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Trattasi di un caso di enantiosemia

Tempo di lettura: 2 minuti

da: Claudio Riccadonna

Gentile Direttore,
anche le parole, talvolta, per colpa degli uomini, “tradiscono” le loro virtuose origini. Trattasi di un caso di enantiosemia! Termine che indica la condizione di polisemia di un vocabolo, che nel tempo, ha finito per assumere un significato opposto a quello etimologico. Si non c’è dubbio, la parola “ministro” ha subìto un’evoluzione peggiorativa e oppositiva rispetto al suo significato di partenza. Dal latino minister -stri “servitore “, a sua volta derivato di minor aggettivo,di minus avverbio, ossia “minore, meno”, designava chi era al servizio di una persona, di un’autorità, di un’amministrazione, o più semplicemente aiutante, servo. Pensiamo al suo valore cristiano, quando Gesù disse chiaramente, nella sua infinita grandezza, proprio nell’esercizio del suo ministero, di essere venuto tra di uomini per servire e non per essere servito, ricordando ai propri discepoli di farsi ministri, cioè “schiavi” di tutti. Quindi un richiamo a comportamenti virtuosi e convenienti, di chi non si sottrae all’indifferibile responsabilità di un servizio comunitario.
Oggi come stride, anche come palese anacronismo, “l’etimo” con la “deviazione semantica” dolorosamente “patita”! Ministri e per estensione politici che dovrebbero fungere da servitori della collettività, nella gestione della sacra res publica, immeritatamente superpagati e poco propensi a rinunciare a quella miriade di privilegi di casta. Il riproporsi ciclico di vergognosi scandali e un diffuso prevalere di interessi personali alimentano quel sentimento d’impotenza che abbraccia milioni di persone stanche, completamente sfiduciate e che non vedono alcuna via d’uscita. D’altra parte proprio un rapporto della Commissione europea di inizio anno sul fenomeno corruzione aveva evidenziato i legami perniciosi tra “politici, criminalità organizzata e imprese” ma anche lo “scarso livello di integrità dei titolari di cariche elettive e di governo”! Quale svilimento morale…
D’altra parte chi si fa “servo della comunità” agisce lealmente ed in modo integerrimo, non dimenticando mai lo scopo “altruistico” e gli elevati obbiettivi che il ricoprire un incarico pubblico, sia a livello centrale che periferico, gli impongono di perseguire.

Claudio Riccadonna, Ala (Tn)

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