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Paradiso XXXIII di Elio Germano al Comunale di Ferrara

TEATRO. Quel che le parole non dicono:
Paradiso XXXIII di Elio Germano al Comunale di Ferrara

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Solo un attore come Elio Germano, protagonista di film concreti, attuali e travolgenti come “Romanzo criminale”, “Suburra”, “Mio fratello è figlio unico” poteva avere il coraggio di mettere in scena il più ostico dei testi letterari andandosi a cercarne la parte più difficile, aerea, mistica e attenendosi al linguaggio originale, poetico e arcaico da studi di lettere antiche.

Elio Germano in una scena di “Paradiso XXXIII” (foto Zani-Casadio)

Raccontare l’indicibile, mostrare l’inimmaginabile: è questo che uno dei giovani attori italiani più amati e credibili fa trasformando in spettacolo l’ultimo canto del Paradiso di Dante, il trentatreesimo, in scena ieri sera (venerdì 15 ottobre), stasera (sabato 16 ottobre, ore 20.30) e domani (domenica 17 ottobre, ore 16) al Teatro Comunale di Ferrara. Le terzine che concludono la Divina Commedia dantesca sono sceneggiatura della messa in scena di “Paradiso XXXIII” affidata all’interpretazione e alla drammaturgia di Germano insieme alla parte sonora appositamente pensata ed eseguita dal vivo da Teho Teardo con strumenti di vario tipo e svariate epoche e con una scenografia di luci strobiscopiche che incanalano l’ultima ed empirea tappa dantesca in suggestioni visive che evocano le trame delle incisioni di Gustavo Doré, le vibrazioni sonore, i palpito di un’ecografia neonatale, i videogiochi, l’iconografia sacra e l’attualità metropolitana.

Paradiso 33 al Teatro Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Tante scene dantesche sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità descrittiva così potente dell’Inferno: l’attrazione travolgente di Paolo e Francesca che ancora ci fa dire che un certo posto o lettura o incontro è stato “galeotto” come quel libro che aveva fatto stare così vicini i due giovani, fino a lasciarli sopraffatti dalla passione (e condannati a un’incessante fusione); il concetto di bolgia infernale che evochiamo davanti a situazioni di caotici assembramenti; la figura del traghettatore Caronte come trasportatore di anime in pena.

Paolo e Francesca tratteggiati da Manfredo Manfredini, artista in mostra in Municipio a Ferrara (foto ML)

Anche il Purgatorio dantesco ha lasciato in eredità immagini potenti: la figura angelicata di Beatrice così come il riferimento forte e dannato a “Sodoma e Gomorra” che viene fatto dalle schiere dei lussuriosi e che ancora echeggia in commenti attuali, titoli e persino nelle più recenti serie tv.

Teho Teardo ed Elio Germano in una scena di “Paradiso XXXIII” (foto ©Zani-Casadio)

Diverso, però, è l’immaginario legato al Paradiso dantesco. Lontane anni luce dalle citazioni comiche delle pubblicità ambientate sopra le nuvole, le rappresentazioni presenti nella terza delle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia sono eteree, complesse e cerebrali. In Paradiso, la luce prevale e inonda figure e sensazioni sovraesponendole fino a rendere i loro contorni indefiniti, le sagome impercettibili, i tratti vaghi. L’effetto è quello che avviene, appunto, nelle immagini fotografiche inondate da eccessiva luminosità o al nostro sguardo dopo che si è posato sul sole o su una fonte di luce forte, che definiamo infatti accecante.

Proprio questa è la sfida dello spettacolo “Paradiso XXXIII”: mostrare l’invisibile, trasmettere non storie ma pensieri spiritual-filosofici, fare sentire l’ineffabilità, la carica emotiva e la forza poetica della visione paradisiaca.

Elio Germano interprete di Paradiso XXXIII (foto ©Zani-Casadio)

Poche ore prima che al Teatro Comunale di Ferrara andasse in scena lo spettacolo, nel pomeriggio di venerdì 15 ottobre in Biblioteca Ariostea lo stesso tema della narrazione paradisiaca in Dante lo ha affrontato Gianni Venturi, già docente di Letteratura italiana all’Università di Firenze nonché redattore di tanti interventi sagaci e brillanti sulle pagine di questo quotidiano online “Ferraraitalia”. Secondo Venturi nel terzo libro della Commedia “il supremo paradosso della ricerca dantesca è quello affidato a una memoria che per salti, barlumi, silenzi, si erge a raccontare l’indicibile e, quindi, a vederlo”. Venturi dice: “Figurare il Paradiso significa prendere atto della impotenza dell’impresa che tuttavia va affrontata attraverso un racconto metaforico che, mentre si rende conto dell’impotenza della parola poetica, si rinsalda proprio nella denuncia di questa impossibilità che la memoria affida allo strumento umbratile della poesia”.

La messa in scena dell’opera teatrale dedicata al 33.o canto del Paradiso (foto ©Zani-Casadio)

Elio Germano e Teho Teardo quest’impresa l’hanno compiuta, riuscendo a trasformare la poesia in uno spettacolo di prosa e di intrattenimento visivo-sensoriale. E dalla sala ovattata di corso Martiri della Libertà, a Ferrara, il pubblico è uscito sentendosi stordito e un po’ trasfigurato, alla maniera di quei personaggi che l’autore italiano più universalmente conosciuto ha tratteggiato settecento anni fa sulle pagine della sua “Comedia”.

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