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Ho riassaporato l’atmosfera del Festivaletteratura a Mantova dopo le due edizioni ridotte a causa del Covid, prestando servizio dodici ore al giorno nella mia postazione presso Palazzo San Sebastiano: dunque gli autori ospiti del Festival sono venuti da me, e non io da loro come è accaduto lo scorso anno.

Ho riassaporato la buona cucina alla mensa del Festival e la stanchezza dopo tante ore di servizio, la stanchezza tenuta a bada con poche ore di sonno ogni notte nella cameratesca location della palestra Bertazzolo.

Ora che sono tornata ho anche incontrato Alessandro Carlini; è successo ieri alla Biblioteca di Poggio Renatico. Ho presentato il suo romanzo più recente, Il nome del male, e l’ho riallacciato in più momenti al precedente Gli sciacalli: due avvincenti gialli storici di cui ho parlato l’ultima volta.

Sono trascorsi dieci giorni, non di più, eppure si sono accumulate altre conoscenze, sono nati nuovi stimoli alla lettura, ho visto il mondo da angolature diverse. Insieme a una folla di persone.

Comincio da Alessandro Carlini, che ha portato ieri agli intervenuti in biblioteca la sua presenza generosa, la voglia di dialogo che fa il paio con la voglia di racconto che ha messo nei suoi libri.

La novità di questi giorni è che Gli sciacalli è entrato tra gli otto migliori libri di narrativa del 2021 di Robinson grazie al voto dei lettori, cosa che ha dato l’inizio alla nostra intensa conversazione e alle tante osservazioni del pubblico.

E ora Mantova. Quando ancora insegnavo dicevo che era il miglior corso di aggiornamento sulla letteratura, non solo italiana, che potessi seguire ogni anno a settembre. Ora cosa posso dire? Che è parte della mia identità di lettrice e di cittadina.

Ho rivisto Francesca Mannocchi [Qui] e John Freeman [Qui] e con loro tanti altri che hanno dato voce alla catena delle idee.

Mannocchi è venuta sabato a san Sebastiano e ha parlato delle guerre in atto, prima fra tutte quella in Ucraina, a fianco del fumettista Igort [Qui], mentre scorrevano sugli schermi alle loro spalle i disegni di lui, tratti dal volume Quaderni ucraini.

Titolo dell’evento n.172, E’ nostro dovere guardare. Poetica comune alla giornalista e al fumettista: avvicinare la gente, guardare i volti e ascoltare le storie.

Riconoscere le costanti che fanno di ogni guerra una guerra, pur volendo studiare a fondo il contesto storico che caratterizza ognuna. Contro  “la assuefazione alla cronaca della sofferenza altrui” approfondire lo sguardo e al tempo stesso mantenere la capacità di dubitare, di evitare le soluzioni facili.

John Freeman ha lasciato in me il segno. A parte l’aspetto prestante da giocatore di baseball e l’aria sorniona ma sorridente, con cui si è presentato per l’incontro delle dieci del mattino, ha colpito la dimensione del suo lavoro, l’impegno con cui negli USA fa il critico letterario e lo scrittore. E fa anche scouting di altri narratori e poeti.

Sul programma del festival si legge di questo evento n.199: “Il lettore che vuole capire che cosa stia accadendo sulla Terra e cosa significhi essere vivi, che è poi la ragione per cui leggiamo, ha bisogno di una persona che eserciti una curatela; nessuno meglio di John Freeman sa decifrare la realtà, le necessità e le urgenze del mondo odierno, raccogliendo le più disparate voci autoriali, senza distinzione di provenienza e di età”.

Nel 2019 mi ha fatto conoscere Valeria Luiselli e il suo straordinario Archivio dei bambini perduti, il libro sui minori che scavalcano il confine tra Messico e USA e sulle loro storie drammatiche.

Luiselli è una delle autrici lanciate da Freeman, è sua la postfazione al recente Dizionario della dissoluzione, in cui Freeman ha compilato le voci di un manuale del dissenso informato, un vocabolario di impegno in difesa del linguaggio e della nostra capacità di immaginare, di sentire ottimismo per migliorare il mondo esercitando il pensiero critico, l’attenzione alle cose, la confutazione.

La lettura di libri validi, dice al pubblico che ha davanti, è l’antidoto contro la mediocrità della politica, che ha visto girando il mondo e contro il suo linguaggio opacizzato dagli slogan, dalla superficialità nella comunicazione che avviene sui media.

“Commedia e satira – aggiunge – possono essere strumenti ulteriori di lotta contro la piccolezza della politica. Il fine ultimo è tramutare la complessità, che oggi produce troppa disuguaglianza e povertà, in una fonte di bellezza. Di piacere.”

Un sognatore? Sì, ma un sognatore che diffonde idee, raggiungendo numeri enormi di persone. Il gruppo di lettura da lui fondato in California ha presto contato 10.000 iscritti; la sua rivista, Freeman’s, è diffusa in molti paesi.

Ne fotografo una che è esposta nel banchetto dei libri in vendita a San Sebastiano: scelgo quella che in copertina porta i nomi degli “scrittori dal futuro” scoperti da Freeman in ogni continente. Invio la foto alle amiche ex colleghe del Liceo Ariosto, che subito rispondono; tra i nomi in elenco non poteva mancare Valeria Luiselli.

Venerdì Freeman ha partecipato, insieme a Daniele Aristarco [Qui], a un altro importantissimo evento presso il Chiostro del Museo Diocesano: titolo dell’evento n.85, Per una legge sulla lettura.

Ragazze e ragazzi di tanti gruppi di lettura di Mantova, Bologna, Rimini e altre località si sono posti la seguente domanda: “la Repubblica Italiana oltre che sul lavoro potrebbe essere fondata sulla … lettura?

E si stanno dando da fare: come comitato promotore portano al Festival una bozza da sottoporre ai lettori di tutta Italia. La bozza di un testo di legge di iniziativa popolare per la lettura.

Anche se ho potuto seguire solo un pezzetto dell’evento, so che Freeman e Aristarco hanno dato consigli ed espresso grande apprezzamento. Hanno ascoltato una volta di più i giovani, suggerito parole più esatte, richiamati i valori buoni del nostro tempo. Uno slogan uscito da questo incontro? “Valorizzare le biblioteche”.

Note bibliografiche:

  • John Freeman, Dizionario della dissoluzione, Black Coffee Edizioni, 2020 (traduzione di Leonardo Taiuti)
  • Igort, Quaderni ucraini. Le radici del conflitto, Oblomov Edizioni, 2021
  • Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, 2021
  • Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2019

La Seconda Parte del reportage sul Festivaletteratura di Mantova puoi leggerla [Qui] 

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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