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Tu sola dentro una stanza. Giornalismo partecipativo e potere del web, la rivolta viaggia in rete

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Ala’a ha diciannove anni, frequenta il primo anno di università ed è raro che si stacchi da Internet, se non per dormire. Fino a poco tempo fa, la sua vita era uguale a quella di qualunque altra ragazza della sua età: uscire con gli amici, andare al centro commerciale, studiare. Fino alla rivoluzione in Siria. Perché Ala’a vive a Chicago insieme alla sua famiglia di esuli siriani. Lei è lo hub, il nodo centrale che unisce centinaia, migliaia di cittadini siriani di mettersi in contatto, unirsi, manifestare, unire i singoli individui in gruppi e i gruppi in aggregazioni ancora più potenti e grandi contro la dittatura di Assad, calco di quella già perpetrata dal padre che tenta di mettere a tacere il popolo bombardando civili, picchiando attivisti, torturando chiunque venga catturato e trovato in possesso di tecnologie utilizzando la baashia (letteralmente: fantasma), forma di repressione violenza assai simile allo squadrismo.

Perché la parola chiave dell’intera storia è proprio tecnologia, o meglio Internet, attraverso cui gli attivisti sono coordinati e possono postare immagini e filmati che costituiscono già la prova inconfutabile della colpevolezza del governo. Non super partes, ma in medias res. Dentro la rete, nella stanza della sua casa in periferia da cui è collegata al suo Paese di origine, a diecimila chilometri di distanza, alle strade percorse dai suoi amici virtuali, alle case distrutte e abbandonate, al rumore dei bombardamenti incessanti e delle azioni violente contro donne e bambini, contro uomini lasciati a morire per strada o in ex cliniche in cui non è possibile curare adeguatamente nessuno. Ala’a è parte attiva della rivolta in Siria, aiuta lo scambio di informazioni filtrandole attraverso i social media e la rete di citizen journalism che dimostra come sia l’informazione proveniente dai cittadini, da chi vive sul territorio, possa creare un effetto a catena sul giornalismo globale. Perché a fare giornalismo sono le persone di tutti i giorni, armate solo di camera e telefonino con cui filmare proteste e brutalità della dittatura; mentre chi ha scelto di restare e affrontare a suo modo il regime si chiede cosa aspetti l’Onu a intervenire in una situazione di questo tipo, in un territorio privo di no-fly zone, dopo la tiepida decisione di sei punti programmatici da fare rispettare – a ora completamente ignorati dal regime siriano.

Posta su Youtube video e foto, date, luoghi e traducendo informazioni, didascalie e notizie perché possano comprenderle un grande numero di persone. Perché diventino virali, perché possano essere condivise, diffuse. Perché il sentimento e la reazione che ne scaturiscono non siano episodi singoli e lontani ma contribuiscano a creare una rete di condivisione. Oscura gli account Facebook dei suoi amici e delle persone con cui è in contatto quando vengono arrestate, così che non vengano messi in contatto con altri dissidenti e non ne carpiscano informazioni attraverso la tortura e l’estorsione. Compra materiale tecnologico la cui novità depisti i militari da cui vengono intercettati; microcamere, bluetooth, miniregistratori. e lo spedisce oltreoceano nei Paesi limitofi, dove poi sarà recuperato dagli attivisti siriani. Riunisce altri immigrati siriani per raccogliere voci anche nel luogo in cui abita. Forza del documentario è creare un naturale collegamento tra lo scenario geopolitico contemporaneo e tante storie personali, piene di coinvolgimento e passione, coraggio e impegno politico, che costruiscono attivamente un movimento di protesta e un potentissimo sistema di informazione, strumento per fare sentire alta la voce e dare modo di non ignorare, di non poter scivolare in un negazionismo che per altre epoche storiche e situazioni altrettanto drammatiche si sta facendo, o si tenta di fare.

Uno dei temi ricorrenti di questa edizione di Internazionale è stato il web, e le mille potenzialità che offre. Che ha assunto a tutti gli effetti il ruolo cruciale che ebbero, durante la rivoluzione americana, pamphlet e macchina da stampa, e che oggi è assunto da iPhone e Facebook, da Twitter e Skype. Perché è attraverso questi mezzi che Ala’a resta in contatto con quelli che definisce i suoi amici siriani, di Damasco e di Hama.
Che conosce solo attraverso la rete, ma con cui condivide a tutti gli effetti ideali, sogni e speranze. Le cui vite si intrecciano, senza toccarsi fisicamente ma scorrendo sul sottile filo del web. Con quella di Bassan, brillante studente e regista che segue passo passo i manifestanti, filmando esplosioni e correndo a perdifiato per scappare dai cecchini che sparano a vista e che resta ucciso da una di queste esplosioni.
Con quella di Aous, studente che sogna di diventare un medico, che guida i manifestanti di Damasco e filma ciò che vede ma che abbandonerà la videocamera per imbracciare un fucile unendosi all’Esercito Siriano Libero, composto da disertori che scelgono di andare contro al potere pur di non dover combattere contro la propria gente.
Con quella di Omar, ventitreenne studente di architettura ucciso nel corso di una protesta, una delle anime a distanza di Ala’a che la ragazza si riprometteva, a guerra finita e a regime rovesciato, di andare a conoscere di persona.
Perché in Siria, come giù in Egitto e in Tunisia, è solo questione di tempo.

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La locandina di #chicago girl

#chicagoGirl: the Social Network Takes on a Dictator
Docufilm di Joe Piscatella
Siria-Usa 2013, 74′

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