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Da Zoleddu a Zoleddu, breve parabola di Gianfranco Zola

TERZO TEMPO
Da Zoleddu a Zoleddu, breve parabola di Gianfranco Zola

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Martedì 23 giugno allo stadio Paolo Mazza si riaccendono le luci, non si riaprono i cancelli. La SPAL ospita il Cagliari, nella cui storia occupa un posto speciale Gianfranco Zola: concentrato di classe e umiltà, fantasia e correttezza, verso la fine della sua splendida carriera decise di ripartire dalla serie B. Quasi tutti lo ricordano come Magic box, pochi sanno che in principio e alla fine era sempre Zoleddu.

Nell’agosto del 1986 l’Italia del calcio non era più campione del mondo in carica. Dopo quattro anni, Diego Armando Maradona si era preso la rivincita, il mondiale e tutta la scena.
Dal Messico rientrava a Roma una nazionale da rifondare, eliminata agli ottavi dalla Francia di Platini, con il Pablito marziano di España ‘82 che era tornato sulla terra, un signor Rossi qualunque, il sogno non si era ripetuto. La comitiva avrebbe potuto meritarsi pomodori, di sicuro più di quelli presi dalla precedente spedizione azteca, non fosse stato per l’indulgenza verso i reduci del trionfo spagnolo.

1987, Gianfranco Zola, al centro, prima di Torres-Montevarchi.

A Sassari, come nel resto del mondo in quegli anni, cortili condominiali e campi sterrati sono pieni di ragazzi che giocano a pallone ad oltranza, ben oltre il tramonto, e nel mese consacrato a vacanze, preparazione e amichevoli precampionato, inizia a girare una voce. Finito il ritiro, la Torres è rientrata in città, si allena allo stadio dell’Acquedotto e quella voce dice che c’è un ragazzo che promette bene. Ha 20 anni ed è di Oliena, un paesino del centro Sardegna famoso per il Nepente, Cannonau robusto impreziosito dalla lode di D’Annunzio sull’etichetta, forse perché, al giusto dosaggio, genera poesia.
Quel giovane arriva dalla serie D, giocata con la Nuorese, e in campo pare sia uno spettacolo. Il calcio d’agosto fa tante promesse che spesso non mantiene, nessuno quindi immagina che quel timido e caparbio funambolo elargirà emozioni mai più superate. Ogni domenica arrivano da tutto il nord Sardegna per ammirare quella squadra e aspettare le magie di Zoleddu, così lo hanno ribattezzato. Quando alla penultima di campionato arriva il Montevarchi, la Torres è prima e si sta giocando la promozione, uno e due punti sulle rivali, così bisogna montare una tribuna in tubi innocenti dietro la curva sud per accontentare appena un migliaio delle innumerevoli richieste che arrivano. Finisce 1-0, decide Zola.

Non ricordate ai torresini quelle tre stagioni, potreste vederli piangere come gli uomini non fanno, direbbe De Gregori. Promozione in C1 subito, annata di assestamento nella nuova categoria, quarto posto e serie B sfiorata nell’ultima, con Zoleddu terzo in classifica cannonieri, dietro un giovane brizzolato del Perugia, Fabrizio Ravanelli. Un dirigente scaltro e lungimirante, protagonista dei vent’anni a venire, si accorge di lui, lo segue interessato e, come spesso farà, batte la concorrenza. Luciano Moggi nell’estate 1989 porta Zola a Napoli, il regno di Diego.

Al campione va a genio l’apprendista e prende sotto la sua ala il ragazzo che tre anni prima, mentre lui quasi da solo vinceva un Mondiale, stava passando dai campi in terra battuta del nuorese al livello minimo del professionismo. Quel sardo umile e affamato forse gli ricorda la sua timidezza di qualche anno prima, e chissà se la fama cambierà anche Gianfranco. Dei primi giorni insieme, iconica e unica è l’immagine di Zola sull’erbetta, sdraiato su un fianco, che studia ammirato Maradona mentre calcia in allenamento.

Da quell’incrocio di destini si diramano storie opposte, per l’argentino a breve scorreranno i titoli di coda, mentre partirà la sigla iniziale di un sogno per il sardo, che cambierà soprannomi ma non ruolo, idolo sempre: MaraZola a Napoli, Magic Box a Londra, di nuovo Zoleddu a Cagliari, dove chiude il cerchio di una trama quasi perfetta, in cui i successi con i club si intrecciano con l’esperienza amara e beffarda in nazionale. Eppure, dopo il rigore fallito agli europei del ’96, Gianni Mura, che messo a scegliere fra Baggio e Del Piero diceva Zola, scrisse di lui “resta uno su cui contare, uno che vale”.

Il film dei suoi successi è noto a molti, pochi sanno, invece, di quella voce che girava nell’agosto dell’86 nei cortili sassaresi, di Zoleddu in mocassini e camicia rosa che dopo le partite tornava a casa con i genitori venuti da Oliena, molto prima di andare a bottega da Maradona.
E no, la fama non l’ha cambiato, se è vero, com’è vero, che durante i sette anni al Chelsea, il giorno dopo la Premier League potevi trovarlo sovente nella sua casa al centro della Sardegna, come ai tempi della C2.
Gianni Mura non sbagliava.

Cover: Gianfranco Zola, 2018 (wikipedia commons)

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