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da MOSCA – Inizialmente pensavo di parlarvi di alcuni testi che rappresentano una sorta di disobbedienza naturalista, un percorso dell’energia, dall’energia, con l’energia, attraverso e verso l’energia, ossia di raccontarvi del Piccolo trattato sull’immensità del mondo, Elogio dell’energia vagabonda di Sylvain Tesson o del suo più recente Nelle foreste siberiane.

Questo perché lui, che ha percorso il mondo a piedi, a cavallo, in bicicletta, in canoa e ha camminato e cavalcato nelle steppe di Asia Centrale o Tibet, conosce e ama la Russia da sempre.

Questo perché Tesson ci regala e insegna un nuovo nomadismo, un vagabondaggio gioioso, leggiadro e libero, rivolgendosi a tutti quelli che almeno una volta nella propria vita hanno sentito la necessità di evadere dalla città, dal suo caos e dall’asfalto, lontano da ogni tipo di modernità.

Questo perché lui ha cercato l’ispirazione, prima dei fatidici 40 anni, nella foresta siberiana, sul lago Bajkal, meraviglia naturale lunga settecento chilometri e larga ottanta, dove, da eremita, ha vissuto per sei lunghi e rigidi mesi. Un uomo coraggioso rimasto di fronte a spazi smisurati, abbandonati a sé stessi e con sé stessi, dove ci vogliono la forza e il coraggio che solo i solitari possono avere.

Questo perché volevo condividere con voi il senso di libertà di respirare ossigeno libero e puro, di cogliere il ritmo dei passi in armonia con quello del cuore, alla scoperta di un mondo senza limiti da parte di uno spirito senza limiti, lo stesso che potreste aver percepito leggendo Into The Wild.

Questo perché volevo sentire con voi, vivo, il tocco della natura, la bellezza di accarezzarla dolcemente e teneramente con la punta delle agili dita quasi vellutate di rosa, di toccarla dopo una lunga e forzata assenza, lo stesso tepore che si assapora quando si sfiora la persona amata che non si vede da lungo tempo perché distante nello spazio ma non nel tempo e nella mente.

Il nostro scrittore la mattina legge, pensa, fuma, disegna, spacca la legna, spala la neve, scrive. E poi magari si riserva di pattinare sul ghiaccio, di pagaiare in kayak, di provare la sauna (la sua versione slava, la banya), di camminare in mezzo alla candida neve.

Ma poi siamo incappati in Pavel Sapozhnikiv, ventiquattrenne di Mosca, che sta affrontando un’esperienza analoga nelle foreste russe, ma per motivazioni diverse. Anche qui ricorre l’idea di eremita, un giovane che si cimenta nell’ esperimento di vivere 8 mesi dimenticato dal mondo e avvolto solo da neve e freddo, come se fosse nel Medioevo. Nessun contatto con l’esterno, niente elettricità o internet. Solo la sua fattoria, lui e le sue forze fisiche e mentali, un pozzo e gli animali.

Sembrerebbe un reality ma si tratta, invece, del progetto psico-sociologico, concepito da Alexei Ovcharenko dell’agenzia di eventi Ratobor, denominato “Eroe” (vivere intorno all’anno 1100), che vuole mettere a confronto la nuova società con le difficoltà di un tempo, analizzando le differenti reazioni della psicologia umana. Il tutto è iniziato lo scorso settembre e terminerà a fine maggio.
La teoria dietro l’esperimento è quella di “tracciare i cambiamenti sociali e psicologici nelle personalità e di studiare quanto sia importante il supporto degli altri esseri umani”.
Pavel può solo cacciare, allontanarsi da casa per cercare cibo, bagno e fienile rigorosamente esterni. Deve seguire regole strettissime: nutrirsi solo di alimenti pescati, cacciati o raccolti da lui, scaldarsi avvolgendo le gambe in panni spessi, spaccare la legna, mangiare uova (vietati grano, patate e pomodori che allora non c’erano), prelevare l’acqua dal pozzo. L’obiettivo è ripercorrere il quotidiano dei suoi antenati russi che vivevano nel Medioevo in tale area, e comprenderne l’evoluzione, vivendo “da solo, nel passato”.

I luoghi sono stati interamente ricostruiti secondo i libri di storia (con il supporto dell’archeologo Alexander Fetisov, la fattoria è stata costruita usando solo materiali e tecniche che sarebbero stati utilizzati all’epoca) e, in caso di malattia che non lo metta in pericolo di vita, l’eremita deve sbrigarsela da solo come facevano i suoi antenati. Anche gli strumenti sono di quel periodo, basici. Al centro del villaggio vi è un’abitazione con tre stanze: una sorta di sala al centro con un piccolo riscaldamento a legna – focolare, un giaciglio ricoperto di pelli di animali al posto del letto, pesce essiccato e funghi appesi al soffitto, mirtilli rossi e grasso di maiale in un angolo.

Sarà interessante osservare come un uomo può sopravvivere oggi in e alla solitudine. Sommersi e circondati da informazioni e comunicazioni di ogni tipo, è difficile immaginarsi isolati. Arrivare a riuscire a restare da soli potrebbe magari farci avvicinare maggiormente a una reale decrescita felice, dove basta davvero poco, per dirla con Serge Latouche.

Resta il fatto che questo esperimento mi ricorda i libri di Mauro Corona e la sua incredibile Fine del Mondo Storto, dove scompaiono l’energia, il benessere, la modernità; dove non vi sono altri mezzi che le forze fisiche, la manualità e le conoscenze che ciascuno di noi ha della terra, della sua vita, della sopravvivenza che essa sola ci può garantire. Quasi un umile ritorno alla semplicità e alle nostre origini, dove rimarranno solo i più forti, capaci di fronteggiare la natura e la sua grandezza. Confrontandosi da pari. E altrettanto da pari rispettandosi.

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