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a Ferrara
poi l’oscurantismo papalino

Ultimi bagliori estensi
a Ferrara
poi l’oscurantismo papalino

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AMMINISTRAZIONE DEGLI ESTENSI A FERRARA/3

«Quando Ercole I d’Este sul finire del Quattrocento decise di ingrandire Ferrara raddoppiandone la cinta muraria con quella Addizione che da lui prese il nome, probabilmente non pensava di poter riempire di uomini il vasto spazio agricolo […]. Una cerchia muraria di sette miglia rappresentava per una città di quell’epoca una dimensione quasi spropositata. Eppure l’ingrandimento della capitale dello Stato estense, che comprendeva i feudi imperiali di Modena e di Reggio e altri territori, aveva dietro di sé la chiara percezione che tanto la città quanto le campagne del Ferrarese stavano rapidamente ripopolandosi dopo la grave contrazione demografica dei secoli XIV e XV e che, dunque, anche la vita economica, la produzione agricola, i commerci erano di nuovo in espansione»*.
La corte divenne sempre più polo di attrazione per funzionari, diplomatici, affaristi, imprenditori. Il mercato cittadino intanto si vivacizzava, i fondi agricoli intensificavano la produzione. Anche le corporazioni di arti e mestieri (prevalentemente di tipo artigiano e manifatturiero), soppresse da Obizzo d’Este nel 1288, in parte si riassestarono e ripresero lentamente a funzionare. Senza contare i prodotti agricoli e gli allevamenti nei vastissimi spazi extraurbani, alle cui bonifiche gli Estensi si dedicarono con efficacia soprattutto a partire, come si è detto, dall’epoca di Leonello: dagli interventi di Casaglia cominciati nel 1447-48 a quelli della Sanmartina, dai lavori nella Diamantina alla grande bonificazione deltizia voluta da Alfonso II.
La dominazione papale è quasi unanimemente considerata come il periodo più oscuro di Ferrara per molte ragioni, una fra tutte la ghettizzazione degli Ebrei. Ma naturalmente vi sono pure altri sostanziali motivi, il più preponderante dei quali è il fatto che, con la partenza di Cesare d’Este per Modena, il cospicuo flusso fiscale che la corte incamerava dalle comunità dello Stato e che, in qualche modo e sebbene in piccola parte, ritornava alle comunità sotto forma di investimenti di vario genere o, meglio ancora, sotto forma di incentivazioni agli investimenti e all’imprenditoria, si sarebbe con il trasferimento della capitale estense riversato nelle casse della nuova sede emiliana. E inoltre buona parte dei gentiluomini, dei maggiori mercanti, nonché un abbondante numero di ebrei con le loro invidiabili competenze, ritennero più opportuno e conveniente seguire gli Estensi a Modena, lasciando Ferrara impoverita di dinamismo imprenditoriale e di risorse umane.

* F. Cazzola, L’agricoltura nel XIV-XVI secolo, in F. Bocchi (a cura di), La storia di Ferrara, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995, p. 177.

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