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Mordersi la lingua?
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Leggera, riconoscibile e alla portata di tutti: la lingua del calcio in Italia è figlia del linguaggio comune, e negli ultimi settant’anni si è avvalsa di espressioni e figure retoriche già in uso, nonché dei più accattivanti forestierismi e neologismi. Che ci piaccia o meno, il racconto giornalistico della “cosa più importante tra le cose meno importanti” si mischia con il lessico quotidiano da almeno tre generazioni, e, seppur con altri mezzi, continuerà a farlo.

Insomma, il linguaggio che utilizziamo quando parliamo di calcio è uno spaccato della nostra identità, ed è per questo che ho riflettuto su alcuni cliché che abbiamo sdoganato e con i quali conviviamo più o meno tacitamente. È stato un po’ come guardarsi allo specchio e domandarsi il perché di un’abitudine che è sempre stata lì, ma alla quale non avevo mai prestato attenzione.

Cominciamo dall’intramontabile fascinazione per le metafore belliche: basti pensare che una partita può diventare una battaglia, una squadra può essere una corazzata e ci si difende con la cara e vecchia retroguardia. L’epica guerresca ci ha inoltre consegnato espressioni quali “espugnare lo stadio avversario”, “infilare il portiere” o “sentire l’odore del sangue”, mentre per gli scontri al di fuori dello stadio viene spesso utilizzato il termine “guerriglia”.
Un’altra tendenza è quella di utilizzare, o addirittura italianizzare, i già citati forestierismi: dal più stagionato forcing all’attuale surplace, senza dimenticare le espressioni spagnole che nell’ultimo decennio hanno influenzato qualsiasi discussione, sia al bar che nelle interviste post-gara. Di matrice ispanica è anche l’esotico “uruguagio” di Gianni Brera, così come la famigerata garra charrúa di Daniele Adani e i nomignoli sudamericani di Federico Buffa.
Infine, ci sono delle parole utilizzate perlopiù nei titoli o nei trafiletti che mi fanno sempre un po’ sorridere: “tegola” in caso di infortunio o problema societario di varia natura, “blitz” in caso di presunte operazioni di calciomercato – anche quest’espressione, tra l’altro, è di origine bellica – e “bum bum” in caso di doppietta.

Probabilmente gran parte di questo linguaggio dipende dalla necessità di spettacolarizzare l’evento calcistico e dall’innata passione per la drammaticità che un po’ ci contraddistingue. Se è efficace o meno, non spetta a me dirlo; ciò che vorrei fare, invece, è pormi delle domande per osservare un’abitudine che diamo per scontata.

Utilizzeremmo quel lessico in altri contesti?
Non è un po’ troppo machista?
Lascia spazio a un’interpretazione che non sia quella della sopraffazione dell’avversario?
Alla lunga, l’incessante spettacolarizzazione appiattirà la percezione dell’evento sportivo?
Siamo consci che informazione e formazione vanno di pari passo?
Possiamo fare di meglio?

In copertina: foto di Conor McNamara

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