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“Ma zia Costanza, chi sono questi negazionisti? Perché in televisione dicono che ci sono i negazionisti del Covid-19?”
Mi giro verso Valeria che mi sta guardando con i suoi occhi furbi e la sua faccia da adolescente.
E’ seduta su una sedia della mia cucina e sta sfogliando una rivista che ho comprato sabato per sua nonna Anna. Indossa i jeans a zampa e una strana maglietta a righe verdi e grigie. Ha le calze nere corte, chissà dove sono le scarpe, saranno state scaraventate in qualche punto non precisato del corridoio.

Devo risponderle, le risposte degli adulti sono essenziali per la crescita degli adolescenti, per sviluppare il loro senso critico, per garantire loro un termine di confronto che li aiuti a discriminare, a raccapezzarsi nella selva di pensieri arruffati all’interno della quale si trovano. L’iper-informazione imperversa. Siamo circondati da una ridondanza di notizie e di “possibili” interpretazioni che devasta.  Il rumore dell’iper-informazione è ovunque. Canali ufficiali, meno ufficiali, ufficiosi, racconti di coetanei, di compaesani, di persone “autorevoli”. Tutto mescolato in un calderone mediatico che invade la nostra vita e la sovrasta, lasciando poco spazio all’autenticità del pensiero soggettivo e al rigore che il pensiero scientifico propone.
Non diciamo quasi mai: “Io penso che”, lo sostituiamo quasi sempre con: “Hanno detto che”, “Ha detto che”, “Dicono che”, “Dicevano che”. Ma chi sono tutte queste entità che dicono e che hanno detto e che diranno? Quanta autorevolezza hanno? Chi ha legittimato il loro esserci, credere, narrare e convincere?

Il discorso è molto importante e fondante. Devo rispondere a Valeria. Mi sta guardando con un’espressione interrogativa e con la bocca semi aperta, come un uccellino in attesa del cibo.
“Zia ma mi hai sentito? Perché non mi rispondi?”.
“Stavo pensando alla tua domanda”.
“Fai sempre così, dici che stai pensando. Ma a cosa pensi sempre? Non c’è bisogno di pensare, bisogna fare.”
“No, non è vero, io non potrei vivere senza pensare, cosa può fare una persona se prima non ha pensato alle conseguenze che potrebbero avere le sue azioni? Alla mille sfaccettature che un pensiero rigoroso si ostina ad avere?”.
“Bah. Io veramente ti avevo chiesto del negazionismo”.
“Negazionismo è un termine mutuato dalla seconda guerra mondiale, si riferiva in origine alla negazione della deportazione Ebraica e della Shoah.  E’ una corrente pseudo-storica  e revisionista che, utilizzando a fini ideologico-politici modalità di negazione dei fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico stesso”.

Valeria mi guarda, sembra pensierosa, sposta un braccio, lo appoggia sulla testa, poi lo riappoggia sul tavolo, tira su una gamba, si gratta le dita di un piede. Guarda una delle sue calze, sembra volerla togliere, poi ci ripensa e si ferma.
“Mah. Mi sembra una cosa difficile, cosa centra questo negazionismo con il Covid-19?” dice.
“Diciamo che è stata una estensione dell’uso del termine. Adesso si chiamano negazionisti anche quelli che dicono che il Covid-19 non esiste, oppure che esiste ma che non è mortale, che esiste ma non servono a nulla le mascherine e la disinfezione delle mani, oppure che l’immunità di gregge non arriverà, che i vaccini se mai ci saranno non serviranno a niente, e così via.”
“Allora in Italia ci sono tanti negazionisti, io queste cose le ho già sentite. Le dicono anche in televisione, mescolate a tutto il resto.”

Questo “mescolate a tutto il resto” mi sembra azzeccato. Valeria ha appena messo in evidenza la pervasività del calderone mediatico all’interno del quale ci muoviamo. Ogni giorno siamo sottoposti a un bombardamento di informazioni con cui dobbiamo ricucire un senso e un sentire soggettivo sul quale appoggiare le nostre giornate, le lunghe ore della nostra quotidianità.
Provo a pensare a qualcosa da dire a Valeria che possa aiutarla. E’ un periodo difficile anche per lei. Lezioni on-line, stop alla sua attività sportiva, stop alle uscite con gli amici, alle pizzate ai giochi in oratorio, ai giri in bici. Stop a quasi tutto per la seconda volta in questo 2020. E lei ha solo 12 anni. Questa vicenda lascerà degli strascichi su questi adolescenti, sugli adulti e sui genitori che diventeranno.

“Credo che tra tutte le cose che vengono dette, le più attendibili siano quelle sostenute da coloro che stanno studiando questa malattia da quando è comparsa. Penso anche che  possa considerarsi autentica la testimonianza di chi lavora a diretto contatto con gli ammalati. Gli ospedali Lombardi sono stati la prima linea di questa esperienza di pandemia, lo sono ancora. Forse varrebbe la pena ascoltare quello che dicono i primari delle nostre rianimazioni. Per quanto possano narrare la stessa vicenda utilizzando termini un po’ diversi che dipendono dalla loro cultura e dalla loro interiorizzazione delle norme, della costruzione del linguaggio e della sua verbalizzazione, dagli accidenti che arrivano dal cos cosmico che ci garantisce la vita, alla fine ciò che uno vede tutti i giorni è comunque più attendibile di ciò che racconta chi ha sentito raccontare che ha sentito raccontare che ha sentito raccontare.”

Valeria mi sta guardando ma non mi sembra particolarmente soddisfatta delle risposta, forse voleva una semplificazione della questione che di fatto non sono riuscita a darle. Forse dipende dal fatto che non la si può semplificare, che un po’ di negazionismo sta da tutte le parti e dipende dal fatto che nessuno sa cogliere la complessità del fenomeno nella varietà delle sue sfaccettature ma ne coglie sono una parte, quella che riesce ad esperire e successivamente a verbalizzare utilizzando i codici di comunicazione che gli sono stati insegnati.

Direi che alla fine è così, siamo in un periodo di forte cambiamento sociale, di forti incognite per il futuro, di forte indeterminatezza da una parte, di fortissimo materialismo dall’altra (ogni sera contiamo i morti).
Il negazionismo in tutti questo brodo mediatico acquisisce molte sfaccettature diverse, si adatta a molte situazioni, si allontana dalla sua etimologia originaria per  assumere una nuova veste. Lo chiamerei in un altro modo.

Ad esempio chiamiamolo: “Rappresentazione fallace”.
Valeria sembra pensierosa, mi dice:
“A me questo negazionismo non piace”
“Nemmeno a me” le rispondo e spero che la risposta così com’è possa avere nel “mondo” di Valeria un senso, possa aiutarla a discriminare, le possa trasmettere l’idea di un fenomeno complesso all’interno del quale la società occidentale si sta  muovendo e che non sappiamo che effettive conseguenze avrà. Il negazionismo si sta ricucendo nuove vesti. Nessuno di noi sa esattamente come saranno.
“Posso dire a scuola che il negazionismo a me non piace?” mi chiede.
“Sicuramente sì” le rispondo e ho l’impressione che abbiamo esaurito il discorso.

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