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Ti prego vivamente di andartene. Di chiudere quella porta per sempre. Ti sei messo con un’altra a mia insaputa, ne bella  ne giovane. Era un tuo diritto? Forse sì, ma non lo dovevi fare così.  Hai tradito la mia fiducia. Hai voluto un’altra donna, altri pensieri. Ti prego di uscire da questa casa e non tornare più. Apri la porta, e guarda il mondo con occhi diversi, il sentiero è di sassi appuntiti e in fondo, vicino al cancello, ci sono le spine delle more. Il cancello è arrugginito, quando si apre cigola, fa un rumore sinistro, sembra si apra l’antro delle streghe. Il cielo è grigio, fa freddo. Sei invecchiato, hai poche idee e tanta presunzione. Fammi il favore di andartene. Addio”.

Tra le mie mani rigiro un pezzo di carta ingiallita che contiene questo messaggio d’addio. Forse una semplice nota personale, mai recapitata nella forma scritta che sta tra le mie mani, ma più semplicemente consegnata alla voce del mittente e volata dritta in faccia al traditore.  Chissà chi ha scritto quel biglietto. Chissà come è finito in una scatola di vecchie carte dimenticata dentro un baule che è nella vecchia casa di campagna della nonna Adelina. Mia nonna non è mai stata lasciata. Si è sposata tardi, è rimasta vedova presto, in tempo di guerra e con due figli piccoli. L’esperienza deve esserle bastata, non si è mai più risposata. Non le importava proprio più. Mia madre ha sposato mio padre ed è rimasta con lui fino alla sua morte. Ora anche le sta da sola, è diventata vecchia, gioca con i suoi nipoti ed è contenta così.

Di chi è quindi quel biglietto? Chi se n’è andato tanto tempo fa in una mattina grigia, uscendo da un cancello arrugginito e dalla vita di una donna della mia famiglia? Non so come indagare, dove trovare informazioni che mi aiutino a districare il  mistero, a collocare il biglietto in un tempo e in un luogo. Rigiro il foglio tra le mani, è giallo. Sembra vecchio, la carta è leggera, quasi trasparente. Non c’è intestazione, non ci sono segni o simboli rivelatori. La calligrafia è acuminata. Inclinata un po’ a destra, regolare. Il biglietto è stato scritto con una biro nera.

Chi l’ha scritto, chi ha vissuto quel dramma in quel giorno tetro in cui ha scoperto che il suo uomo aveva un’altra donna? Forse non ha importanza sapere da dove viene quel biglietto, di chi è. Forse ha senso il solo fatto di averlo trovato, mi sta portando un messaggio e un monito che viene da lontano. Ha un suo valore così com’è. L’ha portato a me il vento.

In quel biglietto c’è un tradimento, molta sofferenza, un buio all’orizzonte che impressione per la sua drammaticità. Mi chiedo cosa provi una donna tradita. Provo a immaginare. A proiettare su quel foglio un po’ di me, un po’ delle storie che ho sentito, un po’ di quel che ho visto, un po’ di quel che mi è stato raccontato e spiegato.

Credo che in ogni tradimento ci sia un grande dolore. Come scrive Anaïs Nin: “L’amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità, di errori e di tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità.”

Forse è vero, l’amore non muore mai di morte naturale, viene annientato da un tradimento fisico o mentale. In quel foglio giallo si è raddensato un dolore, una sofferenza inaudita, c’è del rancore.

Chi l’ha scritto e quando. Provo a immaginare.

Una donna giovane, con figli piccoli. Una vita di impegni, molta dedizione ai bambini. Poca attenzione alla forma fisica e alle richieste del marito. Esigenze non verbalizzate ma molto potenti che richiedono la vita nella sua essenza migliore. Richieste impegnative che vogliono leggerezza e riflessione, parole e consigli, viaggi raccontati e scoperte da fare insieme. Non c’è spazio per questo. Il marito cerca altrove e trova subito una riposta. C’è sempre qualcuno pronto a tradire, come c’è sempre qualcuno pronto a non farlo, a lasciar perdere per il bene di tutti. Data la situazione, il marito esce da quel maledetto cancello che stride e se ne va nel grigio per non tornare mai più. E’ l’inizio di un dramma, oppure la sua fine. E’ la parola che muore in bocca, il palato che si secca, il grido smorzato in gola, una lacrima che scende. Scende un po’ di pianto sul viso di quella donna. Una goccia che luccica, una goccia trasparente su un viso che sembra marmo. In quella lacrima ci sono molte lacrime, in quel tempo sospeso si raddensa il pianto. Pianto che sa di sale, di frustrazione di risentimento, di preoccupazione per il futuro. Lacrime che sono anche liberatorie. “Smettiamo di fingere, ora sappiamo come stanno le cose”. Il marito se ne va, esce dalla porta e non ritorna più. The end.

Oppure quel biglietto è stato scritto da una persona giovane, una convivenza iniziata da poco e subito difficile, delle abitudini diverse. Si cena alle diciannove, no si cena alle venti. Si esce con gli amici, no si gioca a carte. La domenica si va a sciare, no si fa un dolce per la zia. Si fa l’amore sul tappeto, no solo in camera da letto. Una quotidianità conflittuale, un senso di insofferenza e di oppressione che travolge subito tutto. E allora lui se ne va, trova un altra: non c’è matrimonio da sciogliere, non ci sono figli, ci sono solo i cocci di quel fugace amore, di quel futuro sognato e mai realizzato, di quella convivenza andata a pezzi prima ancora di acquisire una forma, una sua identità. Un vaso che va in mille pezzi, senza che nessuno provi ad aggiustarlo, una rottura di tutte quelle che erano le premesse di quell’unione. Una frattura secca, una comunione d’intenti che non si è mai realizzata, una favola incompiuta e mal scritta che non finisce bene. Una passione mancata, un sospiro frainteso, una silenzio doloroso, una partenza. Forse in quella partenza c’è stata l’inevitabilità di quella scelta. Il più forte ha rotto l’argine. Ha trovato un’altra storia. E’ uscito di scena portandosi via i cocci. Forse li avrà gettati appena varcato il cancello. In una grigia mattina avrà aperto quella porta cigolante.  Forse oltre il cancello c’era già qualcuno che lo aspettava. La fonte del tradimento era già là, l’origine e la conseguenza di quella partenza. Il dolore raddensa le lacrime di chi resta. Le rende sostanza che solidifica nel cuore. Ma non c’erano figli, né matrimoni, né promesse eterne. E’ rimasto solo quell’addio forse scritto e recapitato o forse solo pronunciato.

Rigiro il foglio giallo, scritto in nero. Lo guardo un ultima volta e lo rimetto nella scatola dove l’ho trovato. Ho rubato un briciolo di vita di qualcun’altro. Ho visto un dolore passato, un travaglio lontano e archiviato. A chi sarà appartenuto quel dramma non lo so. Richiudo la scatola e i miei occhi sono pieni di lacrime. Ho scoperto un addio e me ne ricorderò. Chissà quante scatole ci sono con contenuti così, con ricordi così. Con tanto dolore e un amore spezzato che non esiste più, che appartiene al passato e alla vita di chissà chi. Spero che l’autrice di quel biglietto ora stia bene, chiunque essa sia e qualunque sia il motivo che ha davvero mandato a pezzi quella storia. Almeno all’inizio un po’ di amore doveva esserci. E’ sui resti dell’amore che nasce l’odio, la rabbia e il risentimento. Non certo sull’indifferenza. Sull’indifferenza non nasce niente, non inizia e non finisce niente. L’indifferenza non da vita e porta via la vita. Con l’indifferenza si muore.

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