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Zeno, ovvero la consapevole inettititudine di primo Novecento

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“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, regia di Tullio Kezich, Teatro Comunale di Ferrara, dal 22 al 26 gennaio 2003

Giro di boa per la stagione di prosa 2002/03, stasera al Teatro Comunale, con un capolavoro: “La coscienza di Zeno”, di Tullio Kezich dal celeberrimo romanzo di Svevo. Ettore Schmitz, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Italo Svevo (1861-1928), è ricordato soprattutto per i suoi tre romanzi: “Una vita” (1892), “Senilità” (1898) e appunto “La coscienza di Zeno” (1923). La sua opera è forse, con il teatro di Pirandello, l’espressione più incisiva della crisi del realismo ottocentesco in Italia, disgregatosi nell’introspezione psicologica dell’individuo. E “La coscienza di Zeno” è l’amara, umoristica e paradossale storia di una “malattia”, una sorta di confessione psicanalitica a scopo terapeutico raccontata, nel romanzo, con l’afflato joyciano del cosiddetto “monologo interiore”. Dove l’antieroico protagonista, Zeno Cosini, alla fine conclude che la realtà della vita non è che un gioco assurdo, una brutta commedia in cui ciascuno è chiamato a recitare una parte.
La versione teatralizzata che andrà in scena questa sera risale al 1965 ed è di Tullio Kezich: autore certamente non nuovo a riduzioni drammaturgiche di tal genere, in specie per ciò che riguarda Svevo, ma senza dimenticare anche altri suoi adattamenti, uno fra tutti: “Il fu Mattia Pascal”, di Pirandello. Dopo la prima messa in scena, giudicata subito un evento, con la regia di Luigi Squarzina e l’interpretazione del compianto Alberto Lionello, “La coscienza di Zeno” si è guadagnato nel tempo l’attribuzione di “classico”: impegnativo banco di prova per i grandi attori. Il più recente passaggio al Comunale di quest’opera risale alla stagione di prosa 1987/88, con un allestimento a cura della Compagnia Giulio Bosetti. Lo spettacolo vede Massimo Dapporto nel ruolo del protagonista e porta la regia di Piero Maccarinelli.
Se è vero che il più celebre dei tre romanzi di Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”, compie giusto ottant’anni, è altrettanto vero che l’omonimo adattamento teatrale di Tullio Kezich ne ha ormai quasi quaranta. In entrambi i casi, portati piuttosto bene. Sarà perché l’opera, con una buona dose di preveggenza, ha messo in ridicolo il più colossale bluff del secolo scorso: la psicanalisi, oppure perché il tema dell’“inetto” è oggigiorno più che mai attuale, o ancora perché la “consapevole inettitudine” di primo Novecento appare quasi “eroica” alle nostra inconsapevole e mediocre epoca. Fatto sta che “La coscienza di Zeno” sembra davvero inossidabile al tempo.

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