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Dublino, Irlanda, anno 1729. Il reverendo J.Swift (l’autore di Gulliver) pubblica uno scritto satirico titolato “Una modesta proposta per impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli utili alla comunità”. La proposta consiste nell’ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. I figli dei poveri sarebbero venduti ad un anno di età in un mercato della carne appositamente predisposto, e, così facendo, si solleverebbero le famiglie dal costo di nutrire ed allevare i figli, garantendo loro un piccolo reddito aggiuntivo derivante dalla vendita dei pargoli; si migliorerebbe così l’alimentazione dei ricchi, si combatterebbe la sovrappopolazione e la disoccupazione e si contribuirebbe al benessere economico della nazione irlandese. Il feroce sarcasmo di Swift si spinge a fornire dati e statistiche circa il peso ideale, il numero e i possibili modi per cucinare i bambini suggerendo ricette e consigli. Ipotizza infine che la realizzazione del progetto possa contribuire a risolvere i problemi irlandesi di ordine politico, sociale ed economico meglio di qualsiasi altra misura, con ricadute positive anche sulla moralità familiare, poiché i mariti tratteranno meglio le mogli e i bambini saranno valutati come un bene (economico) più prezioso.
Lo scritto, che suscitò critiche e polemiche feroci, anticipò di soli 12 anni la catastrofica carestia del 1740-41 e di poco più di un secolo quella ancora peggiore del 1845-46 (La grande carestia Irlandese) che causò, su una popolazione di circa 8,2 milioni di abitanti, la morte per fame di un milione di persone e la migrazione forzata di un altro milione verso l’Inghilterra e il nord America. All’epoca della modesta proposta la popolazione mondiale era stimabile in 790 milioni di persone (di cui il 20% circa residente in Europa).
Italia, 2018. Un paese con 60,6 milioni di abitanti che si trova in una posizione geografica tornata ad essere strategica. Non siamo più in un economia agricola di sussistenza caratterizzata dal rapporto diretto con la terra, ma in un economia globale, digitalizzata e interconnessa; abitiamo su un pianeta con oltre 7,6 miliardi di persone (di cui il 10% in Europa). Viviamo all’interno di un ambiente artificiale in costante sviluppo, un interfaccia tecnologica che media il rapporto tra i corpi di miliardi persone e ancor più il rapporto di queste con una natura che sembra ora addomesticata e distante. Le capacità produttive dell’attuale sistema tecnico-scientifico planetario sono davvero sbalorditive se paragonate con i tempi in cui fu redatta la “modesta proposta”. Esso funziona perché strutture tecniche, organizzazioni, macchine e persone agiscono in modo finalizzato, per produrre e commercializzare ogni tipo di bene e servizio che deve poi essere consumato per consentire l funzionamento e la crescita dell’intero sistema. La cifra di tale consumo deve essere costantemente ampliata: servono sempre nuovi mercati che, in un processo di sistematica distruzione creativa, sono alimentati costantemente attraverso i meccanismi del marketing, della moda e dell’obsolescenza programmata.
L’impellenza del consumo richiede consumatori dotati di potere d’acquisto che, finora, è stato garantito in gran parte del reddito ricavato attraverso il lavoro. La rivoluzione digitale e tecnologica in atto sta però sostituendo lavori, prima svolti da umani, con macchine e con processi automatizzati regolati sempre più spesso e sempre meglio dagli algoritmi della nascente Intelligenza Artificiale; in ogni settore i lavori traducibili in procedure e codici vengono sostituiti sempre più frequentemente da questi dispositivi tecnici.
Questo enorme sistema globale dal quale dipende la vita di miliardi di persone, che non sarebbero in grado di sopravvivere nel caso di un suo collasso, abbisogna di due risorse fondamentali per poter funzionare quotidianamente: la prima è l’energia, la seconda l’informazione.
L’energia è indispensabile a far muovere le macchine e a far funzionare i sistemi di calcolo e trasmissione dati che avvolgono il pianeta come una ragnatela; il flusso di informazione in forma di bit consente il funzionamento ordinato del sotto-sistemi; le informazioni fluiscono, vengono elaborate, prodotte, scambiate, per coordinare il lavoro di macchine e persone e per dare vita a quel mondo virtuale in cui viviamo già immersi. Ma dietro la leggerezza del mondo digitale non può altro che esserci la pesantezza, la massa, la solidità dei dispositivi hardware e delle macchine che producono l’enorme quantità di energia necessaria a farli funzionare.
Con l’avvento di internet e l’affermarsi del cosiddetto internet delle cose (IOT) la quantità di informazione prodotta e movimentata in modo automatico è aumentata esponenzialmente al punto che ognuno di noi è diventato un produttore di informazione suo malgrado.
Ogni nostro tocco sulla tastiera del pc o dello smartphone è già informazione che forniamo al sistema; ogni volta che usiamo la carta di credito, che visitiamo un sito, che facciamo un acquisto online forniamo informazione; ogni volta che postiamo qualcosa, interagiamo sui social o mostriamo di gradire qualcosa con un like, ogni volta che guardiamo la trasmissione preferita alla TV forniamo informazione al sistema.
Ma forniamo informazione anche tramite il navigatore delle nostre auto, attraverso i dispositivi e le app personali, quando passiamo sotto l’occhio delle telecamere o passiamo attraverso lo spazio controllato dai tanti sensori dislocati nello spazio reale. Forniamo informazioni quando paghiamo le tasse, facciamo un prelievo al bancomat, facciamo una visita medica o un qualsiasi check up.
Nella società interconnessa dell’informazione noi siamo diventati i produttori – spesso poco coscienti – del bene primario necessario a farla funzionare: l’informazione appunto. Man mano che la tecnologia digitale evolve, diventeranno sempre di più le informazione assolutamente personali e private che consegneremo al sistema, partendo da quelle che riguardano i nostri comportamenti per arrivare a quelle che riguardano il nostro corpo diventato, ora, produttore di informazioni.
Ancora una volta dietro all’apparente leggerezza del mondo digitale c’è dunque – e ancor più ci sarà nel futuro – la realtà di miliardi di corpi connessi, la pesantezza e la densità della stessa materia biologica che i corpi compone.
Eppure fino a poco tempo fa tutto questo sarebbe sembrato fantascienza. Chiunque abbia un età sufficiente a ricordare il periodo precedente l’avvento di internet ricorderà bene quanto fosse difficile raccogliere informazioni e quanto questo sforzo fosse costoso in termini di tempo, risorse e competenze. Oggi siamo tutti produttori diretti ed indiretti di informazione ma, paradossalmente, questo lavoro costante di produzione non viene né riconosciuto né remunerato anche se è, indubbiamente, più indispensabile che prezioso per la sopravvivenza stessa della società digitale. Una serie di stereotipi ereditati dalla società industriale e dalle società precedenti ci impedisce di vedere che siamo diventati tutti, nostro malgrado, produttori di valore economico per il semplice fatto di essere connessi; ci impedisce di pensare che questo valore, generato inconsapevolmente, potrebbe essere, in qualche forma, remunerato. Eppure le colossali fortune generate dagli imprenditori dell’era digitale dipendono esattamente da questo: da miliardi di operazioni fatte ogni secondo da milioni di persone connesse alla rete che producono informazioni, che vengono elaborate automaticamente, vengono aggregate, vendute ed utilizzate dalle imprese per generare nuove forme di profitto. Noi continuiamo a credere che tutto questo sia un servizio che qualcuno ha fatto per noi, ci stupiamo della gratuità di certe risorse digitali, ignorando che ciò che viene venduto siamo noi stessi, le informazioni su di noi che gratuitamente cediamo.
Certo, anche oggi servono cibo ed acqua come nell’Irlanda del diciottesimo secolo. Ma la loro disponibilità dipende assai di più dallo stato dei sistemi tecnici menzionati che dal lavoro diretto delle persone che lavorano innanzitutto nel settore agricolo, base indispensabile per la produzione di cibo.
Prendendo a prestito lo spirito provocatore di Swift, lancio allora una nuova “modesta proposta” mirata a far si che in un tempo caratterizzato dalla straordinaria abbondanza di beni prodotti la possibile liberazione dalla necessità del lavoro non si trasformi per molti in un incubo.
Un reddito (o una rendita) universale da prestazione digitale passiva pagato (in forme tutte da inventare) ai produttori di informazione (a tutti noi connessi nostro malgrado alla rete a prescindere da età, religione, censo, razza, etnia, nazione, genere, lingua, orientamento sessuale, credo politico, zona di provenienza, cultura, gruppo e appartenenza), per garantire uno standard di vita minimo ad ognuno anche in mancanza di lavoro, e per far si che nessuno precipiti al di sotto della soglia di povertà assoluta nel bel mezzo di un’abbondanza materiale che non ha precedenti nella storia.

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