6 Novembre 2015

Verbi, diverbi e proverbi

Mauro Presini

Tempo di lettura: 3 minuti

I bambini, quando raccontano liberamente, di solito usano i verbi al passato prossimo.
A volte però sono attirati, quasi magneticamente, da una forza misteriosa che li spinge ad usare il passato remoto.
Quando usano questo tempo, è come se provassero a stare in equilibrio, senza rete, su di un filo sottile sospeso per aria e, qualche volta, succede che scivolino pronunciando in modo originale la terza persona singolare del verbo.
Allora diventa interessante quando si ascoltano espressioni simili:
“Per prendere il gatto che non voleva venir giù dall’albero, mio papà salò sulla scala”.
Oppure:
“Il mio amico Edoardo chiesò a Pietro se voleva giocare con lui”.
E ancora:
“Gli è andato un ramo fra i raggi della bicicletta e lui case per terra e si rompò il naso”.
Questi esempi non sono vere e proprie cadute dal filo o sbagli ma bellissime invenzioni lessicali; infatti i bambini, dalle nostre parti, le espressioni al passato remoto le sentono pochissimo e solo durante l’ascolto di alcune letture o durante qualche conversazione; pertanto non possono avere familiarità con questo tempo verbale.
A loro giustificazione, i bambini piccoli non conoscono ancora tutti i tempi dei verbi e, per spiegarmi con un’immagine, proprio perché sono piccoli, non possono avere un “passato remoto”, al massimo un loro “passato prossimo” che gli permette di vivere una sorta di presente eterno senza preoccuparsi troppo del futuro.
Invece noi grandi ce l’abbiamo un passato remoto: a volte ce lo scordiamo, a volte proviamo a rimuoverlo, altre volte vorremmo continuare a viverci dentro.
Comunque di solito lo usiamo poco, sia nel senso del tempo del verbo che nel senso della memoria collettiva.
Sarà difficile in tal modo riuscire a progettare un futuro semplice se non avremo la consapevolezza che le nostre radici di comunità sono cresciute nel passato remoto perché erano ben piantate nel fertile terreno costituzionale.
Se si inizia ad inquinare l’ambiente della Costituzione (vedi scuola, riforma costituzionale ed elettorale, ecc.) non solo il presente continuerà ad essere imperativo ma quel grande passato sarà fatto passare come imperfetto.
A titolo indicativo io credo che, se non vogliamo ritrovarci trapassati senza far niente, sarà meglio rivolgere lo sguardo verso l’infinito per cercare almeno di lavorare insieme ad un futuro migliore.
Del resto, come dice il proverbio: “Il tempo viene per chi lo sa aspettare”.
Per ripassare il verbo dei bambini, consiglio infine di guardare due splendidi film del regista francese François Truffaut che sono: “Gli anni in tasca” e i “I 400 colpi”.
Comunque ricordiate che… “Truffaut” non è il passato remoto di “truffare”, buon futuro.



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L’autore

Mauro Presini

È maestro elementare; dalla metà degli anni settanta si occupa di integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Dal 1992 coordina il giornalino dei bambini “La Gazzetta del Cocomero“. È impegnato nella difesa della scuola pubblica.
Mauro Presini

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