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Provate a lasciarvi alle spalle il futuro. È come camminare a ritroso, marciando in avanti. Cadrete nel buco nero della dimenticanza.
Abbiamo perso il tempo, non nel senso che siamo stati a oziare, anzi, mentre eravamo operosi ce l’hanno tolto.
Ci hanno lasciato lo spazio, ridotto, circoscritto, di misura per sopravvivere, ma senza più il tempo. Trafugati di ogni dimensione, di un prima e di un dopo.
Neppure ci avessero rapito l’identità, no, quella ce l’hanno lasciata, con la condanna di non poterla più riflettere nello specchio del tempo.
Ci hanno sottratto il succedersi degli intervalli, dei pieni e dei vuoti, delle pause e delle riprese, il contrappunto d’ogni esistenza, di ogni alfa ed omega. È come essere stati costretti a riporre la nostra identità nei cassetti dei ricordi, di fronte alla caduta del tempo e all’attesa del suo ritorno, se ci sarà.

Intanto Zoroastro è nuovamente sceso dalle sue dimore a predicare pregi e vantaggi dell’unica dimensione che ci hanno lasciato, quella che non fa male alla carne e fa bene allo spirito. La dimensione del tempo senza tempo, la dimensione delle spirito che incarta le anime, la dimensione che nutre ogni fede: c’è sempre la trascendenza a cui ci si può attaccare. Dio è morto ma non la trascendenza, sempre in agguato dietro ai beati di spirito, dietro ai fardelli di anime accatastati, una trascendenza che non ci è dato di negare, poiché ciò che è fuori dal tempo non lo si può falsificare.
Ora ci siamo noi fuori dal tempo, ci hanno spalancato le porte per uscirne, non attendevano altro che si presentasse l’occasione.

Le giovani generazioni cresceranno in batteria con genitori a distanza, come le adozioni dei bambini e dei cani, senza alcuna differenza. Ognuno figlio dell’affetto virtuale e della paratia di un desktop. La distanza è lo spazio del tempo dimenticato, del tempo arrestato. Chi carica l’orologio ha deciso di attendere, non si può più camminare con le ore. È il momento della fermata, tutta la terra è ferma, e perché mai preoccuparsi se in questa tregua inattesa la terra rigenera, respira come mai prima ha respirato? Noi potremmo essere gli immobili spettatori con il cuore sospeso di questa terra che rinasce, che ritrova l’equilibrio che le abbiamo sottratto. Noi e il progresso, noi e il consumo, noi e lo sfruttamento, noi siamo la grande malattia della natura, più grande del nostro genio, delle nostre invenzioni, delle nostre conquiste. Non siamo più i cittadini di un cosmo, ma solo animali rifugiati nella tana della terra.

Non sopporto più chi vuole porre fine alla sfide dell’uomo con la vita, con la conquista di ciò che ancora non ha, con la conquista di saperi e conoscenze sempre nuovi, con la voglia di superare noi stessi, di andare oltre l’uomo.
Non sopporto più chi confeziona argomentazioni come catechismi per convincerci dei danni commessi, chi ci vorrebbe monaci della terra anziché imprenditori e avventurieri. Imprenditori e avventurieri del pensiero per restituire il tempo al futuro, per oliarne gli ingranaggi, per ritornare ad udire il battere delle ore. Per celebrare ogni nuovo traguardo. Se c’è una ragione d’essere, questa è caricarsi della sfida che comporta vivere, accettare di esistere con i costi che si debbono pagare. Questa è la lotta che abbiamo ingaggiato da quando siamo apparsi sul pianeta Terra e finché ci saranno vite umane sarà una lotta che non si esaurisce.

L’uscita dal tempo produce la pandemia del regresso, la sindrome del prima era migliore del dopo. La vita degli archivi, delle muffe e delle ragnatele, tutti impiegati di concetto delle nostre mediocrità, pavidi di fronte al conflitto, al conflitto tra noi come al conflitto tra noi e la natura. Non è tirandosi indietro che si vince, ma cercando di tenerci uniti per andare avanti, tutti con la stessa volontà di non disertare il palcoscenico delle nostre esistenze, che è la storia. La morte non è un accidente della vita, ma la condizione di ogni esistenza, possiamo imparare, e l’abbiamo fatto, a procrastinarla, ma non la possiamo evitare. Ciò che dobbiamo appagare è la nostra sete di andare avanti, di coltivare le nostre intelligenze, la nostra ricerca del sapere, la nostra fame di giustizia e di umanità. Ma non possiamo tirarci indietro, pensare di rallentare la nostra corsa, perché con la vita si corre una sola volta e le sfide che non avremo vinto noi resteranno a carico di chi verrà.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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