10 Febbraio 2017

TEATRO
Va in scena ‘Il mio vicino’:
lo spettacolo che abbatte i fili spinati e crea ‘terre’ di incontro

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 8 minuti

L’incontro di due esuli in una terra di nessuno, “che nessuno vorrebbe abitare e alla quale nessuno vorrebbe appartenere, ma nella quale si è costretti a vivere i propri giorni: il carcere. Insieme abbiamo costruito una sorta di terra comune, con la poesia e il teatro abbiamo rifondato una terra in cui ci si potesse riconoscere”. A parlare è Horacio Czertok, attore e regista, fondatore della Cooperativa Teatro Nucleo, centro di formazione, ricerca e produzione teatrale che ha la sua sede al Teatro Julio Cortazar di Pontelagoscuro. Con queste parole descrive ‘Il mio vicino’, lo spettacolo che andrà in scena la sera dell’11 febbraio nello spazio teatrale di Ferrara Off e che vedrà come protagonisti lui e Moncef Aissa, uno dei primi attori-detenuti del laboratorio di teatro-carcere che Horacio conduce fin dal 2005 nella casa circondariale di via Arginone.
La performance è in repertorio dal 2010, ma quella di sabato sarà la prima volta a Ferrara, dopo essere stata rappresentata in diversi contesti a Modena e a Bologna e poi in Spagna, in Germania e in Belgio, “dove l’abbiamo fatto proprio dentro un carcere”.

Un bel giorno Horacio è uscito di casa e si è trovato di fronte Moncef: “Sono libero ora. Io qui ci vivo”. Moncef, dopo essere stato suo allievo in carcere, è uscito, si è costruito una famiglia e una vita, è diventato il suo vicino e così è nato lo spettacolo, per raccontare il loro lungo lavoro, un percorso di crescita reciproca, fra Totò e la poesia araba.
‘Il mio vicino’ parla di condivisione e di comprensione, in tempi di muri e di filo spinato, per dividere e lasciare fuori i nostri vicini. “Viviamo in tempi difficili e il senso dello spettacolo, almeno spero, è portare in scena la gioia di scoprire nel vicino, nell’altro, qualità e forze che non si sospettavano”.
Nello stesso tempo, confessa Horacio, “sento personalmente questa tematica perché anche io a suo tempo sono stato un ‘vicino’, un esule, arrivato in Italia scappando da una guerra civile e dal pericolo oggettivo di venire assassinato con la mia famiglia. Per fortuna il mio esilio avvenne in aereo, non a nuoto, ma conosco benissimo la sensazione di dover mollare tutto quello che non sta in una valigia e dover ricostruire una vita in un luogo che non ti aspetta, che non ti conta, in un Paese di cui non sai la lingua, tanto per cominciare. Conosco tutte le avventure e le peripezie burocratiche e conosco anche, da parte del rifugiato, la voglia di riscatto, di farsi valere attraverso le proprie capacità: è un bisogno di riaffermare la propria dignità”. ‘Il mio vicino’ è dunque anche un “vicino di condizione umana”.

La performance è nata “dentro il laboratorio di via Arginone, mentre lavoravamo su quello che poi è stato il primo spettacolo a uscire dal carcere nel 2006, ‘Schegge – da Totò a Beckett’: stavamo facendo una ricerca di altri materiali che ampliassero e arricchissero il lavoro per comparazione. Moncef faceva il suggeritore ed era molto rigoroso, quando qualcuno mancava, lui lo sostituiva e così ha finito per sapere e fare questo testo benissimo”.
Da quel lavoro di ricerca di altri materiali è nata poi la contaminazione con le poesie arabe, “una tradizione ricca e meravigliosa, anche se molto poco conosciuta: Moncef si è rivelato una persona di una cultura non indifferente su questo versante”, mi rivela Horacio: nello spettacolo ci sono “poesie per così dire ‘basse’, dei mercati e dei mercanti, quelle dei dervisci e quelle più ‘alte’, con alcune sorprese come diverse poesie in arabo siculo dell’anno 1000, una parte della cultura italiana poco frequentata, se non del tutto sconosciuta”.
“Abbiamo lavorato insieme cinque, sei anni. Lui aveva già cominciato a fare teatro in carcere a Forlì e, arrivato a Ferrara, si è iscritto al nostro laboratorio. È stato uno di quelli, come in realtà succede quasi sempre, che mi è dispiaciuto perdere: ma è stato meglio che l’abbia perso!”, scherza Horacio. Ora Moncef è tornato a Forlì, dove seppur con difficoltà ha trovato un lavoro, una moglie e una figlia.
“Ci siamo trovati, entrambi esuli, io dall’Argentina, lui dalla Tunisia, entrambi ‘desterradi’, un termine della lingua spagnola che esprime tutta la precarietà di chi vive la condizione di venire privato della propria terra natia da un giorno all’altro per decisione di qualcun altro. Per questo una delle poesie che cantiamo è ‘Fin quando durerà il mio esilio’, di Ibn Hamdis Al Sicli, un poeta arabo-siculo che nel 1079 è costretto a lasciare la sua Sicilia a causa dell’arrivo dei Normanni”.

È questa una prima importante risposta alla domanda alla quale Horacio deve rispondere molto spesso: perché il teatro in carcere?
“Per alcuni detenuti siciliani non era poi così automatico che un arabo potesse considerare l’isola la sua terra. Spesso la sala del carcere diventa una grande aula di scambio culturale, un vero e proprio laboratorio di convivenza: se fuori ogni etnia tende a isolarsi con gli altri del proprio gruppo, in carcere si è costretti a stare insieme, a condividere le proprie giornate”.
L’altra risposta ha a che fare con la dignità e il rispetto, due cose cui ogni persona ha diritto, anche – forse soprattutto – quando si paga il proprio errore, la propria trasgressione alle regole del vivere civile, con la privazione della libertà e di tutto ciò che definisce l’identità di un individuo.
Horacio sottolinea che il progetto Teatro-Carcere è nato da subito come pratica quotidiana, “non come una situazione episodica”, perché “non è un modo di intrattenere i detenuti o per occupare il loro tempo, fa parte di un processo di consapevolizzazione e autoresponsabilità, di ricostruzione di un’autonomia, che parte da una rivalutazione della propria autostima”. “Una delle prime cose di cui discutiamo con gli attori-detenuti è la dignità: non è qualcosa che qualcuno ti può dare, la devi conquistare da te”. E a questo proposito mi spiega: “Quando l’ho domandato, nessuno dei miei allievi ha mai risposto che frequentava i corsi di teatro per riacquistare il rispetto di sé stesso: vocazione, una carriera, desiderio di espressione personale, queste erano le risposte. Quando abbiamo chiesto la stessa cosa agli attori-detenuti, tutte le risposte hanno riguardato la dignità e il rispetto: è stato un momento di rivelazione per noi”.
Il carcere è un universo di grande criticità, che richiede “una qualità non molto frequente nel teatrante e non è nemmeno una mia virtù, cioè l’umiltà: è un esercizio duro, il contesto ti sfida continuamente”. “È un luogo di grande sofferenza, credo che non si soffra così in nessun altro posto – continua Czertok – Non solamente i carcerati, che sono stati tolti dai loro affetti e da tutto ciò che costituiva la loro identità, ma anche la polizia penitenziaria, costantemente di fronte alla sofferenza altrui, gli agenti tutti i giorni sono la prima linea della società nei confronti dei detenuti”. “Si lavora a partire dalla disponibilità e dalla curiosità personale, poi è una gara a ostacoli, perché come ha scritto Artaud “L’attore è un atleta del cuore: si sfida e sfida chi lo guarda”.
Il teatro poi “è anche un modo per contribuire alla preparazione all’uscita dal carcere, al reinserimento dei detenuti nella società”: come è successo a Moncef “i detenuti escono e diventano i nostri vicini, che vicini vogliamo?” Senza dimenticare, infine, la valenza di “alfabetizzazione”, cioè l’aiuto nell’imparare una lingua che è straniera, vista l’importanza e la valenza che hanno le parole nel teatro. “Per molti dei nostri attori-detenuti la cultura è un bene lontano, guardato con rispetto, ma considerato non a portata di mano per loro. Perciò la familiarizzazione e la lettura di testi o poesie, magari nella lingua del Tasso, come nello spettacolo ‘Me che libero nacqui la carcer danno’ ispirato alla Gerusalemme Liberata (portato anche al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara nell’aprile 2016, ndr), diventa un doppio salto mortale”. Ecco di nuovo la sfida con se stessi: “si innesca una sorta di provocazione. Ci si dice ‘Devo farcela’, ‘Non posso fare una brutta figura io e non posso far fare una brutta figura a chi ha lavorato per me e con me’. Alla fine, in fondo, è proprio il modo con cui lavoriamo anche con gli altri attori”.

Una cosa è certa. I risultati dei laboratori – fra i quali non ultimo riuscire a far entrare la cittadinanza fra le mura di via Arginone e portare fuori gli attori-detenuti, sul palco del teatro comunale estense ma non solo – e la fiducia che gli attori-detenuti ripongono nelle attività con Horacio e con i suoi collaboratori, tutto ciò non sarebbe possibile se non fosse per un aspetto importante, anzi fondamentale: “il lavoro è fatto sempre da cittadino a cittadino. Noi non siamo lì come un’autorità, non siamo poliziotti, educatori, preti, siamo cittadini che sanno fare teatro e portano queste competenze dentro il carcere, misurandosi alla pari con i detenuti. Piano piano diventiamo attori fra attori”.


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Federica Pezzoli

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