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Vecchi incubi, nuove consapevolezze: tutte le sfumature della guerra

L’OPINIONE
Vecchi incubi, nuove consapevolezze: tutte le sfumature della guerra

morte-medio oriente
Tempo di lettura: 8 minuti

Quante guerre ci sono state dopo il ’45, dopo l’ultima che ha coinvolto direttamente l’Italia e che tutti gli italiani sono concordi a definire tale?
Wikipedia ne segnala 45 nel periodo che va dal 1946 al 1989; 22 dal 1990 al 2000; 13 dal 2001 al 2010 e, infine, 11 dal 2010 a oggi. Dalla fine del secondo conflitto mondiale ci sarebbero perciò state complessivamente 91 guerre, di cui ben 46 dal 1990.
Fino alla caduta del muro di Berlino sembrava tutto più facile: due blocchi contrapposti, due ideologie, opposti interessi; il bene di qua e il male di la, i buoni e i cattivi facilmente tracciabili a seconda della posizione politica scelta. Anche la guerra con tutte le sue brutture sembrava avere il suo posto in un mondo ragionevolmente ordinato e, in fondo, nessuna generazione europea aveva più avuto un’esperienza diretta in tal senso dalla fine del secondo conflitto mondiale. Ora le cose sembrano diventate molto più complicate e foschi scenari si prospettano anche agli Stati e alle popolazioni europee che, dopo i massacri delle due guerre mondiali, dopo una faticosa unione europea, sembravano aver fatto della pace una condizione stabile e irrinunciabile. Parte della confusione deriva certo dall’uso ostinato di vecchie categorie ormai obsolete e dalla mancanza di nuove categorie concettuali più adeguate per capire cosa sta succedendo. Nessuno però può negare che negli ultimi decenni ci sia stata una autentica rivoluzione (tuttora in corso) negli equilibri geopolitici planetari. Ed è proprio all’interno di questa che vanno collocati i conflitti e le guerre che insanguinano il mondo.

Se, dopo gli ultimi eventi parigini e i disordini crescenti nell’area mediterranea, fossimo in stato di guerra, come alcuni commentatori vorrebbero far credere, si tratterebbe di guerra del tutto ambigua e particolare, almeno rispetto a ciò che solitamente il senso comune immagina sia la guerra. Infatti, se con questo termine si intende “l’uso della forza delle armi per costringere un nemico a sottomettersi ai propri voleri”, allora l’Italia non è in guerra. Se, tuttavia, ammettiamo di far parte di una coalizione e definiamo la guerra in modo diverso, ovvero come  “usare tutti i mezzi, inclusa la forza delle armi e dei sistemi di offesa militari e non militari, letali e non letali per costringere un nemico ad accettare i propri interessi”, ebbene, allora è difficile pensare che non ci sia perlomeno un coinvolgimento in un qualche tipo di guerra.
Fatto sta che in un mondo fortemente interconnesso dalla tecnologia e altamente complesso, la nozione di guerra è cambiata e sono mutati anche i modi per concepirla e per condurla: certo le armi e gli eserciti restano importanti, ma accanto a questi si usano massicciamente e consapevolmente mezzi altrettanto violenti, anche se apparentemente meno sanguinari. La speculazione che può causare un crollo del mercato azionario, un attacco tramite virus informatici, gli scandali massmediatici montati ad arte, un trattato commerciale che favorisce alcuni a discapito di altri, la paura costruita dai media, sono altrettante armi che entrano negli arsenali dei protagonisti della guerra che popolano gli scenari della geopolitica. Non c’è solo la guerra guerreggiata direttamente o per interposta persona: essa è sempre preceduta, accompagnata o seguita, a volte sostituita, da guerre commerciali, economiche, normative, tecnologiche, finanziarie, culturali, politiche ed ideologiche.

Ciò che resta costante, il vero motore di ogni guerra così definita, è la ricerca della preminenza, la tensione incessante da parte di grandi organizzazioni non solo statuali a far accettare con ogni mezzo i propri interessi, dopo averli in qualche modo legittimati agli occhi dell’opinione pubblica. Anche nel mondo attuale, militarmente dominato da un’unica superpotenza, si riconosce il vecchio gioco della politica internazionale che non è morto con la caduta del Muro e la presunta fine delle ideologie. Un gioco, tuttavia, diventato molto più complesso per la compresenza di attori inattesi e la scoperta di nuovi interessi intorno ai quali i soggetti più forti costruiscono le proprie strategie geopolitiche. All’interno di queste ultime, le nuove strategie militari fanno tesoro di tutta l’esperienza accumulata e dei più svariati contributi scientifici derivanti da differenti campi disciplinari: fisica, ingegneria, biologia, psicologia, sociologia, antropologia, economia, finanza, comunicazione e marketing, scienza politica, pianificazione, propaganda.
L’azione militare diretta e l’azione terroristica sono semplicemente due tra i mezzi utilizzati, insieme ad altri, per completare quel mix che può essere definito oggi guerra. Forme che hanno esteso ovunque lo spazio del campo di battaglia, il teatro dove si sperimentano armi militari e non militari connesse e combinate tra di loro. Un senso compiuto a questi eventi lo si può dare solo se si riesce a comprendere la strategia geopolitica degli attori più potenti che conducono il gioco.

Chi sono questi soggetti, gli attori del teatro mondiale che entrano direttamente o indirettamente in questi scenari geopolitici? Accanto agli Stati nazionali e alle loro intelligence, ci sono multinazionali, banche e organizzazioni finanziarie, Fed, Fmi, grandi entità parastatali e non governative, organizzazioni non statali e grandi organizzazioni criminali. Tutti soggetti le cui strategie e azioni variamente si intrecciano e sovrappongono. E poi finanzieri, speculatori, proprietari dei mezzi di comunicazione, imprenditori globali, grandi azionisti, proprietari delle infrastrutture digitali, hackers e progettisti di sistemi informatici, spin doctor e star dell’informazione, per non citarne che alcuni. Tra questi attori in costante competizione è sempre difficile discernere responsabilità e cause che vadano al di là di strategie contingenti di breve periodo, dove a livello regionale, il nemico di ieri diventa l’alleato di oggi e viceversa.

In tale quadro i cittadini dei paesi democratici sono una delle pedine dello scacchiere, posto che l’opinione pubblica può essere in buona parte costruita e influenzata per rispondere alle esigenze di specifiche strategie che sono l’espressione di particolari costellazioni di interessi. Resta inteso che l’opinione pubblica è, anche agli occhi degli attori più potenti, una variabile importante: da essa, infatti, scaturisce sia il rifiuto ad accettare le perdite umane all’interno dei (nostri) contingenti militari, sia l’attenzione per i costi enormi di queste operazioni, due tendenze che risultano fortemente connesse alle scelte di voto su cui si fondano ancora le democrazie rappresentative.

In questa situazione, non priva di un suo fascino inquietante, proliferano le interpretazioni più diverse, prospera il complottismo, si affermano spiegazioni semplicistiche fondate sul pregiudizio, si impone l’opinione del più forte, si certifica ciò che le masse vogliono sentire, mentre si alimenta la paura come vero meccanismo di governo delle persone. L’opinione pubblica (o almeno la sua maggioranza) viene convinta, oggi e per il tempo necessario, circa l’assoluta necessità dell’intervento militare ben sapendo che il gioco potrà essere nuovamente ripetuto a prescindere dagli effetti generati. Se si ammette una simile lettura, non si può che guardare con molto sospetto alle spiegazioni riduttive e semplicistiche che fin troppo spesso sono passate da certi media e da certi politici: l’idea dello scontro tra bene e male, il conflitto di civiltà, lo scontro di religioni irriducibili e di ideologie mortalmente contrapposte, il terrorismo fine a se stesso. E’ assai più probabile, invece, che queste interpretazioni, fortemente connotate in termini emotivi se non archetipici, siano cavalcate e, almeno in parte, prodotte in ottemperanza agli scopi di una strategia pensata da altri.

Paradossalmente, più aumentano le informazioni disponibili più diventa difficile discernere la reale struttura degli eventi e più facile diventa essere manipolati se non si possiedono, più che dati fattuali, concetti, categorie, conoscenze e teorie adeguate, in assenza delle quali il rischio di venire sommersi dal mare di informazioni è enorme. Certo la comprensione dei meccanismi sociali e delle strategie politiche, economiche e finanziarie su cui si reggono i calcoli geopolitici degli attori più forti aiuta a elaborare un pensiero autonomo in assenza del quale la democrazia rappresentativa diviene un guscio vuoto. Tuttavia resta un grande senso di smarrimento e disagio che neppure le interpretazioni migliori riescono a far superare: in questo orizzonte non stupiscono allora né le posizioni di quanti accettano verità preconfezionate, né quelle di quanti semplicemente decidono di non vedere ritirandosi nel privato del consumo coatto.
Chiamiamola pure complessità postmoderna, ma è un mondo pieno di vincoli e opportunità imprevedibili, entro cui bisogna imparare a vivere potenziando al massimo la propria capacità di discernimento, senza perdere di vista il senso della responsabilità personale e il significato dell’agire comune che ci qualifica come esseri umani.

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