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Una Spinelli nel fianco

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Non so dire se fa più rabbia o malinconia questa nuova baruffa dentro la lista Tsipras (chiamiamola pure così, stavolta: perché questa non è certo ‘l’Altra Europa’ che vorremmo, ma solamente la nostra vecchia Italia, nonché il lato triste della sinistra).
La vicenda è nota. Da una parte c’è Barbara Spinelli che si presenta alle elezioni come candidato di bandiera, promettendo che non andrà ad occupare il seggio di Strasburgo, ma poi ci ripensa (o è indotta a farlo, spiega lei, da numerose e autorevoli pressioni) e accetta la nomina.
Dall’altra ci sono le proteste di chi imputa alla neo parlamentare il mancato rispetto della parola data. Fra gli indignati – guarda un po’ – c’è Marco Furfaro di Sel, defraudato del seggio cui avrebbe avuto diritto come primo dei non eletti. Il coordinatore della sua campagna elettorale, Enrico Sitta, con garbo afferma in proposito: “Poco conta che quando Marco Furfaro va in tv riaccende una speranza a sinistra in questo Paese, mentre la Spinelli non si capisce neanche quello che dice. Poco conta se ha promesso ovunque che avrebbe rinunciato al ruolo. Poco conta che i voti li ha presi perché l’hanno fatta votare tutti i candidati, sapendo che si sarebbe dimessa. Poco conta che ci sia gente che si è candidata proprio perché sapeva che si sarebbe dimessa; sticazzi giocare con la vita delle persone. Chi se ne frega”. E aggiunge: “Una persona misera Barbara Spinelli, una borghese piccola piccola, priva della facoltà politica e forse anche umana di intendere e di volere, in mano a dei mascalzoni che hanno sfruttato l’occasione per un unico scopo politico che andava delineandosi fin dall’inizio: fare fuori Sel. Per invidie, vecchi rancori, politicismi, opportunismi d’accatto”. Bell’ambientino… Vien immediatamente da chiedersi: ma i mascalzoni manipolatori stavano dentro o fuori la lista Tsipras?
Ricostruiamo il quadretto. Da una parte c’è il carnefice (la carnefice in questo caso) che certo rimedia una pessima figura e viene legittimamente accusata di doppiezza, ma anche di inettitudine (e se così fosse perché candidarla? Magari per la sua popolarità?). Dall’altra, ecco “la vittima”, che però si fa rappresentare da uno che si qualifica con espressioni da zotico, e imbastisce una difesa d’ufficio becera e tracotante al punto che anziché servire la scopo inevitabilmente getta ombre anche sul profilo del suo “dante causa” (il quale per parte sua non si rammarica d’aver preso meno voti, in compenso lamenta d’essere stato trattato come “carne da macello”).
In ‘filigrana’ traspaiono ambizioni, meschinità e le ipocrisie dei ‘soliti accordi’. Ma si può andare avanti così?

Il brano intonato: L’avvelenata di Francesco Guccini

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