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Vivere e morire a Kabul, la discriminazione vista con gli occhi degli afgani

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Ispirato ad una storia vera, “Osama” è il primo film prodotto in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano del 2002, interamente girato a Kabul, con attori non professionisti e pochissimi mezzi. Un film duro, spietato, tragico, crudo e rigorosamente preciso nel documentare uno dei momenti storici più difficili e violenti del paese. Il regista Siddiq Barmak si ispira alla storia vera di una bambina che era stata barbaramente giustiziata dal regime talebano per essersi travestita da maschio e aver frequentato le scuole da cui le donne erano estromesse. Se la notizia fece più scalpore sulle nostre televisioni e giornali che in quel Paese abituato a storie di ordinaria violenza e di terrore, il cineasta afgano ne era rimasto profondamente turbato e aveva deciso di rielaborare la vicenda per farne un film, coraggioso e tremendo. Era il 2003, le manifestazioni in piazza delle donne venivano disperse con violenti getti d’acqua, repressioni feroci che soffocavano il grido di “dateci lavoro, non vogliamo fare politica, abbiamo fame”. Cartelli, mare di veli azzurri, centinaia di donne che marciavano lungo strade fangose e sterrate. Povertà, dolore e rassegnazione obbligavano a dover rinnegare la propria identità. Si arrivava a maledire il giorno della propria nascita, se si aveva la terribile (e temibile) sventura di venire al mondo in un mondo di uomini, dominato solo da uomini, in un mondo fatto di devastazione, ferite, dolore e grigiore. Donne cui era vietato uscire se un uomo non le accompagnava. Figuriamoci lavorare (non che oggi la situazione sia profondamente cambiata).

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La locandina

Maria (Marina Golbahari), la protagonista senza sorriso e senza amore, ha dodici anni e vive, con la madre (Zubaida Sahar) e la nonna, nella più totale miseria ed emarginazione, dopo essere sopravvissute alle dure repressioni di piazza del regime talebano. Il padre e lo zio, uniche presenze maschili in grado di assicurare la sussistenza, sono morti in guerra e così è costretta a fingersi un maschio per poter lavorare e mantenere la famiglia. Maria diventa Osama. Spaurita e sofferente, viene condotta insieme a molti suoi coetanei, nella scuola talebana, la Madrasa, per imparare il Corano e la guerra. Oltre alla sua fragile voce, sarà proprio la palese manifestazione della sua natura biologica a offrire a tutti l’inoppugnabile prova della sua vera identità e a condurla al patibolo. Continuerà a sbagliare, non riuscirà a nascondere la sua femminilità e ad adattarsi a regole, gesti, modi e pensieri da maschio. Nonostante i tentativi di aiuto di un ragazzino, amico più grande.

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Maria, la protagonista costretta a celare la sua identità

Rispetto alla bambina che ha ispirato Barmak, a Maria verrà risparmiata la vita, ma non la libertà. Una terribile condanna, infatti, la priverà brutalmente della sua infanzia e la escluderà per sempre dal mondo. Il vecchio Mullah la “salverà” barbaramente, chiudendola in casa per farne la più giovane delle mogli. Una trappola che sarà per sempre, un orrore; epilogo terrificante, che non necessita di parole. I volti dei protagonisti sono segnati dalle rughe profonde della paura, dalle lacrime della disperazione, dalla polvere di un Paese perso, dal grigio della mancanza di libertà, dal nero di una voce che non può parlare, dalla miseria creata da un regime e da una guerra che non perdonano. Intensa la recitazione degli attori che hanno ancora vivi i ricordi delle devastazioni umane e materiali patite; tra tutti, indimenticabile la protagonista, i cui occhi vitrei, persi e malinconici bastano da soli a raccontare la sofferenza delle donne oppresse, quella di un intero popolo. Una sofferenza che attraversa lo schermo, occhi senza gioco, gioventù e spensieratezza, simili a quelli di un cerbiatto ferito, che quasi rimproverano lo spettatore per restarsene lì immobile a non fare nulla. Quello sguardo scuote stanchezza, noia e indifferenza, paure, problemi, ambizioni e incertezze di ogni giorno che diventano nulla, se confrontate a quel grido di dolore. Ci si sveglia, si rimane scossi, si pensa, si riflette, non si è più come quando si è entrati in sala. Per non dimenticare, per non essere più tanto distratti, per poter riparare a quegli errori, magari, un giorno, non ripetendone di uguali.

Osama“, di Siddiq Barmak, con Marina Golbahari, Arif Herati, Zubaida Sahar, Gol Rahman Ghorbandi, Mohamad Haref Harati, Mohamad Nader Khadjeh, Khwaja Nader, Hamida Refah, Afghanistan/ Giappone/Irlanda, 2003, 82 mn

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