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Tra miliardari e milionari c’è spazio anche per il conflitto generazionale

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, avevamo dato un po’ di dati sulla distribuzione della ricchezza nel mondo (Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà), vediamo ora se ci sono stati cambiamenti utilizzando gli stessi Rapporti: il Billionaire Census 2018, il Global Wealth 2019 del Credit Suisse e il Rapporto “Non rubateci il futuro” di Oxfam che fotografa la situazione italiana.

I miliardari nel mondo nel 2018 diminuiscono del 5,4% passando da 2.754 a 2.604 e diminuisce anche la quota di ricchezza detenuta del 7%, passando da 9.205 a 8.562 miliardi. La diminuzione è dovuta sostanzialmente ai problemi causati dalle guerre commerciali tra Usa e Cina e al conseguente ridimensionamento del Msci World Index, l’indice che rappresenta la performance azionaria globale di grandi e medie capitalizzazioni dei maggiori paesi industrializzati, nonché al graduale ridimensionamento della liquidità concessa dalle banche centrali a seguito delle crisi del 2008 e del 2011.

Il Report, inoltre, aggiunge altre motivazioni che giustificano questo calo, tra le quali: le nuove normative sulla produzione del settore automobilistico, l’instabilità geopolitica, il crescente sentimento anti-elite e anti-immigrati, il crescente isolazionismo degli Stati Uniti, il tortuoso processo della Brexit, il cambiamento populista in Sud America e le tensioni internazionali causate dal conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Nel 2018 i primi 15 paesi in classifica per numero di miliardari ospitavano il 75% di miliardari e il 79% della loro ricchezza totale. In termini assoluti, i primi 15 Paesi hanno avuto 84 miliardari in meno (per un totale di 1.942) rispetto al 2017, con un patrimonio netto complessivo che è sceso a 6.800 miliardi di dollari.

San Francisco è invece la città con più miliardari per abitanti, uno ogni 11.600. Londra ne ha uno ogni 135,198 e Instanbul uno ogni 462,629.

L’Italia, secondo questo Rapporto, vede un decremento del 13% nel numero di miliardari a differenza della Francia che vede invece un aumento del 2%. Flessione italiana causata da “instabilità politica”, secondo questo Rapporto, che non permette ai nostri 47 miliardari di superare la soglia dei 141 miliardi di dollari, con una diminuzione dell’8,3% rispetto al 2017. E mentre in Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud la maggior parte di questi super ricchi sono sotto i 50 anni, in Italia, Spagna e Australia sono invece per il 56,9% over 70.

Secondo il Global Wealth 2019 del Credit Suisse, giunto alla sua decima edizione e che si accredita come la fonte di informazione più completa e aggiornata sulla situazione finanziaria globale delle famiglie, nell’ultimo anno la ricchezza globale è cresciuta, ma a un ritmo molto modesto rispetto al passato.

Infatti, anche se la ricchezza per adulto ha raggiunto il nuovo record di 70.850 dollari per un totale complessivo di 360.6 trilioni nella metà del 2019, supera di solo l’1,2% il livello toccato nella metà del 2018. Più della metà degli adulti in tutto il mondo ha un patrimonio netto inferiore a 10.000 dollari americani mentre i milionari sono l’1% degli adulti e possiedono collettivamente il 44% del patrimonio mondiale della ricchezza. Tuttavia e nonostante le apparenze, la tendenza all’aumento delle disuguaglianze si è attenuata, ed infatti la quota detenuta da questo 1% risulta inferiore al picco raggiunto nel 2016. Personalmente non sono convinto della reazione positiva a questo dato da parte del restante 99% della popolazione, ma questo è il dato.

In Italia ci sono, sempre nel 2019, 1.496 milionari e si prevede diventeranno 1.992 nel 2024. In Germania vi sono 2,2 milioni di milionari e un livello di disuguaglianza che supera tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale, con il 41% della popolazione che ha un patrimonio inferiore ai 10.000 dollari. Di seguito l’infografica con i dati

In sintesi, e secondo Billionaire Census e Global Wealth, la ricchezza aumenta, i miliardari e i milionari flettono ma si riprenderanno, ci sono segnali, secondo il Credit Suisse, addirittura di un miglioramento sul tema delle disuguaglianze. Ma proviamo ad ascoltare campane diverse.

Ci aiuta il rapporto Oxfam “non rubateci il futuro” del settembre 2019 che descrive la situazione italiana e di cui riportiamo qualche dato.

Secondo Oxfam non solo la disuguaglianza in Italia sta crescendo ma si configura sempre di più come un vero e proprio scontro generazionale, a supporto dell’idea che qualcosa non funziona nel sistema complessivo e che sia proprio qui che si dovrebbe concentrare l’attenzione della politica.

I giovani devono fare i conti con un mercato del lavoro disuguale caratterizzato dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili. Quello che sostanzialmente oggi viene chiamato “aumento della produttività” oppure “bilanciamento del sistema concorrenziale” e che aiuta gli esportatori, si traduce sostanzialmente in un peggioramento generalizzato del quadro complessivo a spese ovviamente della parte più indifesa della società.

Carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, sotto-occupazione giovanile, scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera, questi in sintesi la carrellata di problematiche che avrebbero bisogno di risposte che sembrano non esserci vista la loro persistenza negli ultimi decenni.

In Italia, ma sfido a guardare i dati degli altri, ci si colloca tra i Paesi con una forte influenza delle origini familiari sul successo occupazionale dei figli e con persistenza generazionale dei redditi, a partire dalla generazione dei nati negli anni Ottanta. Insomma non è un caso che più ha preso il sopravvento la dottrina neoliberista e più sono aumentati privilegi e stagnazione della società, quindi si parte dagli anni ’80, dall’inizio della lotta all’inflazione e al debito pubblico, fino al totale scollamento generazionale dei giorni nostri.

I giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni percepiscono un reddito più esiguo se paragonato ai livelli retributivi dei loro genitori all’epoca del loro ingresso nel mercato del lavoro e, a livello reddituale, quelli tra i 15 e i 29 anni mostrano un trend costante di riduzione delle retribuzioni annue medie e più marcato rispetto alle classi dei lavoratori in età tra i 30 e i 49 anni e gli over50. Un trend che “viene da lontano” e che ha visto, fatta 100 la media dei redditi sulla popolazione in un dato anno, i redditi dei giovani ridursi da 76.3 del 1975 a 60 del 2010 per calare ancora a 55.2 nel 2017.

Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano poi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando, sebbene con intensità diversa, quelle che esistevano tra i rispettivi genitori. In media, il figlio di un dirigente ha, a parità di istruzione, un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato.

Cioè persiste e viene codificata una sorta di divisione della popolazione per censo, che poi scandalizza se appare nei resoconti finali di qualche scuola.

Del resto la spesa pubblica per l’istruzione, al 3,8% del Pil nel 2017, colloca il nostro Paese tra gli ultimi Paesi dell’Unione Europea per il finanziamento ed è in calo dal 2008. Continuiamo ad applicare cioè quel principio dell’austerità espansiva impostaci dalla Bce e codificata nella nostra Costituzione dal governo Monti all’art.81.

Se non si rischiasse di essere troppo banali, si potrebbe dire che “si stava meglio quando si stava peggio”. In realtà stiamo semplicemente applicando pedissequamente i principi neoliberisti che vogliono “lo Stato come una famiglia”, il controllo dei bilanci pubblici attraverso il commissariamento di entità sovranazionali, la supremazia della finanza sulla politica, la tutela degli interessi privati rispetto a quelli collettivi, la confusione degli stessi interessi di classe per cui oggi vale l’idea che “siamo tutti nella stessa barca” e quindi i sindacati perseguono gli stessi interessi dei capitalisti.

Di conseguenza, nel nostro modello di società, i dati Oxfam non servono, sapere che in Italia tre persone hanno più soldi di quanti ne ha il 10% del resto della popolazione è gossip. Quello che conta alla fine è che miliardari e milionari alimentano i nostri pruriti emozionali.

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