Home > IL QUOTIDIANO > Voghera: dei delitti e delle pene
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Sarebbe stato molto più semplice intitolare questo articolo “Lo sceriffo di Voghera”, nuovo topos che sostituisce la famosa casalinga, o “Lo sceriffo di Ferrara”, visto il rimando quasi automatico che la vicenda di Voghera compie alla dotazione di pistole Glock che l’assessore alla sicurezza del Comune di Ferrara riserva ai vigili urbani, accompagnata da una “formazione” e da un “addestramento” talmente ridicoli da generare lo stesso effetto del consegnare una scuderia di Formula Uno in mano a un gruppo di ragazzi con il foglio rosa. Ma sono titoli ormai “bruciati” dai social. Abbiamo preferito allora un titolo letterario, in direzione ostinata e contraria rispetto alla nuova onda della giustizia fai da te, che autorizza un assessore alla sicurezza che insegna, udite bene, diritto penale alle scuole di polizia a girare per la pubblica piazza con una rivoltella carica e senza sicura in tasca. Il video della pubblica sorveglianza: (https://www.open.online/2021/07/22/voghera-video-lite-assessore-adriatici/)mostra l’assessore Adriatici che riceve un pugno dalla persona poi uccisa e cade a terra, ma non mostra i momenti successivi. Si tratta di un video che, suppongo, possa peggiorare la posizione processuale dell’Adriatici: perchè intanto fa dedurre che lo sparo non parta per “errore” (come lui sta affermando), e poi che trascorrano dei secondi tra il pugno ricevuto e lo sparo, il che quindi escluderebbe anche la difesa istintiva e farebbe propendere per una reazione chiaramente successiva e non “contemporanea”.  Tuttavia il processo fatto sui media è un’altra di quelle cose (odiose) sulle quali arriveremmo ultimi. Tanto, Adriatici è già stato condannato dalla sinistra perchè è un leghista che ammazza un marocchino, ed è già stato assolto dalla destra perchè è un leghista che ammazza un marocchino.

Il punto focale è un altro. Adriatici parrebbe non essere un fanatico. La sua vita, anche professionale, testimonia di uno studio del diritto penale che lo porta ad insegnare ai poliziotti la natura di “extrema ratio” della difesa violenta, con conseguenze che lui stesso, nelle sue lezioni, non esita ad inquadrare nel possibile “eccesso colposo di legittima difesa” o addirittura nell’omicidio volontario. Inoltre Adriatici detiene un regolare porto d’armi per difesa personale, quindi nulla di illegale – per quanto appaia singolare la motivazione di “difesa personale” associata alla sua attività di amministratore pubblico di una cittadina. E’ vero, alcune testimonianze raccolte in città lo definiscono come uno che si è costruito un’immagine da tutore dell’ordine “cinematografica” nella quale ama sguazzare, ma questo non basta per farne un pazzo. Ed è proprio questo il punto. Se uno come Adriatici si mette a girare in piazza con una pistola carica in tasca non potendo sapere prima, ovviamente, che gli arriverà un cartone sul muso da un dropout magrebino con fama di molestatore (ma non di violento), quale idea, quale rispetto intimo si potrà presumere che costui porti nei confronti della disciplina (la legge penale) che insegna ai poliziotti? Quale livello di inefficienza e di inutilità uno come Adriatici attribuisce alla risoluzione per via democratica e civile dei delitti, se passa le giornate con una rivoltella carica in tasca? Che grado di fiducia ripone nella materia che dovrebbe insegnare agli altri? Zero, io credo. Attenzione, però: Cesare Beccaria, in un passo del suo “Dei delitti e delle pene”, parla della funzione di deterrenza che egli attribuisce al possesso di armi da parte dei “buoni”, quando afferma: “Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di troppa conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati.”. Si tratta ovviamente di frasi che vanno contestualizzate al periodo in cui furono scritte, un periodo in cui il delitto veniva commesso e punito con modalità che sono appunto quelle che poi Beccaria vuole superare, quando nello stesso testo parla di “certezza e prontezza della pena” come degli strumenti di deterrenza massima, in un frangente nel quale evidentemente sia la certezza che la prontezza latitavano. Del resto il libretto di Beccaria non è diventato un pilastro della tesi sulla libera circolazione delle armi, ma la pietra miliare dell’idea illuminista del delitto come danno inferto alla società, e non come peccato; come rottura del “contratto sociale” e non come insulto a Dio; e della idea della pena come retribuzione e deterrente che necessita non tanto di essere intensa (da qui l’opposizione alla pena di morte), ma pronta, certa e proporzionata all’offesa.

Trovo quindi che lo spaventoso retroterra di azioni come quella dell’assessore alla sicurezza di Voghera, nuovo mostro-eroe delle prime pagine, sia rintracciabile (anche) nella progressiva scomparsa di fatto dei tre elementi cardine del sistema penale nato dall’illuminismo: certezza, prontezza e proporzionalità della pena. Scomparse queste, rimangono le armi in mano ai “buoni”, ed un futuro ancora più spaventoso nel quale la giustizia tornerà ad essere un affare privato nelle mani di individui sprovveduti, sia culturalmente che tecnicamente. Fatti come questo, depurati dagli elementi spettacolari di scandalo mediatico, testimoniano dello stato di grave deperimento in cui versa il nostro sistema giudiziario.

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