora non ne ricordo più i termini, ma so che anch’io mi ci applicai. Decisiva è stata la collaborazione degli uffici comunali, in tutte le vicende. Ricordo l’impegno e la competenza di un ragioniere, in particolare – credo si chiamasse Castellari – per garantire che i pagamenti alle compagnie fossero assicurati tra il primo e il secondo atto. Il Comitato, pur per nomina e composizione del tutto dipendente dal Consiglio, agì sempre con la massima indipendenza, senza ricevere alcun tipo di pressione, penso anche per l’autorevolezza della presidenza. Nelle stagioni 1968-69 e 1969-70, Vice di Passerini sono stato io, poiché Azzaroli era impegnato come amministratore locale. Forse l’autorevolezza ne ha un po’ risentito.

Un ricordo particolare del Teatro Comunale è – fine febbraio 1970 – la presenza di Dario Fo, con uno spettacolo che vogliamo – è un punto fermo della compagnia Nuova Scena – per i soli iscritti all’associazione promotrice. Io allora la presiedo. La presenza ostentata della polizia, porta alla sospensione dello spettacolo. Questo riprende quando induco i poliziotti in sala a lasciarla per venire ad ascoltare la discussione in corso nel Ridotto tra Presidente Passerini e Commissario. Sgridati dal superiore, che se ne accorge dopo qualche tempo, non me ne vogliono, ma lo spettacolo non può proseguire. C’è pure l’intervento di un pretore–spettatore, da me sollecitato e ignorato dal Commissario in contatto con il Questore. Seguono esposti e denunce, che non hanno seguito. Ci avrei tenuto. Allora più mi importava che la rappresentazione a Ferrara ci fosse, come poi è stato, e anche a Codigoro, dov’ero assessore. Anche là si è fatta.

Un bel ricordo sono i colloqui con poliziotti e carabinieri, più sensati dei loro capi. Il mio ragionamento è semplice: a qualificare come pubblico o privato un evento sono le sue caratteristiche, non la natura, pubblica o privata, della struttura. Se così fosse, come le questure in giro per l’Italia pretendono, chi usa un bagno pubblico sarebbe colpevole di atti osceni o contrari alla decenza. Cito una vecchissima sentenza, secondo la quale un bagno pubblico diventa privato quando taluno vi accede e torna pubblico all’uscita. Così è del Teatro, affidato a un’attività privata. Carabinieri e poliziotti capiscono benissimo, ma hanno degli ordini…

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