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Vita e agonia di Ferrara
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Giorni fa passando per piazza, come ogni mattina, mi sono fermato a guardare bene l’albero di Natale di Murano bersaglio di tante polemiche: bello, ho detto tra me e me, bello e adatto a Ferrara, così piccolino, direi stenterello in quella piazza lunga cento metri, che amministratori e architetti di varia natura, ma afflitti da un complesso d’inferiorità, per anni hanno tentato di immiserire, riuscendoci soltanto in parte grazie alla bellezza indistruttibile del luogo. Ma con quello che accade nel mondo, in Italia e a Ferrara impiantare un dibattito sull’albero di Natale mi sembra davvero fuori luogo.
In una storia di Ferrara da me scritta diversi anni fa (il libro andò in edicola assieme a un quotidiano locale) avevo buttato lì una frase, o, meglio, l’idea che gli Estensi e poi i cardinali legati avessero cinto la città di mura possenti (tant’è che Rasbelais fa dire a Gargantua che Parigi non ha bisogno di grandi mura come Ferrara grazie alla bellicosità dei suoi cittadini) non per difendersi dai nemici assedianti, ma per impedire ai ferraresi di uscire, o scappare, dalla città e dall’iniquo, odioso, insopportabile potere dei governanti. Avevo ragione? Non so, perchè mi sto convincendo che è la popolazione nella sua globalità ad aver abbracciato la filosofia piccolo borghese della mediocrità: tutti vogliono essere borghesi, che è la condizione esistenziale più grossolana, meno nobile (parlo di nobiltà d’animo), in una parola più ignorante.
Ma Ferrara è una città poco colta, anche se si dà arie di luogo sofisticato e addottrinato, tra le città dell’Emilia-Romagna è quella che legge di meno, è indifferente, spesso cinica, ha tentato di innalzarsi, in un passato anche recente che abbiamo odiosamente cancellato come se avessimo pestato una cacca: altre città, anche della nostra regione, ci hanno superato, in qualità e in quantità, città come Reggio Emilia, Ravenna, Modena, non parliamo di Forlì, di Piacenza sono cresciute mentre Ferrara, che era stata una della maggiori municipalità della provincia italiana, andava immiserendosi, la sua pigrizia l’aveva condotta ad accettare (o forse a cercare) soluzioni di comodo: c’era la Montedison che offriva lavoro e veleno a migliaia, quasi cinquemila, famiglie, il patto scellerato era stato tacitamente sottoscritto: il benessere comprava la vita di operai mandati a finire orribilmente la propria vita, delle mogli, dei figli, tutti contenti se il veleno dei padri passava nelle mani dei giovani, destinati a loro volta alle malattie senza possibilità di ritorno.
Il popolo comunista aveva venduto i suoi figli al capitale per un tozzo di pane. Tutti felici: i dirigenti della sinistra aspiravano a diventare Democrazia Cristiana, lentamente riuscendoci, i bambini venivano mandati a scuola di commercio, tutti contenti se il ragazzo tornava a casa dopo tre anni di università con una insipiente laureina. Accanto alla grande fabbrica chimica intanto faceva i suoi affari la Cassa di Risparmio, feudo degli agricoltori e degli imprenditori, i risparmi dei ferraresi erano cosa loro.

Una sera, mentre ripartivo in treno da Roma per tornare a casa, incontrai un amico, che era stato a fare una breve visita al papa (ci andava spesso) e lì, sul marciapiede del quarto binario della stazione Termini, parlammo della nostra città e dei suoi abitanti, nonché di tanti amici comuni, uno dei quali versava con la sua azienda in cattive acque: “L’altro giorno – mi confidò, vantandosi, l’alto finanziere – gli ho dato trecento milioni”. Le garanzie? L’amicizia. Nonostante i 300 milioni di allora l’azienda a cui era stato graziosamente concesso il cadeau finanziario fallì: per carità, sono cose che accadono dovunque, specie di questi tempi, ma a Ferrara i ribaltoni finanziari avvengono sempre nel silenzio ovattato della nostra impareggiabile nebbia: ormai è dimenticato il famoso scandalo Giuffrè, il quale faceva il banchiere concedendo interessi spropositati, che, prima o poi, avrebbero fatto esplodere la cassaforte e la cassaforte esplose, ma il “banchiere di Dio”, così era stato soprannominato Giuffrè perchè era in affari con la curia, se la cavò abbastanza bene, per una ragione soprattutto, la sua clientela era formata dalla borghesia, la borghesia che dormiva su soffici materassi imbottiti di soldi e così avvenne che i truffati, per non passare da coglioni, non denunciarono il raggiro; di un amico che si diceva avesse perso 14 milioni (al cambio degli anni ‘50!) ricordo una frase “quell’individuo? mai conosciuto”. La città, dicevo, era una botte piena di vino rosso, che era buono, era un clinto senza tannino, non fregava il fegato, ma cominciarono ad annacquarlo e divenne un vinello, non proprio acqua sporca, ma un succo d’uva avanzata senza sapore, l’unico suo odore era quello del danaro, i romani dicevano che “pecunia non olet”, olet invece, eccome se olet il danaro.
I socialisti nel sessantaquattro avevano sposato la Democrazia Cristiana e ormai olezzavano: e noi, chi siamo noi?, si chiedevano i comunisti del Pci, i cui giovani – li ricordo troppo bene – erano sui blocchi di partenza per raggiungere in fretta il traguardo, contraddistinto da uno striscione , “potere” c’era scritto sopra, quindi la via era spianata verso la conquista della nuova signoria italiana. Alcuni di quei giovani sono entrati in parlamento, altri sono diventati responsabili di cooperative, anche queste sulla strada del massimo guadagno, avendo per sempre dimenticato gli scopi per cui era nata la cooperazione, aiutare i lavoratori senza sbranarli. Non a tutti è andata bene, chè la via del profitto a tutti i costi è lastricata di reati. Ma guarda un po!, pensavo davanti all’alberello natalizio, avevo cominciato accusando la borghesia dei misfatti che hanno messo in ginocchio la nostra città e mi ritrovo alle prese con i federoni, quelli che al Pci stavano sempre seduti in riunione attorno a un tavolo: che tempo fa fuori?, qualcuno chiedeva e lì, su quella innocente domanda , si accendeva una lunga discussione sulla linea che il partito avrebbe dovuto tenere in caso di sole o di pioggia, alla fine della quale spesso, se veniva votato a favore della pioggia, tutti uscivano con l’ombrello aperto, ma c’era il sole. Naturalmente scherzo, ma piango al pensiero che quel grande partito di massa abbia salvato in doverse occasioni l’Italia da tentative antidemocratici e sia finito nelle imberbi mani di ex ragazzi divenuti prebenziali, cioè cacciatori di prebende. Vuoi vedere che quella gente lì si è iscritta tutta nel Partito Conformista Italiano? Oh santiddio! È proprio così, accettano ogni cosa che i propagandisti dell’appiattimento sociale gli sottopongono. “Sire il trono vacilla”, “metti un puntel”, rispondeva Fagiolino divenuto re. A forza di metterci dei puntelli la nostra grande città è diventata piccolina (d’animo): le hanno rubato anche la sua banca e quest’ultima operazione, pilotata dall’alto, è stata la conferma dell’interessata insipienza con cui l’istituto di credito è stato pilotato verso la rovina: miliardi di euro sono stati sperperati, gettati al vento. Ma tanti erano soldi faticosamente risparmiati, non si chiama forse Cassa di Risparmio? Però, io, che non sono il grande Ricardo, mi chiedo dove sia finito tutto quel danaro che il signor Mariulin, pensionato dell’industria chimica con problemi ai bronchi e ai polmoni, aveva affidato alle cassaforti di corso Giovecca, e che il ragionier Zappatroni ex contabile in quiescenza aveva investito in azioni e obbligazioni su consiglio di direttori e dirigenti dfell’istituto di credito. Vuoi vedere, mi rispondo, che quelle non erano le cassaforti della Carife, ma erano le caldaie? Avevo compiuto da poco sei anni, entravo in seconda elementare dopo la “primina”, e il primo giorno di scuola mi consegnarono un libretto di risparmio della Cassa di Risparmio di Ferrara; era un elegante libretto verde e dentro, col mio nome scritto in bella calligrafia, un deposito di 50 lire. Mai toccata. Signori della Carife mi volete dire dove sono finite le mie 50 lire?

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