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Un mondo sempre più vecchio e sempre più iniquo

Il mondo invecchia. A dircelo è l’Institute for Health Metrics and Evaluation di Bill e Melinda Gates con un grafico che mostra l’età media nel 2017.

Nei primi posti dell’invecchiamento ci sono la maggior parte dei Paesi europei, quattro dei quali nei primi cinque

Posizione Nazione Età media Regione
1 Giappone 47 anni Asia
2 Germania 45 anni Europa
2 Italia 45 anni Europa
3 Grecia 44 anni Europa
3 Bulgaria 44 anni Europa
3 Portogallo 44 anni Europa

Seguono con un’età media di 43 anni: Austria, Croazia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Spagna e, unico Paese non europeo, Bermuda.

La classifica non tiene conto dei paesi estremamente piccoli come il principato di Monaco che, se considerato, diventerebbe il Paese più vecchio in assoluto con una età media di 53 anni.

L’Africa, invece, è il continente che ha i paesi con l’età media più bassa, due addirittura si fermano a quattordici anni mentre ben altri 7 paesi si devono “accontentare” di occupare la seconda posizione con sedici anni di età media.

Posizione Nazione Età media Regione
1 Chad 14 anni Africa
1 Niger 14 anni Africa
2 Afghanistan 16 anni Asia
2 Angola 16 anni Africa
2 Burkina Faso 16 anni Africa
2 Mali 16 anni Africa
2 Somalia 16 anni Africa
2 Sudan del Sud 16 anni Africa
2 Uganda 16 anni Africa

Unico paese non africano in questa classifica è l’Afghanistan, il cui primato probabilmente è dovuto alle devastazione della lunga guerra ancora in corso.

Seguono altri paesi con un’età media di 17 anni: Benin, Burundi, Etiopia, Madagascar, Malawi, Nigeria, Tanzania, Zambia, Yemen e Timor-est. Anche qui tutti africani fuorché gli ultimi due.

Secondo alcune proiezioni dell’Onu che arrivano fino al 2060 si prevede che l’età media in alcuni paesi europei arriverà addirittura ai 50 anni, in particolare in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, e successivamente Germania, Polonia, Bosnia e Croazia.

Tutti i paesi nord-americani supereranno i 40 anni di età media (Canada 45 anni e Messico 44 mentre gli Usa si manterranno mediamente più giovani a quota 42 anni). Più vecchi al Centro e Sud America dove il Brasile raggiungerà i 47 anni di età media.

L’invecchiamento procede di pari passo con l’aumento della popolazione. “Prevediamo ancora che per il 2050 la popolazione raggiungerà i 9,1 miliardi” ha dichiarato Hania Zlotnik, direttore della Divisione Popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali (Desa), presentando quest’anno la Revisione 2008 del ‘Word Population Prospects’. Secondo il documento nove paesi contribuiranno per metà all’incremento mondiale nel periodo compreso tra il 2010 e il 2050: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (Drc), Tanzania, Cina e Bangladesh.

E’ importante notare che la popolazione dei paesi in via di sviluppo passerà dai 5,6 miliardi del 2009 ai 7,9 miliardi nel 2050, mentre la popolazione delle regioni più sviluppate non cambierà di molto, passando da 1,23 a 1,28 miliardi.

Dovrebbe spaventarci di più la crescita della popolazione oppure il suo invecchiamento? Dipenderà tutto probabilmente dal tipo di sviluppo.

John Maynard Keynes spiegava nel 1936, quando usciva la ‘Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta’, che il capitalismo aveva due grossi difetti. Il primo era quello di non essere in grado di garantire tassi di disoccupazione sufficientemente bassi, il secondo che provocava una ripartizione della ricchezza arbitraria e priva di equità. Creava cioè disuguaglianza.

Oggi che il capitalismo è diventato finanziario e ha mostrato la sua parte peggiore, possiamo apprezzare la sua analisi in tutta la sua attualità, infatti, secondo il World Inequality Report  2018 presentato a Parigi alla metà di dicembre scorso, “A livello mondiale, tra il 1980 e il 2016 l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha intascato il doppio della crescita economica rispetto al 50 per cento più povero”, ha spiegato l’economista Lucas Chancel, principale coordinatore del rapporto.

Questo grafico mostra come la mancanza di equità nella distribuzione della ricchezza vari significativamente da regione a regione. Nel 2016, la porzione di reddito nazionale intascato dal 10 per cento più ricco è stata del 37 per cento in Europa, del 41 in Cina, del 46 in Russia, del 47 in America del Nord e attorno al 55 per cento nell’Africa subsahariana, in Brasile e in India. Fino a toccare la punta massima nei paesi del Medio Oriente, con il 61 per cento.

Uno sviluppo basato sull’accumulazione finanziaria perpetrato da una piccola parte della popolazione mondiale che detta le condizioni e impone le soluzioni, creerebbe un mondo di tensioni e una moltitudine di persone costretta a elemosinare pane e lavoro. Laddove la moneta continuasse ad essere un bene da tesaurizzare, i debiti un male da punire e la concorrenza il motore della crescita sappiamo fin da ora che sarebbe impossibile fornire un minimo di previdenza sociale, sanità o pensioni. L’unico futuro possibile allora sarebbe quello di un mondo di anziani super potenti con libero accesso a tutte le risorse, mentre il resto della popolazione giovane lavorerebbe per fornirle.

Altra soluzione, auspicabile, sarebbe la fine di questo tipo di capitalismo in favore di uno sviluppo equo e solidale nei confronti dei più deboli, di noi stessi e della natura che ci ospita. Basato sulla tecnologia che è già in grado di assicurare il necessario a tutti con il minimo sforzo e ancora di più ne sarà capace domani. Un’ipotesi del genere dovrebbe necessariamente prevedere la fine dell’accumulo finanziario, dello sfruttamento delle risorse umane e naturali e una netta separazione tra finanza e beni reali, i quali andrebbero equamente distribuiti.

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