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#VocidalGad – Massimo Marchetto: “Il Grisù come esempio da seguire”

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#VocidalGad questa volta ha visitato i 4000 metri quadri dell’ex caserma dei Vigili del Fuoco in via Poledrelli 21, che ospitano un consorzio di imprese molto particolare. Venuto alle luci della ribalta sia per le sue attività ma, soprattutto, per la sua posizione centrale rispetto al quartiere Giardino, al suo interno sta vedendo la rinascita di un edificio con difficoltà, dubbi, critiche, ma anche prospettive importanti e voglia di fare. Ce lo racconta il presidente del consorzio Massimo Marchetto.

Spiegaci qual è la tua opera al Grisù, com’è nato e come sta andando il progetto.
Il progetto Grisù nasce oramai alcuni anni fa dalla volontà di un’associazione culturale che propose all’amministrazione provinciale di gestire la caserma dei Vigili del Fuoco che era andata deserta all’asta. Questo edificio aveva perso la sua funzione originaria e l’amministrazione provinciale ha provato ad “arenare” il bene, non c’è riuscita e l’associazione ha proposto di reinventare la funzione dell’edificio con un rapporto pubblico-privato. L’idea era quella di capovolgere alcuni percorsi più tradizionali, che in genere partono con un grande investimento dell’ente pubblico che ristruttura il suo edificio e poi lo mette a disposizione o lo dà in gestione a dei privati. Qui, invece, è il privato che si è fatto avanti e che ha fatto un progetto di rigenerazione e che si è messo a disposizione anche dal punto di vista economico-finanziario per co-finanziare la rigenerazione stessa. Questo ha determinato, non essendoci un unico e grosso privato con tanti soldi, ma tante piccole realtà, un modello di rigenerazione che non prevede un progetto generale sull’edificio, ma delle rigenerazioni parziali e progressive sulla base dei nuovi privati che arrivano e delle loro disponibilità economiche di investimento.
Contemporaneamente è successo che la provincia ha partecipato ad un bando dell’Emilia Romagna, che ha vinto per una cifra importante ma modesta rispetto alle dimensioni dell’edificio, il quale sta consentendo lavori strutturali quali l’impiantistica di base o il tetto, la rete fognaria interna, il riscaldamento, ovvero quelle infrastrutture che non possono essere realizzate con il contributo solo di due o tre privati, perché vanno fatti per l’intero edificio con una logica che può essere gestita solo dal proprietario dell’immobile.
Questo modo di procedere ha ovviamente i suoi aspetti positivi, perché l’amministrazione spende meno, perché c’è anche un privato che interviene economicamente; ha anche i suoi aspetti negativi perché ci si mette molto più tempo, sia per i privati in questione, che sono delle piccole aziende quindi non hanno grandi disponibilità, sia nei tempi dell’amministrazione provinciale che nel bel mezzo di questo progetto ha perso le sue funzioni storiche, e quindi non ha avuto la capacità e la velocità di fare la parte di cantiere generale con i tempi che sarebbero stati ideali. Dal momento in cui si è chiuso il bando al momento in cui si è chiuso il cantiere sono passati un bel po’ di anni..

Quindi i ritardi ci sono stati anche per questo…
Le provincie dovevano essere smantellate, poi il referendum ha detto no. Uno degli effetti è stato il rallentamento del progetto Grisù. C’è di peggio come conseguenza di questo tentennamento sul ruolo della provincia, però Grisù è uno degli esempi di una scelta politica incompiuta da parte di tutte le forze politiche, perché mi risulta che non ci sia un solo politico che parli di che cosa debba essere la Provincia. Nel dibattito politico non ne sento parlare da parte di nessuno. Resta il fatto che abbiamo un ente pubblico che è rimasto a mezz’aria, con tutta una serie di conseguenze, comprese tutte quelle che si possono vedere qui al Grisù.
Detto questo, perché parlo di tempi? Perché il privato non è più l’associazione culturale, ma è un consorzio di imprese che ha vinto una gara del Comune di Ferrara, che si è preso in pancia l’edificio, un po’ com’è successo con il Castello Estense, e questa assegnazione è ‘a tempo’. Questo vuol dire che il consorzio ha come scadenza per gestire e realizzare il progetto di ‘Factory Creativa’, Marzo 2025. Anche per questo motivo i privati non riescono ad investire molti soldi, perché il beneficio che si ricava dall’investire qui, è un periodo di gratuità. L’idea di fondo è una bella forma di circolarità, io entro come privato, metto dei soldi, che avrei speso per un affitto da un altra parte, e alla fine del periodo lascio un bene pubblico, rigenerato, alla collettività. Quindi un bell’esempio di economia che però funzionerebbe meglio se il tempo di concessione fosse più lungo. Se hai una scadenza così breve non puoi investire troppi soldi e contemporaneamente ne deriva che la rigenerazione va avanti a rilento. Quindi: cantiere della Provincia lento e prospettiva per le imprese troppo breve dà come risultato un progetto di rigenerazione che ha le sue difficoltà oggettive.
Detto questo, ce la stiamo facendo lo stesso, ci sono 15 imprese insediate, ci sono circa una trentina di persone che vengono a lavorare qui tutti i giorni, se non di più, stiamo aprendo anche un ristorante, a breve faremo altri bandi ed entreranno altre attività. A configurazione finale penso che una ventina di imprese con circa 40 o 50 persone che lavorano qui dentro, sarà un risultato raggiungibile.

E questa è la parte imprenditoriale, poi c’è la parte degli eventi che è parallela.
Quando è nato questo posto era chiaro che una componente sociale e culturale doveva essere una delle caratteristiche di questo luogo. Gli stessi soggetti che hanno fondato il progetto, anche se oggi non ci sono più, avevano dato sin dall’inizio un taglio culturale importante.
Poi, strada facendo, la parte imprenditoriale si è rivelata fondamentale per tenere in piedi economicamente il progetto, che con le sole associazioni culturali non sarebbe andato avanti. Detto questo, però, come imprese stiamo comunque cercando di mantenere fede ai principi di fondo, primo fra tutti non vogliamo che questo diventi un condominio di imprese. Gestiamo un bene pubblico che ha le caratteristiche di avere tanti spazi comuni che possono essere messi a disposizioni per altri soggetti tra cui privati cittadini, associazioni culturali, chiunque può venire a Grisù e usufruire del percorso di rigenerazione dell’edificio utilizzando alcuni degli spazi, che non sono pochi, e che permettono di fare iniziative di diversa natura. Noi, essendo un consorzio di imprese, non siamo né un soggetto politico né un associazione culturale e quindi non diamo una direzione alle iniziative che si svolgono qui. Abbiamo pochi punti cardine o regole di base del tipo che se viene un’associazione culturale e vuole fare un attività no profit, cerchiamo di ridurre il costo e di portarlo a zero, nei limiti del possibile, oppure, altra regola, non accettiamo iniziative di tipo religioso confessionale. Queste poche regole però diventano anche mancanza di direzione artistica, quindi lasciamo molta libertà a chi viene a realizzare il suo progetto. È chiaro che poi questa caratteristica, rigenerare e poi aprire l’edificio ad utilizzo da parte di soggetti terzi no-profit, è diventata abbastanza importante in un momento storico come questo. Nel quartiere Giardino oggettivamente, in questi anni, le cose sono cambiate. Da quando è cominciato questo progetto, ormai 5/6 anni fa, ad oggi, il tema del quartiere, della micro-criminalità e della qualità della vita dei residenti è diventato di sempre maggiore rilevanza, quindi noi ci siamo ritrovati nelle condizioni di dover riflettere sul nostro ruolo rispetto al contesto nel quale ci troviamo..

Proprio su quest’ultimo punto c’è chi vi vede come gli “amici degli amici”, o comunque molto vicini all’attuale maggioranza e che siate poco inclini a discutere sul come utilizzare i fondi destinati qui con la cittadinanza. È così?
Torno al punto di partenza: noi siamo un gruppo di imprenditori, è chiaro che certe dichiarazioni feriscano l’ego perché sei qui impegnato in questo quartiere in prima fila, investendo soldi tuoi, scegliendo di venire qua anziché altrove, avendo più disagi che vantaggi. Perché fare impresa in un posto dove hai un cantiere aperto da anni che non finisce mai, non è una cosa comoda. Quindi, da un certo punto di vista, l’ego ne soffre molto, per essere diplomatici e non dire che a volte l’incazzatura è tale che ti viene voglia di dire semplicemente: “visto che siete tutti così bravi, queste sono le chiavi. Le nostre imprese possono svolgere il lavoro in qualsiasi altro posto del mondo, tenetevi la vostra caserma, che siate di destra o di sinistra non ci importa, e vediamo cosa siete capaci di farci.”
In certi momenti, con tutti i sacrifici che ci stiamo facendo, troviamo veramente ingeneroso l’atteggiamento nei nostri confronti.
Detto ciò, c’è una componente che è relativa al dibattito politico che in qualche modo ci interessa. Fa parte della discussione tra le parti politiche. Dati 100 euro che sono da spendere nella comunità, qualcuno ritiene che quei 100 sia meglio spenderli in una cosa piuttosto che per un’altra e viceversa. Non è compito di un imprenditore giudicare il diritto di fare del dibattito politico su come si usino i soldi. La nostra opinione su come usarli è già evidente, perché se siamo qui ad aggiungere i nostri a quelli dell’amministrazione è chiaro che riteniamo che sia utile avere Grisù ristrutturato, rigenerato. Anche dal punto di vista sociale, perché anziché avere una montagna di rifiuti, al centro del quartiere Giardino, c’è un posto che un po’ alla volta è sempre più frequentato da tante persone e in un quartiere dove c’è microcriminalità, uno dei metodi, non ‘IL’ metodo, che servono per ridurre la microcriminalità è riappropriarsi del territorio con ‘N’ azioni.

Quindi il Grisù può essere un esempio da esportare anche al di fuori delle mura dell’ex caserma?
Non c’è la formula magica, che si chiami ‘telecamera’ o che si chiami ‘evento culturale’. C’è un insieme di cose che vanno fatte, che vanno da una maggiore presenza delle forze dell’ordine ad una maggiore organizzazione di eventi culturali. Anche il fatto che ci sia tutti i giorni della gente che qui lavora e che resta anche fino a tardi, perché Grisù spesso è aperto fino a sera, e la prospettiva di aprire un ristorante qui che creerà ulteriore viavai di gente che, per un fatto meramente fisico, disturberà chi è qui, invece, per delinquere.
Poi capisco che non si risolva il problema. È chiaro che un quartiere è fatto di tante aree per cui se tu rendi più vivo questo punto e dintorni, chi vuole delinquere si sposta di 500 metri, hai solo spostato il problema da un altra parte in pratica. Noi però facciamo gli imprenditori e non i politici, non siamo consiglieri comunali, non siamo sindaci, non siamo assessori e non riteniamo di avere la bacchetta magica. Nel nostro piccolo, ogni tanto, ci piace provare a dare un contributo, tant’è che di recente abbiamo pure lanciato un bando europeo su questo tema, finanziato dalla Commissione Europea, che si chiama ‘Social Challenges’. Questo bando, anzi, questa ‘sfida sociale’, ha una dinamica interessante perché in realtà noi non prendiamo soldi, semplicemente siamo stati invitati dai consulenti della Commissione Europea a individuare un tema sul quale investire 30mila euro. Un finanziamento che la commissione europea dà ad un impresa o a un gruppo di imprese per fare un prototipo per risolvere un problema di carattere sociale, e noi abbiamo deciso di chiedere quei fondi per il quartiere Giardino e per un prototipo legato alla sicurezza. Che cosa significa? Non lo definiamo noi. La caratteristica di questo bando è che tu definisci un problema, ovvero l’impatto della microcriminalità negli spazi pubblici di un quartiere come il nostro, e poi fai un bando europeo, e le imprese interessate a partecipare a una soluzione gareggiano per aggiudicarsi questi 30mila euro.

Ci sono già i vincitori?
La commissione internazionale ha già valutato i progetti e ne ha scelto uno. Sarà un progetto sul quale abbiamo chiesto di rispettare un approccio partecipativo nella progettazione del dettaglio di questi strumenti. Quindi speriamo presto, in collaborazione con le ditte che hanno vinto, di poter avviare quel percorso per avere questo prototipo. Poi, se dovesse funzionare bene e piacere alla gente, la pubblica amministrazione potrebbe decidere di adottarlo. Tra le varie cose che avremmo potuto chiedere per Grisù, noi abbiamo scelto il tema della sicurezza proprio per dare in qualche modo un segnale di sensibilità nei confronti della cittadinanza e del quartiere. Si chiama ‘Security in the city’ ed è visibile su www.socialchallenges.eu.
Quindi, per fare una sintesi, noi non facciamo politica, siamo degli imprenditori con una sensibilità sociale e ci piace, più che partecipare alla polemica, cercare di dimostrare con i fatti e con le cose concrete la nostra volontà di dare un contributo. Dopodiché questa buona volontà è sovrastata da un altro fattore: essendo noi un cantiere, in questo momento, siamo costretti a essere più chiusi alla cittadinanza di quanto vorremmo, per una questione di normative di sicurezza. Fosse per noi già oggi Grisù sarebbe aperto tutti i giorni, giardino compreso, dalle 8 di mattina alle 8 di sera, a disposizione di tutti i residenti del quartiere.

Cosa vorresti che diventasse il Grisù?
Se potessi descrivere quello che vorrei che fosse Grisù tra 6 mesi, diciamo la primavera dell’anno prossimo perché ormai con i lavori arriveremo fino ad Ottobre, lo immagino come uno spazio aperto dove si può venire a prendere un caffè, leggere un giornale, prendere un libro, sedersi fuori in giardino, collegarsi al wifi, trovare una sedia dove sedersi o un tavolino dove lavorare, anche senza essere soci. Chiunque dovrebbe, anzi, dovrà poter trovare qui a sua disposizione un angolino, uno spazio dove venire a partecipare a quello che è quest’idea di hub creativo.
Mi sono reso conto che in tutto questo non ho detto una cosa: la caratteristica unificante delle imprese che sono qui dentro è che sono tutte legate al settore dell’industria culturale creativa. Non ci sono imprese metalmeccaniche. L’industria culturale creativa è un etichetta molto ampia che raggruppa dagli architetti a chi si occupa di tecnologie innovative, a chi si occupa di pubblicità, quindi con uno spettro molto ampio di attività, e di codici ateco, però tutti riuniti attorno a questo unico settore.

So che è una domanda politica però te la faccio lo stesso: alle amministrative dell’anno prossimo il quartiere Giardino sarà sicuramente il fulcro principale della campagna elettorale dei contendenti maggiori che saranno il Pd e la Lega. Ti preoccupa un eventuale e possibile cambio dei vertici al governo della città?
Guarda, detto molto francamente, dal punto di vista imprenditoriale no, perché se anche si realizzasse una realtà distopica alla Philip K. Dick a Ferrara, senza voler fare riferimenti specifici, in senso molto scherzoso senza dare delle etichette di ‘cattivo’ a nessuno, le imprese di Grisù non dipendono da Grisù per stare in piedi; questo non è un incubatore di imprese che non hanno i soldi per pagarsi l’affitto. Vorrei che si capisse bene questa cosa. Chi viene qui deve avere della liquidità da investire, anziché avere un affitto dilatato nel tempo, devi avere 5/10/20/50mila euro da mettere sull’edificio subito. Questo vuol dire che sono imprese che hanno un minimo di maturità e che se domani Grisù dovesse chiudere perché arriva un sindaco che dice è una pagliacciata, noi prendiamo le nostre cose e andiamo a fare impresa altrove. Da questo punto di vista la preoccupazione è nulla, aldilà del fatto che fino al 2025 abbiamo un contratto che vincola l’amministrazione comunale, chiunque sia il sindaco. La preoccupazione, più che altro, è per la componente sociale. La formuletta che abbiamo messo in piedi, cioè imprese che rigenerano l’edificio, che abbassano i costi di gestione con i loro fondi e che quindi si aprono alla cittadinanza in forma di singoli o di aggregati di associazioni, è una ricetta che a noi piace e ci piacerebbe che rimanesse oltre al 2025 e prima del 2025, indipendentemente dall’amministrazione che arriva a governare la città.
Dal mio punto di vista a fare la differenza sono soprattutto le persone, le idee che hanno, e il modo in cui le portano avanti. Per cui indipendentemente dai colori e dalle etichette, per me conta molto la persona specifica che diventerà sindaco o assessore, e la sua volontà vera di portare avanti un progetto oppure di ostacolarlo.

Ti preoccupa che questa forte parte sociale del Grisù possa essere in qualche modo distorta dalla campagna elettorale?
È una questione più che altro di ego, ma la sostanza non cambia. Nel senso che noi siamo delle imprese che non dipendono dalla campagna elettorale, non stiamo in piedi grazie a dei fondi pubblici che rendono il progetto possibile, quindi alla fine è chiaro che essere coinvolti ci fa soffrire, ma dopo che abbiamo sofferto un po’, possiamo anche permetterci il lusso di lasciare che i contendenti litighino sui loro temi. Su questo vorrei essere veramente molto chiaro perché altrimenti diventa una farsa. Noi non siamo un partito politico. Non siamo un’associazione culturale. Ovviamente ognuno di noi ha delle opinioni politiche, ognuno di noi ha delle aspettative rispetto alla sua comunità, ma sono personali e noi in quanto imprese, non abbiamo nulla da perdere rispetto a qualsiasi tipo di cambio politico. Dopodiché, qui dentro ci sono 30 persone e, credimi, non tutti votano Pd. Quindi di fatto, anche da questo punto di vista, sono ipotesi piuttosto ridicole.

La demagogia sui fondi provinciali però è già partita.
Fa parte del gioco politico. Io mi occupo di comunicazione e quindi sono consapevole del fatto che quando ci sono delle campagne elettorali le parti politiche tra di loro si sbranano e non guardano in faccia nessuno. A noi ce n’è importa il giusto.
Poi ognuno di noi ha la sua opinione personale e io se mi devo togliere il cappellino di Grisù ed esprimermi come Massimo Marchetto, che non sarà candidato alle prossime elezioni, posso dirti francamente che sogno una comunità un po’ più armonica. Mi piacerebbe che si perdesse meno tempo ad accusarsi reciprocamente e che si recuperasse un senso di unità capace di spingere delle persone a passare del tempo insieme, a costruire progetti, a fare iniziative di qualsiasi tipo nel quartiere Giardino, indipendentemente da idee politiche, origine culturale o geografica.
È un punto di vista utopico se vuoi, però non credo che la microcriminalità si combatta con lo scontro tra le persone, tra destra e sinistra, tra Lega e Pd. Mi piacerebbe avere in questo quartiere dei residenti che, indipendente dai colori, si mettano a fare delle attività insieme per risolverli davvero i problemi.

E comunque siete l’esempio che è possibile fare impresa nel quartiere Giardino nonostante i problemi di microcriminalità.
Questo è quello che personalmente mi dispiace. Anziché valorizzare l’utilità delle singole esperienze, questo dibattito politico porta alla distruzione di queste, sulla base del principio che c’è sempre qualcosa di meglio che si potrebbe fare.

Pensi che, oltre a parlare sempre della negatività del quartiere, soprattutto sulla stampa, serva parlare delle vicende positive, come Grisù, per cambiare la percezione che si ha del quartiere oltre agli evidenti problemi?
A me l’uso del termine “percezione” non piace perché trovo che sia in qualche modo riduttivo rispetto a qualcosa che è profondo. Se non partiamo dal presupposto di cercare di voler capire che la percezione è quasi un termine tecnico per esperti di psicologia cognitiva, che ha l’effetto di sminuire quello che invece è qualcosa di reale. La paura è un sentimento che deve essere rispettato. Quindi a me l’uso della parola percezione non piace.
Posso raccontarti un singolo episodio. Quando abbiamo lanciato il bando ‘Social Challenges’, dai piani alti di Bruxelles, quando ho scelto come titolo la parola “sicurezza”, mi è arrivata una proposta di cambiare questa parola con “percezione dell’insicurezza”. Su questo ho fatto la mia microbattaglia, non perché sicurezza sia di destra e percezione dell’insicurezza sia di sinistra, ma semplicemente perché, per me, è necessario e importante partire dal rispetto delle emozioni delle persone, e quella della paura è una delle emozioni più potenti e può davvero fare la differenza nella qualità della vita di una città o di un quartiere. Cambiare il nome alla paura fa soltanto aumentare la stessa, perché le persone che provano quel sentimento si sentono in qualche modo sminuite, abbandonate, trattate come cittadini di serie B solo perché loro provano quell’emozione. Su questo ci tengo ad apporre i miei personali distinguo.
Sicuramente fare uscire qualche notizia positiva un effetto benefico ce l’ha, però credo che sia necessaria un’azione sinergica di tante cose diverse, non credo che un problema complesso si risolva con una formula, con la comunicazione o con le telecamere o con i cittadini che scendono per le vie e che occupano gli spazi con iniziative loro. È per questo che non mi piace il dibattito politico di oggi. Vedo parti contrapposte che non accettano di rendersi conto che bisognerebbe mettersi insieme a fare tutte queste cose.
Se vuoi creare una città migliore devi investire su tutto. Sono tematiche molto importanti. Trovo imbarazzante che se si tratta di investire soldi su un edificio pubblico o una strada, tutti sono d’accordo, mentre se si tratta di investire sulla qualità della vita che è qualcosa di più complesso ma anche più importante in un certo senso, non ci si riesca mai a mettere d’accordo su nulla, e ognuno porta avanti solo la sua formuletta speciale, individuale, personale. Questo lo trovo veramente uno dei limiti della nostra comunità attuale.

I problemi che avete nel consorzio dipendono in qualche modo da ciò che succede nel quartiere?
In realtà i problemi delle imprese di Grisù non sono dovuti a Grisù. Francamente potremmo fare impresa qui come a 5 o 50 km da qui, non cambierebbe molto. Nel senso che i nostri problemi sono quelli tipici del nostro settore, quello culturale-creativo, che è caratterizzato da un altissimo livello di frammentazione. Se vogliamo tornare al ragionamento imprenditoriale qual è la cosa veramente interessante? È la possibilità di creare un consorzio che attiva delle micro-filiere. Il nostro settore è molto frammentato. Le micro imprese, a livello europeo, sotto i 10 dipendenti, di fatto costituiscono un comparto che è più importante di quello automobilistico. Il paradosso è che ci sono più addetti in Europa all’industria culturale-creativa che alla costruzione di automobili, però l’industria automobilistica è potentissima, come lobby o come capacità di imporre le sue regole al mercato o imporre la sua attenzione e i suoi interessi nei confronti del legislatore, mentre l’industria culturale-creativa, essendo altamente frammentata, ha talmente tanti players che alla fine la gente non sa nemmeno che esista. Se tu fermi una persona qualsiasi per strada e gli dici “sai cos’è l’industria culturale-creativa?” nessuno sarà in grado di darti una risposta. Se invece chiedi che cosa sia l’industria automobilistica chiunque saprà dirtelo.
Quindi il problema di queste industrie è la frammentazione, che non è dovuta al fatto che noi non abbiamo i soldi per comprarci il capannone e farci l’azienda grande, è una cosa intrinseca al concetto di creatività. Un imprenditore non può comprare un capannone di 1000 mq e riempirlo di decine di creativi pagandoli per 20 anni per fare tutti i giorni la stessa cosa, la creatività è una cosa diversa. È un mercato che per dare risposte efficaci ha bisogno di essere fluido e ‘auto-rimodulante’, non saprei come altro dire. La creatività non puoi cristallizzarla in forme di impresa statiche nel tempo, quindi va da sé che il consorzio Factory Grisù in realtà è un tentativo di costruire nel periodo a lungo termine una risposta a questa caratteristica strutturale del mercato.

Quindi i problemi del quartiere Giardino non vi toccano?
Influiscono all’umore degli imprenditori che sono persone come tutte le altre e che quindi si vedono sbattuti su un giornale come degli approfittatori, anziché come della gente che sta cercando di investire energia e soldi per obbiettivi che sono anche della collettività. È una sofferenza psicologica e morale che tutti noi ci portiamo dentro quando ci vediamo trascinati in diatribe di veramente bassissimo spessore a volte.

Ultima domanda: il futuro del Grisù come lo vedi?
Noi abbiamo un contratto in scadenza, nel 2025. Grisù è come se fosse un esperimento. Questo è un grosso limite della pubblica amministrazione italiana, che a volte è disponibile a fare esperimenti, però quando questi funzionano, anziché metterli a sistema, trova mille motivi per non consolidare un’esperienza positiva. Se parlerete a tutti i futuri candidati alle prossime elezioni, anziché porre il problema di come smantellare Grisù o no, ponetegli il problema di come consolidare le esperienze positive e renderle più durature nel tempo, perché è giusto sperimentare e non c’è niente di meglio delle imprese creative, che sono cosi fluide, per farlo. Però poi bisognerebbe avere il coraggio di guardare oltre a una o due legislature o tornate amministrative. Bisogna avere il coraggio di pensare a progetti che durino 20 anni anche se noi non saremmo più sindaci, presidenti della provincia, assessori.
Su questo, purtroppo, la politica italiana è molto arretrata.

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