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Una politica per cambiare il mondo? In Spagna Podemos

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“Convertire l’indignazione in cambiamento politico”. E’ uno degli slogan di Podemos (possiamo) la nuova formazione politica spagnola che nel corso dell’ultimo anno ha rimesso in moto la speranza di trasformazione del Paese. Alcuni la associano al nostro Movimento 5 stelle, altri ne sottolineano i tratti identitari propri della sinistra. “Di ‘unire la sinistra’ non me ne importa nulla”, ripete spesso il carismatico leader del movimento Pablo Iglesias, “noi siamo per l’unità popolare”.

Podemos si ispira al Movimento 15m (esploso in Spagna il 15 maggio 2011, contro la crisi economica e l’austerity) e fa riferimento agli ambienti no global e alle esperienze dei forum sociali. Incardina oggi l’opposizione al bipartitismo imperniato su socialisti e popolari: un sentimento consolidato, conseguente a una serie di scandali che ha visto protagonisti i due partiti che si sono alternati al governo dopo la fine del regime franchista nel 1978. Iglesias, che ha soggiornato a Bologna per il suo Erasmus, ha avuto contatti con i centri sociali e i Disobbedienti ed evidentemente ne ha tratto spunti utili non solo alla sua tesi di dottorato.

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L’impressionante folla radunata in plaza del Sol a Madrid per una manifestazione di Podemos

“Podemos – scrivono Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena, autori di un recente saggio pubblicato da Alegre – nasce dalla rivolta contro la ‘casta’, ma soprattutto dall’onda lunga del movimento degli ‘indignados’. Il suo gruppo dirigente proviene per formazione e cultura dal variegato mondo della sinistra radicale, e in Europa ha deciso di stare con il gruppo di Alexis Tsipras, di cui condividono il programma anti-austerity. Ma preferiscono presentarsi come ‘né di destra né di sinistra’, privilegiando la metafora del ‘basso contro l’alto’, del 99 percento contro l’un percento”.

“Eppure – osserva Roberto Ciccarelli su Alfabeta 2 – Iglesias, e il ristretto giro dell’università Computense di Madrid citano – in pubblico, meno in tv – Toni Negri, Gramsci, Ernesto Laclau o il Venezuela. Parlano di ‘movimenti’, ‘socialismo’, assomigliano alla prima generazione del movimento operaio europeo”. E Luis Alegre, uno dei fondatori, conferma: “Siamo per l’unità popolare, ma ci sentiamo bene sul lato sinistro del tavolo”.

Proprio all’università Complutense di Madrid c’è il cuore di Podemos. Da lì provengono sia Alegre sia Iglesias, ma pure altri esponenti di primo piano come Carolina Bescansa, Errejón e Monedero che, cinquantaduenne, è il più anziano del gruppo dirigente.

“La politica è desiderio – hanno dichiarato gli attivisti del movimento a Pucciarelli e Russo Spena che li citano in ‘Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra’ – Fare politica nel XXI secolo è capire le condizioni di sfruttamento dell’operaio cinese, la negazione del diritto allo studio della studentessa spagnola, i problemi di salubrità nelle favelas di Rio di Janeiro, la precarietà del ricercatore italiano o la rabbia del gay russo. La politica è desiderare di essere la parte che crea un altro mondo”.

Prendono atto della sconfitta storica della sinistra (o, forse meglio, di un ‘certa’ sinistra) e vogliono ripartire da zero. Ma senza recidere le radici che li uniscono alla storia del movimento operaio e alle rivolte contadine del secolo scorso. Tant’è che nel pantheon di Podemos trova spazio un film come Novecento, di Bernardo Bertolucci. Nell’epica di quella pellicola, Pablo Iglesias confida alla rivista spagnola Contexto di ritrovare il senso autentico dell’impegno politico e del rapporto fra i militanti che caratterizza anche il suo partito.

“Vogliamo provare ad aprire una nuova era nella politica attuale che riparta dalla piazza e si confronti con i cittadini” è scritto nei documenti di Podemos. “Vogliamo maggiore orizzontalità e trasparenza e il ritorno agli autentici valori repubblicani di virtù pubblica e giustizia sociale, il riconoscimento della nostra realtà multinazionale e multiculturale”.
Insomma, un solido e ben definito orizzonte valoriale. “Dignità, democrazia, diritti umani”, sono le parole chiave che lo sostanziano.

A livello di strategia, Podemos si dichiara aperto a un processo di confronto e di unità con tutte le forze politiche e sociali che nel corso di questi anni hanno affrontato politiche di austerità e che hanno combattuto in difesa dei diritti sociali, con un esplicito riferimento ai movimenti sociali e alle iniziative dei cittadini. Il partito, benché attualmente rappresentato da un capo carismatico, respinge di principio il leaderismo: “Non c’è un leader designato, il processo partecipativo è aperto al pubblico e il candidato in grado di raccogliere più sostegno è designato come rappresentante del movimento”.
E’ ribadita la volontà di aprire un dialogo su tutte le questioni e “un rapporto di collaborazione tra le forze e i movimenti che lavorano insieme per affrontare il conflitto sociale, che difendono la democrazia e si oppongono ai tagli”. Si fa poi appello a sistemi fluidi di collegamento con il corpo elettorale, un po’ sulla scorta di quanto fatto in Italia dal Movimento 5 stelle. Vicino al fronte di “unità popolare”, era considerato Alberto Garzón, il celebre giudice assassinato, che sarebbe stato verosimilmente il candidato principale per le prossime elezioni generali.

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Pablo Iglesias con altri dirigenti e militanti di Podemos

Il percorso che porta alla nascita di Podemos inizia già nel 2011. Per parecchio tempo le riunioni si tengono due o tre volte la settimana, al mattino, addirittura alle 7.30, per consentire la partecipazione di chi deve andare a lavorare. Luis Alegre, Eduardo Fernández, Miguel Vila, Luis Giménez, Brais Fernandez, Sarah Bienzobas, Andrea Raboso, Paula Ortega, Andrés Barragan e David Marcos, sono i nomi dei primi attivisti. Due tecnici informatici acquistano e implementano il dominio web di Podemos.info. In quei giorni, Jorge Moresco regolarizza l’Associazione per la politica culturale e la partecipazione Podemos. Il primo impatto non è positivo, ma gradualmente si crea una rete.
Il movimento si amplia e si radica, dai frugali ritrovi all’alba si passa a conviviali incontri a pranzo o nelle sale dell’università, finché nel gennaio 2014 al gruppo si unisce l’autorevole sociologa Carolina Bescansa la cui riconosciuta capacità analisi genera un’accelerazione al moto costituente. “I vecchi blocchi sociali si sono frantumati e non si può oggi pensare a un partito come espressione di una classe”, sostiene.
Sulla possibilità di radicamento la sociologa inizialmente è scettica per la mancanza di fondi. Ma deve ricredersi. L’incredibile successo di una petizione lanciata da Podemos attraverso la rete, che ottiene 50mila firma in 48 ore, la fa ricredere. Il Paese si dimostra pronto a recepire il messaggio di cambiamento del gruppo. E a sostenerlo. Parte così una prima operazione di crowfunding che frutta 140mila euro. Il cammino è avviato.

Punto di partenza è la convinzione che “solo dai cittadini possano venire le soluzioni alla crisi, così come in passato dai cittadini sono venute le proposte più significative a tutela dell’occupazione, delle famiglie, del diritto alla casa, della garanzia dei servizi pubblici”. Al di là degli accenti vagamente demagogici, è significativa l’indicazione dei temi, dai quali si evincono le priorità.
“Mobilitazione popolare, disobbedienza civile” sono le armi che, coniugate alla “fiducia nella nostra forza, risulteranno essenziali per aprire le porte chiuse delle istituzioni, e fare sentire in quelle sedi la voce e le esigenze della maggioranza della popolazione che non si riconosce nei diktat della Comunità europea o in un regime corrotto, senza più possibilità di rigenerazione”.
Carolina Bescansa, oggi esponente di primo piano del movimento, ha indicato proprio nella lotta alla corruzione, incompatibile con la democrazia, il primo terreno di impegno, accanto alla ridefinizione del modello economico e alla concreta ed effettiva riaffermazione della sovranità popolare.

Spiega poi un altro degli esponenti di spicco, l’economista Juan Carlos Monedero, citato da Alessandro Giglioli sull’Espresso: “Veniamo da quasi mezzo secolo di egemonia neoliberista con cui è stato cambiato il nostro modo di pensare; ci hanno convinti che l’unica società possibile è quella basata sull’egoismo e sulla competizione, ci hanno persuasi che il privato è meglio del pubblico, che esiste solo il modello di vita fondato sul desiderio di consumo. E la sinistra non è stata capace di costruire un modello antropologico diverso: così ha passato cinquant’anni sulla difensiva”.

Nello scacchiere internazionale, Podemos si schiera idealmente accanto a Syriza di Alexis Tsipras. Dell’esperienza greca si sottolinea in particolare l’impegno al fianco delle vittime della crisi, il tentativo di rimettere in piedi l’economia con ricette non liberiste, la volontà di creare posti di lavoro e di riformare lo Stato.

Per le strategie di comunicazione Podemos punta molto sulla mobilitazione reticolare, la stampa, il web e i social network. Si confida in un approccio partecipativo che sappia coinvolgere, emozionare e mobilitare le persone.

La storia di Podemos, il nuovo fronte popolare di una sinistra spagnola che ha smesso di rimirare il proprio ombelico e ha allargato lo sguardo, è nata su frugali tavolini, si è irrobustita nelle biblioteche universitarie e ora potrebbe approdare sui banchi del governo. I sondaggi lo accreditano come secondo partito, davanti ai socialisti e poco dietro i popolari. A maggio ci sarà un’importante tornata elettorale per le regioni e le municipalità. In autunno di voterà per il Parlamento. Dopo Syriza un’altra espressione della politica antagonista si affaccia credibilmente verso la stanza dei comandi.
E in Italia, nulla si muove?

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