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Un referendum tutto sbagliato

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Secondo i sondaggi i sì al Referendum del 20-21 settembre per la conferma della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, non dovrebbero avere problemi a vincere sui no.
Eppure.
Nel fronte della destra, ad esempio, non si capisce bene l’indicazione ufficiale della Lega per il sì. Faceva parte delle condizioni del contratto che avevano dato vita al governo giallo-verde, ma dal momento che quella maggioranza non c’è più non è chiaro perché non prevalga il “liberi tutti”.
Ci sarebbe una ragione in più, da quelle parti, per rimettere tutto in discussione.
Da destra, infatti, si attende con ansia l’esito delle concomitanti elezioni regionali e se il centrosinistra dovesse portare a casa la sola Campania (con la perdita di Puglia, Marche e Toscana e la conferma di Toti in Liguria e Zaia in Veneto), per il governo in carica non sarebbe un bel segnale.

Si dice che la prova regionale, da sola, non basterebbe a produrre la caduta del Conte bis (anche perché il presidente del Consiglio su questa partita non si è esposto in prima persona), ma se si dovesse aggiungere il risultato negativo del Referendum le cose potrebbero prendere un’altra piega. E a quel punto un semplice rimpasto di governo, dato per possibile in caso di sconfitta alle regionali, potrebbe non bastare più.

Se a destra i rebus non mancano, a sinistra la musica non cambia.
Nel Pd, ad esempio, pare tutto un ribollir di tini.
Accanto alla posizione ufficiale per il sì, si allarga giorno dopo giorno la schiera di quanti fanno pronunciare quella decisione sempre più a denti stretti.
Anche in questo caso, l’impegno risale al momento in cui si è formata la nuova maggioranza giallo-rossa che ha dato vita al governo Conte due. L’accordo è stato che il Pd, contrariamente a quanto fatto fino a quel momento in Parlamento, avrebbe votato favorevolmente in ultima lettura alla legge costituzionale per la riduzione dei Deputati da 630 a 400 e dei Senatori da 315 a 200.

Siccome era chiaro anche alla casalinga di Voghera che questa riforma, da sola, non stava in piedi, il partito di Nicola Zingaretti aveva strappato la promessa di ottenere il contrappeso di una nuova legge elettorale che però, a pochi giorni dalle urne, rimane una promessa.
Non ci voleva un oracolo per prevedere che, a questo punto, si sarebbero levate le voci di quanti hanno sottolineato la debolezza della linea del partito sul punto.
Comprese quelle, silenzi inclusi, che sono state in cabina di regia a tessere le ragioni della nuova alleanza, vincendo anche le iniziali resistenze del segretario nazionale, che non scartava l’ipotesi di andare a elezioni a costo di andare incontro a una sconfitta più che prevedibile.

Va bene che la politica non è uno sport per signorine, ma si fatica a non notare le singolari traiettorie di una strategia tutta celebrata, così pare lontano dai Palazzi, sull’altare della tattica. Anche perché i presupposti politici di non lasciare il Paese in mano ai populisti e di un’alleanza strutturale con i pentastellati, rimasta nel libro dei sogni nella preparazione delle prossime sfide regionali, stanno mostrando la corda.

Fin qui le mosse, almeno alcune, di una politica che, anche nel caso specifico, muove i pezzi su una scacchiera sempre più prossima allo stallo. Se poi si vuole dare un’occhiata ai contenuti della riforma, a fare acqua sono le ragioni dell’impostazione di partenza.

Molti ricorderanno l’esultanza in piazza Montecitorio dei 5 Stelle, a legge approvata, con Di Maio (un ministro della Repubblica) che con tanto di forbice simulava il taglio delle poltrone.

Prima ancora di qualsiasi tecnicismo costituzionale, una riforma di rango costituzionale si può basare sul risparmio dei costi?
Se si accetta la tesi che la democrazia sia un costo, prima o poi il problema sarà “il” Parlamento, non più solamente quello di adesso, certamente bisognoso di cambiamenti.
Dovrebbe preoccupare che le scorie di tante parole in libertà seminate negli anni si stanno sedimentando non solo nel dibattito politico, che è già un problema, ma anche nel quadro istituzionale, oltre che in tanta acquiescenza. E qui il danno diventa difficilmente calcolabile e dio solo sa se reversibile.

Se si prestasse attenzione allo stato di salute che gode la stessa cultura democratica sulla scena globale, oltre che nazionale, dovrebbe suonare come un allarme il fatto che con questa riforma, come fa notare anche l’Istituto De Gasperi di Bologna, il rapporto abitanti-deputati passerebbe dagli attuali 96.006 ai prossimi 151.210, vale a dire il numero più elevato tra tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, Regno unito incluso. Con tutte le conseguenze sulla rappresentanza di interi territori e di collegi così ampi da richiedere campagne elettorali alimentate con spese che solo pochi possono permettersi.

Diversi fanno notare che così il potere rischia di concentrarsi nelle mani dei capi e la partitocrazia farebbe festa. L’opposto di ciò che il movimento lanciato da Beppe Grillo ha sempre urlato, sublimato nello strampalato slogan di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

In letteratura si chiama eterogenesi dei fini: costruire inconsapevolmente (sic?) l’esatto contrario di ciò che si sbraita a parole.
Se non si comprende fino in fondo la posta in gioco, sarebbe bene che chi si è finora contraddistinto più per dire quello che pensa che per pensare a quello che dice, si astenesse nel mettere le mani a cose che vanno ben oltre le possibilità di certe teste inutili e dannose.

Il problema è che entrare in questo ordine d’idee richiederebbe una visione che, l’esperienza di anni ci racconta, pare fuori della portata di, almeno, buona parte di una classe dirigente che finora ha prodotto prevalentemente disastri.
Ma questo non fa che rendere più preoccupante la temperatura di un intero paese, pandemia a parte.

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