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“Più complesso opporsi ai trattati europei”

Ue e riforma costituzionale:
“Più complesso opporsi ai trattati europei”

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“Semplicità e comprensione sono gli ingredienti alla base di una buona Costituzione”. Sabato, in un incontro promosso dal Gruppo Cittadini Economia di Ferrara, e presentato da chi scrive, è stato dato spazio alle ragione del no in vista del prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sotto i riflettori l’avvocato Giuseppe Palma con il quale abbiamo provato ad andare un po’ oltre i confini delle cose già dette. Sono stati trattati molti temi, non solo i “difetti” di queste nuove previsioni di riforma, ma si è voluto entrare nella vita quotidiana, alla ricerca degli argomenti che realmente interessano i cittadini. Gli abbiamo chiesto quanto incide una Costituzione nella nostra giornata e nei nostri progetti per il futuro. Quanto è pregnante la sua comprensione, la semplicità dei suoi enunciati e quanto è importante che non diventi materia di pochi.

Oltre alla comprensibilità,l’avvocato Palma sottilinea anche l’importanza della condivisione come punto di partenza. Una Costituzione deve abbattere i muri, non crearne e per questo non può essere espressione di una sola parte politica, anche se questa rappresenta la maggioranza del momento. Perché una maggioranza che ha a cuore il futuro della sua nazione non impone, e ha anche il coraggio di desistere e di ritornare al Parlamento, il vero fulcro, il centro della democrazia.

Dopo l’intervista già apparsa su Ferraraitalia (leggi qui), questa volta con Giuseppe Palma ci soffermiamo in particolare sui cosiddetti “vincoli esterni”.

Avvocato, cosa sono esattamente questi vincoli e in quali articoli li troviamo?
Facciamo subito chiarezza. Attualmente l’articolo 117 rimanda ai ‘vincoli derivanti dell’ordinamento comunitario’, la nuova previsione rimanda ai ‘vincoli derivanti dall’Unione Europea’. La sostanza non cambia perché se ci fosse solo questa previsione, come adesso succede, per “denunciare” un trattato basterebbe appellarsi a questo articolo e all’art.50 del TFUE. Niente di complicato e nell’ordine di come funzionano normalmente gli accordi tra gli Stati sovrani.
I problemi sorgono con le nuove previsioni degli art. 55 e 70. Infatti è stato inserito in tali articoli un vincolo costituzionale ai trattati europei. Non sarà più quindi possibile semplicemente “denunciare” il trattato che non rispecchia magari i nostri interessi nazionali e rifiutarsi di applicarlo alla nostra legislazione. Sarà necessario per il futuro, e se la riforma passerà, iniziare una procedura costituzionale con i tempi e i modi necessari che una procedura costituzionale prevede.
Certo è stato dimostrato che quando sono da tutelare determinati interessi le procedure diventano addirittura fulminee, e si veda a tal proposito la velocità attuativa di quando è stato introdotto il pareggio di bilancio che nulla ha a che vedere però con i reali interessi dei cittadini.

Ma è molto grave che si introduca un’innovazione del genere che in pratica sposta le decisioni all’estero e complica enormemente la possibilità di esprimere le proprie necessità nazionali…
Capisco e mi permetto di aggiungere a tal proposito qualche esempio di vita quotidiana per comprendere meglio il nostro rapporto continuo con questi “vincoli esterni”. Oggi prevalgono gli interessi comunitari rispetto a quelli italiani, in tema di lavoro, in tema di produzione e prodotti nazionali. Poi abbiamo problemi in tema di migranti, per la ricostruzione dai terremoti, per trovare risorse per mettere in sicurezza gli edifici, e tanto altro. Questo perché non abbiamo autonomia di spesa, infatti dobbiamo chiedere all’Europa la possibilità di fare deficit e non possiamo decidere di difendere i nostri prodotti, le nostre banche, i nostri risparmiatori, non possiamo pretendere le etichette sui prodotti a difesa del made in italy, e via continuando. Basta guardarsi intorno, è tutto ‘vincolato dall’esterno’ e non invece basato sulle nostre necessità.
Vincoli tra l’altro non uguali per tutti perché vediamo che per esempio la spesa a deficit viene permessa a Francia e Spagna e i surplus commerciali permessi alla Germania.
Con le previsioni legislative attuali io, governo in un impeto di orgoglio nazionale, potrei dire di voler favorire le arance siciliane rispetto a quelle provenienti dall’estero, perché mi accorgo che le multinazionali trovano comodo produrre in luoghi a più basso costo lo stesso prodotto. Poi fanno pressione sugli organi decisionali europei per abbattere le barriere doganali, e quindi questi prodotti entrano in Italia a costo più basso rispetto al prodotto nazionale. Questo comporta la distruzione della nostra produzione che non riesce ad abbassare così tanto i prezzi. Del resto con la povertà in Italia in crescita, come certifica in questi giorni l’Istat, la disoccupazione o sottoccupazione in aumento (reale) e gli stipendi che stagnano o tendono al ribasso per le nuove generazioni, comprare prodotti a basso costo non è certamente una scelta ma una necessità.
È un cerchio perfetto in cui i benefici tornano a chi ha dato il via al disegno.
Oggi è così e si vede, e lo è per le arance come per l’olio e tanti altri prodotti che non riescono a trovare la difesa adeguata da parte dello Stato, unico che potrebbe e dovrebbe intervenire. Domani sarà praticamente impossibile farlo. Sarà tutto più complicato, soggetto a procedure più complicate, addirittura di stampo costituzionale, in modo da poter “resistere” agli eventuali scatti d’orgoglio nazionale di cui parlavo sopra.

Ma chi si dovrà occupare di controllare l’introduzione, lo stato e gli effetti di questi trattati nella legislazione italiana e quindi nella vita quotidiana dei cittadini? Inutile negare che già oggi i trattati europei investono la quasi totalità delle attività di vita reale.
Se ne dovrà occupare il nuovo Senato. In pratica Consiglieri Regionali e Sindaci dovranno curare questo aspetto. Il problema è che come si diceva è un’attività importantissima, pregnante, diffusa su tanti settori, attività produttive, servizi. Ogni angolo più disparato della nostra vita. Ci dovrebbero essere persone che lo facciano a tempo pieno, elette dai cittadini per fare quel lavoro specifico. Invece viene demandato a chi lo potrà fare part time, nei ritagli di tempo, non so. Un po’ come dire, do un compito importantissimo e che avrebbe bisogno di attenzione e cura quotidiana per salvaguardare gli interessi di tutti i cittadini, ma lo attribuisco a chi già so non potrà farlo a pieno titolo. Quindi in fondo non voglio che se ne occupi realmente, è un’ulteriore cessione di sovranità. Sinceramente non so che senso abbia fare le cose in questo modo.

Molto chiaro. Ho un’ultima domanda, in riferimento ad alcune affermazioni da te fatte durante la conferenza di sabato scorso. Hai parlato di clientelismo e a qualcuno è sembrato che volessi assolvere questo istituto, è sembrato quasi una difesa di qualcosa, tra l’altro particolarmente odioso all’occhio di chi ha passato una vita a guadagnarsi onestamente l’accesso al lavoro, a pagare le tasse e a fare il ‘buon cittadino’.
Sì capisco la critica e la condivido. È giusto dire una parola su questo per tranquillizzare tutti. Io sono dalla parte del ‘buon cittadino’, di chi si fa avanti contando sulle proprie forze e paga di tasca propria lo scotto di rifiutare raccomandazioni e aiutini. Ce ne sono tanti per fortuna. I piccoli imprenditori dell’Emilia Romagna sono tra quelli che hanno fatto grande l’Italia contando solo su loro stessi. Non hanno avuto dietro nemmeno lo Stato a sostenerli, un miracolo tutto italiano fatto di sacrificio, amore di se stessi e del loro territorio. Questi per me sono i veri eroi, come quelli che si alzano la mattina e fanno lavori massacranti o per portare a casa 800 euro al mese o 1.000, e danno dignità a un Paese che in molti casi sembra un altro rispetto a quello raccontato da questa classe politica e saltuariamente da tecnici con figli da subito nei posti migliori e di comando.
Quello che volevo non era assolvere questo modo di fare truffaldino e fuorviante, ma promuovere l’attività del rappresentante locale verso le istituzioni anche in tema di lavoro. Il rappresentante in Parlamento ha il dovere di conoscere le problematiche del suo territorio e deve darsi da fare per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Lo dice l’art. 3 della Costituzione.
Io propongo un rapporto umano, diretto tra cittadino e Istituzioni. E la prima Istituzione che mi piacerebbe il cittadino incontrasse è il suo rappresentante politico. Che ha quel preciso dovere. Non sto parlando di sotterfugi, di mancette elettorali. Sto parlando di attenzione verso il territorio e gli abitanti di quel territorio che lui deve rappresentare. La politica si deve spendere apertamente per il lavoro, deve aiutare a creare le condizioni perché se ne crei quando ce n’è bisogno ed indirizzare i cittadini verso le opportunità che deve essere in grado di creare. E il lavoro deve essere lavoro vero, con diritti pieni e non dimezzati. Credo del resto che la mia attività e quello che faccio quotidianamente possa parlare per me e su quali siano i miei valori.

Assolutamente. E’ stato un piacere averla ospite a Ferrara e di nuovo sulle pagine di questo giornale. Una parentesi che ci piacerebbe rimanesse aperta.

Per approfondimenti leggi anche
Lo scempio costituzionale dei figli destituenti

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