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Black Man Ray (China Crisis, 1985)

Ricordo i passeri che affollavano il balcone della mia cameretta per raccogliere le briciole di pane. Ricordo che mi divertivo a spiarli dietro la tenda per non spaventarli.
Mi sembra di rivederli ancora bisticciare per la briciola più grossa e azzuffarsi gli uni sugli altri in un buffo batter d’ali e arruffar di piume, tanto confuso quanto innocuo.

Ricordo quella volta che ero tornato in licenza, era la primavera dell’ottantacinque e dopo qualche mese mi sarei congedato. L’inverno era stato uno dei più rigidi degli ultimi cent’anni e sentivo che il peggio era ormai alle spalle.

Avevo messo su qualche chilo… Colpa dei troppi grappini serali? Non direi, è che i pasti della mensa erano assai conditi e lo spaccio era un covo di invitanti merendine da fagocitare non per fame ma per noia. Poi, a dirla tutta, la vita di un furiere in una caserma di frontiera era abbastanza sedentaria. Io ero un mitragliere, voglio chiarirlo, e avevo imparato a sparare con ogni tipo d’arma leggera.
Ma la mia naia cambiò con l’ennesimo infortunio al ginocchio. Non potevo più partecipare agli addestramenti, agli assalti simulati, ai percorsi tattici, perciò m’avevano infilato in fureria, di fianco all’ufficio del capitano. Posto strategico quello lì, da imboscati, come dicevano i miei compagni di camerata per sfottermi… Salvo poi venire a lisciarmi il pelo quando dovevano chiedermi una licenza per il weekend.
Le licenze le chiamavamo ‘le quarantottore’ perché si consumavano giusto in un fine settimana. Si partiva il venerdì sera e si tornava entro la mezzanotte di domenica. Inutile dire che quei due giorni volavano e alla fine c’era sempre qualcosa che mancava, che non riuscivamo a fare: un posto da vedere, un amico da incontrare, qualche parola in più da dire.

Quella volta era un sabato di fine aprile e Claudia avrebbe compiuto diciotto anni. Stavamo insieme da circa un anno e quella sera doveva essere speciale, per me e per lei.
Aspettavo una sua telefonata, doveva dirmi quando passare a prenderla. Intanto osservavo il mondo circostante dalla finestra del soggiorno: le auto parcheggiate nel vialetto, le aiuole fiorite a fianco dei marciapiedi, i giardini oltre le cancellate. Tutto rigoglioso di nuova vegetazione dal verde intenso, dopo tanta neve e tanto gelo. Finalmente la vita, la gioia di ricominciare a pochi mesi dal mio definitivo ritorno a casa.
Fu in quel momento che vidi un passerotto fermo sul davanzale. Era lì da un po’ e, siccome non capivo perché se ne stesse immobile, rimasi in disparte a osservare…
Così compresi che era solo un pulcino caduto da un nido poco distante. Dove fosse il nido era assai difficile dirlo vista la quantità d’alberi tutt’attorno. Sentivo il frenetico cinguettare di quelli che dovevano essere i genitori. Li vedevo svolazzare da un ramo all’altro senza mai allontanarsi troppo. Restavano nei paraggi a controllarlo, forse a incitarlo, non saprei. Io stesso cominciavo a preoccuparmi per la sorte del piccolo, se fosse caduto sarebbe senz’altro diventato un invitante bocconcino per i numerosi gatti del quartiere, ne ero certo.
Poi avvenne l’inaspettato: improvvisamente il passerotto sbatté le ali lanciandosi nel vuoto, e invece di cadere giù spiccò il volo.
E fu un volo leggero, rapido e sicuro, diretto al nido e alla salvezza, seguito immediatamente dai due genitori.

Ovviamente di quel passero non seppi più nulla, ma a distanza di così tanto tempo mi è rimasto il ricordo di quel volo leggero. Come leggera era la vita di quei miei vent’anni.
Anni tribolati, annoiati, sognati, mangiati, respirati, amati, odiati, giocati, cantati, presi a pugni, inseguiti, strizzati, rimpianti, desiderati, maledetti, vissuti e volati via. Leggeri, impauriti e splendidi, come quel passerotto mai più rivisto.
Dopo volai da Claudia, passammo una delle serate più belle della nostra giovane storia d’amore. Il resto venne da sé…

Ora di Claudia non ho più notizie da tanti anni, e sono anni che non vedo più volare i passeri sopra Ferrara. Mi chiedo dove siano finiti, che fine avranno fatto. E mi chiedo se lei sia ancora bella come allora, che fine avrà fatto.

Dunque un po’ di leggerezza per ritrovare ciò che abbiam perduto. Apriamo le ali senza far troppo rumore. Chiudiamo gli occhi e stringiamoci forte: si torna a volare!

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