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Cavatina (Stanley Myers, 1970)

Note gentili di chitarra entrano nella mia testa, si fanno strada tra i pensieri sottovoce. Li seducono, li fanno innamorare carezzandoli. Risvegliano vecchi ricordi sopiti, infinitamente preziosi. E ripenso a me: un ragazzo nei suoi anni migliori, indimenticati, indimenticabili, estinti per sempre e per questo perfetti, indispensabili.
Chiudo gli occhi per orientarmi meglio in questo ennesimo viaggio della memoria, e come sempre la musica m’accompagna, mi guida.
Amo ciò che ho, che ho conquistato, che mi è rimasto. Amo mia moglie, il mio cane. E penso a mia figlia, Vittoria è il nome che sarebbe piaciuto a mia moglie. Se fosse mai nata adesso avrebbe circa tredici anni. Chissà a chi avrebbe somigliato, se avrebbe avuto la passione per il disegno o per il canto. Magari per entrambe le cose o per qualcos’altro. Sarebbero stati comunque i suoi anni perfetti, come lo erano i miei alla sua età, con tutti i drammi, le gioie, le risate e le lacrime di una vita appena scoperta, ancora in gran parte sconosciuta ma già piena d’emozioni, di colori da ubriacarsi e di luce da accecarsi. A quell’età la vita si prende senza precauzioni, ed è forse proprio questa la magia d’esser giovani. Chissà.

Ricordo che a quell’età vidi un film che mi fece immaginare d’essere adulto, e piansi.
‘Il Cacciatore’ fu il film più bello che mai vidi nella mia vita, e… che strano: dopo mezzo secolo è ancora così!
Cosa rara, forse unica, essere appena adolescenti ed avere già la fortuna di poter vedere un film come questo.
Spesso capita che la perfezione sia opera del caso, e mi pare sia proprio questo il caso.
L’amore, l’amicizia, la gioia, il coraggio, la crudeltà, la disperazione, la perdita, la vicinanza, il sacrificio, la sofferenza. Il passato irripetibile, il presente inevitabile. Quel senso di vuoto lasciato dal tempo che scorre implacabile, ciò che avevamo e che, a ripensarci, ci manca come l’aria. Il sorriso di un amico che non c’è più.
Tutto questo in un film. Come la vita di ognuno di noi, e senza nemmeno dover vivere il dramma di una guerra.
Sta tutta qui la grandezza de ‘Il Cacciatore’. Etichettato frettolosamente come un film sulla guerra del Vietnam, in realtà è un film totale. In esso c’è tutta l’umanità spendibile in una vita intera, tutta condensata armoniosamente in poco più di due ore di proiezione. Forse troppo per un ragazzo della mia età d’allora, ma abbastanza perché me ne innamorassi.

Tutti gli attori furono strepitosi. Da De Niro alla Streep, da Walken a Savage. Ma un ricordo personale lo dedico a John Cazale, che in questo film recitò per l’ultima volta prima di abbandonare questa esistenza per un cancro ai polmoni. Sapeva d’essere malato terminale, tutti lo sapevano, sapeva anche che probabilmente non sarebbe sopravvissuto all’uscita del film nelle sale. Faceva la chemio durante la lavorazione del film, ma recitò con l’impegno e l’intensità di sempre, fino all’ultimo ciak.
Cazale non si rivide mai nel suo ultimo personaggio, non fece in tempo. La sua carriera d’attore fu brevissima, ma, caso forse unico, i cinque film in cui recitò furono tutti capolavori. Grazie John.

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