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Vincoli europei sul bilancio: sforare si può

Un Governo dovrebbe essere giudicato al lordo dei numeri che ne rappresentano le attività. Per esempio, la rappresentazione della diminuzione di due punti percentuale del livello di disoccupazione potrebbe suscitare un giudizio positivo, se le condizioni lavorative e di tutela dei diritti fossero rimasti gli stessi, oppure parzialmente positivo, se si fossero peggiorate tali condizioni di partenza, o addirittura negativo, se il tutto fosse combinato con una riforma pensionistica tipo riforma Fornero.
Insomma per un giudizio globale e assolutamente obiettivo bisognerebbe considerare tutti i fattori che portano alle rappresentazioni numeriche. La differenza tra ciò che si è fatto e ciò che si poteva fare, gli strumenti che si avevano a disposizione, il momento storico e contingente e anche se si è dovuto sacrificare qualcosa per ottenere quel risultato, tutti elementi che dovrebbero costituire una specie di saldo di bilancio al lordo di tutte le componenti.

Partiamo dai numeri, allora, e mano mano costruiamo il nostro lordo cominciando da alcuni risultati ottenuti nel 2015 come per esempio il saldo positivo della bilancia dei pagamenti, dove abbiamo realizzato un surplus di 33,7 miliardi. Cosa abbiamo sacrificato in questo caso ce lo anticipò il professor Monti nel 2013, quando affermò che bisognava “distruggere la domanda interna”. Requisito che si ottiene impedendo ai salari di aumentare, bloccandoli, o aumentando la precarietà attraverso le politiche di austerità. Questo fa in modo che si acquisti di meno e che quindi il saldo tra ciò che si vende all’estero e ciò che si acquista dall’estero diventi positivo, al netto però dei sacrifici che la popolazione ha dovuto subire.
Per avere chiaro il lordo di questo risultato bisogna aggiungere anche altri due fattori che i governanti avevano a disposizione: l’avvenuta svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro di circa il 30%, passando da quasi 1,50 a circa 1,10 in 5 anni, e l’abbassamento di circa il 60% del prezzo del barile di petrolio.
Con il quadro completo i giudizi politici possono finalmente essere più obiettivi e rappresentare l’inconsistenza del netto che viene sbandierato. Ma andiamo avanti.
Questa congiuntura favorevole, data da fattori esterni e dall’austerità interna, ha portato altro? In effetti c’è stato un aumento al netto del Pil tra il 2014 e il 2015 di 11 miliardi! Per il lordo bisogna aggiungere che dal 2011 ne abbiamo persi 66.
Ecco, al lordo di tutto e anche in questo caso, la domanda che mi parrebbe più giusta è: si sarebbe potuto fare peggio?
Ma la classe politica degli ultimi tempi si è data un obiettivo: essere la prima della classe in Europa in tema di rispetto dei trattati e degli asfissianti obblighi a essi connessi. E per farlo ha sacrificato molti elementi.
Ha fatto finta di non comprendere che la crisi esiste perché semplicemente c’è una scarsità di moneta nel sistema, pur essendo persino banale vederlo. I beni ci sono così come le capacità produttive, ma manca il giusto credito alle aziende e i soldi in tasca agli italiani da poter spendere. Insomma si ha bisogno dell’inverso dell’austerità e del rispetto dei vincoli europei.
Altri Stati lo hanno intuito e spendono un po’ più di noi, anche contravvenendo ai diktat sovranazionali e facendo deficit annuali molto più alti dei nostri, mentre noi inseguiamo, sul piano delle regole, lo Stato sbagliato, la Germania, che non rispetta le regole, che invece pretende dagli altri. La Germania ha, infatti, un surplus di bilancio delle partite correnti (irregolare secondo i trattati) che gli forniscono moneta fresca senza bisogno di deficit e usufruisce di maggior possibilità di credito per le sue aziende grazie ad un sistema di banche semi-pubblico.
Auto flagellamento e inutile rigore sacrificando i bisogni dell’economia reale. Ma cosa fanno nel frattempo gli altri Paesi? È solo la Germania a non rispettare le regole?
La Spagna ha fatto un deficit del 10% nel 2012, quasi 7% nel 2013, quasi 6% nel 2014 e quasi 5% nel 2015, e contemporaneamente ha visto crescere Pil e diminuire la disoccupazione. La Francia si è mantenuta dal 2007 tra il 5 e il 4%. La Gran Bretagna ha esagerato tenendosi su una media del 7% e per tutti non ho trovato dati relativi ai diktat da parte dell’Unione Europea.
Noi no, siamo bravi e ci teniamo sotto il 3%, anzi tendiamo a stare sempre più vicini allo 0 così poi possiamo… possiamo cosa? Ovviamente: dire di essere bravi e diligenti. Mentre la disoccupazione aumenta e le aziende falliscono! La miopia che colpisce i governanti italiani nel non voler nemmeno vedere quello che succede nei Paesi vicini e accomunati dalla stessa moneta è a tratti imbarazzante.
Ma cosa succede, o meglio dovrebbe succedere, a chi sfora questo mitico 3%? A leggere i giornali e ascoltare i politici ai talk show sembrerebbe davvero si rischierebbero catastrofi inenarrabili. In realtà il Patto di stabilità e crescita prevede una procedura abbastanza lunga di accertamento e constatazione degli addebiti, nonché abbuoni nel caso il paese incriminato dimostri di star facendo degli sforzi per correggere il disavanzo eccessivo. Inoltre, una multa che può arrivare allo 0,5% del Pil, ma che prevede l’apertura di un deposito fruttifero dello 0,2%, che poi può essere bloccato a favore dell’Unione Europea.
In soldoni, se uno Stato verifica che al suo interno vi è un’urgente bisogno di aumentare l’occupazione, aiutare le proprie aziende, migliorare gli investimenti per far ripartire l’economia e decide di spendere di più di quello che guadagna (del resto come altro potrebbe fare?), deve fare un deficit superiore al 3%. La Gran Bretagna lo faceva del 7%, la Francia del 5%, la Spagna a seconda dell’anno e dei risultati che voleva ottenere, noi?
Se noi decidessimo di farlo del 6% significherebbe che avremmo la possibilità di spendere circa 40-45 miliardi di euro in più (rispetto al 3%) rischiando di doverne pagare in multe dai 1,5 ai 3 miliardi. Con 40 miliardi si potrebbero avviare un po’ di lavori pubblici seri e si potrebbe davvero far ripartire l’economia italiana e, per la multa, potremmo fare come gli altri Paesi: dimostrare che vogliamo rientrare dal deficit eccessivo dopo aver riavviato la ripresa e dall’anno successivo scendere al 5 e poi al 4 e infine tornare al 3%.
L’opposizione a questa manovra potrebbe essere che facendo maggiore deficit potrebbe aumentare il debito pubblico, cosa che effettivamente succederebbe nell’immediato, ma il rapporto sarebbe poi mitigato dalla conseguente ed ovvia crescita del Pil. In ogni caso ricordiamoci sempre che fino al 2017, con sicura proroga, i Titoli di Stato continueranno a essere comprati da Bce e Banca d’Italia per accordi presi con tutti gli Stati attraverso le operazioni di Quantitative Easing. La quota italiana è di circa 80 miliardi all’anno e poiché quando una Banca Centrale ricompra il suo debito equivale a farlo sparire (la Gran Bretagna ne ha fatto “sparire” in questo modo dal 2008 circa 300 miliardi) aspettiamoci che il nostro debito diminuirà per effetto del cosiddetto “consolidamento” già da fine di questo anno, a meno che anche qui non si inventino qualche stramberia all’italiana.
Non sono segreti ma semplici operazioni di contabilità che chissà perché non ci vogliono dire a meno che Renzi non si stia già preparando il discorso in cui ci racconterà che anche il calo del debito è stato merito suo!
E per concludere, in merito al deficit, il netto ci racconta che stiamo rispettando gli inutili trattati europei mentre il lordo che l’azione dei nostri governanti è stata molto deludente. Potevamo infatti evitare molto del rigore impostoci, con conseguente distruzione di PIL, crescita, occupazione e investimenti semplicemente rimanendo nell’ambito delle regole del buon senso.

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