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Il Rapporto Censis del 2014, presentato a Roma qualche giorno fa, propone spunti di riflessione sociologica ben più ricchi di quelli sintetizzati nelle consuete note di stampa. Per questo, ogni anno cerco di ascoltare in diretta la presentazione del Rapporto, lasciandomi attraversare dalle mille suggestioni che incrociano i miei “lavori in corso”. Del resto, sono proprio le infinite connessioni possibili tra i fenomeni a determinare il fascino del pensiero sociologico.
Dal Rapporto esce un quadro preoccupante: una società molto differenziata, molecolare, ad alta soggettività, che galleggia su antiche mediocrità e in cui i singoli soggetti sono, a dir poco, a disagio. Il concetto di capitale inagito mi pare una delle immagini chiave del Rapporto. Se il capitale può essere considerato come moneta in movimento, ci troviamo in una grave fase di stagnazione: né il capitale delle persone, né quello delle imprese, né il capitale finanziario, né quello culturale trovano terreni per esprimersi. Così i capitali, pure esistenti, restano congelati per l’assenza di aspettative che permea i diversi mondi.
In assenza di riferimenti e di orientamento e in un clima di pesante incertezza, prevale l’adattamento alla mediocrità: le persone tengono denaro liquido per fronteggiare eventuali imprevisti, le imprese non investono.
Il Rapporto descrive una società che non sa pensare in termini sistemici, in cui aumenta la solitudine degli individui che, non potendo scegliere una direzione, vagano distribuendosi in mondi che non fanno sistema, rinunciando a investimenti progettuali e collettivi. Così, il mondo della gente comune, pure esprimendo vitalità, è incapace di produrre azioni, vive nella sua rabbia, e non sa andare oltre. Non è una moltitudine passiva quella descritta, perché sa scegliere (pensiamo alla capacità di sopravvivenza di fronte alla contrazione delle risorse), manifesta interessi in diversi campi, ma non va oltre il livello individuale. Gli individui esprimono bassa fiducia nel prossimo, solo un quinto della popolazione sente di potersi fidare degli altri, trascorrono una quantità di tempo in solitudine, sono sotto occupati, esprimono ansia per il futuro (solo il 17% si sente abbastanza sicuro), attribuiscono un bassissimo valore all’intelligenza (solo il 7%, la percentuale più bassa nel quadro europeo).
Come si fa a mobilizzare il capitale inagito, ad invertire questa deflazione delle aspettative, in un contesto in cui la politica è tutta impegnata in una lotta interna allo Stato e all’occupazione dello spazio istituzionale? E’ questa la domanda che propone De Rita, che paventa tre rischi: quello di un secessionismo sommerso, un pericolo di populismo, un pericolo di un autoritarismo soft. Al contrario servirebbe una politica in grado di ricostruire legami sociali, di ridare energie allo sviluppo, non appiattendosi sull’attesa di qualche debole segno di ripresa.
Ma, all’indomani dell’ennesimo “sacco di Roma”, difficile immaginare una palingenetica rinascita. Né mi convince il richiamo ai corpi intermedi come via di aggregazione, in polemica con l’attuale ridimensionamento del loro ruolo ad opera di una politica decisionista, a dire il vero più a parole che nei fatti. Il tema della ricostruzione dei legami sociali, erosi da molti fattori sociali ed economici che riguardano la profondità del cambiamento epocale in cui ci troviamo, resta il tema di riflessione. Ciò nella consapevolezza che, per citare il Rapporto, la società “cambia non attraverso svolte (momenti magici decisivi), ma attraverso processi di transizione, necessariamente lenti e silenziosi”.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del Prodotto Tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le tendenze e i significati dell’alimentazione.
maura.franchi@gmail.com

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