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Una vita da film: quando Bergoglio non era papa

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Una vita da film: quando Bergoglio non era papa

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di Michele Balboni

“A colui che ha salvato tante vite” può essere il sottotitolo del film “Chiamatemi Francesco” di Daniele Lucchetti sulla vita di Jorge Bergoglio prima che diventasse papa Francesco.
Nel mio piccolo è la dedica scritta sulla copia de “La Diva del tango-alla ricerca del nino rubato” che ho avuto l’onore di omaggiare al papa in occasione della iniziativa “Un tango per papa Francesco” tenutasi a Roma il 17 dicembre 2014, giorno del suo compleanno.
Proseguo nella autocitazione, comunque attinente al film, riprendendo un passo del testo: “Nel Colegio Maximo de San Miguel della Compagnia di Gesù c’erano altre persone nascoste”.
L’emozione di vedere sul grande schermo, nel cinema storico di Ferrara, le situazioni e i luoghi del mio romanzo mi stimola a scrivere la presente, nel duplice intento di invitare chi legge a vedere il film ed anche di fornire alcune precisazioni.
“Chiamatemi Francesco” racconta della vita personale del futuro Pontefice: la giovinezza (con tanto di ragazza con la quale balla un tango !) e la scelta di prendere i voti; il periodo della dittatura; gli anni ’90 quando da Vescovo ausiliario di Buenos Aires predica e agisce per i più poveri.
Parlare di questo uomo che sta dando forza a chi aveva già fede e sta insegnando la fede a chi – laico – conta solo sulle proprie forze, è per me – a prescindere – operazione encomiabile. Il film prende da Repubblica tre pallini (su sei disponibili), ma ne merita di più. Non solo per il tema affrontato, ma anche per la correttezza della ricostruzione storica e per la scorrevolezza del racconto che non sfocia nel documentario né nell’agiografia del personaggio.
Il cuore del film, sia come intensità di narrazione che come quantità di pellicola (anzi bite) dedicati, è costituito dagli anni della dittatura. Vediamo un giovane Bergoglio-Rodrigo de la Serna, darsi da fare con efficacia e circospezione per salvare quante più persone possibili dalle atrocità del regime Videla-Massera-Agosti. Bergoglio aiuta la avvocatessa Alicia Oliveira caduta in disgrazia professionale perché assisteva le famiglie dei desparecidos; nasconde nel citato Colegio Maximo – con grande rischio – alcuni preti vicini a padre Enrique Angelelli (fatto fuori brutalmente dagli aguzzini del regime in una scena tipo “Convoy”); esprime il proprio dissenso alle superiori autorità ecclesiastiche che – loro sì – strizzano l’occhio alla dittatura, se non la coprivano esplicitamente. Le ricostruzioni storiche, per quel che ho studiato io , mi sono sembrate assai accurate, perlopiù prese dal libro “La lista di Bergoglio” di Nello Scavo (EMI edizioni 2013).
Viene affrontato il tema del rapimento dei frati Jalics e Yorio. Mi soffermo su questo episodio perché ha costituito il pretesto con il quale alcuni, subito dopo la sua elezione a papa, hanno cercato di infangarne l’immagine, in verità ritrattando tutto poco dopo.
Ma può restare l’ombra in chi vuole vedere male.
Siamo nel maggio 1976, due mesi dopo il golpe civico-militare, e questi due frati di strada che predicavano nella bidonville di Bajo Flores erano troppo vicini ai diseredati (“senz’altro dei comunisti”) per poter essere tollerati dal regime. Il superiore provinciale dei gesuiti, cioé Bergoglio appunto, li avverte dei pericoli, non nascondendo la difficoltà di continuare a proteggerli dal regime sanguinario da poco al potere. Loro proseguono. Prelevati brutalmente, picchiati, torturati tornano tra i mortali dopo sei mesi. Non un miracolo li ha salvati bensì l’opera del giovane prete. Bergoglio trova il modo di incontrare Videla (questo si vede nel film) e successivamente Massera (questo non si vede). Era quest’ultimo cui faceva riferimento il campo di detenzione clandestina ESMA nelle cui squallide segrete stavano bendati i due preti, assieme a diversi altri che fecero ben diversa fine. Bergoglio minaccia l’Ammiraglio: “Sono qui, Massera, per dirle che se non rimette in libertà i sacerdoti, come provinciale denuncerò l’accaduto”. Finisce bene: i due vengono scaricati mezzi narcotizzati e tumefatti ai bordi di una strada. Ma gli aguzzini fanno credere loro che anche il loro provinciale li aveva abbandonati.
Padre Jalics dopo alcuni anni si riconcilierà con Bergoglio e diranno messa insieme, padre Yorio morirà nell’anno 2000.
Il futuro papa non ha mai convocato una conferenza stampa per elencare tutto quanto di buono e coraggioso ha fatto in quegli anni, ma sappiamo bene che questo non è il suo stile, né ora né allora.
Va detto che le critiche di connivenza con il regime o di non sufficiente presa di distanza gli vennero mosse da un giornalista famoso: Horacio Verbistky. Questi – attenzione siamo già nel 1995 – raccoglie in un lungo libro intervista “Il Volo” le confessioni di un aguzzino, tal Adolfo Scilingo, che senza troppi palesi pentimenti racconta per la prima volta, dall’interno, come avvenivano i famigerati voli della morte.
E con questo criminale, condannato a 640 anni di carcere da un Tribunale spagnolo, ritorno – mi si consenta – al mio libro. Costui è citato e fa una breve comparsa nella trama.
Mi resta infine la grande soddisfazione di avere sfiorato con il mio scritto accadimenti così drammaticamente reali e, nel mio piccolo, poter dare un abbraccio di parole scritte a questa grande persona cui è dedicato il film.

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